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Tentativo di riduzione del dolore di David Foster Wallace: Il ramo spezzato di Karen Green

Non esiste alcuna distinzione tra animali e piante, tra la parola e i versi gridati e solo apparentemente incomprensibili. E poi i colori che si mischiano con la materia di cui sono fatti, la luce che strappa giorno dopo giorno pezzi di memoria mutandone la forma di volta in volta, celando e mostrando nuovamente pezzi che si credevano dimenticati, prospettive future che nemmeno si potevano immaginare.

È un elenco di quanto avviene dopo, un dolore che prende la forma di piccoli elementi, disastri quotidiani privi di peso che qui assumono l’evidenza del destino e della sua inappellabilità. Il ramo spezzato pubblicato ora in una bella edizione a tiratura limitata da Baldini + Castoldi (traduzione di Martina Testa) è il libro, a tratti quasi un diario con cui Karen Green si confronta con il dolore per la scomparsa del suo compagno, del grande scrittore David Foster Wallace.

Un libro duro, per certi versi emotivamente insostenibile, ma mai vergato dalla banalità del patetico, Karen Green mostra infatti la qualità oggettiva di una perdita rendendola comune, tanto più se parliamo di uno dei più influenti e amati scrittori degli anni Zero che scomparso ormai dieci anni fa (il 12 settembre 2008) resta vivido prima ancora che nel ricordo nelle sue opere quanto mai attuali e fondamentali.

Nato a Ithaca nel febbraio del 1962, figlio di accademici, David Foster Wallace è un brillante studente in filosofia e un promettente giocatore di tennis, alto biondo, un vero prodotto del meglio della cultura e dell’estetica wasp americana. Tuttavia qualcosa dentro di lui si rompe presto o meglio, Wallace prende coscienza di una retorica insostenibile, di un peso che in America prende di volta in volta il nome di successo, denaro, popolarità. La scrittura diviene per Wallace la vera ragione di vita, una ragione che va intesa chiaramente nei suoi tratti anche più narcisistici di piacere e godimento, ma anche come elemento necessario di sopravvivenza alle crisi depressive che lo attanagliano sempre di più costringendolo ad assumere dosi pesanti di farmaci oltre che a portarlo drammaticamente più volte sull’orlo del suicidio.

Quasi un cittadino di campagna, colto e raffinato, ma amante dei luoghi periferici, dei grandi spazi tipici delle province che attraversano gli Stati dell’Illinois o del Texas, uomo colto, ma fragile, capace di dominare una cultura vastissima, ma attraversato da angosce terribili, Foster Wallace pubblica nel 1987 La scopa del sistema, è il suo primo romanzo, un capolavoro pirotecnico capace di legare insieme un raffinato discorso sulla logica e l’infinito con l’influenza della televisione in quegli anni precedenti alla rete vero elemento di corrosione dell’autonomia intellettuale delle persone, ma anche luogo della condivisione: dallo sport alle serie televisive.

Wallace non è mai un moralista, non attacca, non accusa, ma anzi si immerge sia nel godimento dello strumento di comunicazione sia nei suoi risvolti spesso eticamente mostruosi quanto imprevedibili, è principalmente un uomo curioso capace di superare ogni confine ideologico per merito di una curiosità irrefrenabile e di un’intelligenza scintillante.

La scopa del sistema come anche il suo capolavoro più noto Infinite Jest (pubblicati per la prima volta in Italia da Fandango che ebbe il coraggio di investire su opere tanto complesse) non sono romanzi di facile lettura, ma nemmeno particolarmente complessi, richiedono però obbligatoriamente un coinvolgimento del lettore quasi totale. Il lettore è chiamato a partecipare al flusso di coscienza che Wallace gli mette a disposizione sulla pagina che siano sogni o incubi i suoi romanzi sono come la corrente di un fiume dentro alla quale è necessario lasciarsi andare.

Per certi versi legato ad un’idea postmoderna Wallace che su questo a lungo si confrontò con uno dei suoi più grandi amici, il romanziere Jonathan Franzen, prende una strada per certi versi più rischiosa ossia la frantumazione totale non tanto dell’affresco narrativo e della sua relativa composizione, ma del vezzo narrativo, del birignao stesso. Wallace rifiuta la replicabilità e fa del perturbante una forma decisiva della sua letteratura e in questo anticipa di venti anni almeno le correnti oggi di moda che analizzano gli effetti della rete sulla società. Semplificando (di molto) si potrebbe dire che Wallace fa una sorta di Joyce ultra contemporaneo un po’ George Orwell e un po’ Jules Verne, così bravo da trasformare semplici reportage come Una cosa divertente che non farò mai più o brevi racconti come La ragazza dai capelli strani in bellissime e godibilissime narrazioni che sono anche preziosi saggi sul contemporaneo e ancora saggi di letteratura: di come si scrive e di come prende forma e vita il pensiero.

David Foster Wallace vive resistendo fino alla tragica data del 12 settembre 2008 quando esausto dal tentativo di disancorarsi dall’uso quotidiano di psicofarmaci cede come di schianto sotto il peso di un dolore insostenibile. Sarà la moglie a trovarlo – aprendo la serranda del garage – impiccato senza vita ad una trave. E da qui parte il memoir fatto di immagini e parole di Karen Green, non da una sorpresa, ma da un’evidenza dolorosa. Da qui parte il bisogno della moglie non di risalire alle cause, ma più che altro agli effetti, alla forma che il tempo e i giorni prendono. Qualcosa che intimamente riguarda solo lei, ma che in realtà coinvolge i lettori passati e futuri di Wallace. Perché è nella qualità dello sguardo che si trovano affiancati chi scrive e chi legge. E chi ha oggi ancora la fortuna di conoscere o di riconoscere uno scrittore come lui ha anche la fortuna di ritrovare attorno a sé un mondo nella sua più intima – seppure a tratti dolorosa – bellezza.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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