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Il tennis alla tv. Quanto è difficile leggere Wallace (ma ne vale la pena)

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Questo è un estratto dal terzo capitolo del libro omaggio e introduzione a David Foster Wallace, scritto da Alessandro Raveggi, uscito per la collana digitale Starter di Doppiozero edizioni. Qui maggiori informazioni. (Fonte immagine)

 di Alessandro Raveggi

Quando si commenta che è difficile ciò che scrive un autore, possiamo dare molti sensi a questa aggettivazione. Difficile perché fuori dallo spirito dell’epoca e dalle mode, irricevibile, inattuale. Difficile perché astruso e barocco, forse anche infausto, incompleto, persino mal scritto – sebbene a qualcosa che definiamo come difficile si consenta spesso il beneficio di una dignità artistica, o letteraria, che sia. Difficile poi può essere detto di qualcosa che è doloroso, doloroso ciò che vi si dice, che tocca le corde più sensibili e profonde del lettore – al di là di come arrivi a toccarle, come nel caso del nostro autore alla ricerca di una nuova sensibilità autentica oltre le postmoderne case stregate: David Foster Wallace, pur sempre un prototipo di Mr. Difficult. La difficoltà di un autore o di un testo può dipendere poi dal piacere immediato della lettura, la lettura sonora o una lettura solo inizialmente comprensiva-costruttiva. Che tipo d’esperienza è quella di leggere, leggere a voce alta, leggere in solitaria, leggere a letto o in bagno, se volete, David Foster Wallace? È bene dedicare qualche riflessione al tema.

3.1. A una prima lettura, un piacevole caos

Ci sono brani, parti dei suoi testi, dove questo piacere immediato della lettura di Wallace è scavalcato, altri dove invece mi pare iper-nutrito. Ho citato ad epigrafe di questa introduzione un brano rappresentativo tratto da Il re pallido – il sofferto e imparabile flusso di coscienza di Sylvanshine – libro che è una miniera ricca di spunti incompiuti e d’autentici pezzi di qualità, come l’affresco poeticamente densissimo del “primo” “capitolo”. Ci sono racconti, poi, come È tutto verde – contenuto ne La ragazza dei capelli strani – che gli somigliano e hanno il sapore di poetiche elegie ripetitive snocciolate come talismani tra le parole della narrazione, e che i protagonisti si ripetono, come quel Myfly che l’uomo ripete alla donna mentre si guardano attorno affermando un’illuminante e abbacinante ovvietà da contestare, la verdità del panorama. Altri ancora che si ricostruiscono per salti, flash, frammenti più o meno condensati: Piccoli animali senza espressione è uno di questi. Altri poi, come La mia apparizione, o Caro Vecchio Neon, o addirittura la novella Verso Occidente, si troncano sul finale, senza concludersi o perdendosi in appunti e testi altrui, in scarti di focus di personaggi che paiono distrarsi dalla storia principale, e distrarci, per non farci abituare troppo al suo piacere (= assuefazione = dipendenza).

Quando le cose sembravano calmarsi in superficie, o al contrario farsi più eccitanti, racconti senza coda che ti lasciano spesso con un groppo alla gola oppure al contrario con una sensazione raffinata e un po’ ruffiana di sollievo, catarsi – uno per tutti, ancora, il finale del già citato Incarnazioni di bambini bruciati. Per quanto riguarda Brevi interviste quei confessionali di individui repellenti ci risuonano in testa a leggerli come un’eco tetra, e non sappiamo se svolgere la parte, come lettori, dell’integerrimo intervistatore dietro ad enigmatiche e disincarnate D (domande di cui il lettore non ascolta il senso), o del pio e appassionato che comprende quei casi umani con sospetta empatia – e la scappatoia delle note a piè di pagina non ci aiuta certo a scegliere! Come quella che recita “Questo non è del tutto vero”[1], a nota dell’intero racconto La morte non è la fine, contestando brutalmente la veridicità del tutto. Aggiungiamo così una domanda: che tipo di piacere vi dà leggere ad alta voce, dal vivo, oppure in solitaria, le note a piè di pagina di Wallace, quasi mai informative, sempre digressive o, a volte sormontanti lo stesso testo che stiamo leggendo (cfr. ancora La persona depressa) oppure contestatarie, come quest’ultima appena citata?

Sempre pronti ad apparire poi altri lunghi flussi di coscienza interrotti esternamente da altrettante vociferazioni e stimoli – persa la centralità del soggetto ridotto a puro character ammantato di smorfie, loghi, segnali, impronte lasciate esternamente come le pozze di sudore di Orin Incandenza, fratello maggiore di Hal, uno dei protagonisti di Infinite Jest. Che lascia sul suo letto al mattino macchie di Rorschach, forse forme incoerenti da interpretare, note e glosse al testo ancora. “Sono incline, come lettore, ad apprezzare e ammirare chiarezza, precisione, semplicità, nitore e il genere di compressione magica che arricchisce anziché indebolire. La capacità di scrivere in questo modo, specie in saggistica, mi riempie di invida e ammirazione”[2]. Così, senza battere ciglio, dichiarava invece sorprendentemente il Wallace dell’introduzione all’antologia Best American Essays 2007.

Il lettore di Wallace è, al contrario, messo a dura prova da un andamento frammentario da un lato e massimalista dall’altro di molti testi, dai link che si aprono e si perdono, dalla struttura sfuggente e multistrato, ma non esageriamo… credo che anche sia ricompensato, almeno ad una prima lettura: “ogni frammento di questa nebulosa entropica”, così la definisce Bartezzaghi, “arriva al lettore sospinto da forze centrifughe e centripete”[3]. Vi lascerete sospingere o meno? Tutto sta nell’assenso del lettore: accettare di essere sospinto, oppure applicare la maschera del lettore romanzesco ed essere infastidito da questo che è, ancora, ricordiamolo, un intrattenimento che vuole presentarsi come fallito: solo così la finzione potrà salvarvi, pare dirci Wallace, voi lettori e Grande Pubblico televisivo, dal fin troppo facile gioco della dipendenza, della vostra personale gratificazione da plot, in tempi definiti da Wallace stesso come grigi, perché allo stesso tempo minacciosi e opachi, indistinti, senza midollo, descritti sul finire del Futuri narrativi e i Vistosamente Giovani. E rappresentati da quei gatti grigi un po’ hegeliani del motto “in un mondo dove la gratificazione privata sembra il valore supremo, tutti i gatti sono grigi”[4]. Nel vostro mondo di gratificazione personale, l’arte di Wallace che leggete va in senso contrario, colorando i gatti in modo sgargiante, gratificando spesso poco o in modo diverso: l’arte seria “non è mai stata una cosa grigia”, non è mai volta solamente alla gratificazione personale, ma ha valori epistemologici e ermeneutici, serve a conoscere la grana logica del mondo senza esimersi dal comprendere l’altro nella sua sofferenza, e tanto più possiamo dire che “la narrativa di un periodo grigio può non essere grigia”[5]….

3.3. Una teoria della lettura di Wallace dalla teoria del tennis di Wallace

Che legame può esserci, voglio chiedermi ora, tra la lettura profonda wallaceana del tennis e l’esperienza che un lettore può fare della sua stessa prosa? Ce lo spiega Wallace nel saggio su Roger Federer. Qui, tra l’altre cose, descrivendo la grazia del tennista svizzero – addirittura cita Tommaso D’Aquino e la teoria del soggetto ineffabile – l’autore ci indica quello che è un problema, uno scoglio, del tennis trasmesso in tv, e che può essere applicato, a mio avviso, niente meno che alla lettura delle opere di Wallace. L’aveva già affermato nel saggio sul tennista Michael Joyce, e credo sia utile per capire quanto sovrastrutture inutili – oltre che un tipo di lettura oggi in voga, rilassato, romanzesco si direbbe ancora – non ci aiutino a leggere l’autore. “La televisione”, scriveva Wallace in quella sede, “non ci permette di renderci davvero conto di quello che i veri campioni” di tennis “riescono a fare – quanto forte colpiscono la palla in realtà, e con quale controllo, quale immaginazione tattica, e che abilità artistica”[6].

La televisione, proseguiva idealmente l’autore, stavolta nel saggio su Federer nostro approdo naturale, ci dà però una “certa illusione di intimità”[7], un commento che ci autorizza ancora una volta a dire che la tv oggi abbia avuto, specie in contesti agonici come il tennis degli anni Ottanta e Novanta, lo stesso ruolo del romanzo: una necessità di riconoscimento intimo con i personaggi di cui leggiamo le storie – o vediamo i match. La tv ci dà inoltre un’esuberanza di controllo in più: il vantaggio di inquadrare l’intero campo, non di lato, di metterlo in un’altra prospettiva, distorta e di scorcio, di avere un’ideale visione che apparentemente controlla il tutto. Ma cosa si perde è, sottolinea ancora Wallace con acutezza, “la pura e semplice fisicità del tennis ad altissimo livello, il senso della velocità con cui la palla si sposta e i giocatori reagiscono”[8].

Ciò che tuttavia la diretta tv pare esaltare o forse meno oscurare è la sagacia tattica di Roger Federer, ci dice poi Wallace ancora nel saggio, quelli che possono essere chiamati i Federer Moments, che gli permettono colpi vincenti da angoli o zone impreviste. Questi colpi di scena, rivoltando ancora la prospettiva, non vengono però dal nulla, commenta ancora, ma sono come preparati, dipendono tanto “dal modo in cui Federer condiziona la posizione degli avversari quanto dalla velocità e dalla precisione del colpo di grazia”[9]. Attraverso questi momenti o stati di grazia, il giocatore controlla al centimetro l’avversario, lo fa ballare, ovvero dimostra il suo “«senso cinestetico», vale a dire la capacità di controllare il corpo e le sue appendici artificiali attraverso complessi e rapidissimi sistemi di applicazione”[10]. Che rendono la velocità, l’aggressività, lo sforzo fisico di un giocatore un’esperienza di bellezza che pare irradiare, aggiungo io, anche l’avversario.

Così accade, potremmo dire, anche nel corpo (qui inteso come prosa) di Wallace: se continueremo cioè a leggere David Foster Wallace con gli occhialetti di uno spettatore postmoderno alla tv, con gli occhiali invasi del compiacimento (ironico) della cultura di massa, che cerca illusioni d’intimità e visioni di scorcio garantite, con gli occhiali e il brusio di fondo del tennis alla tv, dei loro sponsor disseminati nella recinzione attorno al campo, non entreremo facilmente nel suo mondo a pieno, nella velocità di Wallace: vedremo sempre un mondo schiacciato, schiacciato dal postmodernismo che crediamo di conoscere e odiare a menadito, magari pretenderemo di comprenderlo dall’alto, idolatrandolo, ma mai riusciremo a distinguerne le tensioni, i muscoli, la vera intimità (il suo dolore fatto finzione-terapia, altro che gioco!) e grazia, la capacità cinestetica dell’autore: capacità di spingere la palla fortissimo (l’attenzione del lettore e degli effetti di ricezione su di esso) e di muovere l’avversario, il lettore-avversario che deve seguire la storia, con autentici colpi di grazia.

L’impresa è certo ardua, perché Wallace gioca fino in fondo a farci perdere: e sappiamo quanto la tv ci serva a nutrire le nostre aspettative di vittoria, sia un artificio necessario e sempre confortante – e come sarebbe arduo seguire in tour questi campioni, dal Roland Garros agli U.S. Open, da Wimbledon ai più raggiungibili Fori per il torneo di Roma, per vederne dal vivo le tensioni intellettuali e fisiche… L’impresa è ardua poi perché allo stesso tempo non si dovrebbe leggere Wallace con gli occhi del lettore (e giocatore) chiamiamolo ottocentesco, romanzesco in un senso lukacsiano, il lettore in cerca di godimento immediato, con gli occhi di chi si aspetta risoluzioni, capovolgimenti, spannung, quel triangolo-piramide di Freitag – uno schema formalista per definire l’evoluzione drammatica del racconto secondo vettori classici come climax e dénouement – e parodizzato, non solo già in Barth, ma nel racconto wallaceano Piccoli animali senza espressione. Anzi, ci sarebbe da tenere assolutamente aperte, senza pedanteria, le nostre capacità multi-tasking, le nostra capacità di gestire, comprendere, mettere assieme mille interfacce, contenuti, strade e finestre. Di leggere naturalmente in superficie ciò che è complesso, programmato, calcolato.

Un’impresa non certo semplice, ma che descrive, e contrario, un po’ il nostro orizzonte d’attesa letterario d’oggi: assolutamente confuso e semplificante, pieno di aspettative anacronistiche, inquinato da altri media, poco disposto alla digressione, al vortice, alla bellezza della deformazione. David Foster Wallace è anche questo: deforme dalla bellezza, come Joelle Van Dyne, ex-attrice del film mortalmente ipnotizzante di Infinite Jest. Il match che giochiamo con la prosa di Wallace è un elogio delle nostre capacità cerebrali e mentali – quelle di sentire, conoscere, ma anche di amare e patire – in un mondo interconnesso apparentemente vacuo e solitario, un elogio che non è solo un’affermazione secchiona della nostra cinica intelligenza.

Per queste ragioni, e per questa parziale teoria della lettura come una partita a tennis con il suo testo, non tanto Wallace è un Mr. Difficult, quanto è difficile esserne lettori. Dobbiamo dimenticare quindi di avere addosso i nostri stessi occhialetti di user prêt-a-goûter. Accettando però allo stesso tempo di far parte di una Grande Audience televisiva, e magari oggi di un Grande Accesso web. E solo, così, da un’impossibilità, radicalmente liberarcene, per accettare l’intrattenimento zero, l’intrattenimento fallito di Wallace.

Bisogna non tanto perdere, quanto sapere come perdere.

 


[1]    “La morte non è la fine”, in Brevi interviste..., p. 7.

[2]    “Decisorizzazione 2007”, p. 174.

[3]    S. Bartezzaghi, Scrittori giocatori, p. 339.

[4]    “Futuri finzionali e i Vistosamente Giovani”, p. 120.

[5]    Ivi.

[6]    “L’abilità professionistica del tennista Michael Joyce come paradigma di una serie di cose tipo la scelta, la libertà, i limiti, la gioia, l’assurdità e la completezza dell’essere umano”, in Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), p. 294.

[7]    “Federer come esperienza religiosa”, in Il tennis come esperienza religiosa, Einaudi, Torino 2012, p. 54.

[8]    Ivi.

[9]    Ibid., p. 56.

[10]  Ibid., p. 63.

Commenti
4 Commenti a “Il tennis alla tv. Quanto è difficile leggere Wallace (ma ne vale la pena)”
  1. filippo scrive:

    Il fatto che scrivesse a mano mi sarebbe già sufficiente.
    Manca molto

  2. Wif scrive:

    bello l’articolo di Alessandro Raveggi su Wallace D. F.- Moltissimi scrittori vanno letti con lo stesso attento stupore. Al di là delle partite di tennis. Wallace lascia grandi eredità, profondi convincimenti e disvelamenti prima impensati. Certi amori sopra ogni immaginazione (una moglie morente e un uomo disperato che se la coccola come una bambina piccola)le insofferenze rispetto a certi luoghi di caos, ad es. i supermercati…, e “questa è l’acqua” , sono solo minimi attimi fuggenti di quanto un lettore comune riesca a fare proprie consapevolezze illuminanti. In un disordine assoluto, non so se solo apparente, ma non importa. E’ come un’eruzione vulcanica di profondi sentimenti e intelligenza, che saltano come lapilli..

  3. zil scrive:

    I casting di X Factor sono in pieno fermento… Chissà chi uscirà quest’anno! http://xfactor.sky.it/

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  1. study abroad unc…

    Il tennis alla tv. Quanto è difficile leggere Wallace (ma ne vale la pena) : minima&moralia…



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