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Hirst: la rifondazione del Mito tra aura sacrale, pop e gesta titaniche

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Pubblichiamo la seconda puntata di una serie dedicata all’ultima mostra veneziana di Damien Hirst (Qui la prima).

di Chiara Babuin

Si cominci col dire che l’ultima spettacolare mostra di Damien Hirst, Treasure from the wreck of unbelieveble, rimarrà negli annali della Storia dell’Arte, al pari dell’orinatoio di Duchamp. Se per la prima volta, nel 1917, l’artista francese spostava il discorso dell’Arte da Estetico a Critico; l’artista contemporaneo inglese, esattamente un secolo dopo, estetizza la Critica, criticandola, evocando il Sacro del Mito e dell’Arte Antica e Moderna, declinandole nel pop contemporaneo: siamo di fronte a quella che Richard Wagner chiama Gesamtkunstwerk: opera d’arte totale (non a caso scaturita da una riflessione sul teatro greco).

Con queste premesse, si può ben comprendere che sull’ultima fatica di Hirst si potrebbero scrivere centinaia di pagine, ma ci si limiterà, in questa sede, a regalare giusto degli appunti, analisi dei fattori che portano a considerare la mostra come tra i più importanti eventi artistici del secolo.

Innanzitutto, il luogo: Venezia, città fantasma, città d’Arte dal glorioso passato, città minacciata dall’essere inghiottita dalle acque. Fondale perfetto per mettere in scena la cornice narrativa (come quella che creano Dante, Boccaccio, Manzoni) della mostra: il (presunto) ritrovamento della nave di Amotan II, un eclettico collezionista vissuto tra il I e II secolo d.C, che imbarcò sull’Apistos (Incredibile), opere e manufatti artistici provenienti da ogni parte del mondo. Ma la nave affondò nel mezzo dell’Oceano Indiano e il suo tesoro ebbe come custode gli abissi. Fino a che Hirst non decise, dieci anni fa, di cominciare a riportare alla luce la leggenda di Amotan e del suo incredibile carico d’arte. Il fatidico ritrovamento fa parte della mostra stessa: foto e video -tecnicamente perfetti – ci rendono testimoni della grande scoperta; le didascalie e le guide cartacee presenti nelle due sedi della mostra (Punta della Dogana e Palazzo Grassi) accompagnano con pregevole precisione archeologica il fruitore tra gli oggetti recuperati, le statue – alcune con ancora i coralli cresciuti sulla superficie -, i disegni e il modellino dell’Apistos pedissequamente ricostruito, secondo i criteri di costruzione navale dell’epoca. Insomma, una molteplicità di opere, esteticamente pregevoli, che fanno immergere lo spettatore in un’atmosfera antica e mitica: la suggestione.
E pensare che tutto questo è falso.

Hirst ha infatti costruito ad hoc tutti gli oggetti (dai monili in oro, alla statua in bronzo di Pazuzu di 18 metri, che sconvolge il fruitore appena entra a Palazzo Grassi); ha ricostruito i fondali marini, ha noleggiato una chiatta nell’oceano, ingaggiato subacquei e inscenato il ritrovamento delle opere d’arte negli abissi. Nessuno mai aveva osato tanto. Siamo oltre Piranesi, oltre l’immaginazione scaturita dalle rovine: Hirst le rovine le crea in maniera verosimile, studiando per anni una leggenda. Quindi s’immagina l’origine, partendo dall’Origine (il Mito). Facendo questa operazione, Hirst induce alla riflessione definitiva di un secolo, il ‘900, che non ha fatto altro che chiedersi che cosa sia l’Arte.

Quindi, il fatto che il ritrovamento non sia vero, rende forse le opere meno “artistiche”? Il fatto che le statue non appartengano a epoche arcaiche, ma siano state lavorate da un artista contemporaneo (tra l’altro, neanche Hirst, ma i suoi collaboratori), le rendono meno degne di esser contemplate? Il fatto che gli oggetti in oro e le statue di bronzo e marmo di carrara non siano datate, dà loro meno valore? Allora, che cos’è l’Arte e chi è l’artista?

Analizzando tutti i più grandi capolavori della Storia, possiamo dire, senza paura d’essere smentiti, che l’artista è colui che offre un immaginario al fruitore. Hirst offre un’esperienza, un’immersione in un’impresa, in un tempo antico, in cui le origini della civiltà e il mondo contemporaneo si intersecano, FINALMENTE, comunicando. Un dialogo che avviene in una sardonica, quanto acuta e sublime, forma di ironia, in cui Hirst fa comparire teschi di unicorno e ciclope; robottoni giapponesi sovrastati da coralli accanto a un busto in marmo rosso di Aten con il volto di Rihanna; un gruppo scultoreo in cui il collezionista – lo stesso Hirst – tiene per mano un amico (Topolino), vicino a un monumento funerario, Woman’s Tomb, che riprende le fattezze del Cristo Morto del Mantegna; Pharrel Williams diventa il volto di uno sconosciuto faraone (Pharoah, il vero cognome del cantante) realizzato in agata blu e Yolandi Visser (front-woman dei Die Antwoord) diventa la dea mesopotamica Ishtar. Come a dire che, al giorno d’oggi, l’unico riconoscimento iconografico lo si trova nel pop, non nell’Arte (non nei musei). Siamo di fronte alla più grande glorificazione del concetto stesso di iconografia (Il complesso dei motivi e criteri che distinguono e inquadrano l’immagine dal punto di vista culturale), al cospetto di una società con la produzione di immagini più vasta di tutta la storia umana, ma che non sa guardare, né sentire. Una società che ha perso le coordinate cosmogoniche, che sembra aver dissolto qualsiasi legame spirituale (compreso quello tra artista e fruitore), ignorando i simboli fondanti della civiltà stessa. Hirst mette in mostra, letteralmente, l’impatto sulle società arcaiche del mito e dando alle divinità le sembianze delle pop star odierne si rende fautore di una rifondazione del mito in questa tremenda Era dell’Acquario.

L’artista inglese riporta la Natura e il suo agire nel museo e riesce a creare l’aura di cui parla e denuncia la scomparsa Benjamin nel suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. C’è la negazione  del Tempo – Cronos, presente a Punta della Dogana, come magnifico e terribile gruppo scultoreo -, in favore dell’Aion (il tempo infinito): un continuo rimescolamento di epoche e civiltà.
Nell’era della globalizzazione, questa è l’unica mostra che palesa lo yoga (unione) tra oriente e occidente (statue appartenenti a culti indiani, monili precolombiani, statue dall’iconografia egizia, greca, romana, personaggi di Walt Disney, volti della cultura pop contemporanea). Non a caso la mostra di Palazzo Grassi termina con una statua di due mani congiunte in Namaskar, nell’apoteosi simbolica e sacrale di quello che in Storia dell’Arte si chiama capriccio, riallacciandosi anche alla grande tradizione artistica/collezionistica della Wunderkammer.

La principale critica che molti muovono a Hirst è quella della credibilità/falsità, che in realtà è un falso problema. Si è infatti abituati ad accettare la sospensione dell’incredulità, come la chiama Coleridge nel suo Biographia Literaria, in teatro, al cinema, nella letteratura; ma in un museo pare che un simile tipo di “finzione” non possa essere accettato. L’oro delle opere di Hirst non è forse vero? Il marmo non è forse quello di carrara, come nelle migliori tradizioni artistiche? Le opere non sono forse magistralmente eseguite? E allora?

Allora chi critica la mostra di Hirst soffre di accademismo, del reazionario quanto ormai borghese concetto del “non si fa” (è capitato a tutti i Grandi dell’arte); è una chiusura mentale che rifiuta, poiché non viene compresa, una vetta critica e artistica senza pari, origine di tutta la mostra, nonché sua meravigliosa sostanza: dare un senso di sacralità al contemporaneo.

Un famoso hadith recita: “Ero un tesoro nascosto e ho desiderato essere conosciuto. Per questo ho creato il Creato: per essere conosciuto.”  Grazie per averci regalato questa bellissima, quanto devastante presa di coscienza, Damien.

Commenti
42 Commenti a “Hirst: la rifondazione del Mito tra aura sacrale, pop e gesta titaniche”
  1. Giacomo M. scrive:

    Da spettatore a dir poco stupito dalla mostra (e da chi ciononostante spregia a priori la megalomania furba e magnatizia di Hirst), un tono meno spiritato gioverebbe all’autrice del pezzo (a cui consiglio, la prossima volta, di dare una toccatina al colosso in bronzo dell’ingresso, come ogni monumento in fondo domanda: scoprirebbe trattarsi di resina, il che fornirebbe qualche spunto in più alla riflessione sul concetto di falso in Hirst, forse al suo rapporto e con ll’Arte con la A e con la materia).

    Molto d’accordo sul motivo della “sospensione dell’incredulità”, laddove effettivamente l’esposizione intera si regge su una capziosissima seduzione, il giocare scopertamente con la meraviglia infantile e regressiva del visitatore; a questa dimensione direi collabora anche la scelta di ridurre al minimo il paratesto di didascalie e pannelli, delegando al mockumentary sul ritrovamento la narrazione della cornice (lasciando cadere la captatio su Dante, Boccaccio e Manzoni, e non certo perché borghesemente “non si fa”- o magari sì, e ben venga in ogni caso).

  2. paola scrive:

    Arte totale? Evento artistico del secolo? non esageriamo…

  3. Adriano Ercolani scrive:

    Dalle informazioni di tecnici coinvolti nella mostra che ho consultato i materiali sono veri. Il tono del pezzo non mi sembra spiritato, dacché è argomentato con riferimenti puntuali e pertinenti. Si può dissentire, certo, ma credo che l’entusiasmo non sia peregrino. In un momento di deserto culturale, Hirst ha il coraggio di urlare le contraddizioni dell’Arte Contemporanea. Di un evento di questa portata o si parla con questi toni o non se ne parla. Altrimenti, vuol dire non averne compreso l’impatto.

  4. Adriano Ercolani scrive:

    Per la precisione, la statua di Pazuzu è evidentemente non in bronzo. Le altre opere sono in materiale “reale”.

  5. Chiara Babuin scrive:

    Caro Giacomo,
    un tono meno “spiritato” sarebbe indegno della mostra. Base e gambe di Pazuzu (toccate) sono in bronzo, il rimanente in resina. Fa parte del gioco spettacolare e ci sta. Tutto il resto è vero: hai toccato tutto o ti sei fermato al “non si fa”?

    Paola, se non si esagera in Arte, dove?

  6. Giacomo M. scrive:

    Quello che volevo dire, lasciando da parte la questione del registro adottato (evidentemente de gustibus, e non è mia intenzione offendere), concludere il pezzo accusando preventivamente “chi critica” di accademismo, borghesismo reazionario ecc. a fronte di un artista/imprenditore che di concettualmente rivoluzionario (e sottolineo concettualmente: vd. la sacralizzazione del contemporaneo) non ha nulla, è posizione intellettuale a mio avviso opinabile. Il messaggio, parafrasato ai minimi termini, è: chi non è d’accordo è scemo. Sarà. E questo nonostante mi senta di concordare con i punti nodali del discorso.
    I rimandi a Dante, Piranesi Wagner ecc. retoricamente mi sembrano avere più una funzione imbellettante: “non è marketing, è vera arte”. E’ questo il punto del discorso? Magari sì, ma non escluderei letture contrarie (tanto più se consideriamo arte l’arte di Hirst)
    Avrei piuttosto gradito un cenno (senza scomodare francofortismi vari) alla dimensione dicevo “magnatizia” di una simile visione artistica, entusiasmi o meno, che senza finanziamenti miliardari non potrebbe darsi.
    Quanto poi ai materiali, siano i piedi della statua in bronzo o meno, non so se sottoscrivere che “tutto il resto è vero”: le incrostazioni coralline dei vari pezzi (immagino, a questo punto), sono anch’esse in bronzo o comunque artatamente creati, come il resto. Ciò rende “tutto vero”? Questione di virgolette.
    Grazie per il confronto,
    giacomo

  7. Giacomo M. scrive:

    Adriano Ercolani parla del “coraggio di urlare le contraddizioni dell’arte contemporanea”: ma se lo stesso artista su dette contraddizioni ci campa lautamente, orientandole con fine spirito imprenditoriale, dove sta il coraggio?

    Saluti a tutti

  8. Adriano Ercolani scrive:

    Gentile Giacomo, tutto è opinabile, soprattutto su un artista così controverso. Il tema è proprio il confine tra realtà e menzogna. È anche opinabile che riferimenti concettuali precisi siano considerati mero imbellettamento, mentre fanno riferimento a un’accurata riflessione estetica. Riflessione estetica opinabile? Vivaddio!
    Vivaddio che ci siano artisti come
    Hirst che urlano le contaddizioni (e quella che tu hai evidenziato è l’ennesima, basti considerare le reazioni opposte dei fruitori che ho segnalato nel mio primo articolo linkato nell’intro), vivaddio che ci siano articoli “spiritati” come questo che destano un confronto su temi cruciali. Del quale anche io ti ringrazio.

  9. Sergio Garufi scrive:

    Non ricordo più in quale suo libro Manganelli raccontava un curioso aneddoto dei tempi della scuola elementare, quando un suo maestro diceva agli studenti che da innamorati avrebbero scritto delle cose bellissime, e concludeva commentando che non era vero, che l’innamorato è un invasato inaffidabile. Ecco, io penso che lo stesso discorso si possa applicare alla critica letteraria (per es. Carla Benedetti con Moresco) e alla critica d’arte.

  10. Adriano Ercolani scrive:

    Beh, se Baudelaire non si fosse innamorato di Poe e Constantin Guys, se Pound non si fosse innamorato di Joyce, se Artaud non si fosse innamorato di Van Gogh, se Rilke non si fosse innamorato di Rodin, se Camus non si fosse innamorato di Simone Weil, se Roberto Longhi non si fosse innamorato di Caravaggio non avremmo non solo alcune delle più belle pagine di critica letteraria o d’arte ma in alcuni casi nemmeno alcune delle più belle opere degli ultimi secoli.

  11. Chiara Babuin scrive:

    Caro Giacomo,
    io non accuso preventivamente “chi critica”, io dico che chi risolve la mostra nel binomio realtà/finzione non è andato al di là del “velo di maya”. Hirst lo scrive in caratteri cubitali: “somewhere between lies and truth lies the truth”.
    Parli di “concettualmente rivoluzionario”: siamo oltre la rivoluzione, qui, siamo all’Origine.
    Ogni posizione intellettuale, come la mia, come la tua, è opinabile: io cerco di argomentarla, anche se, come da premessa, ogni concetto meriterebbe decine di pagine di approfondimento.

    I rimandi a Dante, Piranesi e Wagner non sono retorici: sono dei confronti dell’Arte sull’Arte. Hirst si innesta in un discorso artistico che abbraccia il Tempo (e quindi molte correnti artistiche) e ne dissolve la sua linearità (il gioco tra epoche e civiltà).
    Non mi è mai passata per l’anticamera del cervello che l’arte di Hirst sia marketing; ergo, non è questo il punto del discorso.
    Che l’Arte viva grazie al mercato lo sa ogni persona che si occupa attivamente di Arte. L’idea romantica che l’Arte sia un’attività scevra dal soldo è un’idea sbagliata, da famiglia del mulino bianco (quella lobotomizzata, insomma).
    Trovo imbarazzante che moltissimi critichino a Hirst lo sfarzo della sua personale, quando, per secoli, il più grande committente della Storia è stata la Chiesa: una comunità che predica l’umiltà e la povertà di Cristo, occupandosi di Spirito, e che invece, GRAZIE ALLA SUA RICCHEZZA, ha permesso, ad esempio, a Buonarroti di scolpire statue e dipingere cappelle. Questo sì, va bene, è accettabile; INVECE, che un artista milionario faccia una mostra totalmente dedicata all’Arte, spendendo quanto solo lui avrebbe potuto spendere (in realtà c’è anche lo zampino di Peanult, altro milionario), questo no, non va bene.
    E allora viva Lapo Elkan e tutti i figli di papà annoiati che dilapidano fortune in slanci egotici e frustrazioni da posseduti!
    Come ho già detto, dovendo scegliere, per motivi di spazio, che cosa dire di questa mostra, ho preferito sottolineare il suo peso artistico, parlando di concetti artistici, mettendola in confronto con la poetica di altri artisti. Questo perché, leggendo i commenti di gente dalla bussola impazzita, mi è sembrato doveroso farlo. Magari, ne farò un altro sul binomio arte/mercato e su tutti i soldi che produce il Sistema Museo.

    Grazie a te.

  12. Chiara Babuin scrive:

    Caro Sergio,
    ti do ragione. Infatti qui ti parla un’amante, non un’innamorata.
    Chi non ha mai amato non può riconoscere l’amore, che è poi il germe che sta in ogni opera d’arte. “L’Arte in fondo è l’arte dell’incontro”, dice Alberto Garutti. Insomma, io non sono molto portata a considerare la critica la patria della sterilità e dell’oggettività: l’uomo non è capace.
    Inoltre, la locuzione “amor di conoscenza” dovrebbe far capire che essere razionali non significa non poter mostrare l’amore con cui si compie il viaggio.
    Ma se hai da obiettare, Dante e Ulisse ti aspettano all’Inferno, magari vi raggiunge pure Manganelli.
    Poi fammi sapere, che mi interessa.

    PS: Signori, io apprezzo ogni vostro intervento: ho scritto il pezzo perché desideravo un dibattito (e quindi un confronto). Il fatto che io abbia un tono assertivo è perché non solo questo è il mio stile, ma anche perché sono assolutamente convinta di ciò che dico. Questo non significa che io non sia aperta a nuove letture o che non ammetta obiezioni. Vi sarei però grata se articolaste il contenuto, anziché criticare la forma d’espressione. Insomma, se potete, vorrei alzaste un po’ il livello delle vostre critiche, argomentandole. Grazie.

  13. paola scrive:

    Riprendo quanto già commentato all’articolo di Ercolani: il valore intrinseco dei materiali, ostentato e usato a profusione, rende molto difficile qualsiasi tentativo di “lettura ironica” dell’operazione o di possibile lettura dell’evento quale “nuova frontiera” per l’arte contemporanea, Tutto appare brillantemente e, in ultima istanza, profondamente commerciale.

  14. Adriano Ercolani scrive:

    In realtà, gentile Paola, intendevo il contrario. Ci ho scritto un primo articolo su questo blog apposta;) La mostra è supremamente ironica, nel senso più alto ed etimologico. È proprio il gioco tra realtà e finzione, tra la realtà splendente dei materiali e la loro pregevole fattura tecnica commista alla palese (non immediatamente tale) finzione a mostrare il cortocircuito dell’Arte Contemporanea, titanicamente sbattuto in faccia al fruitore. Non capisco proprio perché l’operazione di Hirst sia commerciale e quelle di Jeff Koons no. Per non dire, di qualsiasi opera della Storia dell’Arte realizzata su commissione. Si pagano centinaia di milioni per opere d’arte “concettuale” di dubbio gusto estetico e ambigua e fallace interpretazione e nessuno dice niente. Un artista compie un’opera sontuosa, con materiali reali, pregevole fattura tecnica, multipli livelli di lettura, una riflessione critica cruciale sul concetto stesso di Arte…e no, è commerciale. Allora pure “Apollo e Dafne” di Bernini.

  15. paola scrive:

    immagino che molti saranno contenti di questo “ritorno all’ordine”…

  16. Adriano Ercolani scrive:

    Beh, la mostra è tutto tranne che “un ritorno all’ordine”, espone (se vuoi in maniera sfrontata) tutte le contraddizioni intrinseche dell’Arte Contemporanea. Anche quelle che, comprensibilmente, intendiamoci, noti tu. Ma la reazione mista di smarrimento, stupore, indignazione, “innamoramento” o complicità che la mostra ha destato (ho visto scolaresche sbellicarsi, professori interdetti, turisti ammirati) testimonia la riuscita del gioco. Intendo non un mero giochetti intellettuale, ma un complesso meccanismo concettuale di disvelamento: uno sberleffo sapiente alla Critica e una riflessione seria sull’Arte in sé.

  17. Giacomo M. scrive:

    Propongo come soluzione di compromesso l’abbandono delle maiuscole reverenziali: “arte” direi che basta e avanza

  18. Giacomo M. scrive:

    E poi finiamola con i paragoni con la Roma rinascimentale-barocca: lì, come all’epoca delle pale d’altare e fino a tempi recentissimi, l’artista riceve una commissione acciocché possa ben campare del proprio lavoro, stante l’assunto aureo che prima si mangia poi si pensa (o che si pensa per mangiare, finalmente).
    La cosa interessante di Hirst (e qui mi rivolgo a Ercolani) non è che sia “commerciale” – che vorrà dire “commerciale”? -; è (a mio avviso, che non mi occupo d’Arte) che firmando un Buddha in malachite scolpito qualche mese fa da un suo artigiano crea un brand (ammettiamo che quello di Hirst è un brand, senza tirare in ballo Michelangelo), e immette nel mercato dell’arte (come si fa a parlare di arte senza parlare PRIMA di mercato, signori idealisti?) un manufatto ancor più prezioso di un “originale”: ha creato un’opera d’arte, benissimo, molto colto e degno di ammirazione (in primis la mia), ma opera che tale è perché è lui a firmarla. Duchamp! No. Duchamp musealizzò l’oggetto qualunque (un secolo fa), Hirst il museo lo crea.
    Immagino che molti dei pezzi in mostra siano già stati venduti a rampolli vari, verosimili conoscenti di Lapo Elkann.
    Non va bene? Ma per carità, buon per loro (per Hirst, gli oggetti e per Elkann).

  19. Chiara Babuin scrive:

    Cara Paola,
    Il fatto che i materiali siano veri non signifa che una lettura ironica sia impossibile, ma che l’artista è un artista e non un designer.
    Ma davvero sareste stati contenti di vedere 200 patacche, al posto di marmi pregiati e oro?
    Ho avuto la fortuna di essere formata da un artista dell’arte contemporanea (Alberto Garutti), che la spiegava facendoci capire la rivoluzione di Giotto (tra le altre cose). E una sua massima è: “L’arte non rappresenta, l’arte è!”. Quindi, il fatto che i materiali siano veri non rende la mostra commerciale, ma vera nella sua essenza artistica. Tanto quanto il Mosè di Michelangelo.

  20. paola scrive:

    se è arte “vera” perché realizzata con materiali preziosi, per favore mettiamo da parte la lettura ironica. Un ironia, per quanto intellettualmente attrezzata, replicata in centinaia di pezzi diventa un po’ stucchevole, no?

  21. Adriano Ercolani scrive:

    Caro Giacomo, se vuoi abolisco pure, ma non concordo, proprio perché la riflessione è sulla differenza tra “arte” (abilità tecnica, artigianato) e Arte (ambito estetico e creativo con tutte le implicazioni filosofiche che ciò implica). Essendo un’opera che riflette sul senso del Sacro (o sacro se vuoi, distinguendolo dall’osso, sede comunque in Oriente di un’energia sacra;)), le maiuscole non sono retoriche. Detto ciò, l’accostamento col Barocco (qui la maiuscola è corretta, eh!) non è peregrino, come spiega il finale dell’articolo di Chiara. Concordo perfettamente sulle riflessioni su arte e mercato (Angela Vettese docet). Su Duchamp: infatti, Chiara e io concordiamo che questa mostra non equivalga ma sia il compimento della parabola concettuale che qel gesto dirompente ha inaugurato.

  22. paola scrive:

    scusate ho mancato l’apostrofo, chiedo venia!

  23. Adriano Ercolani scrive:

    No, Paola, perché il disvelamento ironico è progressivo, al termine di un percorso concettuale sottile e complesso. Senza ironia, né provocazione, solo per capire: l’hai vista la mostra? Lo dico senza ironia, perché avevo la tua stessa impressione quando ne ho letto, ma l’esperienza estetica dal vivo è stata potente e illuminante. È una mostra che ha senso e “potere” nei luoghi per cui è stata ideata. La “cornice” non è casuale, come nessun minimo dettaglio del progetto.

  24. Giacomo M. scrive:

    Va bene, da profano totale mi dico soddisfatto delle precisazioni e più in generale della discussione che ne è uscita, ringraziando di nuovo tutti. Stare poi a pontificare ulteriormente su cosa mi convinca più e meno delle altrui posizioni mi sembra opportunità che il mezzo del blog concede generosamente e di cui è giusto non abusare, cogliendo anzi l’occasione per scusarmi per certi toni che inevitabilmente la comoda tastiera rischia sempre di suscitare.
    Buon lavoro a Chiara e Adriano.

  25. Adriano Ercolani scrive:

    Grazie a te Giacomo (e anche a Paola), la discussione è stata interessante e rispettosa. Quando volete, è un piacere.

  26. paola scrive:

    Penso che andrò a Mazara del Vallo a vedere il Fauno danzante. Saluti

  27. Mario Rossi scrive:

    Premetto che non ho visto la mostra; mi permetto solo un’osservazione precedente – in senso letterale – al vederla. Da quello che capisco, Hirst inscena un ritrovamento di reperti antichi raffiguranti divinità, che però hanno le sembianze di pop star odierne. Da ciò Chiara Babuin è indotta a parlare di evocazione del “Sacro del Mito e dell’Arte Antica e Moderna”. Ma dove sarebbe il Mito? Dove il Sacro?

    A me pare che per l’autrice dell’articolo il mito mostrato da Hirst stia proprio nel dare alle divinità le sembianze delle pop star (“dando alle divinità le sembianze delle pop star odierne Hirst si rende fautore di una rifondazione del mito in questa tremenda Era dell’Acquario”). Cioè: siccome le pop star sono le figure mitiche della contemporaneità, allora celebriamo questo fatto raffigurandole in termini di dei e dee. Operazione sublime per chi guarda a tali personaggi in questi termini. Ma per gli altri?

  28. Chiara Babuin scrive:

    Caro Giacomo,
    credo che tu commetta un errore: il mercato dell’arte è complesso. La cosa stratosferica di Hirst è che fa coincidere (in sé stesso) il collezionista (Cif Amotan II – anagramma di “I’m a fiction”) e l’artista. Questo cosa significa? Che, essendo Hirst il collezionista, il mercato si è già – teoricamente – chiuso. Poi, chiaramente, non si sa cosa succederà alle opere di questa mostra – ripetiamolo – IRRIPETIBILE (poiché ha senso solo a Venezia).
    TREASURES FROM THE WRACK OF UNBELIEVABLE è totale, anche e proprio perché mette in crisi TUTTO il Sistema dell’Arte (rigorosamente con la maiuscola, non per velleità o referenza, ma per differenziare, come dice Adriano) e tutte le sue figure: dall’artista, al collezionista, al Sistema-Museo.
    Le opere d’arte CONTEMPORANEA (se si va nell’antiquariato – aspetto che Hirst ovviamente non si lascia sfuggire – è altro discorso) non vengono posizionate nel mercato, casomai, si crea un mercato appositamente per loro. Interessanti sono infatti i galleristi di fine Ottocento: Paul Durand-Ruel (fondamentale nel creare spazi e diffondere gli impressionisti); Ambroise Vollard (senza il quale Cezanne e Gauguin sarebbero ancora sconosciuti) e Joseph Duveen (il primo che ha capito l’importanza di creare un’immagine di un artista e un oggetto).
    Hirst non è un brand, perché allora lo sono Caravaggio e Picasso: altamente riconoscibili per la loro cifra stilistica.
    E, no, Duchamp non “musealizza” propriamente l’oggetto comune: Duchamp mette in crisi il Sistema-Museo inserendovi un oggetto che arbitrariamente lui considerava (ironicamente) opera d’arte, ma che ovviamente gli accademici, nelle mani dei quali erano i Saloni Ufficiali, chiaramente no. L’orinatoio fu un sacrilegio, per CRITICARE una posizione da parrucconi; per questo nell’articolo dico che Duchamp è stato il primo a spostare il discorso dell’Arte da estetico a critico. Hirst fa un’altra operazione: critica la posizione che l’Arte Contemporanea ha assunto in sé stressa DOPO l’evento dovuto e dissacratorio di Duchamp, dominata dal relativismo. Infatti, come detto, TUTTO il ‘900 non ha fatto altro che chiedersi che cosa sia l’Arte: da qui il partire dall’essenziale, dalla materia prima (Mondrian, Rothko, Burri, ma anche Pollock che per primo si chiedeva se quello che aveva generato attraverso il dripping fosse realmente Arte).

  29. Chiara Babuin scrive:

    Caro Mario Rossi,
    il Mito sta nella ripresa iconografica e nell’evocazione di figure sacre: Ishtar, Andromeda, Aten e uno sconosciuto faraone (figure considerate SACRE), giusto per citare alcuni esempi.
    Se mi citi, però, dovresti farlo dall’inizio del discorso: il Mito mostrato da Hirst NON sta nella sua declinazione pop. Ho scritto: “Come a dire che, al giorno d’oggi, l’unico riconoscimento iconografico lo si trova nel pop, non nell’Arte (non nei musei). Siamo di fronte alla più grande glorificazione del concetto stesso di iconografia (Il complesso dei motivi e criteri che distinguono e inquadrano l’immagine dal punto di vista culturale),”. Mi spiego: se la Madonna col Bambino era un’iconografia (spesso declinata con vesti dell’epoca del dipinto stesso) riconosciuta da tutti e come tale assurta ad opera d’arte, oggi, con l’ignoranza culturale che c’è, lo stesso gruppo, declinato in abiti contemporanei, non sarebbe parimenti riconosciuto, anche e soprattutto perché non c’è più lo spirito simbolico verso una tale iconografia, che era garantito dal senso del Sacro.
    Hirst è trasversale in questo: riprende iconograficamente i miti di tutte le epoche e culture (indiana, egiziana, greca, romana, cristiana) e ci mette la faccia di pop-star, perché QUEI volti sono riconoscibili da TUTTI – proprio perché pop – e riescono in qualche modo a ristabilire un dialogo con il fruitore (perso per lo smarrimento del senso del Sacro di cui sopra). In questo senso dico che Hirst rifonda il Mito. Certo, è un tentativo.

  30. Chiara Babuin scrive:

    Cara Paola,
    il fatto che i materiali siano veri, non esclude l’ironia, che si dispiega invece da un punto di vista concettuale e di approccio. Ricordo il significato della parola: “Alterazione spesso paradossale, allo scopo di sottolineare la realtà di un fatto mediante l’apparente dissimulazione della sua vera natura o entità”. Mi sembra ci siamo.

  31. Mario Rossi scrive:

    Cara Chiara, innanzitutto grazie della risposta e delle precisazioni.

    Diamo per scontato che l’intenzione di Hirst sia quella di evocare le figure di Ishtar, Andromeda e Aten (Aten? Si raffigura anche Aten o Aton, il dio Sole, nella mostra?), ma a mio avviso il risultato concreto che si ottiene sovrapponendo a queste figure le popstar è quello di una glorificazione pura e semplice delle popstar stesse, data l’ignoranza culturale che tu denunci. Cioè: se a me ignorante di chi sia Aten, me lo raffiguri con le sembianze di Rihanna, dove sta l’evocazione del sacro? Io ci vedrò solo la glorificazione di Rihanna e nient’altro. (Che poi qui parliamo di Sacro e di Mito senza tentare una explicatio terminorum, che sarebbe a mio avviso utile).

    Collegato a questo: dissento totalmente sull’idea hirstiana secondo cui al giorno d’oggi l’unico riconoscimento iconografico lo si trova nel pop. Riprendendo il tuo esempio dell’iconografia della Madonna col Bambino: si tratta di un’immagine eterna, di un archetipo appunto; non è e non sarà mai smarrita, per essa non esisterà mai lo smarrimento del Sacro che viene dato per certo oggi. Quindi, per ritornare all’artista (o addetto all’artificio, secondo alcuni) inglese, ho molti dubbi sul fatto che l’iconografia pop di Hirst ristabilisca un dialogo con il Fruitore con la effe maiuscola; semmai proseguirà il dialogo con chi quell’iconografia conosce e vi si rispecchia, o forse darà a costui, avvolto in una suggestiva patina artistica, ciò che lo rassicura e l’ottunde, ovvero l’icona pop.

    Dove sta scritto che oggi per parlare a tutti bisogna stendere un velo di pop sull’iconografia? A mio avviso è un’operazione inutile e pericolosa perché rischia di raddoppiare l’aura di ciò che viene già presentato dai media come iconico. A cosa serve un artista se le sembianze delle sue opere hanno le forme già celebrate come iconiche dai media? È inutile, e le sue opere hanno obbiettivo esclusivamente commerciale (del tipo, ci metto le popstar così la mostra vende).

  32. Stefano B scrive:

    Ma se fosse che Hirst con tutto questo volesse invece dire dell’impossibilità (o della non necessità) di rifondare alcunché?
    Non potrebbero essere le ceneri dell’idea di Mito che ci mostra, in luogo di un’istanza di rifondazione?

  33. Adriano Ercolani scrive:

    Car Mario e caro Stefano, vi ringrazio perché secondo me, in modo diverso, avete destato l’attenzione sul tema cruciale su tutta l’arte contemporanea. Arte concettuale, separata dalla tecnica, spesso glorificata o giustificata dall’esercizio critico, arte meramente mentale, affidata all’ambiguità dell’interpretazione, dunque all’arbitrio della maggioranza, nel Novecento specchio di una mentalità dominante nichilista, illusa d’essere “ribelle”, “contro”, mentre ha creato un conformismo intellettuale e artistico disperante. Il tutto nello smarrimento, appunto come denuncia Chiara, di una visione archetipica, sacrale, dell’arte (o Arte, se vogliamo). Arte del Kali Yuga, si direbbe in Oriente, dell’Era della Confusione. Il quesito è: gli artisti contemporanei, pensiamo a Warhol, sono testimoni della “caduta dell’aura” profetizzata da Benjamin o ne sono gli esecutori? Sono i moderni interpreti dello Zeitgeist o sono invece proprio i compiaciuti “barbari” che decapitano l’arte della visione sacrale? Un conto è “La Terra Desolata” di T.S.Eliot che, pur in forma postmoderna, denuncia lo smarrimento del sacro, un conto è il contemporaneo “Ulisse” di Joyce che quello smarrimento espone come l’unica dimensione possibile (Zolla docet a riguardo:”l’opera di Joyce è una macchina inarrestabile, nel suo giro travolge tutti a loro dispetto, conduce a una progressiva spoliazione di ogni fattore che sia armonioso (l’eleganza verbale sarà l’ultimo velo a cadere), non permette ai vizi di restare segreti, li vuole manifesti, e non tollera neanche la cognizione del vizio: la resa totale alla schizofrenia è ciò che esige”). Ora io credo che Hirst sia a metà, non è solenne e ieratico come Eliot, non è nemmeno però solo beffardo come Joyce. Nella sua ironia, è serissimo. Pone la questione in maniera mastodontica e ineludibile. E, in questo, è davvero epocale: nell’esporre tutte le contraddizioni concettuali dell’arte contemporanea rispetto all’arte figurativa. Mi permetto, da collega, di comprendere anche le motivazioni per cui Chiara si affida alla menzione di riferimenti puntuali senza esplicarli diffusamente. Se dovessimo spiegare ogni riferimento su una mostra fondata sulla parodia della storia dell’arte dovremmo scrivere la Treccani. Ci si limita a mostrare i tasselli del mosaico argomentativo, chi conosce comprende al volo, chi non conosce ma è interessato ha la possibilità di approfondire (e arricchire i propri orizzonti) con un semplice clic.

  34. Chiara Babuin scrive:

    Caro Mario Rossi,
    Hirst non solo raffigura Aton/Akhenaton con le fattezze di Rihanna (https://www.instagram.com/p/BcP1YidHj3I/?taken-by=babooinsta), non solo ha creato un enorme disco solare in oro (http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2017/01/20/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/7222ab08-10af-11e7-b030-768954394623-kdBB-U432701159853017DLI-593×443@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=201705201856) , ma, nella cornice narrativa avente come protagonista Cif Amotan II, tutta la collezione della mostra doveva essere collocata in un fantomatico tempio dedicato al Dio Sole.
    Non sono d’accordo con te nel pensare che Hirst glorifichi le pop star, usando la loro fisiognomica. O, meglio, non sono d’accordo che questa (presunta) glorificazione, non possa convivere con un (presunto) recupero del Sacro. Rispondendo direttamente alla tua domanda: ” se a me ignorante di chi sia Aten, me lo raffiguri con le sembianze di Rihanna, dove sta l’evocazione del sacro?”: l’ignoranza è ammessa, nella mostra: Hirst sa benissimo il livello medio culturale di quest’epoca, per quello che dota ogni fruitore di una guida cartacea in cui dà le coordinate per questa evocazione. La guida, come dico nell’articolo, è una serissima e accurata – benché totalmente e VEROSIMILMENTE inventata – esplicazione archeologica di tutte le opere. Questo cosa significa? Che ogni didascalia è in sé un pezzo che parla di antropologia, mito e rito: temi che hanno a che fare con il concetto di Sacro. Per essere esaustiva, ti ricopio la didascalia della statua di Aten: “L’insolita posa di questo busto, con il volto rivolto verso il cielo, è probabilmente collegabile alla straordinaria rivoluzione monoteistica avviata dal faraone Akhenaton nel XVI secolo a.C. Akhenaton abbandonò il vasto pantheon di divinità egizie a favore di un’unica entità solare: Aton, colui che dà la vita. In tal modo, l’oggetto della venerazione risiedeva non più in santuari costruiti dall’uomo, ma in cielo”.

    Ora, ritornando all’elemento pop, può essere una considerazione ardita, ma per creazione e uso dell’immagine e la conseguente adorazione della medesima da parte dei fan, le pop star nascono con lo stesso sistema con cui nascevano iconograficamente miti e sovrani (Aten, giusto per continuare a esplicare l’esempio). Il problema è che il collegamento non viene spontaneo perché ormai siamo talmente abituati a essere bombardati di immagini, che non ci rendiamo conto che non è sempre stato così. Se uno pensa, all’epoca dell’antico Egitto, quante potevano essere le immagini che un singolo uomo poteva incontrare nell’arco di una giornata, credo si rimarrebbe stupiti dal constatare la loro scarsezza.
    Hai ragione a sentire il bisogno di chiarezza su cosa si intende per Sacro e Mito (c’è il progetto di scrivere un libro su questi temi, assieme agli altri autori di questa rassegna hirstiana), ma, come dico nell’articolo, poiché non ho a disposizione un tomo, ma poche battute virtuali, qui posso fornire solo degli “appunti” per far intuire la grandiosità di questa mostra; e chi legge è chiaramente libero di non accettarli o di dubitarne, suscitando un’interessante discussione (cosa che stiamo facendo, con mia somma gioia).

    Sul discorso dell’iconografia, altro tema vasto per non dire infinito della Storia dell’Arte, tento una difficile sintesi: la Madonna col Bambino è un’immagine archetipica, in quanto composizione. Ma, se, come fa Caravaggio, il volto della Madonna è il volto di una prostituta (cosa c’è più pop di una prostituta, a ben pensarci?) della sua epoca, questo atto non è blasfemo, né volgare (Caravaggio non dà certamente della prostituta alla Madonna!), casomai è la figura di Maddalena Antognetti a essere nobilitata ed eternizzata nell’iconografia. Come la più decorosa Simonetta Vespucci, venerata dal Botticelli, trascende il suo tempo e la sua caducità umana all’interno di un contesto artistico. Perché questo fa l’Arte: si nutre del quotidiano, per trascenderlo. Ritornando a Hirst: Aten ha le fattezze di Rihanna, ma ciò non rende la statua una glorificazione del Pop, casomai il volto della cantante si stacca dal suo essere pop, assurgendo a un piano superiore: quello dell’Arte, appunto. è chiaro che qui Hirst gioca con la convenzione che, stando queste opere in un museo, allora sono opere d’arte. Ed è chiaro che al punto in cui è arrivata l’Arte Contemporanea, anche il Sistema-Museo sta avendo il suo tempo di crisi (messo in discussione per la prima volta, esattamente 100 anni prima, da Duchamp).

    “Dove sta scritto che oggi per parlare a tutti bisogna stendere un velo di pop sull’iconografia?”: non sta scritto da nessuna parte, ma se il messaggio deve essere veicolato, certamente non posso prescindere dall’ambiente in cui lo immetto e non fa parte di nessun artista negare il proprio tempo, perché, come detto, ogni artista è l’espressione del suo contesto (temporale, sociale, religioso, politico). Altrimenti, artisti e intellettuali farebbero opere solo per loro stessi; invece, senza il fruitore, l’Opera non esiste.
    “ci metto le popstar così la mostra vende”: no. La mostra non è sulle popstar. Infatti nella propagazione mediatica e pubblicitaria della mostra non si è fatto leva su questo. Se vai sul sito di Palazzo Grassi, alla sezione della mostra, la gallery ti mostra solo statue dal sapore mitico-archeologico. è una mostra da scoprire, poiché si prefigge tanti obiettivi (secondo me, toccandoli tutti magnificamente), vette critiche non indifferenti e una nuova pagina bianca per l’artista contemporaneo.

    Se mi permetti, la dimostrazione che questa mostra è notevole, è il tipo di discorsi che evoca: trovami un corrispettivo artistico contemporaneo che ti fa parlare di sacro, mito, iconografia, arte antica, moderna e contemporanea, mercato e sistema museale tutto in una volta…

  35. Chiara Babuin scrive:

    Caro Stefano B,
    certamente è ciò che rimane del Mito, che ci mostra: è di fatto un ritrovamento di meraviglie, che gli abissi avevano custodito (a questo proposito, non perderti il terzo articolo conclusivo di questa rassegna, che uscirà a breve: parla proprio di acqua e memoria). Ricorda anche il titolo della mostra: “tesori” (non ceneri) dal relitto dell’Incredibile. E un tesoro è tale solo quando il suo valore è indubbio.
    Che invece Hirst volesse parlare dell’impossibilità di ripristinare una dimensione mitica, può essere, ma fatico a crederlo, altrimenti si sarebbe limitato a fare una finta mostra archeologica, non a disseminare le opere di rimandi al contemporaneo (icone pop, antichi busti con il logo Mattel ecc). Un senso tutto ciò ce lo avrà…
    Sulla non necessità di rifondazione del mito, invece, sono abbastanza certa che non sia così; la mancanza è sentita: il Mito è l’Origine. Non sentire la necessità dell’Origine, significa non sentire la necessità di esser nati da qualcuno (da una Madre): questo coinciderebbe con la non esistenza.

  36. Mario Rossi scrive:

    Caro Adriano e cara Chiara,
    Grazie a voi degli articoli che hanno consentito questo scambio di punti di vista. Vorrei condividere con voi due osservazioni, una continuando sulla mostra di Hirst e l’altra più generale sull’arte oggi.

    1) La mostra. Ritengo interessante l’idea che a quanto capisco la fonda, ovvero il naufragio e il ritrovamento dei reperti. Scoprendo reperti (veri o falsi a mio avviso non importa) di un epoca lontana, avviene il collegamento a un immaginario, a una costellazione di miti che, se sono tali, sono ancora nostri; avviene in noi l’evocazione – certo, essa avviene se crediamo che quei reperti siano testimoni di una figurazione mitica. Se crediamo questo, se crediamo che quella figurazione ancora ci appartenga, dunque perché, che bisogno c’è di sovrapporvi il rimando al pop contemporaneo? Se Ishtar ci parla ancora, perché non sarebbe bastato il ritrovamento di una Ishtar “qualunque” (che poi sarebbe stata inevitabilmente la Ishtar di Hirst), senza le fattezze di Yolandi Visser? Ritorno sull’esempio della Madonna col Bambino: che bisogno ci sarebbe del dare alla Vergine il volto di Lady Gaga? Se la Madonna col Bambino è icona dell’osmosi fra madre e figlio, a me sembra chiaro che i loro volti non debbano essere ricalcati (attenzione, ho scritto ricalcati, non ispirati) su quelli di persone reali, tanto meno di figure già iconizzate dal mainstream; infatti sappiamo che (lo abbiamo visto nel corso della nostra arte occidentale) il procedimento inverso, l’idealizzazione del volto, consente il riconoscimento mitico. A mio avviso Hirst non crede ai miti che raffigura, ed è proprio perché non ci crede che li declina in versione pop: come a dire, io non ci credo, altrimenti non sentirei la necessità di sovrapporvi il pop; il pop mi serve per infondere l’aura “mitica” che manca in essi.

    2) Arte oggi. Adriano, tutti quelli che tu citi, Warhol, Eliot, Joyce, sono testimoni novecenteschi, del secolo passato. Oggi siamo in un’altra epoca. Un’epoca in cui non ha più senso cantare la senescenza della cultura europea, il consumo dell’arte o la resa alla schizofrenia; cosa vogliamo fare oggi? Vogliamo radere al suolo le rovine? Cosa vogliamo continuare a desacralizzare, visto che non c’è più niente di sacro (e meno male, perché se non c’è più niente di sacro, vuol dire che non c’è più niente di separato)? Cosa vogliamo spogliare, quale caduta dell’aura vogliamo testimoniare? È già stato fatto tutto, a tempo debito. A mio avviso, l’artista oggi deve preoccuparsi di offrire il suo zeitgeist, uno zeitgeist di edificazione e non di demolizione o di parodia o di ironia nichiliste. Il secolo demolitore, parodico e ironico è stato il Novecento, e il Novecento è finito, perché siamo già arrivati al grado zero della demolizione, della parodia e dell’ironia.

  37. Chiara Babuin scrive:

    Caro Mario Rossi,

    ti avevo risposto giorni fa, ma è in fase di moderazione, perché ci avevo messo dei link a delle immagini esplicative. Riposto il commento, senza link, così è immediato (quindi, nel caso lo dovessero sbloccare e il commento dovesse essere pubblicato successivamente, non badarci, se non magari per le immagini grazie!)

    Hirst non solo raffigura Aton/Akhenaton con le fattezze di Rihanna, non solo ha creato un enorme disco solare in oro , ma, nella cornice narrativa avente come protagonista Cif Amotan II, tutta la collezione della mostra doveva essere collocata in un fantomatico tempio dedicato al Dio Sole (tutto scritto sia nella guida, che nella presentazione web della mostra).
    Non sono d’accordo con te nel pensare che Hirst glorifichi le pop star, usando la loro fisiognomica. O, meglio, non sono d’accordo che questa (presunta) glorificazione, non possa convivere con un (presunto) recupero del Sacro. Rispondendo direttamente alla tua domanda: ” se a me ignorante di chi sia Aten, me lo raffiguri con le sembianze di Rihanna, dove sta l’evocazione del sacro?”: l’ignoranza è ammessa, nella mostra: Hirst sa benissimo il livello medio culturale di quest’epoca, per quello che dota ogni fruitore di una guida cartacea in cui dà le coordinate per questa evocazione. La guida, come dico nell’articolo, è una serissima e accurata – benché totalmente e VEROSIMILMENTE inventata – esplicazione archeologica di tutte le opere. Questo cosa significa? Che ogni didascalia è in sé un pezzo che parla di antropologia, mito e rito: temi che hanno a che fare con il concetto di Sacro. Per essere esaustiva, ti ricopio la didascalia della statua di Aten: “L’insolita posa di questo busto, con il volto rivolto verso il cielo, è probabilmente collegabile alla straordinaria rivoluzione monoteistica avviata dal faraone Akhenaton nel XVI secolo a.C. Akhenaton abbandonò il vasto pantheon di divinità egizie a favore di un’unica entità solare: Aton, colui che dà la vita. In tal modo, l’oggetto della venerazione risiedeva non più in santuari costruiti dall’uomo, ma in cielo”.

    Ora, ritornando all’elemento pop, può essere una considerazione ardita, ma per creazione e uso dell’immagine e la conseguente adorazione della medesima da parte dei fan, le pop star nascono con lo stesso sistema con cui nascevano iconograficamente miti e sovrani (Aten, giusto per continuare a esplicare l’esempio). Il problema è che il collegamento non viene spontaneo perché ormai siamo talmente abituati a essere bombardati di immagini, che non ci rendiamo conto che non è sempre stato così. Se uno pensa, all’epoca dell’antico Egitto, quante potevano essere le immagini che un singolo uomo poteva incontrare nell’arco di una giornata, credo si rimarrebbe stupiti dal constatare la loro scarsezza.
    Hai ragione a sentire il bisogno di chiarezza su cosa si intende per Sacro e Mito (c’è il progetto di scrivere un libro su questi temi, assieme agli altri autori di questa rassegna hirstiana), ma, come dico nell’articolo, poiché non ho a disposizione un tomo, ma poche battute virtuali, qui posso fornire solo degli “appunti” per far intuire la grandiosità di questa mostra; e chi legge è chiaramente libero di non accettarli o di dubitarne, suscitando un’interessante discussione (cosa che stiamo facendo, con mia somma gioia).

    Sul discorso dell’iconografia, altro tema vasto per non dire infinito della Storia dell’Arte, tento una difficile sintesi: la Madonna col Bambino è un’immagine archetipica, in quanto composizione. Ma, se, come fa Caravaggio, il volto della Madonna è il volto di una prostituta (cosa c’è più pop di una prostituta, a ben pensarci?) della sua epoca, questo atto non è blasfemo, né volgare (Caravaggio non dà certamente della prostituta alla Madonna!), casomai è la figura di Maddalena Antognetti a essere nobilitata ed eternizzata nell’iconografia. Come la più decorosa Simonetta Vespucci, venerata dal Botticelli, trascende il suo tempo e la sua caducità umana all’interno di un contesto artistico. Perché questo fa l’Arte: si nutre del quotidiano, per trascenderlo. Ritornando a Hirst: Aten ha le fattezze di Rihanna, ma ciò non rende la statua una glorificazione del Pop, casomai il volto della cantante si stacca dal suo essere pop, assurgendo a un piano superiore: quello dell’Arte, appunto. è chiaro che qui Hirst gioca con la convenzione che, stando queste opere in un museo, allora sono opere d’arte. Ed è chiaro che al punto in cui è arrivata l’Arte Contemporanea, anche il Sistema-Museo sta avendo il suo tempo di crisi (messo in discussione per la prima volta, esattamente 100 anni prima, da Duchamp).

    “Dove sta scritto che oggi per parlare a tutti bisogna stendere un velo di pop sull’iconografia?”: non sta scritto da nessuna parte, ma se il messaggio deve essere veicolato, certamente non posso prescindere dall’ambiente in cui lo immetto e non fa parte di nessun artista negare il proprio tempo, perché, come detto, ogni artista è l’espressione del suo contesto (temporale, sociale, religioso, politico). Altrimenti, artisti e intellettuali farebbero opere solo per loro stessi; invece, senza il fruitore, l’Opera non esiste.
    “ci metto le popstar così la mostra vende”: no. La mostra non è sulle popstar. Infatti nella propagazione mediatica e pubblicitaria della mostra non si è fatto leva su questo. Se vai sul sito di Palazzo Grassi, alla sezione della mostra, la gallery ti mostra solo statue dal sapore mitico-archeologico. è una mostra da scoprire, poiché si prefigge tanti obiettivi (secondo me, toccandoli tutti magnificamente), vette critiche non indifferenti e una nuova pagina bianca per l’artista contemporaneo.

    Se mi permetti, la dimostrazione che questa mostra è notevole, è il tipo di discorsi che evoca: trovami un corrispettivo artistico contemporaneo che ti fa parlare di sacro, mito, iconografia, arte antica, moderna e contemporanea, mercato e sistema museale tutto in una volta…

  38. Mario Rossi scrive:

    Ancora grazie Chiara, vedo che la mostra di Hirst fa parlare (di sé ma non solo di sé). Non so se esistano situazioni artistiche oggi ad essa paragonabili per ampiezza di spettro tematico, ma mi fido di te, per carità. Se lo dici avrai le tue buone ragioni. Grazie della ricopiatura della didascalia su Aten, è interessante. Infatti tutto questo mi pare il lato forte della mostra; la mia perplessità è proprio sull’uso del pop, proprio applicato all’iconografia. A mio avviso è qui il punto debole perché, per le ragioni di cui ho scritto sopra, non ne vedo la necessità.

    (Sottigliezze sugli esempi di iconografia che citi: le Madonne del Botticelli sono ispirate dal ricordo della bellezza di Simonetta Vespucci, non ricalcate sulle sue fattezze; e quanto al Caravaggio, non c’è certezza che la Madonna dei Pellegrini ritragga le vere fattezze di Maddalena Antognetti; se fosse stato così, il quadro sarebbe stato rifiutato dato che appunto avrebbe ritratto la Vergine con il volto di una prostituta; invece la Madonna dei Palafrenieri a rigore è un altro soggetto, non una Madonna col Bambino).

    Non sono d’accordo che una prostituta sia pop. Casomai è popolare, cioè un’altra cosa; quindi a mio avviso non vale il parallelo con Aten-Rihanna. È proprio qui il punto: come dici tu, l’Arte si nutre del quotidiano per trascenderlo; ma Rihanna non è il quotidiano, è il pop. Per qualcuno potrà anche esserci identificazione, ma mi sembra chiaro che quotidiano e pop non sono la stessa cosa. È ovvio che Hirst ha tutto il diritto di ritrarre il proprio tempo con la lente pop, ma è la sua lente, non la Lente, perché il pop è il suo contesto, non il Contesto. Personalmente non vivo in un contesto pop, per cui se un artista vuol parlarmi tramite il pop, non mi parla, perché il mondo pop non mi appartiene. Mi appartiene il popolare, non il pop; il popolare riguarda tutti, il pop solo alcuni.

  39. Chiara Babuin scrive:

    Caro Mario,
    siamo arrivati al punto: pop e popolare. Il primo non ti appartiene, il secondo sì.
    Ebbene, da Warhol in poi, la questione è apertissima, risposte certe ancora non ce ne sono. C’è un interessantissimo libro, scritto da Bettina Funcke, che prende di petto proprio questo tema: “Pop or Populus: Art between high and low”.
    L’autrice cerca di sviscerare il problema, ma non ne dà una soluzione. O, meglio, la sua risposta è che siamo in mezzo a un guado.
    Insomma, “popolare” e “pop” sono entrambi paradigmi socio-culturali: il discorso è antropologico. Media e globalizzazione hanno complicato le cose, perché hanno squarciato i confini netti di comode categorizzazioni e hanno ridotto o dissipato distanze considerevoli, soprattutto a livello percettivo. Ciò rende il contemporaneo tutto molto torbido (Il guado di cui sopra) per essere analizzato con le lenti usuali.

    Concludendo, capisco il tuo punto di vista: Hirst chiaramente solleva e affronta la questione a modo suo (come tante altre, all’interno della mostra). Ogni lettura del suo gesto è possibile. Per quanto mi riguarda: solo il tempo ci darà l’esatta dimensione e collocazione della sua Opera.

  40. Mario Rossi scrive:

    Bene Chiara, mi pare che abbiamo toccato punti importanti. Grazie della dritta sul libro, sarà interessante leggerlo. Buon proseguimento e buon lavoro.

  41. Chiara Babuin scrive:

    Grazie a te, Mario, per il confronto di spessore e il garbo.
    Spero di “rivederti” nell’ultimo articolo della rassegna, che verrà pubblicato entro settimana.

  42. Adriano Ercolani scrive:

    Gentile Mario,
    leggo solo ora la tua interessante considerazione.
    Credo che Chiara abbia già risposto nei suoi commenti successivi.
    Hai ragione.
    T.S. Eliot scrive alla fine del grandioso mosaico di citazioni sincretiche de “La Terra Desolata”: “These fragments I have shored against my ruins”.
    Ora non abbiamo nemmen più le rovine.
    Interessante che un artista popolare come Bob Dylan in una sua celebre canzone dica:
    “Disillusioned words like bullets bark
    As human gods aim for their mark
    Made everything from toy guns that spark
    To flesh-colored Christs that glow in the dark
    It’s easy to see without looking too far
    That not much is really sacred”.
    Fu preso per uno sberleffo nichilista, mentre Dylan per tutta la carriera inseguirà, anche ingenuamente se vuoi, il recupero del Sacro, con conversioni e riconversioni spettacolari.
    Dunque, proprio un secolo dopo Duchamp, Hirst mette in mostra, mastodonticamente, esattamente la necessità di rifondazione del mito (come dice Chiara) dalle macerie del postmoderno.
    Questo è secondo me lo zeitgeist.
    Come vedi, e come hai gentilmente notato, finalmente c’è un evento culturale che ci fa affrontare temi cruciali.
    Non è poco.
    Grazie ancora per i tuoi contributi.

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