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L’ultimo dei marziani

In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di  L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di  contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

Questo per dire che il David Bowie da me più amato è quello della trilogia berlinese. “Low”, “Heroes” e “Lodger” sono tre gemme torbide e stranamente luminose che esprimono un’impossibile “lontananza del qui” meglio di qualunque spider from Mars. La mia impressione è che, prima di trasferirsi a Berlino dopo un periodo piuttosto turbolento, David Bowie avesse cercato con troppo estro e volontà di far credere al mondo intero di essere un extraterrestre. Magari a un certo punto se ne era addirittura convinto, ma è solo quando si pianta nel cuore d’Europa che, proprio malgrado, lo diventa. È come se la “marzianità” a cui aveva aspirato esercitandosi con tanta dedizione si fosse incubata in lui al di là delle proprie stesse pianificazioni, decidendo di sbocciare in via del tutto autonoma nel luogo simbolo del Novecento.

Non potendo credere alla buona coscienza di JFK, è solo ascoltando la prima volta “Heroes” o “Sound and Vision” che ho avuto voglia di aprire la finestra per sussurrare “Ich bin ein Berliner”.

Come mai delle strazianti storie d’amore all’ombra del muro o le psicosi di un uomo chiuso a chiave in una stanza suonano più credibili e toccanti se a raccontarle è un alieno algido e distante anziché un normale essere umano col proprio carico di dolore rovesciato ai nostri piedi? La spiegazione che mi sono dato è che il mondo, a partire da un certo punto, sia diventato un posto talmente invivibile, cinico, spietato e grossolano che i nostri sentimenti più autentici, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzatisi da una parte, si sono rifugiati pressoché intatti in una fredda galassia ideale che è poi il luogo da cui Bowie decide di parlarci. Stabilirsi nella città che in poche manciate d’anni aveva visto il cabaret e Kurt Weil, gli espressionisti e i roghi dei libri, le camicie brune e i bombardamenti, l’erezione del muro e l’esplosione delle controculture, significava allora (nel 1977) posizionarsi nel luogo insieme più vicino e più distante dove immaginare un approdo per fare i conti col proprio disordine. È solo sulla cuspide di un simile paradosso (vestire i panni di un terrestre sprofondato esistenzialmente negli abissi del proprio pianeta, in quel centro della terra vero e proprio che fu Berlino durante la guerra fredda) che David Bowie può parlare a nome delle nostre zone più nascoste e delicate.

I capolavori non sono mai del tutto il frutto di una forza di volontà, né di un talento sia pure enorme. Così è successo che Bowie, per scrivere i suoi, ha avuto bisogno di una città. “Ricordo quei giorni in cui potevo andarmene in giro per Berlino senza essere riconosciuto per la strada, a piedi o in bicicletta, lo ricordo come un periodo di assoluta libertà”, dirà il cantante molti anni dopo parlando della sua vita berlinese. Solo che quello fu per Bowie anche un periodo di angoscia, rinascita, travaglio e strana speranza in un futuro che non sarebbe potuto mai arrivare. La trilogia berlinese è molto più di un geniale travestimento. È il cuore siderale dell’Europa che decide di parlare con la voce del più bianco dei suoi orfani.

Commenti
5 Commenti a “L’ultimo dei marziani”
  1. peppe scrive:

    Grazie! Interessante questo libro, con tutti quei contributi poi.
    Mi viene da pensare, ma oggi, nel 2013, un marziano verso la terra in quale città potrebbe stare?

  2. Donato scrive:

    Mah… non so quanti anni hai Nicola,

    ma scartare dischi come Hunky Dory o Ziggy Stardust ma anche The Man Who Sold the World e dare spazio alla trilogia berlinese come migliore produzione di Bowie mi sa che, come tanti, hai vissuto soprattutto il mito marziano del duca bianco, appunto come dici tu che venne dalla terra, (beato te che ne hai visti tanti di marziani venire da marte) ero ragazzo quando ascoltavo, prendendo una canzone a caso, “life on mars” forse la canzone piú ascoltata in tutta la mia vita, e la notte dentro al letto non facevo che piangere e sognare di andare a vivere in un altro pianeta, tutt’oggi quando riascolto Hunky Dory riprovo le stesse identiche emozioni della mia adolescenza, ci sono dischi che sono eterni! finirá il mondo ma quelle canzoni rimarranno vive sempre!
    I dischi a cui accennavi, sono senz’altro capolavori ma statici nella loro epoca, ascoltarli oggi diventano quasi anacronistici a parte qualche brano , e se non fosse stato per la produzione precedente, direi che il loro valore sarebbe stato di gran lunga inferiore! Il fatto che Bowie andasse a berlino per cercare ispirazione la dice lunga, contagiato dai kraftwerk e da persona intuitiva aveva capito che si andava in quella direzione ha voluto anticiparte i tempi come ha sempre fatto d’altronde! Ma se fosse rimasto tranquillo in Inghilterra di li a poco l’esplosione della new wave il dark gli avrebbero dato piú stimoli, tra l’altro incombeva anche la new wave d’oltreoceano, Talking heads, Devo, Tuxedomoon etc.
    Io crdo che Bowie ha avuto sempre un po’ la paura di perdere la fama del migliore, difatti lo é stato (personalmente) con i suoi primi dischi anche se in forma caotica, ma poi e’ andata scemando la sua prolifica creativitá, mi ricordo una trasmissione e qui chiudo, molto bella in Rai forse si chiamava colosseum, odeon? Non ricordo bene …la sigla era un pezzo di Keith Emerson al pianoforte Honky Tonk boh? Insomma una puntata era dedicata a Bowie all’epoca dell’uscita di Heroes e mi ricordo che mentre lo intervistavano lui stava li a suonare il pianoforte un pezzo (devo dire molto bello) del disco: sense of doubt e guardando la telecamera diceva ” sono io il migliore”.

  3. Mahee Ferlini scrive:

    Che bel articolo era un grande artista!

  4. Fabio Mercanti scrive:

    Il bello di Bowie è anche questo: che ognuno ha il suo Bowie preferito, che non rinnega gli altri. Ricordo accese discussioni con un mio amico, mentre io sostenevo Space Oddity che lui non apprezzava.
    Io amo tutto Bowie, lo amo anche per questo: perchè country, rock, glam, soul, elettronico, jazz, …

    Si può amare una sua fase più di un’altra, apprezzare uno stile o una sonorità più di un’altra, ma Bowie non ha il suo album simbolo (no, neanche Ziggy lo è) come invece altre rockstar arrivate o no fino a oggi.

    Quando dici Bowie c’è gente che pensa a Starman, gente che pensa a Heroes. Eppure in mezzo ci sono tanti Bowie, tanti generi musicali e c’è quel periodo che amo particolarmente – ma terribile per Bowie – in cui supera il rock di Diamond Dogs e non è ancora a Berlino: il periodo dal soul bianco di Young Americans e il duca bianco di Station to Station con tutto il suo dolore.

    Io credo che Bowie amasse e puntasse a una totalità dell’esperienza artistica e umana come pochi altri artisti.

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