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Daniele Vicari nella battaglia

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(fonte immagine)

“La lettura delle testimonianze mi costringe a una serie di domande impossibili da eludere. Che rapporto c’è tra quel che sto scrivendo e la realtà dei fatti? Tra la ricostruzione, la rappresentazione attraverso il racconto e l’esperienza concreta di chi era presente? E come posso io, narratore di tutto questo, incontrare davvero la vita vissuta?”.

Il narratore di tutto questo è Daniele Vicari, di professione regista, che per la prima volta imbraccia lo strumento della letteratura per provare a dare voce e senso ai fatti.

I fatti di cui scrive riguardano l’omicidio di Emanuele Morganti, vent’anni, aggredito e massacrato di botte da un gruppo di uomini la notte del 24 marzo del 2017 fuori da una discoteca di Alatri, provincia di Frosinone, e morto al Policlinico Umberto I di Roma. Il luogo in cui si interroga è un libro dal titolo Emanuele nella battaglia, uscito per Einaudi all’inizio del mese di ottobre.

Il culmine della sua interrogazione, che poi rappresenta il cuore stesso del libro, lo troviamo a pagina 311, dopo che, con un minuzioso lavoro di ricostruzione dei fatti, Vicari ha presentato al lettore il quadro esatto degli avvenimenti di quella notte. Questa ricostruzione, che è basata sui documenti processuali, sulle testimonianze, in primis dei membri della famiglia Morganti, e in particolare della sorella di Emanuele, Melissa, indomita fin dal primo giorno nella ricerca della verità, conduce l’autore al cospetto di due binari morti. Il primo riguarda appunto il senso del narrare la cosiddetta realtà; il secondo ha a che fare con un mistero ancora più imperscrutabile, quello del morire senza una ragione.

Su questo secondo punto in particolare occorre soffermarsi. La morte di Emanuele Morganti è di fatto una morte senza ragione. Se infatti la ragione, nella nostra accezione, è il fondamento oggettivo di qualcosa, ossia ciò per cui quella cosa è accaduta, e quindi il motivo che spiega o giustifica il fatto, la morte di Emanuele Morganti è, senza alcun dubbio, priva di ragione. Morire per mano di una ghenga di massacratori per i quali la violenza è uno svago, infatti, non ha, non può avere, una ragione.

Per accendere una luce di senso allora occorre fare ricorso all’assunto di Camus secondo cui “L’assurdo è un peccato senza Dio” e “Tutto ciò che esalta la vita ne accresce, al tempo stesso, l’assurdità”. Se ammettiamo che la turpe violenza dei massacratori sia stata parte dello svago, e quindi sia servita a esaltare la loro vita, quella violenza ha senz’altro accresciuto l’assurdità (di quelle vite). Allora forse a non avere una ragione non è tanto la morte di Emanuele Morganti, quanto le vite dei massacratori. E forse solo così riusciamo ad aprire uno spiraglio di senso nelle tenebre imperscrutabili di questa storia.

Se ho invertito i termini dell’equazione è perché è solo partendo dal secondo punto, quello del morire senza una ragione, che si può fare luce sul primo, sul senso del narrare la realtà.

“Se uccidere è un atto crudele, mostruoso e osceno, mi dico, rappresentare questa uccisione vera è al tempo stesso un atto crudele, mostruoso e osceno”, scrive Vicari. Poi più avanti, nel definire il proprio lavoro, parla di “schermi di parole”, come se volesse appunto difendersi da ciò che sta narrando. Le opere letterarie non sono mai oggetti testimoniali, poiché il mandato della letteratura, semplicemente, non è testimoniare. O meglio, non solo, ma fare molto di più: per esempio, reinventare. Ogni testo letterario di valore infatti non sposta la realtà da un luogo (la vita) a un altro (la pagina), perché così facendo non sarebbe altro che un adattamento della realtà, una sua inevitabile diminuzione. Ciò che esige un lettore non è una realtà ridotta, bensì una realtà altra. E quindi non c’è motivo alcuno per parlare di letteratura del reale. La forza di libri come A sangue freddo di Truman Capote, o di testi come quelli di Geoff Dyer e Svetlana Aleksievic, sta nell’aver dilatato la realtà di cui narrano ben oltre i suoi naturali confini.

“Dalla lettura delle testimonianze mi assale anche però una paura profondissima, irrazionale”, continua Vicari: “una volta spezzato il diaframma che distingue il testimone dallo spettatore, nessuno è più al sicuro, perché a quel punto il nemico imbattibile siamo noi stessi, inconsapevoli del confine tra vero e falso, reale e irreale, vita e morte”. Non è letteratura del reale, ma neppure letteratura civile. L’aggettivo civile messo accanto alla parola letteratura, o anche accanto alla parola cinema (Daniele Vicari, secondo una facile definizione, è un regista che fa film d’impegno civile, su tutti Diaz – Don’t Clean Up This Blood del 2012) connota l’arte di una sfumatura morale, indica che quel libro o quel film sono dalla parte giusta, e quindi il loro mandato è consolare lo spettatore, non farlo mai sentire dalla parte del torto.

Tuttavia l’arte non consola, ma pone domande, esibisce i conflitti, soprattutto quelli interiori, li fa deflagrare, sottolinea le contraddizioni, e per farlo deve risultare essa stessa una contraddizione. Tutto questo Vicari lo sa bene: “Il privilegio maledetto di poter riflettere su questa cosa, e che pure non mi dà il diritto di giudicare, è semplicemente una condanna”, scrive. Dire che tutto ciò è civile è emettere un giudizio, mentre Emanuele nella battaglia è un’opera, prima ancora che testimoniale o civile, di riflessione. L’artista ha appunto questo privilegio maledetto di dilatare la realtà, deformarla sotto la propria lente, decostruirla e riedificarla: “Mi ripeto che ci penseranno i magistrati, il tribunale, dio in persona a stabilire responsabilità e a comminare pene. Non io, di sicuro, non spetta a me questo compito”.

La realtà che sotto la lente di Vicari si accresce fino a mostrarsi come uno smisurato aldilà (“Qualcuno la chiama in modo generico «provincia» ma, in alcune zone del Paese, quel mondo può diventare una sorta di aldilà”) è il luogo in cui è maturato l’omicidio Morganti, la Ciociaria di cui Vicari stesso è originario, la terra che il regista Giuseppe De Santis, all’inizio di Non c’è pace tra gli ulivi (1950), definisce “calpestata nei secoli” e che per questo ha reso i propri figli “diffidenti verso gli altri e gelosi dei propri sentimenti, pronti all’ira e alla gioia, fieri e spacconi, spietati nel soffrire e nel far soffrire”. L’affresco che ne emerge è amaro, tormentato, in molti momenti ripugnante, e qui risiede il pilastro su cui poggia la sofferta, intensa bellezza di questo testo letterario. A essere nella battaglia è Vicari stesso, prima ancora che Emanuele, ed è ciò che rende il libro, in definitiva, così concluso.

“Come posso incontrare davvero la vita vissuta?”. È una domanda paradossale per un autore che è al contempo personaggio della storia che racconta. Per tutto il libro del resto accompagniamo Vicari sui luoghi in cui si sono svolti i fatti: nella casa dei Morganti, davanti al tribunale in cui si apre il processo, lo vediamo immerso nel paesaggio, nella macchia in cui si pratica la caccia al cinghiale, nelle vie e nelle piazze di Alatri in cui si perde per tenere sott’occhio la mappa sul cellulare. Sembra non solo che incontri la vita vissuta, ma che la scandagli, che la ripercorra continuamente, ossessivamente, come se il farsi del libro sia prima di tutto nel vivere ciò che altri hanno, prima di lui, vissuto, o che stanno ancora vivendo. La scrittura allora non si concretizza in una semplice operazione di reportage di quei fatti e di quei luoghi, ma diventa vita essa stessa; una vita che monta attraverso la partecipazione, al dolore soprattutto.

Ecco, il dolore. La sostanza che innerva il muscolo di questa storia. Il dolore è ovunque. È un dolore di una qualità e di una consistenza vischiosa, è uno strazio, una sofferenza morale a cui il testo cerca continuamente di dare corpo. Poiché il dolore in questo caso è un derivato del male, ma un male di natura radicale. Non il male radicale di cui parlava Kant, ossia un’ineliminabile inclinazione umana, bensì un male che ha nell’umano l’oggetto del suo disprezzo.

Gli assassini di Emanuele Morganti non uccidono un ragazzo di vent’anni per una ragione. Nell’omicidio Morganti non c’è un movente, se non il disprezzo dell’umano. Il dolore che ne deriva quindi è un dolore cosmico, dis-umano, poiché contraddice la vita in ogni suo aspetto e non trova un approdo. Ma questo è oltre la letteratura. Questo è qualcosa che noi lettori abbiamo appena il diritto di poter immaginare.

È nato a Roma quando c’erano gli anni di piombo. Ha pubblicato monografie su Caravaggio e su Van Gogh, il saggio sulla povertà 10 modi per imparare a essere poveri ma felici (Laurana, 2012) e i romanzi La misura del danno (Fernandel, 2013) e Anni luce (add editore, 2018).
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