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David Bowie da “Station to Station” a “Blackstar”

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Oggi ricorrono i 40 anni di Station to Station, un album fondamentale nella produzione artistica di David Bowie. In questo pezzo Chiara Colli traccia un parallelo tra il disco uscito il 23 gennaio 1976 e Blackstar, l’ultimo album dell’artista inglese pubblicato l’8 gennaio scorso (fonte immagine).

di Chiara Colli

Mentre il Guardian pubblica un articolo sulle interpretazioni sempre più ossessive che girano in rete circa i contenuti di Blackstar, da qualche parte nel mondo un discografico si affretta a preparare un Greatest Hits e un nuovo capitolo della storia del rock (e del linguaggio della popular culture) è stato ormai scritto quando meno ce lo aspettavamo: non da una Lady Gaga qualunque, ma da un uomo rimasto per cinquant’anni in rapporto costante con l’arte del suo presente, e infine capace di annientare la marcia spietata del tempo proprio quando questo era inesorabilmente finito. Un’uscita di scena, l’ultima nella vita e carriera di David Bowie, che non si limita a un lascito puramente musicale con un grande album (non) da icona rock, ma che scuote nel profondo – ancora una volta – vari livelli della simbologia e della comunicazione musicale. Sintonizzandosi perfettamente col proprio tempo, fermandolo e poi dilatandolo in eterno.

A noi che difficilmente avremo una costellazione a rappresentarci nel cielo, restano ancora i calendari da sfogliare, un po’ di nostalgia e qualche domanda a cui rispondere. Ci resta il vizio di celebrare gli anniversari, anche se quello di Station To Station – 40 anni domani, il 23 gennaio 2016 –è in primo luogo l’occasione per riascoltare una pietra miliare, uno dei passaggi più importanti nella carriera di David Bowie, sebbene le sue sei tracce forse non saranno riaffiorate poi così spesso tra i post Facebook, i passaggi in radio e i jingle degli spot tv che dal giorno della sua morte piombano sistematicamente nella nostra routine.

Il pensiero va subito a quella sera dello scorso 19 novembre, quando dopo un countdown durato dieci giorni, la title-track di Blackstar si è manifestata con tutto il suo potere testuale, sonoro e visivo (incluso quello del videoclip, diretto da Johan Renck, regista anche della serie tv The Last Panthers, per cui il brano è stato composto). Dieci minuti di musica e una struttura composita che lambisce i territori del krautrock, proprio come il brano d’apertura dell’album del 1976, che torna alla mente già dopo un primo ascolto.

Sembrerebbe solo una suggestione: nel gioco continuo di rimandi, autocitazioni e simbolismi che permeano l’opera di Bowie è chiaro da sempre che l’autore intende aprire nuove finestre su storie che, sotto la sua guida, condurranno dove l’ascoltatore vorrà; eppure, dopo quel 10 gennaio, la ricerca spirituale e la sensazione di essere a un passo dal precipizio che pervade Station To Station appare terribilmente simile a quella che stavolta è una consapevolezza che accompagna Bowie nel comporre Blackstar.

Similitudini formali, accomunate da un linguaggio allusivo, ma che nascondono mondi e visioni diverse. Solo una suggestione, mi ripeto, amplificata da una lettura dei particolari divenuta troppo asfittica da quel 10 gennaio. Finché non guardo meglio il videoclip di Lazarus, nel momento in cui il Thin White Duke (stavolta il richiamo a questo personaggio non è poi così anacronistico), col volto di chi è in preda a un raptus d’ispirazione, appare vestito con lo stesso abito nero dalle striature argentate indossato per alcune immagini della ristampa di Station To Station, datata 1991. Una delle quali lo ritrae mentre disegna su un pavimento il simbolo cabalistico dell’Albero della Vita. Non una coincidenza, quindi. Ma una chiara volontà. Che per gli adepti significa prendere quell’album e spingere play.

Se tutti i lavori di David Bowie accolgono al proprio interno storie, personaggi, collaborazioni illustri, aneddoti e agganci con qualsivoglia ambito artistico, Station To Station – oltre a essere un solido ponte sonoro tra il periodo “plastic soul” di Young Americans e la trilogia (di rehab) berlinese inaugurata da Low – è anche un album il cui fascino è direttamente proporzionale alla quantità di ossessioni che lo attanagliavano in quel periodo. Il suo nuovo alter-ego/superuomo, quel Sottile Duca Bianco così impresso nell’immaginario collettivo, attinge in parte dal personaggio alienato di Mr. Thomas Newton, interpretato pochi mesi prima ne L’uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg, e in parte dalle insane fantasie che popolavano la sua mente e il suo fisico, nutriti da uno spiccato interesse per l’occultismo e una memorabile dieta a base di peperoni, latte e cocaina.

Come la Stella Nera del suo ultimo album, il titolo di Station To Station ha un significato altro, che ingloba quello del viaggio per estendersi alle stazioni della Via Crucis e fino alle tappe dell’Albero della Vita, con un richiamo esplicito nella title-track al “magico movimento da Kether a Makjath” – le due sfere, quella divina e quella del regno fisico, agli estremi della Cabala. Rinchiuso nella sua casa dall’arredamento egizio, Bowie legge pubblicazioni su tarocchi, numerologia, iconografia nazista (“The side effect of the cocaine”…), gli scritti della Società Teosofica di Madame Blavatsky e del mistico armeno Gurdjieff. Si convince di doversi proteggere dagli “agenti del male” e scivola nell’abisso più profondo e pericoloso della sua vita.

La follia allusiva e l’angoscia esistenziale dei testi trovano un apice nel brano che dà il titolo all’album e nelle confessioni ansiose di Stay, eppure sono i sei minuti di Word On A Wing, inquieto inno “religioso”, a rivelare più esplicitamente la ricerca spirituale dell’anima tormentata di Bowie; l’unico momento di ottimismo è da ricercarsi nel funkystilosissimo (“Never look back, walk tall, act fine”) di Golden Years, non certo nelle allucinazioni surreali dell’esuberante TVC15 o nell’interpretazione commovente e romantica di Wild Is The Wind, incisa nel 1956 da Johnny Mathis e poi rivisitata successivamente da Nina Simone, artista che Bowie avrebbe amato e omaggiato con questo finale di grandissima classe.

Tanto i testi sono un groviglio di paranoie che non è detto conducano alla salvezza, altrettanto illuminato e scevro di sovrastrutture – soprattutto commerciali – è l’aspetto musicale. C’è ancora il soul, il funk, il ritmo del dancefloor con cui aveva conquistato l’America grazie a Young Americans. Ma c’è anche già un orecchio rivolto al “canone europeo”, quello di Kraftwerk, Neu! e Tangerine Dream, esplicitamente citati nei dieci minuti di Station To Station (l’incipit con il rumore del treno che richiama Autobahn del Kraftwerk e si trasforma in suoni elettronici distorti).

Variegato ma per certi versi anche azzardato, Station To Station è un passaggio fondamentale nella produzione artistica di David Bowie. Non tanto ai fini della sua carriera (“in un nuovo paese”), quanto a quelli della sua trasformazione interiore, che in vista del ritorno in Europa lo predisporrà al più grande dei cambiamenti – artistici ed esistenziali – della sua vita. Un po’ come Blackstar.

Commenti
2 Commenti a “David Bowie da “Station to Station” a “Blackstar””
  1. Paolo Rosati scrive:

    Eccellente analisi. Questo paragone è parso subito evidente anche a me.

  2. Major Tom scrive:

    Bellissimo articolo, grazie

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