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Dedizione?

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All’interno della settima edizione del festival LibriCome all’Auditorium Parco della Musica di Roma, venerdì 18 marzo alle ore 21 Luca Ricci (accompagnato da Giorgio Bottiglioni) leggerà alcuni dei suoi racconti nel reading “Fantasmi per voce e viola”. Quello che segue è un breve racconto inedito.

di Luca Ricci

 

“Addio, donne di ieri! Io vi amo”.
La chioma, Guy de Maupassant

 

— Prego, dottore, per di qua.

La guardia carceraria m’introdusse in una specie di studiolo disadorno, e nell’attesa che ci raggiungesse il Direttore del Carcere, dal quale ero stato convocato d’urgenza, prese a scuotere la testa e a dire che in tanti anni di professione non gli era mai successo d’imbattersi in un caso come quello.

— E’ un demente, — concluse. — Eppure a leggere il suo diario sembra lucidissimo.

Gli chiesi subito di poter visionare il diario e quel che segue è quanto conteneva:

“Ho condotto una vita normalissima fino a quando non mi sono imbattuto in quel mercatino dell’usato. Non so come mai, ma ho sempre avuto il sospetto che quei mercatini dove si va la domenica— sguardo svagato e un peso sul cuore, la svagatezza e la pesantezza delle giornate vuote— potessero nascondere tremendi pericoli. Incontrai un banchetto di libri e subito il mio passò rallentò. Non posso dirmi un bibliofilo, e neppure un collezionista, però mi riempiono di struggimento i libri orfani dei loro lettori, che non sono mai stati letti o sono stati smessi di leggere.

Sono tomi per lo più usati o di seconda mano — con qualche evidente anomalia di fabbricazione (marchiani sbagli tipografici o redazionali) — e al loro interno si può sempre incappare in qualche sorpresa deliziosa o inquietante: una dedica di cui qualcuno si è voluto disfare, una ciocca di capelli come segnalibro, la sottolineatura di un pensiero che magari proprio in quel momento stai pensando anche tu (o avresti voluto pensare). Trovai un vecchio libro su Modigliani, la cui vita e opera conoscevo abbastanza bene, e che tuttavia non avevo mai issato nel mio personale pantheon di geni. Sfogliai il volume al solito con lo sguardo svagato e il peso sul cuore dei giorni festivi, delle domeniche mattina prive di possibilità e quindi di sviluppi. In buona sostanza si trattava di libro fotografico, dopo una breve introduzione e un cenno biografico il volume consisteva in una gallerie d’immagini che volevano seguire la vita di Modigliani così come si era sviluppata, tra Livorno e Parigi.

Cosa provai lì per lì? Nulla, un fremito appena. Dovetti sfogliare le pagine daccapo, però: avevo intravisto la foto di Jeanne Héburterne, la compagna di Modigliani,  ritratta nel 1919 in primo piano, pelle bianchissima e uno sguardo che quasi metteva paura. Acquistai il volume per pochi spiccioli e mi allontanai tutto allegro di quell’allegria insensata che prende dopo un colpo di fulmine.

Bisogna dire che già pochi metri dopo ero seduto al tavolino di un caffè e riaprivo le pagine del libro, scorrevo velocemente le foto fino a quella di Jeanne Héburterne, e m’incantavo a guardarla. Mi feci portate un latte macchiato che si freddò sul tavolo, poi una spremuta d’arancia su cui un gruppetto di mosche  si divertì a ronzare per parecchio tempo. La foto era ancora più bella di quando l’avevo vista per la prima volta, pochi istanti prima, al mercatino dell’usato.

Il bianco e nero faceva risaltare la pelle bianchissima di lei, e i capelli chiusi da un copricapo con velo ricadevano ai lati del collo come due ruscelli di montagna. E poi quegli occhi che guardavano fisso di fronte a sé— mi guardavano fisso—, la tenacia forte, potente, irremovibile. Di Jeanne Héburterne sapevo quello che sanno tutti: all’indomani della morte per meningite tubercolotica di Modigliani, e nonostante fosse incinta di nove mesi, si era buttata dal quinto piano della casa dei genitori, morendo sul colpo. Una vicenda spietata che diceva più delle storie a lieto fine: l’amore era un sentimento dispotico e violento che amava distruggere.

Quella stessa notte non riuscii a prendere sonno e, stando attento a non svegliare mia moglie, raggiunsi il libro nello studio (non avevo avuto l’ardire, me ne rendo conto solo adesso, di trascinarlo fin sul comodino, nel punto più vicino all’intimità del letto). Senza accendere la luce, nell’oscurità rischiarata appena dalla notte che entrava da una finestra, tornavo a guardare Jeanne, e pensavo al suo amore spinto fino “all’estremo sacrifizio”, com’era stato scritto sulla sua tomba al PèreLachaise.

Quanto durò quell’incessante andare e venire, quella luna di miele con la foto di Jeanne? Una settimana, forse due. Le passioni libresche possono affievolirsi anche molto velocemente, e mi dicevo che un giorno o l’altro avrei perso interesse per quel libro, per quella foto, e tutto sarebbe tornato alla normalità. Sbagliavo, la cosa si fece allo stesso tempo più interessante e pericolosa. Preso da un impulso senza nome, ritagliai la foto di Jeanne e cominciai a portarla sempre con me. Solo la sera, non potendo portarla a letto con mia moglie, la lasciavo chiusa nel cassetto del mio studio, e trascorrevo le ore a pensare a Jeanne, ad ammirare la sua scelta folle di buttarsi dalla finestra con in grembo un’altra vita. Era stata una donna mostruosa, contro—natura, avendo preferito immolarsi al compagno invece che al figlio? Non lo sapevo, non m’importava.

Le notti senza Jeanne erano troppo lunghe da riempire, e mia moglie si spazientiva a vedermi sempre sveglio, come a montare una veglia il cui senso misterioso capivo solo io. Così decisi di trascorrere la maggior parte delle notti nella camera da letto degli ospiti. Il letto singolo era modesto e scomodo, ma almeno così stavo con Jeanne, mi ero ricongiunto, non ci lasciavamo mai. Mi mettevo il ritaglio della sua foto sul petto, ed ero completamente appagato, consolato di tutto. La sola idea che una donna del genere fosse esistita, una donna disposta a sacrificare tutto per amore, mi riempiva di una dolcezza languida: erano sempre notti di primavera, quelle trascorse con la foto di Jeanne sul petto.

Andai avanti così per diverse settimane, confrontavo Jeanne con tutte le donne in carne e ossa che avevo conosciuto o che avrei potuto conoscere e mi dicevo che no, neanche una si sarebbe avvicinata all’eccezionalità che incarnava lei (erano tutte prese a inseguire la convenienza, e si spaventavano con un nonnulla, appena all’orizzonte dei loro rapporti compariva una nuvola, maledetta frivolezza, superficialità, debolezza). C’innamora la dedizione. Per quanto vogliamo fare gli emancipati, a conquistarci è lo spirito di sacrificio dell’altro. Tutti i rapporti si basano su una domanda silenziosa e persistente: “Quanto sei disposto a sacrificarti per me?”

In quest’idillio s’infilò presto un pensiero subdolo. Jeanne era stata meravigliosa, ma tutto sommato non aveva amato me, la sua dedizione era andata a un altro. Era un pensiero che sapevo di aver avuto fin dal primo istante in cui i suoi occhi troppo puri avevano incrociato i miei, e adesso cominciava a farmi male. A tratti guardavo la foto di Jeanne con il broncio, altre volte invece ficcavo la foto dentro il libro e non lo aprivo per un giorno intero: trascuravo Jeanne per capire se il suo interesse fosse reale. Forse ero solo un masochista, visto che pretendevo di calcolare le reazioni di una morta? Ero geloso, furibondo, intrattabile. Mia moglie si spaventò, cercò di conoscere il mio segreto. Negai tutto, perché gli uomini più navigati di me in questo genere di questioni— i libertini, gli adulteri, gli amanti seriali— mi avevano sempre consigliato di negare perfino l’evidenza.  Ciò non toglieva che mi sentissi a pezzi, che m’importasse solo di conquistare Jeanne, di sentirmi amato come l’amavo, sennò sarebbe stata una burla, un dozzinale amore non corrisposto. Non vuoi bruciare anche per me Jeanne, non vuoi rinunciare a due vite contemporaneamente— la tua e quella di tuo figlio— per gridarmi il tuo amore imperituro?

Era colpa di Modigliani, era ovvio. Se non ci fosse stato di mezzo quel beone da strapazzo si sarebbe tutto sistemato. Mi capitava d’insultarlo a voce alta, durante il giorno. Dicevo cose tipo: “Dedo vattene a fare in culo insieme a tutti gli artisti maledetti di Montmartre”. Poi seppi che una mostra in città ospitava alcune sue opere. Fu una tentazione a cui non seppi resistere. Acquistai il biglietto ed entrai senza che nessuno controllasse il contenuto del mio zaino. Giunto nella sala centrale, tirai fuori il martello e mi scagliai su una delle celebri teste— quelle opere ridicole che saprebbe rifare anche un bambino—, ma qualcuno della sicurezza mi bloccò la mano, e in un istante mi furono addosso in tre o quattro. Ci fu una colluttazione all’interno del palazzo espositivo, mi andava bene anche morire, o uccidere”.

Il diario terminava così, quasi bruscamente.

Alzai gli occhi sgomenti verso la guardia carceraria e dissi: — Ma questa foto ritagliata esiste realmente, c’è ancora?

La guardia carceraria annuì.

— Gliela abbiamo dovuta sottrarre con la forza prima di portarlo in cella,— disse, e poi aprì un armadietto e mi lanciò sul tavolo un foglio stropicciato, dove ormai a malapena affiorava il volto della donna, di Jeanne, consumata e invecchiata da mille piccole rughe di carta. Ne fui ripugnato e attratto allo stesso tempo.

Poi aggiunsi soltanto: — La mente umana è capace di tutto.

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