Decostruire L’inizio del buio – un tentativo di analisi della poetica veltroniana

di Christian Raimo

Poi, a un certo punto, magari giusto dopo una tornata elettorale che sconfessa qualsiasi sua velleità di ritorno cincinnatesco in campo, arriva il libro di Veltroni. E – come sempre – non è un libro che fa i conti con il (vogliamo essere buoni) semi-fallimento del suo progetto politico. Non è un memoir che racconta luci e ombre della sua esperienza da sindaco. Non è il libro di un politico che fa un bilancio insomma, ma è un libro che parla di altro. L’inizio del buio, 267 pagine, pubblicato da Rizzoli. Alfredino Rampi e Roberto Peci soli sotto l’occhio della tv, come recita il sottotitolo. E uno magari dice: ma perché accanirsi? Non ne abbiamo già parlato altre volte di Veltroni scrittore? Qui, qui, e qui, per esempio. Non abbiamo già mostrato le sue debolezze sulla pagina? Non possiamo essere indulgenti o indifferenti con un’opera che nel migliore dei casi forse è un modo personale per innescare dibattiti culturali, e nel peggiore un vanity project di un politico meno peggiore di tanti altri?
Il punto non è questo. È che L’inizio del buio è un testo paradigmatico per comprendere varie patologie della cultura e della politica italiana di oggi. È un documento equivalente a quelle riviste-libro che ogni tanto, in campagna elettorale, Silvio Berlusconi fa recapitare per posta agli italiani: è Una storia italiana della sinistra nel trentennio craxo-berlusconista.

Non si riesce infatti a definire a che genere appartenga questo libro: non è un romanzo, non è un’inchiesta, non è un diario, non è un saggio di storia. Ricalca piuttosto il modello che Veltroni ha già sperimentato negli altri suoi lavori, che raccontavano la morte del jazzista Luca Flores o la tragedia dell’Heysel – quello di una storia emotiva, che mescola senza criterio ricordi personali, teorie socio-psicologiche, appunti di storia, elementi di finzione. Storia emotiva, se vogliamo essere buoni; ma se vogliamo sottolineare il valore di quest’eclettismo al ribasso, dovremmo dire che questo Inizio del buio come Il disco del mondo, Senza Patricio, Il sogno spezzato… sembrano delle lunghe tesine per la maturità: costruite secondo il più arbitrario criterio associativo personale. Quella formula che a scuola viene elogiata come Devi fare dei collegamenti.

Anche il tema su cui Veltroni sembra ritornare è lo stesso: come una sorta di ossessione concentrica, libro dopo libro. Ed è la morte. Se la visione del mondo berlusconiano che abbiamo imparato a conoscere è quella di un universo che non prevede morte, malattia, dolore, ma un unico ininterrotto godimento compulsivo; quella di Veltroni è speculare: la storia del mondo è la storia dei suoi lutti, delle sue speranze spezzate, delle sue morti strazianti, a cui bisogna continuamente ritornare – come quegli ossessivi che vanno al cimitero tutti i giorni. I desaparecidos, i morti per terrorismo, i morti per droga come Luca Flores, i Bob Kennedy,  i morti dell’Heysel… Quello che crea una narrazione comune, secondo Veltroni, è un repertorio di morti da piangere insieme. Qui, ora, Alfredino Rampi e Roberto Peci. In una sclerosi della memoria che in fondo non diventa mai storia – perché delegittima qualsiasi forma di oblio, di oblio attivo per dirla con Paul Ricoeur, quindi di elaborazione del lutto.

Se dal punto di vista della visione è questo il rischio peggiore di una storia emotiva, da un punto di vista dello stile, i difetti paradigmatici dell’Inizio del buio vanno analizzati con calma. Perché: perché quel suo non essere un saggio storico, quel suo non applicare un metodo di indagine storica, delegittima i saggi di storia degli altri; perché quel suo non essere un’inchiesta giornalistica, quel suo non applicare un metodo d’inchiesta giornalistica, delegittima il lavoro di inchiesta degli altri; perché quel suo non saper scrivere bene, delegittima lo sforzo e l’impegno degli altri scrittori. In questo senso L’inizio del buio vorrebbe essere l’equivalente di un’ Anatomia dell’istante di Javier Cercas e invece si rivela essere solo il libro di un dilettante. Ma ancora attenzione: non è solo il libro di un dilettante, ma è un inno al dilettantismo. È un modello di non professionalità che dice implicitamente che le buone intenzioni – raccontare una storia tragica e cercare di capire i cambiamenti profondi della società italiana – possono in nome di un’autoinduglenza cieca sostituire l’impegno e il metodo.

Però andiamo per punti. E capiamo quali sono alcune di queste caratteristiche che fanno del libro di Veltroni un’opera paradigmaticamente dilettantesca.

Il più che più più non si può

L’enfasi. La costruzione del coinvolgimento emotivo da parte del lettore si tenta di realizzarla a partire da un tono enfatico sempre in salire: un continuo innalzamento del carico di senso delle parole fino a farle andare in overload.

pag. 52: “È già disperazione, alle quattro del mattino. È già la sensazione di trovarsi in un incubo: il bambino che urla, la tavoletta incastrata, le trivelle che non arrivano, i genitori che implorano una soluzione. I vigili, gente seria, capiscono che quella storia sarà molto più difficile di mille incendi e di mille calamità. Per questo anche loro accettano di buon grado l’arrivo di chi conosce davvero quelle brutte bestie che sono i buchi nella terra”.

pag. 90: “Non è un urlo, è l’apoteosi della disperazione, il trionfo della solitudine e della paura. Sale dalle viscere della terra, ovattato dalle pareti del tunnel, tanto da sembrare un appello dall’inferno. Arriva fino in superficie, pervade le membrane di quel microfono, scolpisce il nastro che lo registra, commuove tutti gli italiani. […] Anche Gesù, Dio, Allah, Buddha, Maometto hanno sentito quella voce salire disperata da laggiù. Come se la terra si fosse ricongiunta con l’uomo, come se la polvere potesse parlare e tutto fosse diventato il buio, la condizione nella quale il suono viaggia più veloce”.

pag. 91: “Dal buco nero di Vermicino, abitato da un bambino che è lì incastrato, è venuto un suono forse più profondo persino di quello di Chandra”.

pag. 198: “Ora si sente il bambino. È un urlo straziante, con la voce roca, informe. È un pianto, il più terribile pianto che si possa ascoltare”.

Per chi non l’avesse capito

Ogni tanto, alla fine di un periodo che già ci chiede molto in termini di ricatto del contenuto, o di ricatto emotivo o stilistico, ci viene ribadito quello che forse qualche lettore più distratto aveva trascurato. Punto, e sintesi.

pag. 18: “Aveva una malattia dal nome complicato. Era afflitto [sic], fin dalla nascita, dalla tetralogia di Fallot. […] È una malattia che si riscontra in tre persone ogni diecimila nati. Tre, solo tre”.

pag. 33: “Così Alfredo deve aver gridato mille [non ci avevo fatto caso, ma è un po’ tutto mille] volte per farsi sentire e per farsi ritrovare, gridato tanto, con tutta la forza che aveva, per scalare il tunnel e traforare la terra. Avrà pensato che in quel momento la sua voce era il solo modo di continuare a essere vivo. Urlare per sopravvivere”.

pag. 35: “Tutti avranno girato contemporaneamente il volto verso il luogo dal quale quella voce proveniva, tutti avranno orientato luci e fari verso quel punto indefinibile e avranno cominciato a correre in quella direzione, verso il brigadiere Giorgio Serranti e quel buco nella terra. Quel buco nero”.

pag. 51: “E da quelle righe emergono l’imperizia e la superficialità di chi ha potuto pensare che Alfredo, di cui erano note le condizioni di immobilità anche per quello che lui stesso gridava dal fondo del buco, potesse ‘servirsi con facilità’ della tavoletta. ‘Facilità’, per un bambino di sei anni, incastrato tra spuntoni di roccia a trentasei metri di profondità, dopo una caduta rovinosa. ‘Facilità’, da non crederci”.

pag. 22-23: “È sempre quel mercoledì, il 10 giugno del 1981. […] Dai juke-box arrivano le note delle canzoni di quell’estate, […] anche una canzone che resiste nelle hit parade da febbraio, quando Loretta Goggi l’aveva cantata al Festival di Sanremo. Una canzone bella con un titolo inquietante, quasi un ossimoro. Maledetta primavera. Da qualche giorno quella comunità è sconvolta da un evento che aveva precipitato una gioia sportiva in un dolore collettivo. La domenica precedente, allo stadio, si doveva festeggiare la promozione in serie B della squadra di calcio della città. Invece, poco prima della partita conclusiva di campionato, nella curva era scoppiato un incendio pauroso. […] Ci furono più di cento feriti. Tra i più gravi i bambini, perché tocca sempre a loro. Maledetta primavera. Era cominciata con la tonaca del Papa sporca di sangue e con la scoperta che una parte importante di questo Paese rispondeva a un altro centro di comando, una loggia di potere massonico che era penetrata nei gangli delle istituzioni. Come un golpe, bianco. Maledetta primavera”.

pag. 195: “È la certezza che informa, contro ogni ragionevole dubbio, ogni gesto di quelle ore. Sono a un passo e di Alfredino si percepisce quel respiro affannoso che dice che è in vita. Non si può non riuscire. Proprio no”.

Stile gnomico de’ noantri

In tutto il libro non c’è praticamente paratassi. Credo di aver visto, ma magari mi saranno sfuggiti, un solo punto e virgola. Tutto è importante allo stesso livello – al massimo del livello. E quindi il più delle volte, le frasi hanno una cadenza gnomica, sentenziale, oracolare. Niente articoli all’inizio, un po’ all’investigatore Chan preso in giro da Peter Sellers in Invito a cena con delitto. Proposizioni senza verbo. Apposizioni di apposizioni. Uno stile che non è sintattico, ma spesso semplicemente onomastico.

pag. 74-75: “Che anni sono stati. Parlo della metà dei Settanta, la prima. […] Se qualcosa succedeva in Cile o in Grecia, succedeva a noi. Febbre, ogni minuto, ogni giorno, ogni vita. Assemblee e manifestazioni, convegni e volantini. Parole e pensieri di una generazione che si sentiva interpellata e attesa. Parole che si scrivevano sui volantini, su striscioni, su giornali. Parole che circolavano, si battevano, si incrociavano, si trasformavano”.

pag. 102: “Hanno distrutto vite, hanno mutato la storia di un Paese, perché inseguivano una follia. Una follia che grondava sangue innocente”.

pag. 127-128: “Fermiamoci ancora un momento su questo luogo. […] Attorno a quella fontana […] sono nate mille storie, si sono definiti mille destini. Storie di amore e di violenza, amicizie e odi, decisioni di cambiare il corso della propria vita, o della vita di altri. […] Non si poteva star da soli, in quei tempi. Non si poteva non parlare di quello che succedeva in ogni angolo del mondo, non si poteva non condividere con altri l’euforia di quei giorni che sembravano annunciare un mondo nuovo, diverso. Il futuro a portata di mano”.

pag. 153: “Ha giocato la sua partita, Roberto. Ma, come in una sfida maledetta, tutte le mosse erano vincolate. Ha subito mille volte scacco al re. Mille volte si è divincolato, ma ha solo ritardato la fine”.

Mi raccomando, fai i collegamenti, passa da una materia all’altra

L’idea della cultura di Veltroni è un’idea feticistica, reverenziale. La scienza, la letteratura, la filosofia, etc… si citano per omaggiarle, per rendergli grazie, per mettersi sulle spalle dei (alle volte presunti) giganti. E tutto il libro è pieno di riferimenti, di citazioni, di “e come dice in quel bellissimo romanzo”, “e come scrive quel grande scienziato”. Lo studio non è applicazione, ma spizzicamento. Come se citare in questo modo, avvalorasse la qualità di indagine del libro. (Non era una delle cose che si insegnavano al liceo che, quando si cita, si può evitare di scrivere famoso, bellissimo, grandioso?)

pag. 32: “[I bambini] hanno del tempo la cognizione che magnificamente riassume Alison Gopnik nel suo libro Il bambino filosofo“.

pag. 32: “Fellini era un genio perché dominato dal desiderio di non rinunciare mai a questi due mondi e restituiva ostinatamente l’incanto di questa ricchezza…”

pag. 35: [riprendiamo dalla citazione enfatica di prima] “[…] verso quel punto indefinibile e avranno cominciato a correre in quella direzione, verso il brigadiere Giorgio Serranti e quel buco nella terra. Quel buco nero. Lo scienziato Stephen Hawking definisce il buco nero come ‘ il collasso di una stella’ Una stella può durare milioni di anni, fino a che si mantiene l’equilibrio tra il calore prodotto dalle reazioni nucleari interne e l’attrazione gravitazionale…”

pag. 38: “Un giornalista del tg2, Pierluigi Pini […] fiuta la notizia, con quel cinismo moralmente giustificato tipico di chi fa il giornalista di nera. Mestiere per il quale vale davvero la famosa frase attribuita a Mae West: ‘È uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pure fare'”.

pag. 43: “Silvia Ballestra ha dedicato uno dei suoi romanzi più belli a San Benedetto in quegli anni ubriachi”.

pag. 56: ” ‘La direzione delle operazioni (leggi VV.FF.) decide di interrompere qualunque tentativo nel pozzo artesiano […] Ci viene comunicato che la nostra opera non è più necessaria e che dobbiamo tornarcene a casa. Veniamo più volte allontanati dalla forza pubblica, ma rimaniamo comunque sul posto’. In questa conclusione risuona un’eco finale di Fragole e sangue, il film sulla contestazione negli Stati Uniti che aveva formato i giovani di allora, ma solo la testimonianza di un dolore che non si rassegna. Quei ragazzi non accettavano di non avercela fatta e pensavano che chi in quel momento comandava, sbagliasse”.

pag. 146: “La tv ora entra per la prima volta nella vita vera di un solo essere umano. Il più debole, il più indifeso, sofferente che si possa immaginare. Ci entra con la sua musica assordante e le sue luci stroboscopiche. Non so se è giusto. so che forse è inevitabile. Ma che questo, come Pasolini ci ha insegnato, non lo rende, di per sé, giusto”.

pag. 213: [Il libro descrive la ricerca di uomini piccoli da calare nel pozzo]: “Soffermiamoci un attimo sulla definizione di ‘nano’. […] I nani, da sempre derisi e offesi, sono come la panacea per questa tragedia e vengono ricercati affannosamente. Tutti hanno bisogno di loro, anzi, fosse possibile, del più piccolo di loro. Loro che, come scrisse Fabrizio De Andrè: Passano gli anni, i mesi / e se li conti anche i minuti / è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti; / la maldicenza insiste, / batte la lingua sul tamburo / fino a dire che un nano / è una carogna di sicuro / perché ha il cuore troppo / troppo vicino al buco del culo“.

Wikipedia va bene

pag. 41: ” ‘Come ci sono finito qui?’ avrà pensato Roberto chiuso nel bagagliaio della 127 che sfreccia sull’autostrada. La storia della sua famiglia è una delle tante di quegli anni roventi. […] D’estate, per arrotondare il bilancio familiare, gestiscono una locanda per forestieri. Perché il turismo è l’attività principale di San Benedetto del Tronto, dove la famiglia si è trasferita da Ripatransone. […] San Benedetto è famosa non solo per le attività turistiche ma anche per la sua tradizione di pesca, che lì è l’industria più fiorente…”.

da pag. 232 a 235 invece c’è un’interpolazione in cui si cerca di dare una lettura psicanalitica, etologica e insieme teologica alla domanda Come ha fatto Alfredo a resistere per tante ore in quella condizione? E in poche righe si citano insieme Vito Mancuso che parla di Gesù, lo psichiatra infantile John Bowlby e la ‘teoria dell’attaccamento’, la consulenza personale che ha chiesto al professor Massimo Ammaniti, e Konrad Lorenz e “il meraviglioso racconto contenuto nell’Anello di re Salomone

Anche qualche neologismo poetico ci può stare

pag. 31: “Le torce elettriche dei soccorritori danno grani fiocinate di luce, tra gli spazi sterrati e le case in costruzione”.

Però prima di consegnare controlla la grammatica

pag. 69: “È una donna evidentemente unica, con una viva curiosità intellettuale e un carattere nel quale mi sembra si fondino principi e convinzioni rigorose e una certa fragilità, prodotta dal doppio terremoto che ha sconvolto la sua vita”.

Mescolare afflati lirici e bei pezzi prosastici

Questa è una delle caratteristiche peculiari della prosa veltroniana, esasperata quando la tensione al lirismo suborna ogni altro dispositivo retorico. Nel poemetto-monologo Quando l’acrobata cade, questa discrasia era pervasiva. L’effetto che crea è quello di un attrito tra due esperienze foniche opposte, tra due registri (evocativo e giornalistico) che difficilmente riescono a stare insieme; non solo a amalgamarsi, ma neanche a giustapporsi.

pag. 55: “Tutti per lui, per quel bambino che non conoscevano. Ci hanno provato in ogni modo, non ci sono riusciti. Quei giorni hanno lasciato in ciascuno dei testimoni un sapore amaro di una sconfitta. Di quelle che ritornano, come un fantasma, nelle notti difficili. Di quelle che ti stringono il cuore. Di quelle che, in un momento qualsiasi, per una ragione inspiegabile, ti possono dare un dolore violento e improvviso, come una fiocinata al petto [ehi ritorna la fiocinata, ndr…] È legittimo che, ora come allora, ci fossero idee diverse per affrontare e risolvere il problema. E che queste idee abbiano potuto generare conflitti. Gli speleologi, ad esempio, sono ancora oggi convinti che le istituzioni, specie dopo l’arrivo dei media, non volessero che a salvare il bambino fossero dei giovani volontari e non le strutture ufficiali”.

pag. 181: “Il cucciolo è stanco. Stanco di tutto. Del freddo, della fame, della solitudine, dei dolori al braccio e alla gamba, dell’attesa dei soccorsi che non arrivano. Anche per questo, appena potranno, i vigili che scavando con la mazzetta e le mani arriveranno vicino al diaframma che li separa dal pozzo artesiano dovranno chiamarlo e rassicurarlo”.

pag. 201: “Si sente, in profondità, il rumore del martello che cerca di allargare il buco del tunnel. È un rumore forte. A ogni colpo il bambino reagisce con un grido. Laggiù il rumore deve essere assordante e tutto deve rimbombare in maniera allucinante. Alle 18,40 il microfono rimanda ancora una volta il suo grido, il suo respiro affannato, la sua richiesta di ‘Mamma”. Sentendolo mille volte [mai meno di mille?], come ho fatto, ho la sensazione che qualcosa gli impedisca di articolare le parole e temo, non riesco neanche a pensarlo, sia il fango. Quel fango devono averlo prodotto i liquidi che gli sono stati somministrati per cannula e la terra che inevitabilmente è caduta. E, ricordiamolo sempre, Alfredo non può usare le braccia, che sono incastrate”.

Ripeti, ripeti, qualcuno capirà

L’inizio del buio è il regno delle anafore e del forse. Alle volte i due stratagemmi retorici si accoppiano ed è un unico elenco di azioni e pensieri immaginati, ipotetici.

pag. 75: “Prima che le pistole e la violenza uccidessero, con i corpi che lasciavano a terra anche quelle collettive speranze. Prima che il piombo si sostituisse ai fori. Prima che il nero divorasse i colori. Prima che gli avversari diventassero nemici e persone simboli. Gli uni e gli altri da abbattere. Prima che quei ragazzi che volevano cambiare la loro vita si riducessero a togliergliela ad altri. Prima che sparissero le parole per lasciare solo slogan, ferro battuto, come Arbeit machr frei“.

pag. 80: “Forse su uno di quei tavoli di quel 9 giugno 1979 c’era un quotidiano. Forse si è messo a volteggiare nel vento quando sono andati tutti via. Forse si è posato su una pagina che raccontava dov’era quell’invitato desiderato e assente”.

pag. 92: “Immagino le case degli italiani, in quel momento. Immagino le madri che arrivano correndo nell’altra stanza e si siedono, con le mani sul volto, davanti al televisore. Immagino un bambino che smette di giocare e cerca con gli occhi un grande e una studentessa che chiude il libro tenendo il segno della pagina. Immagino nonni che si fanno scendere una lacrima, silenziosi. Immagino fratelli maggiori che portano via, con una scusa, il piccolo di casa. Immagino suore che si guardano smarrite e pregano all’istante e camerieri che smettono di servire l’aperitivo. Immagino giocatori di scacchi che sbagliano una mossa facile. Immagino quello che ricordo. Perché così è stato, Alfredo”.

La morale della tesina qual è?

Si potrebbero continuare a inanellare citazioni. Ci sono delle immagini terribili come quella a pagina 140 per descrivere il senso di vuoto del dramma di Vermicino: “Il contrario della notte della Luna. […] È come se l’Apollo 11, man mano che si allontanava dalla terra, avesse lasciato nello spazio, come un detrito, le immagini in bianco e nero di Hitler che urlava odio e nel microfono, di Mussolini nel cappotto di Salò, degli impiccati nelle strade, dei carri armati sovietici che sparavano nelle strade di Budapest, di Vopos che presidiavano il muro di Berlino, di Jan Palach che si dà fuoco a Piazza San Venceslao”. Adolescenzialismi, come l’uso ripetuto della parola delirio, caos. Una scrittura che si fa kitsch a ogni pagina. Tutto questo allontana un lettore ben intenzionato, minandone davvero la capacità di goderne il racconto, interessante e drammatico, delle due vicende storiche (Vermicino e il rapimento di Roberto Peci).

Ma qual è dicevamo la tesi principale che Veltroni ricava da quest’indagine un po’ storica, un po’ sociologica, un po’ personale (c’è un’altra pagina tremenda, 45, che non ce l’ho fatta proprio a citare per intero in cui Veltroni racconta il suo lutto personale, la morte di suo padre e la mescola all’interpretazione dei fatti storici, l’affondamento della nave Rodi – “Da ragazzo mi immaginavo, come in un montaggio alternato, la vita che se ne andava di mio padre e l’agonia di quella nave”)?

L’impressione che se ne ricava è duplice e, in un certo senso, doppiamente disarmante. La prima conclusione è che per Veltroni il male non ha senso. Il suo lungo indagare la morte, la sofferenza, gli anni di piombo, le violenze, non lo ha portato a elaborare delle chiavi interpretative, né storiche né di qualche altra forma ermeneutica (psicanalisi, sociologia, teodicea…). Il male arriva, e le persone che lo commettono o che lo subiscono ne sono tutto sommato in balia. In questo senso, il buonismo veltroniano riletto in chiave letteraria, somiglia a una visione leibniziana un po’ malinconica, che può essere facilmente sbeffeggiata – come si vede – da uno spirito cafonamente voltairriano come quello di questa recensione: quello in cui siamo vissuti è il meno peggiore dei mondi possibili.

L’altra conclusione è che la visione veltroniana del mondo non distingua l’elemento immaginato da quello reale. Sono tanti gli elementi che concorrono a quest’ipotesi. Il continuo ricorso a una narrazione ipotetica, in cui il piano della ricostruzione documentale scivola su quella dell’immaginazione. La continua sintesi di sentimenti collettivi che segnano la storia d’Italia, che spesso è una grande allucinazione collettiva e segna il mero disfarsi delle individualità (pag. 168-169: “Perché quello che parte da Vermicino non è una storia raccontata, uno show, un telegiornale. No, Vermicino è già, il venerdì all’una, parte dell’esperienza emotiva dell’intera nazione. Lui, Alfredo, sono io bambino, è mio figlio, mio nipote. Lui è tutti. Lui, così piccolo e così solo”). Alcune citazioni – come quella già vista di Fellini come regista di riferimento, capace di fondere dimensione fantastica e realtà; o quella già risaputa per chi conosce il mondo veltroniano dell’Uomo dei sogni di Kevin Costner, uno dei suoi film culto: la storia di un uomo a cui una voce dal cielo dice di costruire un campo da baseball. Lui obbedisce alla voce, e alla fine non solo vede comparire da un passato fantastico anche i giocatori di baseball di una squadra mitica, ma anche la folla degli spettatori. Come scrive Veltroni a pag. 107: “Quel campo diviene il luogo in cui passato e presente si toccano, in cui realtà e desiderio si conoscono”. A dir la verità, lì realtà e desiderio non si conoscono, ma si confondono: è – come non fa altro che ricordare anche Veltroni stesso in questo libro – la visione infantile, quella priva di un principio di realtà, che seppure permette di salvare un bambino dalla violenza del reale quando si manifesta, rischia per un adulto di trasformarsi in una prigione mentale, in un sogno nostalgico in cui appunto non c’è differenza tra i propri desideri e quelli degli altri, tra la propria visione del mondo e il principio di realtà.

Letta in questo senso, l’opera veltroniana, è una piccola invenzione della tradizione per dirla con Hobsbawn. Accanto a quella leghista del dio Po e dei druidi, di quella berlusconiana del bunga-bunga e dei comunisti cattivi, c’è anche quella di Veltroni: un paradiso perduto in cui si può vivere solo se si torna a essere bambini. Imberbi e incoscienti, mai responsabili, a aspettare che il male passi da solo. E insieme uomini dei sogni che intendono la realtà come un limbo, incapaci di fare i conti con il fallimento, perché non vedono come il mondo possa evolversi: tutto per loro dovrebbe rimanere incantato in una sfera di immobilità storica (come la telefonata che arriva dai morti nella Scoperta dell’alba o il segreto sepolto nella memoria nell’Acrobata cade o i pensieri immaginati di Alfredino e Roberto Peci qui). E infine: devoti della memoria, incapaci dunque di realizzare un passaggio di consegne con le generazioni future: se evoluzione corrisponde a annichilimento, se questi ultimi trent’anni sono stati contrassegnati da un buio incomprensibile, chi mai avrà il coraggio di affrontare la storia che passa, in cui si muore e si rinasce?

 

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
12 Commenti a “Decostruire L’inizio del buio – un tentativo di analisi della poetica veltroniana”
  1. giuseppe zucco scrive:

    ciao christian,

    per la cronaca, lascio qui il link della recensione de “l’inizio del buio”, scritta da sandro veronesi per “la repubblica”:

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/06/07/cosi-comincio-italia-delle-telecamere.html

    dopo aver letto la tua analisi, e soprattutto le parti del libro riportate tra virgolette, non riesco proprio a capacitarmi – o meglio, non mi capacito, ma me lo spiego – di come il libro di veltroni sia già schizzato alla seconda edizione mentre nessuno ricordi uno tra i migliori libri italiani degli ultimi anni, il “dies irae” di giuseppe genna. e pensare che, tra le altre, raccontano la stessa storia, quella di alfredo rampi – che ormai, per il suo valore simbolico e allegorico, sembra essere diventato il punto sorgivo per raccontare com’è cambiato questo paese da un certo momento in poi, anche in una bellissima canzone dei baustelle (che a tratti, è una riproposizione del romanzo di genna in musica):

    http://www.youtube.com/watch?v=iTJegF-m7tw&feature=related

    giuseppe

  2. Larry Massino scrive:

    Mi sono iscritto quasi da bambino al club di quelli che da sinistra vedono nel veltronismo (che è peggio del berlusconismo…) la rovina di un paese intero, con il disastroso risultato di aver accelerato la propria di rovina, e di non aver affatto frenato la rovina del paese, men che meno l’ascesa dei veltroniani… Infatti, il punto, ora, non è avere pietà per i tanti lettori e ammiratori del pessimo scrittore Walter Veltroni, compresi quelli che non possono fare diversamente come Sandro Veronesi, il quale, del resto, esponendosi come si espone alla caccia grossa, è da ammirare per coraggio e coerenza. Il punto è pigliarsela con noialtri, con quanti di noi del circo della produzione artistica e culturale hanno sostenuto la sua idea di cultura. Lo scandalo non è che Walter Veltroni, un modestissimo uomo politico, abbia espresso e cercato di imporre una concezione della cultura. Lo scandalo è che chi formava e forma quel concetto con il proprio quotidiano lavoro, non abbia respinto quella ignobile concezione, semplicemente mettendo in campo concezioni di qualità superiore. Lo scandalo è che artisti e produttori di cultura si sono appoggiati alla greppia veltroniana per imporre le proprie merci. Processo che del resto non è ancora finito. Bisogna cominciare a prendersela con tutti i partecipanti, una quindicina di anni fa, agli stati generali della cultura indetti da Veltroni, ai quali, guarda il caso, c’erano o vi aderivano almeno il 90% di quelli che oggi formano l’Establishment culturale italiano. Scommetto che non si farà, nonostante l’apprezzabilissimo sforzo di Raimo e pochi altri.

  3. Francesca Anzivino scrive:

    @Christian
    Mi sorge spontanea una domanda: perché non scrivi come mangi? Considerate le dettagliate critiche allo scritto e allo scrivere di Veltroni, non ti pare che sarebbe stato meglio non ricorre a paroloni che rendono solo vezzosa la tua analisi?
    Un’altra domanda: secondo te chi é autorizzato a scrivere un libro, un romanzo, un articolo, una lettera, un pensiero o una emozione? …. Chi usa una grammatica italiana da manuale ed una forma ben decodificata? solo se sa accostare all’inverno l’estate, al nero il bianco, ad una lacrima un sorriso, al sale lo zucchero?

    Qual’é il senso di tanto accanimento? Vuoi promuovere ‘vera cultura’ tra noi lettore cuoriosi e tolleranti?

  4. minimaetmoralia scrive:

    Non scrivo come mangio, perché non sono un gourmet, e quindi verrebbe un po’ una cagata da leggere se scrivessi così. mi dispiace di sembrare vezzoso, cercavo solo di essere professionale nell’esercizio di una critica letteraria.
    cosa che – a quanto pare – viene scambiata per elitismo.
    penso che tutti siano autorizzati a scrivere romanzi.
    la domanda che pongo è: chi decide se quello che si scrive è letteratura o è un semplice tentativo di letterario?
    http://www.youtube.com/watch?v=03GoPIyJvfo

    per capirsi.

    ps.è una domanda seria, né ironica né provocatoria, ti assicuro:
    ma secondo te io dovrei dirti che per me è fastidioso leggere qual con l’apostrolo o le è accentate con l’accento acuto (é) anziché grave (è). È snobismo questo?

  5. Larry Massino scrive:

    ” Chi decide se quello che si scrive è letteratura o è un semplice tentativo di letterario? ” In gran parte Veltroni o suoi mandatari, da una parte; Berlusconi o suoi mandatari, dall’altra. E temo non lo decidano alla cazzodicane, ma con scienza, per precise esigenze di ” nuova narrazione ” che li faccia risultare necessari e al centro della cosiddetta realtà, che se fossimo furbi ci affaticheremmo a far sparire dietro narrazioni assolutamente fantasiose, perché, stando così le cose, senza realtà sparirebbero prima di tutto i peggiori politici.

  6. ??? scrive:

    @Christian

    io non ho capito quale sarebbe l’errore da te evidenziato in grassetto, quindi un appunto che ti faccio è che dovresti anche spiegare l’errore, non solo farlo notare.

    Però non mi aspettavo la domanda su chi può decidere ecc. Tutti i testi letterari fanno letteratura, qualsiasi distinzione prevede criteri soggettivi, scelti da uno o più individui. Tu fai bene a parlare di letteratura perché si vede che quantomeni sai di cosa stai parlando, ma non è che stai dividendo i buoni dai cattivi, stai solo illuminando il lettore circa un’opera. Anche perché come fai a fare critica letteraria di un libro che “non è letteratura”?

    Piuttosto, uscirà qualcosa di tuo prossimamente?

  7. Francesca Anzivino scrive:

    Caro Christian,
    é un caso che lo spezzone dal film di Nanni Moretti finisce su una meravigliosa visone di torte più meno golose???

    Io non parlerei di snobismo. La mia non voleva essere un critica a chi ama questo perfezionismo linguistico, anzi. Ma d’altra parte non si può pensare che chi non ha altrettanta padronanza della lingua italiana non possa scrivere. Prendi una come me (mezza ingegnere, lettrice di bocca buona, curiosa ma non esperta di ogni forma di arte): posso avere paura di dire la mia su un film, su una poesia, su una scultura o su un piatto da gourment solo perché probabilmente non lo direi nella forma migliore?
    Un tentativo letterario…. Un romanzo, una poesia, una pagina di diario, un articolo di cronaca, una lettera d’amore o un compromesso tra una cosa e l’altra. Che male c’è? Che male c’è se coinvolge anche chi non è esperto?
    É così affascinate il fatto che ogni forma di comunicazione o arte possa coinvolgere tutti, chi ignora e chi non ignora. È un grande privilegio e una grande forza.
    Credo sia profondamente diverso quando si parla di cardiologia, di astrofisica, di finanza….

    Ciao. Francesca

  8. irene fonda scrive:

    Il libro di Walter Veltroni e’ bellissimo. E speriamo che non ci siano motivi per criticare anche questa mia breve, concisa e sincera frase (Forse troppi aggettivi? Oops!)

  9. minimaetmoralia scrive:

    @ francesca anzivino
    @ irene fonda

    non c’è niente di male a pensare di scrivere e a scrivere poesie, romanzi, etc…
    quello che per me va criticato è che l’editoria renda identica la qualità dei professionisti e quella dei dilettanti

    non c’è niente di male a giudicare un libro bellissimo, ma che allora poi lo si confronti con i libri di storia, di sociologia, di analisi psicanalitica contemporanei, altrimenti il rischio è quello di giudicarlo bello solo perché è il solo che si è letto di questo tipo

  10. minimaetmoralia scrive:

    scusate, il post precedente è di christian raimo, io

  11. Francesca Anzivino scrive:

    Non é una gara tra libri. Non esiste un premio da assegnare. Semplicemente é un libro che si basa su due storie realmente avvenute, raccontate con emozione e partecipazione, facendo riferimento a coloro che in qualche modo ne sono stati coinvolti in maniera personale. Un libro fatto di forma e di sostanza. Non ti piace? Non credi sia un esempio di letteratura italiana? non ti ha emozionato? Ci spieghi il perché? Bene, sicuramente la critica quando costruttiva aggiunge valore alle letture, aiuta a districarsi tra un numero infinite di proposte, crea attenzione e dibattito.

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Leggi commenti...
  1. […] di pensare di essere uno dei lettori più attenti della sua opera in Italia (dai romanzi agli pseudosaggi alle poesie), tanto da averne fatto un bilancio di questo rapporto critico. Questa continuità […]



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