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David Foster Wallace

(Ritratto di Tommaso Pincio)

«Ma ti dico la verità, guardarmi in giro per la stanza e dare automaticamente per scontato che tutto il resto dei presenti siano meno consapevoli di me, o che la loro vita interiore sia in qualche modo meno ricca, meno complicata, o percepita con meno intensità della mia, mi rende uno scrittore meno bravo. Perché significa che la mia sarà un’esibizione per un pubblico senza volto, invece che il tentativo di fare conversazione con una persona».

David Foster Wallace, tratto da «Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta», di David Lipsky

Commenti
24 Commenti a “David Foster Wallace”
  1. Esiste una legge di reciprocità che governa il mondo. David Foster Wallace sembra conoscerla molto bene. Il suo punto di vista è perfetto, pensare altrimenti lo renderebbe privo di compassione e quindi di comprensione del mondo e dell’umanità tutta. Può uno scrittore esistere in quanto tale in un mondo che non comprende o immagina di comprendere?

  2. Niccolò Giannini scrive:

    Non mi pare proprio che sia questo il punto dell’affermazione di Wallace…

  3. Filippo Marano scrive:

    In effetti, anche a me il punto sembra essere un altro. DFW è un grande scrittore perché riversa nell’analisi della sua stessa autorialità la riflessione che ciascuno di noi dovrebbe esercitare ogni giorno: quanto sono auto-consapevoli le persone che mi circondano? Sono in grado di conoscere se stessi e il mondo che li circonda, e di conseguenza anche me?
    Il passo in più compiuto da DFW è questo, a mio parere: impiegare tali interrogativi per plasmare la propria identità di scrittore, “mestiere” che di per se stesso necessita dell’attenzione altrui.

  4. Andrea Bora scrive:

    David Foster Wallace ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna (Giovanni 3:16)

  5. simona zecchi scrive:

    Il punto di quanto ha affermato DFW credo non stia nel dilemma di esistere come scrittore. Credo invece che si riferisse alla capacità di uno scrittore di entrare e rimanere ancorato nelle esistenze altrui, tra la gente nella vita reale.. per poterle respirare e scriverne in modo letterario. Un pò come Rapujinsky (mi scuso se l’ortografia del nome è sbagliata)

  6. Brenta scrive:

    E’ il problema del rapporto autore-pubblico dal punto di vista di chi scrive per essere letto: cioè compreso e amato. E’ una confessione di impotenza davanti a un problema senza soluzione. E’ una riflessione sulla vocazione autoriale e sull’illusorietà di questa vocazione. Si scrive degli altri e si scrive per gli altri: ma in definitiva si può solo scrivere per sé stessi.

  7. A me pare che la sua sia una dichiarazione di arresa di fronte alla propria involontaria superbia.
    Questo è ciò che capisco.
    Il fatto che ognuno capisca qualcosa di personale, mi impone di chiedermi se questo lo renda capace di essere universale, in quanto comprensibile da tutti, o se viceversa, questo riveli l’oggettiva- di DFW, come di chiunque altro, compreso quel pubblico che sente e capisce e vive, come lui dice, meno di lui-.
    La risposta mi pare la dia egli stesso.

  8. franzpol scrive:

    non è il momento migliore per un giudizio critico, dopo l’attacco di basso livello che Easton Ellis ha fatto contro chi non può rispondere. Tuttavia mi pare che ci sia un reale rischio di culto della personalità nei confronti di DFW. La frase in oggetto mi pare sia una sbrodolatura. A meno di non aver frainteso e non averne colto la profondità,, mi pare che il nonno impiegava meno parole e più chiare per dire…”chi si loda s’imbroda”: Da adolescente puoi pensare che tutti sono più stupidi di te e nessuno può capire…. poi però passa.
    Sia detto con nessun intento polemico, ma come semplice giudizio critico.

  9. Brenta scrive:

    è una frase che esprime il problema di chiunque provi a raccontare la vita degli altri. Cioè un problema pratico per ogni scrittore. Quello di presumere di conoscere gli altri – più di quanto loro conoscano sé stessi – e di fare dunque “un’esibizione per un pubblico senza volto.” Perché bisogna fare a tutti i costi i bastian contrario? Sono d’accordo con il rischio “culto della personalità” che però riguarda più certe strategie editoriali che un dibattito critico. La stessa cosa alla fine è accaduta per Carver e per Cheever. Wallace a mio parere ha dei meriti oggettivi che vanno riconosciuti. Dire che è “il più grande scrittore americani degli ultimi vent’anni” riguarda soprattutto le quarte di copertina.

  10. davide calzolari scrive:

    su dfw la penso come ha detto BEE(che poi sarebbe bret easton ellis :)

  11. girolamo de michele scrive:

    DFW mette in luce una delle tante aporie della comunicazione (in questo caso il dislovello tra coloro che dovrebbero comunicare), ciascuna delle quali si avvolge attorno a uno degli aspetti tragici dell’esistenza: il linguaggio non è in grado di esprimere l’interezza della vita (c’è sempre un’eccedenza rispetto al detto), ma dalla dimensione linguistica non riusciamo ad uscire, perché le forme di apprensione, rappresentazione e comunicazione del mondo sono radicate nel linguaggio (e nel paradigma visivo-rappresentativo: ma questa è un’altra storia). Quell’eccedenza extra-linguistica è ciò che rende sempre possibile l’arte, e anche l’irruzione dell’imprevisto: ma è al tempo stesso la condanna dell’artista (del narratore), che è condananto a ripiegarsi su se stesso, ma non può accettare questo ripiegamento, perché significherebbe produrre un’arte (una narrazione) che si fa esatto specchio del mondo, e ne rappresenta solo l’esatta copia. Che era la critica ad “American Psycho”, formulata in modo disteso e chiaro nel 2005 (e, se ci pensate, “Lunar Park” è il tentativo, non riuscito, di prendere le distanze da quella critica nella forma del “non hai capito cosa succede davvero in A.P.”).
    La critica di Bret Easton Ellis è una baggianata per una semplice ragione: “Infinite Jest” non può essere definito “illeggibile” – se non premettendo un “per me”: ma non in senso assertivo, cioè oggettivo – per la banale constatazione che pochi romanzi sono stati letti, sviscerati, analizzati passo per passo da tanti fan. Che la mole del romanzo ne impedisca la lettura è solo l’alibi di chi parla di un libro che non ha letto (in questo BEE è in cospicua compagnia), forse neanche in quarta di copertina, e fa coincidere questo non-letto con l’intera opera di DFW.

  12. davide calzolari scrive:

    no,infinite jest può cmq esser definito illeggibile:è un pomposo ,e barocco librone che fa dell effetto Barnum la sua presunta forza,vorrei vedere se molti di quelli che dicono di averlo letto tutto l’han letto davvero dalla prima all ultima riga

    le critiche di ellis sono tutt’altro che infondate,peraltro di critiche su dfw se ne leggono anche altrove(pare anche Eugenides non fosse un suo fans..:))

    diciamolo chiaro e tondo:il caro Bret è andato giu duro,sia su dfk che su salinger,cosa che gli anglosassoni,davvero un po più soft di noi,fan raramente:e distinguesi un pò,fa sempre bene,onore a lui.

  13. dom scrive:

    Ellis o non Ellis, mi preoccupa tanto il fatto che ci siano solo estimatori totali di Wallace e non anche qualche parziale critica.

  14. girolamo de michele scrive:

    @ davide calzolari
    ma hai provato a dare un’occhiata ai siti dedicati a Infinite Jest? Alle mappe (sia concettuali che grafiche) dei personaggi, alle voci alfabetiche, all’analisi delle trame? Alla mole incredibile di rimandi ricostruiti con maniacale certosinità? È stato letto, eccome! Che poi non piaccia, è un altro discorso: io non ho problemi, quando lascio lì un libro, a dire “non sono riuscito a leggerlo”. Avrà mille difetti (de gustibus), ma che sia oggettivamente illeggibile, che la sua forma (dimensioni comprese) lo rendano illeggibile, è una stronzata bella e buona. È un po’ come la corazzata Potemkin di Fantozzi, ma detta non dal proletario che sputa sulla cultura usata dal padrone come strumento di vessazione, ma dal padrone (cioè dal membro della upper class, dall’attico sociale che occupa) ai vari Filini che pendono dal suo twitter, anche per lo stile (una breve raffica di tweet della forma “è così perché lo dico io”, che è cosa diversa dal rispondere a critica con critica quando il tuo avversario è vivente). E 40 anni dopo l’originale fantozziano fa ridere tanto quanto una gag con le risate preregistrate in sottofondo.

    @ dom
    di critiche a DFW ce ne sono, eccome. E sono legittime. Ad es. (anche se non la condivido), Gerald Howard (già editor tanto di DFW quanto di BEE), su “Saloon” appena uscito: «I truly believe that David was the finest writer of his generation, but his design for living seems to me naive and likely to collapse at the first impact of life’s implacable difficulties. It badly needed an injection of Montaigne or Marcus Aurelius» (l’integrale qui; “Brevi interviste…” è stato sostanzialmente stroncato sul “New York Times” da M. Kukatani, che peraltro aveva stroncato anche “Infinite Jest”. Critiche che, ad esempio, una ammiratrice onesta come Zadie Smith non ha problemi a riportare, nel suo saggio su DFW in “Cambiare idea”.
    Quella di dipingere il pubblico di DFW in una massa di fanatici incapace di giudizio critico, e insinuare che “chissà quanti lo hanno letto davvero”, è una strategia retorica che lascia il tempo che trova, anche se molto popolare anche nel campo della critica letteraria – di certi sedicenti critici dai quali ci si aspetterebbe una stroncatura ben argomentata: sarà un caso, ma da parte di chi formula certe affermazioni non trovo uno straccio di controargomentazione. Soprattutto, non trovo capacità di confrontarsi con le questioni che DFW pone, e che possono essere tutte sbagliate: ma sono questioni, con cui si dovrebbe avere il coraggio intellettuale di fare i conti.

  15. Enrico Macioci scrive:

    Io Infinite Jest l’ho letto tutto (in ventuno giorni), trovandolo irresistibile, straordinario. Prima avevo letto Oblio. Poi ho letto anche tutto il resto. Si trattava di due, tre anni fa. Ero entusiasta, ero allibito, ero innamorato. Oggi non è più così. Credo che il talento, l’immaginazione e le capacità linguistiche di Foster Wallace siano fuori discussione per qualunque lettore serio; e tuttavia non sono più tanto convinto che egli sia davvero tanto grande. DeLillo (quello di Underworld soprattutto, naturalmente) mi sembra più grande; Bolano mi sembra più grande; forse anche Pynchon e Vollmann – che però mi sono ostili, non riesco a goderne appieno. Il miglior Lethem mi sembra alla pari. Rick Moody è lì. Se leggo Infinite Jest dopo Underworld sento una differenza di maturità, profondità e perfezione estetica a favore di DeLillo; del resto Wallace scrisse Infinite Jest a poco più di trent’anni – un miracolo; mentre DeLillo ha prodotto Underworld a sessanta, e ci è arrivato dopo svariati grandi libri d’avvicinamento.
    Non c’è dubbio che la morte prematura di Wallace c’impedisca di valutarne appieno la grandezza, da un lato aumentando l’opacità del mito, dall’altro negandoci tutto quel che Wallace avrebbe ancora scritto (alcuni racconti di Oblio sono strepitosi); ma, stando al presente, e riconoscendo che ci troviamo al cospetto di uno scrittore fuori del comune, ho qualche dubbio a collocarlo ai vertici assoluti degli ultimi decenni.

    ps: per riallacciarmi più compiutamente al post: ciò che rende Wallace davvero unico, il suo marchio di fabbrica, è la sua sensibilità, cioè la sua dolcezza empatica, la sua capacità di commuovere, strappando riso al pianto e viceversa. Cioè leggendolo, davvero si ride e si piange. Letteralmente. In questo è imbattibile. Possedeva un’umanità meravigliosamente complessa e, quando l’eccesso d’intelletto gli dava requie, riusciva a riversarla sulla pagina con un calore vibrante.

  16. viola scrive:

    “Cioè leggendolo, davvero si ride e si piange. Letteralmente. In questo è imbattibile.”
    vero, ma con DWF si “pensa” anche e – al di là delle classifiche- per un autore davvero non è poco

  17. Lucia De Santis scrive:

    Scrivere, fare arte: è il tentativo di fare conversazione con una persona?
    Mi sembra una definizione che pecca di forzata umiltà.

    Un’esibizione per un pubblico senza volto, non darei “automaticamente per scontato” che sia disprezzabile. Pubblico senza volto sono anche le persone non immediatamente vicine (nel tempo, nello spazio, nelle abitudini, nei pensieri…): i non ben noti. Non è maggior presunzione pensare di poter conoscere/comprendere davvero la complessità degli altri?

    Non è maggior presunzione usare le parole conoscere, comprendere, consapevolezza, come fossero degli assoluti, degli assoluti matematici, tutto o niente? E chi ti dice se la soluzione del problema è giusta? Guardi in fondo al libro?

  18. davide calzolari scrive:

    grazie dom di esistere

    poi passando alla domanda di G.de michele:

    “”ma hai provato a dare un’occhiata ai siti dedicati a Infinite Jest? Alle mappe (sia concettuali che grafiche) dei personaggi, alle voci alfabetiche, all’analisi delle trame? Alla mole incredibile di rimandi ricostruiti con maniacale certosinità? ”

    si;e per quel che mi riguarda,dfw assomiglia a una forma vagamente romanzata dei pezzi sul mid west degli usa che il peraltro bravo vittorio zucconi fa su Repubblica e D-onna :)

    aggiungere un po joe dante e joe badham(registi di film mai trash mai chic qualche volta cult sugli usa di provincia anni 80 ),aggiungere un po di stravaganze anglosassoni,aggiungere un pò del dibattito esistenziale occidentale ubiquitario”noi,qui occidente con la pancia piena,ma infelice”(ma sarà vero?in iran si sta meglio??)aggiungere un pò di stranezze usa degli ultimi 20 anni(vedi la pulsione di certe zone culturalmente remote usa a “fare da soli”,quel pò di irredentismo secessionista che aveva,qualche area , negli anni 90,questo almeno riferito a infinite jest che non alla sua opera omnia,di dfw,voglio dire)

    c’è solo un piccolo problema.la cultura europea di 15-20 anni fa non avrebbe mai preso sul serio un autore del genere

  19. davide calzolari scrive:

    (ora,come si può leggere,una controargomentazione,c’è..)

  20. girolamo de michele scrive:

    Se per te questa è una controargomentazione, contento tu.

  21. davide calzolari scrive:

    per punti:

    -a-su un forum online non c’è bisogno (e neanche lo spazio)di 200 pagine come in un saggio,per controargomentare le cose

    -b – gli usa che disegna dfw sono così presi dal loro(ex?)mito da non accorgersi,a studiarli con la lente di ingrandimento più risate algide & leggere, come faceva dfw,che ormai il loro primato economico e in parte quello militare stanno un pò scemando

    -c- il problema è che dfw scriveva quei libri quando ancora un qualche “faro” essi erano davvero ,ma si sa ,le società,a guardarsi solo “addosso”,si ripiegano su se stesse,come è poi avvenuto

    morale:leggiamolo pure sto autore,ma demistifichiamolo anche un pò eh,per favore,che sia il cinema che la letteratura sono pieni di autori presi sul serio per dieci anni e dimenticati per i 30 successivi,oppure da subito molto citati ma poco letti

  22. Wif scrive:

    Eppure questa è l’acqua. Non riesco a capire questi confronti tra scrittori come se fossero cuochi o calciatori.

  23. davide calzolari scrive:

    personalmente,non mi intendo di cuochi e calciatori

    peraltro non ho paragonato dfw a nessuno

    (che poi Ellis lo trovi di nessun interesse,non mi pare un paragone,semmai una voce in più e al mondo ,ogni tanto,bisogna anche “contarsi”)

  24. Luca scrive:

    A dieci anni dalla sua prematura scomparsa, mi sembra legittimo offrire un tributo ad un’autore che ha segnato la via del mio percorso universitario, nonché umano.

    David Foster Wallace è per me stato fonte di ispirazione non tanto per il suo stile narrativo caustico e pervasivo di ogni aspetto della realtà quotidiana, bensì per come di tergiverso sia stato capace nel far risaltare su questo sfondo le prerogative comuni a tutti gli esseri umani.

    Se è facile assumere il motto ‘”imparare a pensare” come il mantra che ci viene ripetuto sulla raison-d’etre di una laurea a stampo umanistico, ancora più difficile ed insinuoso è mettere a frutto gli strumenti che tale percorso sembra offrire.

    Pensare al reale come ad un congregato di prospettive è sintomo di empatia, apertura, pensiero critico e solidale: tutte queste doti sono al giorno d’oggi considerate un lasciapassare pressoché universale all’interno delle strutture aziendali che vogliano costruire rapporti umani ancor prima che professionali.

    Ma al di là delle relazioni, Wallace ci insegna a domandarci le ragioni che ci spingono a voler perseguire i nostri obbiettivi: infondo cosa altro è la nostra realtà e la nostra ispirazioni, se non qualcosa di semplice ed essenziale come la stessa acqua?

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