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Momenti che non sono su YouTube: Davide Mare

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Questo pezzo è uscito su l’Ultimo Uomo. (La foto è di Gilda Aloisi)

Chi è Davide Mare?

L’ultima immagine che ho di Davide Mare come calciatore, con un completo coordinato, scarpini con tredici tacchetti, in un campo più o meno regolamentare di terra con le righe di gesso, circondato da altre ventuno persone vestite da calciatori e un arbitro ufficiale, è sospeso per aria con la palla incollata al centro del petto. Per eseguire uno stop di petto bisogna allargare le braccia, ma Davide Mare le teneva lungo il corpo, con la schiena inarcata e la palla che da lontano sembrava incastrata sotto al mento. Dalla sinistra era partito un lancio in diagonale a scavalcare la difesa, cioè Davide, che aveva indietreggiato lentamente con pochi passi che sembravano insufficienti. L’attaccante avversario lo stava superando alle spalle e si sarebbe trovato solo davanti al portiere se fosse andato a vuoto, ma dato che Davide Mare legge il gioco meglio degli altri (forse in questo caso aveva calcolato il vento) quel salto all’indietro un po’ goffo con le braccia tese era stato più che sufficiente per tagliare alla perfezione la traiettoria.

Io e Davide Mare siamo stati compagni di classe al liceo e compagni di squadra dai quindici anni fino a dopo i venti, a quei tempi era il mio migliore amico e contemporaneamente la persona che giocava meglio a calcio tra quelle che mi era capitato di conoscere. In quel momento, mentre eseguiva quello stop di petto, Davide aveva sparato tutte le cartucce, aveva già avuto le sue occasioni. Semplificando possiamo dire che tra la serie A e l’ultimo campionato per dilettanti ci sono dieci livelli, quello della Promozione è il settimo. Giocare in Promozione a diciassette anni e da lì diventare professionista equivarrebbe già di per sé a un miracolo, dopo i venti è semplicemente impossibile. Chiunque l’avesse visto giocare aveva pensato che un giorno sarebbe potuto arrivare ad alti livelli, magari non altissimi, ma alti sì, ma ormai era certo che Davide Mare non avrebbe avuto una carriera da calciatore. E neanche al livello medio-basso in cui ci trovavamo, dato che l’allenatore negli ultimi tempi aveva cominciato a metterlo in panchina, dove io avevo il mio posto dal giorno in cui ero entrato in prima squadra.

Così la palla arriva al centro del petto di Davide Mare, e non rimbalza come avrebbe fatto sul mio (che probabilmente mi sarei accontentato di spizzarla di testa in fallo laterale): resta ferma lì, docilissima, complice della volontà di Davide Mare, sul petto poco muscoloso di Davide Mare, per una frazione di secondo appena, abbastanza a lungo però da darmi l’impressione che Davide Mare stesse passando il seguente messaggio a quanti lo stavano osservando: Pensavate non ci arrivassi, vero? Pensavate che vi avrei deluso ancora, che mi sarei lasciato scavalcare, che in fondo ha ragione chi dice che, dopo tutto, non ero tagliato per questo sport? Be’, vi sbagliavate.

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Davide Mare, in piedi a sinistra, con alcuni compagni di squadra di quando aveva, boh, dieci anni. Sotto di lui Tommaso Marconi, che poi ha preferito fare tuffi e ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino. 

Vi dico subito cosa è diventato Davide Mare oggi.

Dopo essersi laureato col massimo dei voti in Economia Aziendale e aver lavorato in alcune società di consulenza a Roma e Barcellona, Davide Mare è Lecturer in Business Economics all’università di Edimburgo, qualifica che si potrebbe tradurre con “ricercatore”. Davide è sposato e nel weekend fa il pendolare con Barcellona dove vive la moglie. La sua vita è complicata ma guadagna bene e non si può lamentare. Quando gli ho chiesto via mail cosa ne pensasse del fatto che volevo scrivere una cosa su di lui mi ha risposto: «Sono timoroso perché tu hai le tue idee e qualche volta non sono in linea con le mie». Nonostante ciò mi ha aiutato a rimettere insieme i pezzi.

Il talento di Davide Mare (dal punto di vista di uno che se di talento ne aveva ne usava davvero molto poco).

Durante il periodo Juniores, fino quasi ai diciotto anni, abbiamo giocato insieme in una difesa a tre: Davide Mare libero, io e un altro in marcatura (un tipo basso e veloce che si completava con i miei centimetri, centottantasette, e la mia lentezza: di solito lui marcava il dieci avversario, io il nove). Per tutta la partita restavo incollato all’avversario seguendo la dottrina del se lui esce a pisciare lo segui pure al cesso. Mi sembra strano aver accettato a lungo un ruolo che richiedesse così poca riflessione nello sport al quale adesso offro la maggior parte dei miei sforzi intellettuali, eppure devo ammettere che era rilassante non dover pensare ad altro per novanta minuti che a mantenere minima la distanza dalla schiena di un altro essere umano, facilmente riconoscibile per via del numero. Le mie capacità intuitive erano richieste per capire prima del centravanti se i suoi compagni stavano per servirlo in profondità o sui piedi, ed eventualmente cercare l’anticipo, e se avete giocato un minimo a calcio sapete che cose di questo tipo dopo un po’ diventano una seconda natura.

Quando mi annoiavo parlavo con l’attaccante, a volte a fine primo tempo la sola cosa che aveva da dirmi l’allenatore era: «Allora, hai fatto amicizia? Tu chiacchieri e quello prima o poi ti incula». Avrei preferito parlare con Davide, un metro dietro di me, da ultimo uomo, ma anche se di solito si parla molto bene con lui, in campo era impossibile. Il terreno da gioco è un sistema di forze collegate tra di loro e Davide Mare era completamente immerso lì dentro, in uno stato di presenza/assenza che faceva sì che se commentavo un tiro di un nostro compagno era capace di rispondermi: «Quale tiro?» Adesso dice: «Vedevo sempre dov’era la palla. Dopo i primi dieci minuti entravo in trance agonistica». E quando la palla capitava dalle nostre parti sembrava calamitata ai suoi piedi. Lui entrava pulito prendendo sempre e solo il pallone, con un tempismo frustrante per gli attaccanti che avevano già faticato per sfuggire a me o all’altro marcatore. La sua superiorità non aveva niente di arrogante, somigliava di più a quella di un padre che gioca in giardino con i propri figli.

Gli ho chiesto: «Quando giocavi, anche da piccolo, avevi l’impressione di essere migliore degli altri?» Davide Mare ha risposto: «Mi sono sempre sentito forte ma non “migliore degli altri”. Credo di essere voluto rimanere umile perché mi dava fastidio esternare agli altri il fatto che mi sentissi “più bravo”. Credo di aver voluto tener sotto controllo il mio ego, magari alle volte sbagliando».

Su rimessa dal fondo si faceva dare palla dal portiere e impostava con calma e se lo pressavano era in grado di uscire a testa alta. Con la palla tra i piedi mi giravo istintivamente verso di lui, se me la passava gliela ripassavo subito. Io posso parlarvi della fatica, della lotta contro i propri limiti quando si gioca a calcio, di quanto sia difficile, e raro, sentirsi a proprio agio, Davide Mare no. Mentre io giocavo in un campo in terra pieno di sassi su cui era difficile controllare qualsiasi pallone, lui sembrava pattinare da solo al centro di un lago ghiacciato e quando l’azione era ferma o la palla lontana prendeva la sua posa gobba con le mani sui fianchi, senile, elegante, con il collo lungo piegato da cigno.

Background.

Padre calabrese che ha studiato in seminario prima di trasferirsi a Roma, che ha conosciuto la propria moglie in Spagna, con un’azienda nel settore alimentare. Cresciuto ai Parioli nel raggio di pochi chilometri, madre molto cattolica, scuola materna dalle suore dorotee a via Tommaso Salvini, medie all’Ippolito Nievo. I primi calci all’oratorio di San Bellarmino e nei campi da calcetto dell’Assunzione, un convento adesso riconvertito in un dipartimento della Luiss. «Mi ricordo che la prima squadra in assoluto in cui ho provato era l’Olimpica. Però non mi piaceva l’ambiente. Io andando a scuola alle suore non è che fossi tutto questo sveglio, tutto questo smaliziato. Ragazzini maleducati, che dicevano le parolacce. Forse accenni di bestemmie.»

La madre, che parla ancora con l’accento castigliano (e che ha insegnato a Davide lo spagnolo, utile dato che sua moglie adesso è sudamericana), ricorda l’abilità mnemonica di Davide da piccolo. Lei lo chiamava “il Computerino” e si divertiva a fargli ripetere le cose imparate a scuola per sbalordire gli ospiti invitati a cena. Intorno ai dieci anni un amico di famiglia parla al padre di Davide della Boreale, all’Aqua Acetosa. «I miei genitori erano fra i pochi che venivano sia agli allenamenti che alle partite, così l’allenatore propose a mio padre di diventare dirigente accompagnatore.» Descrive l’ambiente della Boreale come «poco competitivo», oppure «familiare», «organizzato un po’ così». C’è da dire che negli ultimi anni il settore giovanile della Boreale è migliorato molto, ma in quegli anni poteva capitare di allenarsi in otto o nove e l’allenatore magari arrivava in ritardo. Nonostante ciò Davide Mare non ha mai saltato un allenamento. «Perché comunque sia sono rigido di mio quindi se mi metto a fare una cosa la voglio fare bene. Anche se magari non avevo voglia delle volte andavo comunque ad allenarmi.» Davide Mare è tanto carismatico in campo quanto è una persona semplice al di fuori di esso. È anzitutto quello che si dice un bravo ragazzo, educato, gentile, disponibile. Era il mio migliore amico, ma sarebbe potuto essere il migliore amico di chiunque.

(Adesso però devo parlare della nostalgia che prova Davide per la sua infanzia borghese nonostante la sua vita sia andata avanti nel modo che vi ho anticipato.)

Mentre giriamo in motorino per i Parioli ricorda ed elenca con scrupolo i nomi delle amichette con cui giocava a piazzale delle Muse. Mi fa passare davanti ai portoni delle sue scuole, e in effetti cosa pretendo, sono io che ho gli chiesto di aiutarmi a scrivere una cosa su di lui. «Sei stato il primo a venire a casa mia, di quelli del liceo. Perché io al liceo non conoscevo nessuno, non c’era nessuno delle medie. Ti siamo venuti a prendere io e mia madre alla fermata di viale Regina Margherita, davanti al bowling.»

La sua famiglia non abita più ai Parioli e al posto dei Frocetti, il bar a via di villa San Filippo dove prendeva il gelato, adesso c’è una banca. Così andiamo al bar Duse, dove comunque ha preso abbastanza gelati perché il proprietario ancora oggi lo riconosca. «Davide! Mi hai tradito, non vieni più», gli dice facendosi stringere il polso scusandosi per le mani appiccicose. Davide Mare alza le spalle e dice una cosa che Davide Mare dice spesso: «Lascia perdere».

Si allontana per salutare i nonni di una sua compagna delle elementari. Due splendidi vecchi dei Parioli e il nonno della sua amichetta gli parla mettendogli una mano sulla spalla, appoggiandosi in realtà alla spalla di Davide, e dalla sua faccia si direbbe che niente renda più felice Davide Mare di un anziano vestito bene che gli si aggrappa alla spalla chiedendogli notizie. Per anni in casa sua ha vissuto il nonno calabrese, di cui io non capivo nulla tranne le poche parole di inglese imparate durante la prigionia della seconda guerra mondiale. I capelli gli crescevano in modo incredibilmente veloce e fino praticamente all’ultimo giorno che è rimasto in vita era Davide a farlo sedere su una sedia in bagno una volta a settimana e a tagliarglieli con la macchinetta.

Quando Davide Mare torna da me ho già ordinato il gelato al posto suo e gli passo una coppetta fragola e limone, senza panna.

«Come facevi a sapere che gelato volevo?»

«Stai scherzando? Prendi sempre gli stessi gusti da vent’anni.» Anche in pizzeria prende solo la margherita.

«Ogni tanto prendo anche il cocco», dice sedendosi. «Questa panchina è nuova. Non c’era prima.» Sul muro di fronte a noi una fascistissima scritta NES.

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Campo di calcetto dell’Assunzione: Davide Mare è il primo da sinistra, in basso.

Il padre-coach.

Magari le braccia e il petto di Davide Mare non erano quelli di un atleta, ma le gambe sì. Biologicamente ha ereditato un fisico elastico ed estremamente resistente, a cui vanno aggiunti gli allenamenti intensivi col padre: «Mio padre mi diceva che a parte il divertimento doveva anche essere qualcosa che facevo seriamente. Che comunque mi dovevo allenare per migliorare. Per esempio lui mi faceva fare la preparazione prima della preparazione. Per avere il fiato tutto l’anno, per mettere quella base. Mi prendeva il tempo sui giri». A sedici, diciassette anni, quando i suoi coetanei si godevano le ultime giornate in spiaggia, Davide Mare seguiva il padre al parco, a Villa Ada o a Forte Antenne. «Io sapevo che era importante per me per crescere, per diventare più forte. E anche per stare con mio padre. Mi è sempre piaciuto andare al parco a correre e anche mettermi alla prova. Ad esempio, iniziavamo e facevo magari venti minuti, poi il giorno dopo ne facevo venticinque. Superare sempre il limite e vedere dove potevo arrivare. O magari mi faceva fare i palleggi e mi diceva iniziamo con centocinquanta palleggi di sinistro, poi centocinquanta di destro, poi con tutti e due vediamo se ne fai più di cinquecento. E ci riuscivo. Per me era sempre superare il record, superare quello che mi diceva mio padre».

(Davide Mare non ricorda molto bene solo i nomi di gente persa di vista venti anni fa, ma anche più di un gol di quando giocava nel campionato Esordienti.)

«Calcio d’angolo, mi passano la palla e praticamente faccio due passi e tiro di collo sul secondo palo e la metto sotto l’incrocio. E pareggiamo 1-1 coi secondi in classifica, noi eravamo i primi e stavamo perdendo uno a zero. Quell’anno ne ho fatti parecchi. L’ultima di campionato ho preso palla dalla difesa e mi son fatto tutto il campo e sono arrivato in porta e ho segnato.»

Oppure: «Lancio dalla difesa verso l’angolo dell’area. Corro, arrivo praticamente sotto la palla e di tacco, la palla stava scendendo, al volo, senza guardare, la faccio passare dietro la mia schiena. Praticamente un tiro al volo di tacco, sul secondo palo. Il portiere non se lo aspettava. Quello è uno dei più belli che ho fatto. Fisicamente ero una belva, a dodici anni. Soprattutto a fine partita, che i bambini fisicamente non ce la fanno a correre e io andavo sempre più veloce degli altri. Anche perché stando in difesa risparmiavo parecchie energie. E poi vabbè, negli Esordienti il livello di organizzazione è bassissimo».

Occasioni.

Uno dei compagni di Davide Madre alle medie era finito in una squadra seria, con un buon settore giovanile, e il padre spingeva affinché il padre di Davide gli cercasse una società al suo livello, ma il padre di Davide non voleva: «Per paura dei “raccomandati”. Mio padre non voleva che io non giocassi, e non perché magari c’era qualcuno migliore di me, ma per altre ragioni». E in effetti quel suo compagno di classe, che comunque era bravino, non giocava («Anni dopo ho ritrovato in Promozione anche lui»).

Davide Mare ha fatto qualche apparizione con la rappresentativa regionale: «Durante una partita ho litigato col Mister che mi diceva che portavo troppo palla e il difensore doveva fare il difensore e basta».

Nel 1998 ha fatto un provino con la Lazio. A un allenatore era piaciuto ma erano nel bel mezzo della stagione e gli aveva chiesto di presentarsi al campus estivo. «Io poi non so perché non andai. Devo essere sincero, credo che non mi andasse più di tanto. Mi ero fidanzato da poco e credo volessimo andare al Circeo. E infatti sono andato al Circeo. Prima di fidanzarmi mi ero dedicato al 100% al calcio, la mia vita era stata molto semplice». Ripensandoci, dice: «Quanto avevo, quindici, sedici anni? Era lì, quella cosa del provino con la Lazio, vedendo che l’allenatore comunque era interessato, sarei dovuto andare…»

«Perché tuo padre, che ti portava al parco ad agosto, non ha insistito per farti andare?»

«Secondo me c’erano dei contrasti con mia madre. Che comunque ha sempre privilegiato lo studio. E poi era lontano, la Lazio si allenava a San Basilio e i ragazzi che ho conosciuto lì mi hanno detto guarda che qui ci alleniamo sempre quattro volte a settimana, il sabato sera ti chiamano a casa per vedere se sei rientrato perché la domenica mattina alle nove c’è la partita».

«Nessun’altra squadra ha chiesto di te alla Boreale, mentre crescevi, o anche dopo?»

«Sì, ricordo che il presidente mi ha detto che mi aveva cercato una squadra di fuori Roma, di Eccellenza, lo aveva detto a mio padre. Però hanno sempre parlato tra di loro. Anche quando ero maggiorenne a me, per dirti, nessuno mi ha mai detto niente in prima persona. Sai io alla fine facevo le cose tanto per farle, per far piacere a mio padre. Non è che andavo da mio padre oh papà senti andiamo qua, facciamo là. Non è che veniva da me oh io voglio fare il calciatore. Io andavo in automatico. Mi andavo ad allenare, facevo i ritiri, in automatico, non era proprio una mia decisione.»

Un’occasione più grande delle altre.

Quando aveva diciotto anni (settembre 2000), anche se non ricorda bene in che modo, suo padre gli ha procurato un provino con il Perugia. Davide Mare era dovuto andato due volte a Perugia, a settembre, la prima per un allenamento con la squadra Primavera, la seconda per una partita di prova. «Quell’estate sono rimasto tra Fregene e Roma ad allenarmi. Non ero molto motivato perché uscivo con una ragazza che aveva casa a Fregene e avevo una certa insofferenza nei confronti di quei sacrifici, non credevo pienamente in quello che stavo facendo.» (In seguito Davide si sarebbe contraddetto sulla faccenda di Fregene, dicendo che invece aveva passato l’estate ad allenarsi.) «Al provino c’erano ragazzi di tutte le età, c’era anche un tredicenne, e questo mi diede non poco fastidio. Pensavo che sarei stato l’unico a fare il provino.»

Io non c’ero ma insieme a Davide Mare e al padre (che nel frattempo era diventato dirigente della Boreale e per l’occasione aveva indossato una cravatta viola come il colore sociale della Boreale), erano andati anche due compagni di classe. Entrambi ricordano che il padre di Davide li ha fatti pranzare presto in una trattoria umbra, intorno a mezzogiorno, perché la partita era alle tre e Davide doveva aver digerito, e che è stato il padre a ordinare al posto suo. Uno dei due ricorda pasta all’olio e crostata di frutta per dargli energia («Che poi a Davide fanno schifo i dolci»), l’altro dice pasta al sugo con molto parmigiano e una fettina di carne.

Si sono fatti fare l’autografo da Materazzi e da Ahn, hanno guardato Mazzantini e i portieri di riserva allenarsi sulle uscite colpendo con un pugno delle palline da tennis. Hanno parlato con i genitori degli altri ragazzi. «Un signore era sicuro che suo figlio ce l’avrebbe fatta. Avevano provato già con altre squadre ed era andata male. Era convinto che questa volta sarebbe andata bene. Il figlio però aveva il fisico di un pensionato e infatti non toccò palla e lo cambiarono dopo dieci minuti. Solo Davide non sfigurava, almeno per l’altezza e il diametro di gamba. Va detto però che lui aveva diciotto anni».

Il padre di Davide, in macchina, ragionava così: «Se lo prendono in Primavera tra due anni è in A e tra sei in Nazionale». Durante la partita però continuava a gridargli dalla tribuna di togliersi le mani dai fianchi.

Per completare le due squadre erano stati chiamati un paio di ragazzi della Primavera: «La sensazione che ho avuto è che non fossero così impressionanti. Però il problema è comunque allenarsi là… quelli erano ragazzi cresciuti là o che avevano fatto il settore giovanile da altre parti. Cresci con un’impostazione, una struttura fisica, tattica, che era diversa dalla mia». All’inizio la difficoltà era mettersi in mostra in mezzo a quindici ragazzi che si vogliono mettere in mostra. Davide ha iniziato giocando facile, di prima, cercando di non farsi saltare mai. Dopo un recupero su un avversario lanciato a rete il portiere della Primavera, che giocava in squadra con lui, gli ha dato il cinque chiamandolo ad alta voce, abbastanza affinché si sentisse anche in tribuna: «A fenomeno!». Una volta capito che il livello non era altissimo decise di provare qualche incursione offensiva. A un certo punto Davide Mare recupera palla all’altezza della propria area di rigore e parte in contropiede. Tra dribbling e triangoli con i compagni arriva davanti al portiere, calcia di sinistro (non il suo piede), di collo esterno, e la palla esce a pochi centimetri dal secondo palo.

Il padre di Davide a fine partita entra in campo e parla con uno degli allenatori, poi torna indietro e si rammarica per l’occasione sbagliata e per le mani sui fianchi. Davide era stato di gran lunga il migliore in campo, ma non avevano preso nessuno. «A detta di mio padre il problema era che non avevo il fisico adatto, dalla cintola in su. Così a ottobre mi sono iscritto in palestra. Lui pensava, ha sempre pensato che io potessi arrivare. Non conoscendo il sistema lui pensava semplicemente è uno forte, gli faccio fare il provino lo prendono, punto. Non conosceva il mondo del calcio, come non lo conosco io. Ma ci sono ragazzi a quindici anni che hanno già il procuratore. Quando io sono andato a Perugia non erano i genitori che accompagnavano i ragazzi a fare il provino, c’erano anche i procuratori, non solo i genitori. È come se quando dopo essermi laureato ho fatto il colloquio in Deloitte mi avesse accompagnato mio padre… Però il calcio ci ha sempre unito molto. È venuto a tutte le partite. Tutte le partite.»

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Davide Mare all’Artemio Franchi: il giorno della verità?

La più grande occasione di Davide Mare per mostrare il proprio valore.

Il 3 ottobre del 2002, la Florentia Viola, rinata dalle ceneri della Fiorentina di Cecchi Gori retrocessa e poi fallita pochi mesi prima, affronta in amichevole all’Artemio Franchi la U.S. Boreale che l’anno prima era salita per la prima volta nella sua storia in Promozione. La nobile toscana temporaneamente decaduta, in maglia bianca per l’occasione dato che anche il colore sociale della Boreale è il viola, era iscritta al campionato di C2 (tre livelli sopra la Promozione) ma aveva in rosa giocatori come Di Livio, Riganò e un ventunenne Quagliarella (che a gennaio sarebbe stato ceduto al Chieti in C1). In panchina Pietro Vierchowod. Per l’occasione Davide Mare era stato schierato a centrocampo, io non c’ero neanche quella volta.

Avevo passato i dieci mesi precedenti tra panchina e tribuna, mi dicevo che l’allenatore non vedeva i giovani e avevo deciso di averne abbastanza. In effetti al mio posto giocava un avvocato di Trastevere quasi quarantenne, ma forse ero solo paranoico dato che Davide Mare aveva giocato tutto l’anno titolare. Dopo pochi mesi sarei tornato ad allenarmi, accettando un ruolo decisamente marginale all’interno del gruppo, ma in quel momento non volevo saperne niente del calcio, della Boreale o di Davide Mare e di quanto gli stessero andando bene le cose.

Lui ricorda che quel giorno faceva molto caldo e di aver mangiato pesante a pranzo, forse pollo, che si sentiva le gambe imballate. Nonostante ciò, quel pomeriggio Davide Mare non era solo in forma come non lo sarebbe mai più stato in vita sua, era proprio in grande forma. Dice: «Volevo provare a mettermi al livello degli avversari, ero molto motivato». E a quanto pare ci stava riuscendo: secondo alcuni che quel giorno c’erano, è stato il migliore in campo (per citarne uno, scusandomi per l’omofobia cameratesca: «Fino a quel giorno non ero consapevole di quanto fosse forte quel frocione di Davide Mare») almeno fino alla mezz’ora di gioco del primo tempo.

Alla mezz’ora del primo tempo, in seguito a un calcio d’angolo per la Fiorentina, Davide Mare si ritrova tra i piedi la palla per quello che sarebbe potuto essere il contropiede perfetto: «Corro verso la metà campo avversaria e guardo la punta, perché eravamo due contro due e io volevo darla alla punta. Anche la punta mi guardava, ma non mi veniva incontro per il triangolo e correva senza farmi un movimento in profondità per il filtrante. Poi a un certo punto ho detto vabbè, superata la metà campo vedo che la punta si allarga a destra per lasciarmi uno contro uno con il difensore che continuava a indietreggiare. Arrivati sulla trequarti l’ho scartato sulla destra, ho detto adesso c’è solo la porta. E mentre penso adesso c’è solo la porta sento un treno che mi arriva da dietro».

Davide cade a terra all’ingresso dell’area di rigore – solo davanti al portiere avrebbe segnato o avrebbe di nuovo calciato a pochi centimetri dal palo? I dirigenti della Florentia avrebbero provato a trattenerlo se non si fosse “rotto”, come qualcuno sostiene? – e si lussa la spalla. Nella confusione di quei momenti ricorda di aver sentito un altro dei dirigenti della Boreale entrati in campo dire: «Questo è l’unico che non ci dovevate rompere. Anche mio padre era incazzato nero perché quello mi aveva preso da dietro. Mentre ero ancora a terra Di Livio mi ha dato uno scappellotto dicendo qualcosa tipo in gamba.»

Vite parallele.

Pare che a lussare la spalla a Davide Mare sia stato il difensore romano, cresciuto nelle giovanili della Lazio, Michelangelo Minieri che in seguito avrà una carriera modesta, ma pur sempre una carriera: ventiquattro presenze in A con l’Ascoli tra il 2006 e il 2008, una trentina poi col Vicenza in B, svincolato nel settembre 2012 dal Barletta a trentuno anni. Mare e Minieri sono praticamente coetanei, con sette mesi di differenza, gennaio ’82 Mare e maggio ’81 Minieri; e hanno quasi le stesse misure: Minieri da Wikipedia è alto 1,83 e pesa 74 Kg, Mare è 1,84 e pesa una settantina di chili.

Alcuni testimoni ricordano che il fallo non fosse esattamente da dietro, piuttosto laterale, forse addirittura frontale-laterale. Da cartellino giallo insomma, non rosso. Le conseguenze del tackle quindi sarebbero da attribuire o al fatto che Davide non se l’aspettava, o alla struttura fisica. Davide Mare dice di non ricordare molto bene ormai, così come non ricorda se Minieri era il difensore che ha saltato al limite dell’area o se veniva da un’altra parte. In effetti non è neanche sicuro si trattasse di Minieri, quando gli dico che Minieri non sembra grosso come me l’ero sempre immaginato, risponde: «Forse non è stato lui. Di solito ero io il più forte nei contrasti».

Lasciare una traccia di sé

Della partita si trova una sola traccia su internet sulla community calcistica “Xtratime”, in un topic aperto dall’utente Jonas che riporta il risultato finale 10-0, formazioni e marcatori: tripletta di Quagliarella, stranamente a secco Riganò. L’utente Yacoob commenta dopo poco: «I don’t know how good Boreale are or where do they play, but judging by the scoreline, they’re crap». L’utente bati9 aggiunge in seguito: «Boreale must be a mix of barman, waiters, plamers [credo intendesse plumbers, nda], gardeners». L’utente Jonas, presumibilmente un inglese appassionato di Fiorentina, appassionato al punto da seguirla anche in C2, anche in occasione di un’amichevole del genere, storpia alcuni nomi della formazione romana: tra i pali non c’era Kulini ma Culini, in panchina non Braghi ma Draghi e l’allenatore non si chiamava Salandrini ma Salandini.

Il thread dura fino alle tre di notte ma si tratta per lo più di Jonas e bati9 che cazzeggiano: niente su Mare, il cui nome però è scritto correttamente. E in fondo non è questo che desideriamo tutti, lasciare una traccia del nostro passaggio seppur piccola? Come si crea una leggenda locale nell’epoca dei blog? Davide Mare, che di solito è così preciso, ricorda un risultato diverso: 9-1; ma nessuno tranne lui sostiene che la Boreale sia riuscita a segnare quel giorno. Allora penso che magari quel gol che aggiunge Davide inconsciamente potrebbe essere il suo.

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Davide Mare nell’estate del 2013. Foto di Gilda Aloisi.

Epilogo?

Prima di quello di Firenze, Davide Mare aveva subìto solo qualche piccolo infortunio muscolare. «Ero stato sempre una macchina. Mi sentivo bene, ero agile e non avevo paura né dei contrasti né dei movimenti che facevo.» Dopo l’operazione alla spalla destra dava sempre l’impressione di pattinare sul ghiaccio quando portava palla, adesso però procedeva cauto, con l’aria di temere che quel ghiaccio potesse rompersi da un momento all’altro sotto ai suoi piedi.

Oltretutto si ritrovava con una cicatrice nuova di zecca che neanche lui sapeva spiegarsi all’altezza del plesso solare, orizzontale, lunga forse cinque centimetri, alta, dura e più rosa del resto del corpo. Qualsiasi cosa fosse successa in quella sala operatoria era come se ci fosse stato un Davide Mare pre-cicatrice-aliena e un Davide Mare post-cicatrice-aliena (e quando Davide in spiaggia ci mette sopra la crema solare sembra davvero si stia prendendo cura di qualche impianto marziano sottocutaneo, quando è distratto se l’accarezza e non mi stupirei se un giorno lo scoprissi a parlarci).

Quando Davide rientra in campo non si sentiva esattamente come prima, guardandolo correre si notava che la spalla destra era sensibilmente più bassa della sinistra: «Sarebbe stato meglio fare un po’ di palestra. Io non ho fatto niente per rinforzare la spalla. A Capodanno sono andato a sciare a Madonna di Campiglio. Avevo voglia di fare nuove esperienze. Sono ritornato e a gennaio abbiamo fatto un’amichevole, tutto bene. Poi giochiamo la prima di campionato, sempre a gennaio. A metà del primo tempo faccio un doppio passo e salto un uomo verso sinistra e quello che ho saltato mi tocca appena il tallone facendomi mettere a terra il piede storto. Ho sentito come un elastico che si rompeva».

Il medico sociale lo tasta, gli fa la prova del cassetto ma gli sembra non ci sia niente di rotto e lo rimanda in campo. Davide sente che il ginocchio sinistro gli cede e chiede il cambio: si era rotto i legamento crociato anteriore. «Correvo male perché proteggevo la spalla destra mettendo il peso sulla gamba sinistra. Mi hanno operato subito».

Di nuovo, Davide pensa che avrebbe dovuto fare un po’ di fisioterapia ma quell’estate siamo andati insieme in Spagna in vacanza. Quando torna però si sente bene e fa la preparazione con la Boreale. A settembre 2003 torna in campo in campionato: «Era morta mia nonna nel novembre del 2002 e quindi mi ricordo che volevo assolutamente dedicarle un gol».

Ricorda che il giorno del suo ritorno in campo la squadra avversaria era particolarmente aggressiva e che i suoi compagni a centrocampo non si muovevano. «Io non ero abituato a buttare via la palla e quando un avversario mi ha pressato l’ho dribblato, quello mi ha spinto da dietro e io ho messo tutto il peso sulla gamba destra. Ma non ho sentito la stessa cosa di quando mi sono rotto il crociato sinistro.» Per cui ha continuato a giocare, finché continuando a sentire dolore ha chiesto il cambio. Ma anche dopo non è andato dall’ortopedico, ha fatto fisioterapia pensando si trattasse di una semplice distorsione. Quando ha ripreso ad allenarsi gli faceva ancora male, allora è tornato dallo stesso medico che lo aveva operato alla spalla e al ginocchio, appena dieci mesi prima. «Mi disse che avevo rotto l’altro crociato. Anche lui era triste, ma io non ci volevo credere, così ho cambiato medico e quando questo ha confermato che avevo il crociato rotto mi sono fatto operare da lui [che, considerando la cicatrice aliena, non mi sembra una scelta sbagliata].» Una volta operato, va un anno in Erasmus a Lisbona.

L’ultima occasione di Davide Mare. O anche: Le occasioni non finiscono mai.

Quando ormai sembra troppo tardi, con entrambe le ginocchia e una spalla operata, Davide Mare ha un’ultima occasione. Tornato dal Portogallo Davide Mare va in Spagna, a Salamanca, dove il padre ha conosciuto la madre più di trent’anni prima ed è riuscito a procurargli un provino con la squadra B della città.

«Era come una cantera».

«Ma tu avevi ventitré anni».

«Appunto».

Dopo un primo provino andato bene gli chiedono di restare, Davide Mare resta a Salamanca tre settimane (tre settimane!) e fa la vita del professionista. La prima e la seconda settimana sono state le più dure, i suoi compagni erano rapidi e lui sentiva male al ginocchio destro. E non si spiegava perché, si era operato più di un anno prima e fin lì non aveva mai avuto problemi. «C’era anche un nazionale sudamericano, che mi veniva a prendere in macchina, non ricordo se era messicano o colombiano». La terza settimana Davide ha cominciato a sentirsi finalmente bene. In amichevole contro il Real Valladolid (quell’anno in Primera Divisiòn) gioca l’ultima mezz’ora: «Ma mi sono innervosito perché appena entrato in campo salto di testa e mi arriva una gomitata. Poi su calcio d’angolo prendo un’altra gomitata. Non ho giocato male, ma neanche benissimo. Io ero abituato a impostare da dietro, invece loro, i centrocampisti, volevano subito la palla, non mi lasciavano avanzare. E niente, dopo quella partita ho fatto un altro allenamento, poi mi hanno detto che non avrei trovato spazio. Però lì, devo dirti, era prettamente mio padre. Io già non volevo fare più niente. Avevo la testa da un’altra parte, volevo viaggiare. Io avevo fatto pochi viaggi, volevo essere più libero. Al ritorno da Salamanca, in macchina dall’aeroporto, glielo dissi». Quando rientra a Roma, Davide Mare torna comunque ad allenarsi con la Boreale, che nel frattempo «era diventata più professionale, c’erano giocatori pagati, bisognava andare puntuali…». E il mister comincia a metterlo in panchina, o lo fa giocare terzino quando manca il terzino, centrale quando manca il centrale. Dopo pochi mesi, giocando in un torneo di calciotto, si rompe per la seconda volta il legamento crociato del ginocchio destro e si opera per la quarta volta.

Arrivati alla fine gli chiedo se ha qualche rimpianto. Davide Mare risponde: «Non rimpiango nulla, non credo che sarei mai diventato nessuno. Non avevo né la cattiveria né la rabbia per andare avanti. Magari ero dotato, ma non ero un fenomeno cristallino. E dovevo avere più voglia io, non mio padre. Se fosse dipeso da mio padre e il mio corpo probabilmente sarei diventato un calciatore».

Post scriptum.

Dopo aver letto la prima stesura del pezzo Davide ha fatto alcune precisazioni: (1) il sudamericano che lo andava a prendere in macchina a Salamanca si chiamava Pablo Zegarra, nazionale peruviano; (2) «Mi sono perso da qualche parte un provino col Ferentino in serie D. Già mi ero rotto spalla e crociato sinistro. Ho fatto una partita, non andò male però lì, te l’ho detto, parlavano sempre con mio padre, non con me. Anche lì non c’era spazio, mi dissero che dovevo andare a Isola Liri, in Eccellenza. A Isola Liri, tu capisci, facevo l’università…»; (3) Dopo il provino col Perugia si era parlato di un possibile provino da ripetere successivamente, un anno dopo, ma poi non se ne è fatto più niente. Davide dice: «Io, forse sbagliando, non ho mai chiesto troppo a mio padre. Avrei dovuto insistere».

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
3 Commenti a “Momenti che non sono su YouTube: Davide Mare”
  1. Bastian scrive:

    Io, questo pezzo qui, l’ho amato. Per me questa è letteratura.

  2. Federico scrive:

    Bravo Manusia, bel lavoro.
    Cercando delle foto sulla Boreale mi hai fatto rivenire in mente episodi del passato che avevo rimosso.
    Davide grande talento, piuttosto leggero pero’.
    Ritiro ’99 in umbria mi pare, non ricordo se Davide era finito in stanza con me. Cmq vediamo i mondiali di atletica, e Davide esulta come un pazzo alla vittoria di Mori nei 400 hs.
    E poi tutti a farsi il panino di nascosto fuori dall’albergo.
    Beh vi saluto entrambi.
    Federico Sciotti

  3. Lorenzo scrive:

    Ho avuto modo di conoscere il prof. Mare in ambito accademico ed è veramente super, e scoprire questo suo lato mi ha fatto sorridere!

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