Vaso-greco-con-rappresentazione-dellIliade

L’altra Troia di Darete Frigio

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Tutto ebbe inizio ben prima che Paride, con il favore di Afrodite, seducesse Elena, e Menelao, tradito e offeso, chiamasse a raccolta gli altri comandanti dell’Ellade perché seguissero lui e suo fratello Agamennone contro Troia. Si deve risalire agli Argonauti, a Giasone e Eracle, a una loro sosta in Frigia, sulla rotta verso la Colchide alla conquista del vello d’oro, e a Laomedonte, allora re di Troia, che li scacció malamente dalle proprie terre. È la versione di un sacerdote troiano nominato di sfuggita da Omero, tal Darete Frigio, che prese parte alla decennale guerra e poté raccontarne le verità meno gloriose. Un testimone eccezionale e molto prosaico di vicende che la poesia avrebbe reso immortali.

Ma la finzione letteraria in questo caso si reduplica: dietro Darete si nasconde uno scrittore di epoca molto più tarda, che forse rielabora materiale antico e che certo a noi giunge anonimamente con una lettera prefatoria che chiama in causa Cornelio Nepote e Sallustio. Il gioco letterario latino, che possiamo adesso rileggere nella traduzione di Luca Canali e con il commento di Nicoletta Canzio, Storia della distruzione di Troia (Castelvecchi, pp. 141, euro 17,50), intrappola il lettore di oggi in una rete di rimandi metaletterari.

Abituati come siamo alle divinità omeriche che si prendono gioco dei mortali, restiamo senza parole a seguire vicende che sono tutte orchestrate dagli umani, spesso vittime di se stessi e della loro meschinità. Ci divertiamo a vedere descritti così minuziosamente gli eroi stranoti senza concessioni di sorta (Ettore balbuziente, Menelao basso, Patroclo con gli “occhi uno diverso dall’altro”, Diomede “barbaro nell’aspetto”, Nestore “grande e grosso, naso prominente”). E veniamo sorpresi da certe novità narrative e soprattutto dal tradimento di Enea che spalanca le porte di Troia per farla finita con la guerra e poi chiede il permesso di fuggire con i suoi cari. Del resto, questo era quanto doveva colpire anche i lettori antichi, divertiti dal gioco letterario, sorpresi dal tono parodico e soprattutto dalla presa in giro di quello che sarebbe diventato, nell’epica virgiliana, il fondatore di Roma.

L’impressione dominante, alla fine, però, è un’altra. E sta in ciò che notava già Aristotele per spiegare la grandezza di Omero. Perché Darete Frigio, o chi per lui, vuole raccontare tutto: i dieci anni e anche prima e addirittura dopo. Il grande “creatore” invece, secondo Aristotele, prende una sezione assai piccola dei fatti e tralascia il resto, lasciando che esso affiori attraverso l’omissione. Cinquantacinque sono i giorni di guerra a Troia che cantano gli aedi omerici. Ma certo Darete non voleva competere con loro.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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