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Il buio a luci accese, le piccole favole di David Hayden

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I racconti di David Hayden sono una delle scoperte più piacevoli di questa prima della metà dell’anno. Il buio a luci accese (Safarà editore, 2019, traduzione di Riccardo Duranti) è uscito intorno alla metà di aprile, da allora ho letto i racconti almeno un paio di volte, alcuni anche quattro volte, uno – quello che apre la raccolta – credo sei volte.

L’azione di rileggere un testo a così poca distanza da una lettura precedente è collegata quasi sempre allo stupore e, successivamente, alla voglia di approfondimento; nel caso di Hayden è stato lo stupore a prendere possesso del mio animo da lettore e a non lasciarmi scappare da quelle pagine. La voglia di ritornare è simile a quella che ti prende davanti alle belle poesie, la meraviglia che ti porta a riconsiderare un verso, il suono, il suo grado d incomprensibilità o di attribuirgli, a ogni rilettura, un nuovo significato.

David Hayden, irlandese, se non getta una nuova luce sull’arte del racconto breve, quantomeno prende la luce esistente e le fa proiettare nuove ombre, la fa penetrare attraverso squarci che non avevamo visto. Hayden si occupa delle crepe e da lì fa uscire, come se fosse polvere sbuffata, strato per strato la nostra malinconia, la nostra incredulità, tutti i modi in cui perdiamo le cose o le persone.

«Ne è passato di tempo da quando sono saltato giù dal cornicione».

Così comincia il racconto d’apertura  che si intitola Sortita. Chiunque abbia letto Donald Barthelme non può non pensare a lui, almeno per un istante, e, non molte righe dopo, pensare a David Foster Wallace quando alludeva al “click”, ovvero al salto che deve fare a un certo punto una storia, salto che avvertiva quando leggeva Barthelme.

Lo scarto di Hayden fra compimento dell’azione nel tempo, annullamento del tempo stesso, racconto della caduta di un uomo, colto nel momento della discesa definitiva. Un uomo capace di osservarsi dall’esterno, da un dopo che è il film ripetuto della sua eterna caduta. Si vola giù e in un certo senso ci si libera di tutto quello che abbiamo vissuto, ma non morendo, raccontandolo. In quel volo mostrato a posteriori c’è un pezzo di ogni nostro tonfo, possiamo sentirne l’odore; in quella prosa splende il nostro ritrovato stupore.

«Insieme era sempre la sua cosa preferita. Tutti noi amavamo “insieme”, allora».

Questa frase viene da Dick. Non sappiamo chi sia, non sappiamo se sia vivo o morto, se stia per morire, se stia sognando. Sappiamo che è semisepolto davanti al mare, parla, dice, ricompone e scompone, si guarda intorno, cose e persone vanno e vengono proprio come quando fa la marea, che si ritrae per poi risalire, gonfiandosi, verso la riva.

Dick dice che se ne andava tra la gente a raccogliere storie, che le storie sono dappertutto. Poche pagine fulminanti con il nostro sconosciuto protagonista che pare venire (o non esistere affatto) dai frammenti di storie che racconta. Hayden chiude così: «Dick è crollato a terra. La sua giornata è finita». Dopo il punto ne sappiamo meno di prima, del luogo, del personaggio, non abbiamo riconosciuto quasi nessuno degli elementi canonici della narrazione tradizionale, eppure abbiamo il cuore che batte per qualcosa, abbiamo voluto bene a Dick, chiunque sia, da dovunque sia arrivato. Il suo momento è in quelle righe e a noi non occorre altro.

L’incomprensibile è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Hayden ci mostra ciò che le persone sono, passando attraverso l’assurdo, il grottesco, il surreale. Mondi giganti dentro piccoli mondi. Case, molte case, oggetti: lampade, camini, pentole, divani. Vite sospese, vite che riprendono senza alcun motivo, vite che continuano dopo la morte.

Hayden mette in scena la precarietà di cui siamo fatti, costruisce castelli di sabbia scura sulle nostre indecisioni, ci porge una corda alla quale aggrapparci e poi ce la toglie di mano, l’attimo dopo ci dice che siamo noi la corda, l’attimo dopo ancora ci ricorda che non abbiamo più la mano per afferrarla, l’attimo dopo ancora ci dimostra che di mani ne abbiamo tre, regaliamone una. Il fatto che queste storie non abbiano una vera origine e nemmeno un finale lascia un margine alla speranza, qualunque cosa sia.

Si oscilla tra l’inconscio e il quotidiano, come nei testi più recenti di Mark Strand, si sta bene in quel confine, la striscia di frontiera che unisce i territori della buona letteratura. Ameremo l’uomo che racconterà di come i figli l’abbiano ucciso, ma ameremo anche i suoi figli. «Mi chiamo Leckerman ed ecco come i miei figli mi hanno ucciso.». Condivideremo il modo di essere del narratore de La casa dei ricordi quando ci dirà di essere il pavimento, la pentola, il tavolo, le sedie. Un modo nuovo, questo, di dire quanto siamo legati alle cose, agli oggetti, quanto siano parte integrante dei nostri ricordi, quanto male possano fare.

David Hayden scrive delle piccole favole, per nulla strampalate, ci dice di scordarci l’origine, ci mette davanti a una serie di fatti incompiuti, ci invita all’immaginazione. In ognuno di questi racconti si sorride, ci si può commuovere. L’irregolarità funziona solo se è retta da un’ottima scrittura, Hayden è scrittore di talento sicuro.

Mentre scrivevo questo pezzo ho chiesto a Riccardo Duranti (uno dei nostri maggiori traduttori dall’inglese) come fosse stato avere a che fare con la prosa di Hayden, mi ha risposto: «È un autore che spiazza ma è anche uno che sa usare bene le parole. […] Dopo un po’ si entra in sintonia con il testo, il suo ritmo, le sue stravaganze e fila via tutto abbastanza liscio».

Duranti rende benissimo il suono e il ritmo di Hayden, in qualche modo dentro le sue pagine ci è parso di ballare, proprio come i protagonisti del racconto Luci:

«Mi alzo e cominciamo a ballare, insieme, appiccicati, con passi che erano già vecchi quando i nostri genitori erano giovani. Lei è soffice e agile, il collo e i capelli le odorano di miele e cannella. Poi ci fermiamo e facciamo un passo indietro, allontanandoci. May mi prende sotto le ascelle e di slancio facciamo una giravolta in aria. Le pareti della casa si spalancano e cadono, alzando un po’ di polvere, ed ecco lì il nostro divano sfondato, con sopra i nostri figli com’erano nelle tarde serate di tanto tempo fa: immacolati e contenti mentre guardano cartoni animati in bianco e grigio, condividendo una ciotola di pop-corn. Siamo proprio sulla soglia e io allungo una mano in cerca dell’interruttore, quando May poggia la mano calda e delicata sulla mia, e dice: “È più buio a luci accese”».

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
2 Commenti a “Il buio a luci accese, le piccole favole di David Hayden”
  1. Marinetta Buonante scrive:

    Il buio a volte è romantico ma con queste luci è sicuramente meglio: https://www.italianlightstore.com/15301-marbella-plafoniera-rustica-in-ferro-con-foglie-5-luci.html

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  1. […] «Ne è passato di tempo da quando sono saltato giù dal cornicione». [continua a leggere su minima&moralia] […]



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