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Degenerazione

di Marco Mantello

Il Movimento 5 stelle è un misto di livore da esclusi e pragmatismo nazionalista, non ci sono idee politiche ma cose da fare per “gli italiani” e “il paese”, con questo complesso del “siamo puliti e non corrotti e lo siamo programmaticamente, conti alla mano, tagli agli stipendi alla mano, siamo etici, noi non siamo come loro”. Una cosa, l´etica, che non è il mezzo per attuare un programma con dei contenuti, ma il programma stesso, al netto di redditi di cittadinanza postulati senza alcuna nozione di economia politica o di politica economica, di visioni aberranti del fenomeno migratorio. Una parte della mia generazione e di quella successiva arriverà al potere rigurgitando mediocrità post-ideologica e moralismo, ma c´è da dire che i “padri” e i “nonni”, i cattivi e gli ex maestri col loro squallore, moriranno prima e poi, sono già morti, e la retorica dei loro gravi errori svanirà con essi, è già svanita, con la loro graduale e remissiva uscita di scena per limiti di età, al netto del riciclaggio. Una retorica quella dei nuovi albergatori dell´azienda italia, di un nuovo omino pulito che si sostituisce alla vecchia corruzione, alle “Porcate”. Una retorica che non basta a fondare una classe politica nuova, ma solo tante piccole carriere bio-sostenibili, eco, emo, ragionieristiche, da ex mobbizzati che hanno imparato come si contano i soldi facendo i cassieri a Londra, carriere elargite a ferite, che risarciscono torti subiti, prevaricazioni, migrazioni, soprusi. La spinta piccolo-borghese verso questa sorta di pulizia senza limiti si esaurirà nei prossimi vent´anni, senza idee, senza visioni dei problemi, senza internazionalismo, ma solo col suo carico di rivincita su un sistema corrotto che ha disperso gli anni migliori delle loro (delle nostre?) vite, ha ritardato parti e nascite, stabilità economica e progetti familiari con mutuo. Insomma ragioneria applicata su conti pubblici, fanatismo della legalità, senso della giustizia eroso, corroso in un blog con tanti piccoli ghost writer che hanno convogliato questa rabbia in un nuovo sistema di potere che attende di realizzarsi e essere operativo in Italia. Col suo vuoto, l´eredità vera di questo movimento ai posteri è il vuoto, la contingenza storica della sua genesi e della sua ascesa.

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Un grosso equivoco si aggira in Europa: spacciare per moralismo e politically correct il sano superamento di ogni richiamo alle identità etniche o nazionali degli autori di un delitto nelle pagine di cronaca nera. Il che non si riduce alla falsa questione del nominare o non nominare il “cittadino della Tunisia” o il “reichbürger bavarese” come autori di un crimine, ma significa concentrarsi sulle persone in carne e ossa, sui contesti economici e urbani reali, svalutando questo primato del culturale, dell´etnico e del religioso, associabile a ristoranti, moschee o alla parola stupro. Per un uso pubblico della ragione pongo un problema di profili umani, di una responsabilità dei titolisti e dei direttori nell´esprimersi in un linguaggio che non favorisca l´identificazione di uno stereotipo culturale con una situazione reale. Di stereotipi reali non ne ha bisogno nessuno. E nemmeno della sostituzione di uno stereotipo cattivo a uno stereotipo buono, in genere coincidente con sé stessi. L´unica cosa di cui si ha bisogno quando si fa e si riceve informazione pubblica, è il senso critico sui fatti, è l´analisi non la conferma o la smentita di un pregiudizio culturale. Le identità collettive sono da sempre il male di questo continente, sono le targhette attaccate ai piedi dei cadaveri e degli uccisori. E vanno rimosse. Poi si può parlare di tutto, ma a patto che si rimuovano le targhette. E si cominci dall´autoanalisi, vero Sallusti e Belpietro? Vero Sergio Romano e i tuoi indimenticabili fondi sugli zingari sul corriere? Questa informazione andrebbe rasa al suolo perché non informa e non fa analisi. Conferma e basta e alimenta l´odio sociale.

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Il paradosso del nazifascismo di provincia è la spersonalizzazione fisica e mentale, in un immaginario da difesa di un´identità collettiva minacciata da un nemico esterno. Difendere un´identità collettiva ti spersonalizza esteriormente: non hai più una tua faccia ma capelli rasati a zero, non hai più un tuo modo di vestire, ma un bomber. E ti spersonalizza interiormente: ragioni per stereotipi e pregiudizi che si alimentano di una ingannevole conferma nella realtà, perché il pregiudizio, come il logaritmo, è un sistema educativo inerziale, reiterato, fatto di gesti e azioni manuali e reazioni ottiche e di cervello in automatica. Esso muta in post-giudizio di fronte al fatto reale di cronaca nera, lo valuta alla luce del parametro standard e massimalista dello straniero criminale, valuta ogni cosa allo stesso modo e con gli stessi identici slogan, rovesciando il rapporto vittima-aggressore, configurando i propri crimini come reazioni a un immaginario da criminalità connotata etnicamente, o alla paura di sparire come “italiani” in favore di “meticciati” e “mondialismi”. Il nazi-italico cerca il suo simile e inverso, cioè il famigerato pusher-afro da 10000 poliziotti renziani in twitter, i nazi pompati da Salvini nell´attesa di un riot nazionalista e popolare di punizioni di etnie colpevoli, e i twitter di Renzi in attesa di poter contenere e arginare la valanga di odio con il daspo di Minniti. Il tutto in parallelo alla visione americana del black riot dopo l´omicidio di un nero da parte di un poliziotto bianco, verrebbe da pensare, imitazioni di imitazioni. Poi lì certo sono troppo avanti ancora rispetto a qui, qui siamo ancora all´inizio della riproduzione del modello sociale con armi libere. Siamo appunto a un´altra cosa che fa rima con “coglioni”, alle spersonalizzazioni che producono effetti sulla realtà. Con la conseguenza che a essere punita o respinta è l´invasione barbarica e non la ritorsione interna. Questa cosa si chiama immaginario razziale, è il mezzo principe di Salvini per pagarsi l´affitto di casa. Ma è la politica tutta di questi giorni che risponde a un immaginario razziale, nessuno ha paura di un delitto di famiglia fra italiani, o della mafia intellettualizzata, descritta come un qualcosa di pompato da professionisti, che come i somari alla morte del padrone, cercano ancora le bastonate. Così é tutto molto rassicurante, basta esserci cresciuti dentro. Poi certo se qualcuno spara a sei persone di colore per strada l´effetto è chiaro, l´applausometro sale, si discute di espulsioni di massa di “clandestini”, ma non si nominano mai i nomi delle vittime, non si inquadrano le loro facce e le loro storie personali se non in seconda o in terza battuta, quando l´immaginario razziale ha avuto la sua dose di sangue impuro per alimentarsi ancora.

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Storie parallele dalla mia Germania. O meglio: Società multietnica europea: oggi domenica mattina ore nove mi sveglio, prendo la macchina, sono le nove di domenica, e l´amichevole polizia in borghese di Berlino mi fa il secondo controllo antidroga sotto casa in un anno. Alla fine per evitarmi il solito teatrino del tipo “le pupille non reagiscono/sono sveglio da venti minuti”, “ti tremano le mani/fa freddo”, li ho portati io in centrale e gli ho proposto di farmi pisciare nel bicchierino, a patto che poi mi riportassero all´auto. L´agente era interdetto, il suo tentativo di passare dal lei al tu era appena naufragato nelle mie pupille spente. Questo a Berlino, fra Kreuzberg e Friedrichshain, zona di discoteche e pusher italici. In Baviera se hai una macchina non tedesca ti fermano in automatica nella zona di Frankenwald, zona di Reichbürger, a me è successo dieci volte su dodici viaggi in Italia in macchina. Qui a Berlino sono a due bicchierini di piscia in un anno sotto casa. In centrale di polizia cominciano a riconoscermi, gente anziana alla reception, agenti che a breve se ne vanno in pensione col loro carico di esperienza di pregiudizi falliti o verificati dalla procedura fissa e noiosa del pisciamento. Questo per dire: se fossi africano. Questa cosa si chiama pressione sociale su gruppi etnici o fisionomie da ausbildung di polizei fisse, e crea violenza, paranoia. Ah, dimenticavo, a Berlino c´é una coalizione Sinistra-Cristiano sociali. L´Afd in Germania ha preso 90 seggi alle politiche. La mentalità Afd è la mentalità delle procedure di polizia, aggravata dai capelli biondi e dagli occhi azzurri della strappona che mi ha mostrato la paletta come una Charlie´s Angels stamattina, e all´oculato agente di sessant´anni che porto per sempre con lei in centrale per il pisciamento e la loro sicurezza.

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I naziskin di veneto e lombardia con la minuscola, cresciuti a cene dai genitori leghisti con caseggiato metà alloggiamento e metà negozio di materassi sulla statale per Chioggiola, Marano, Porano, Simignano, Brecco, Buccola e Fallanzon, ottengono programmaticamente un triplice effetto favorevole dal filmarsi e mandare ai giornali i filmati delle loro apparizioni presso comitati di quartiere umanitari composti da gente di mezza etá: il primo é economico, e cioè i giornali che comprano quei filmati finanziano questi movimenti in modo indiretto; il secondo è di immagine, perché almeno nel filmato questa gente non compie palesi atti di violenza materiale ma legge comunicati, dibatte, formula opinioni; il terzo effetto è la diffusione mediatica di queste opinioni e la normalizzazione della loro presenza sul territorio. Dietro ai militanti, ai gruppuscoli sul territorio, c´è una piccola borghesia ricca, ci sono bottegai e proletariato che reclama diritti sociali solo per gli italiani, ci sono i tassisti di Pisa che ascoltano tutta la notte radio padania contro il rom che non lavora a occhi sbarrati dall´aeroporto alla stazione e ritorno. Il collante politico di tutto questo in Italia aveva un tempo due facce contigue, quella della Lega, che esprime piccola borghesia e proletariato regionalista e/o nazionalista, e quella di Mediaset, che esprime familismo post-confindustriale e fica. Oggi abbiamo a che fare anche con il daspo urbano, con il pd di Renzi, con Minniti, col fanatismo della legalità come risposta politica a questo nulla da frustrati, con il mito del contenere la violenza italiana che alimenta e giustifica la degenerazione costante del paese in quello che è sempre stato.

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Il mio racconto preferito di Truman Capote si chiama Hello Stranger, ho sempre trovato A Christmas Memory un testo noioso. Ma c´è un´immagine che ricordo bene, estemporanea, paesaggistica, secondaria rispetto alla trama, e scritta all´interno di uno di quei periodi che metti sulla pagina per colmare un vuoto, o meglio per riempire uno spazio, per esigenze ritmiche, per contenere la rapidità del flusso e ritardare nella misura gusta la narrazione chiamiamola così primaria e determinante. L´immagine è quella di una finestra che a sera si trasforma in uno specchio. E mi ha ricordato un altro specchio, incontrato da Brodskij in un hotel a Venezia, capitolo 11 di Fondamenta degli incurabili. Lo specchio di Capote nasce dall´assenza di luce, esiste come specchio grazie all´oscurità e fino a che la luce non ritorna nella camera. Che cosa riflette? Un ricordo personale dell´infanzia, le fondamenta di quello che sei. Invece lo specchio di Brodskij, anzi gli specchi delle camere d´albergo, inanimati per natura, che hanno visto troppa gente, sono opachi e passivi. Gli specchi di Capote riflettono il tuo essere unico e hanno a che fare col narcisismo. Gli specchi degli alberghi il tuo essere anonimo e hanno a che fare con l´alienazione.

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Uguaglianza formale. Significa non solo uguaglianza di tutti davanti alla legge, ma anche trattare in modo uguale situazioni uguali. Nella prima accezione parliamo anche di pari dignità, di trattamento come uguali. Nella seconda accezione parliamo di una cosa diversa, di un trattamento uguale a parità di circostanze. Cosa che non fa solo la legge, ma anche chi detiene un potere, ad esempio il tuo datore di lavoro, caro commesso Ikea. Essere uguali e trattare gli altri in modo uguale, Dworkin, I diritti presi sul serio. O poco seriamente? L´essere uguali nelle società di mercato degenera in un valore che pretende di valere in sé, e di definire un concetto di essere umano che si impone e predomina sulla percezione individuale delle nostre singole dignità. Un´astrazione autoritaria che oltre una soglia massima di reddito legittima il puritanesimo e il fanatismo della legalità (è contro la dignità umana che qualcuno dorma su una panchina al parco, specie se negro o rom, sul presupposto che la regola del non dormire sulle panchine al parco vale per tutti e fonda uguaglianza). La pari dignità, l´essere uguali, ha bisogno della legge per esistere. Se il contenuto di una legge é autoritario, violento, vessatorio, malato, si ammala anche l´uguaglianza in questa forma debole. Nella seconda accezione di cui parlavo, l´essere trattati in modo uguale, si presuppone un potere che attui l´uguaglianza, qualcuno o qualcosa di esterno al valore dell`uguaglianza, più un termine di riferimento esterno che specifichi rispetto a che cosa si debba essere trattati in modo uguale da qualcuno o da una legge. Un contenuto che non può essere dato dal principio, per cui uno si domanda: uguali sì, ma rispetto a che cosa? Al reddito? Alle opportunità di carriera? Al dovere di pagare le tasse? L´uguaglianza liberale è un concetto di relazione, ha sempre bisogno di altro da Sé per potersi attuare come parità di trattamento o vivere come valore. Come valore in sé reclama di essere rispettata e difesa dagli uomini, e cioè un´assolutezza da far valere anche contro l´autodeterminazione individuale: il trattare gli altri come uguali, come persone aventi pari dignità. Come valore del trattare gli altri in modo uguale, essa presuppone la domanda posta da Sen: “uguaglianza di che cosa?” In genere nei sistemi di mercato si risponde: di diritti, di opportunità, di chance, di retribuzione a parità di lavoro. Ma esiste anche un profilo dell´uguaglianza dei doveri e delle sanzioni. Se i valori di riferimento sono doveri e punizioni uguali per tutti, l´uguaglianza come concetto di relazione fonda una società sottilmente autoritaria, e una morale puritana. Se I valori di riferimento sono il potere decisionale del padrone di Ikea, l´uguaglianza è parte di un sistema di precarietà e di assenza di tutele forti sul posto di lavoro. Per esempio le logiche antidiscriminatorie Ue sono nate in contemporanea ai part time e alle agenzie interinali. Spesso accade che al di là delle solenni dichiarazioni di principio sull`Europa culla dei diritti, queste logiche sottendano forme di alienazione e di sottrazione del tempo e delle identità personali. Chiedetelo ai commessi in telefonia quando devono andare al bagno a pisciare secondo regole uguali per tutti. Un potere privato decide senza distinzione di etnia, opinioni, condizioni personali, religione, razza, che tutti devono indossare un certo vestiario sul posto di lavoro, cioè otto ore al giorno su dodici. O ancora: padroncino locale di outlet vieta ai commessi il velo islamico, al pari dei crocifissi al collo o dell´orecchino al naso. I veli occidentali sono considerati un vestiario neutro, impersonale. Lo sono le uniformi del Burger King, delle guardie giurate, delle impiegate da Bauhaus, delle cassiere di Lidl con le magliette blu e i capelli a coda, dei cassieri alle pompe di benzina che ripetono per ore e ore a tutti i clienti in automatica la stessa sequenza di parole che hanno imparato al corso, prima del buongiorno e del buonasera.
Questa, ovviamente, è solo la superficie, l´Europa della gente che lavora è spessissimo culla di vessazioni e di inciviltà percepite come uguale libertà per tutti. La risposta facile a queste considerazioni di solito è: ma vuoi mettere qui rispetto all´Arabia Saudita o la Libia? La panza da lettore medio del Foglio rigurgita il meno peggio dei mondi possibili. Una risposta più sensata sarebbe ridefinire in che tipo di uguaglianza abbiamo il diritto di vivere. Uguaglianza o Panza?

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Pubblicità contro Opinione pubblica

Sul numero 72 di Nuovi argomenti, nel 2015, le prime 40 pagine di Marie Gulpin parlano di un tribunale parallelo. Questo tribunale che giudica le vittime viene istituito dopo che alcuni giovani francesi ritenuti membri di un gruppo terroristico neofascista spingono sotto i binari della metro un tunisino. Fra gli autori dell´omicidio, anzi proprio come autore materiale che spinge il tunisino sotto alla metro in corsa, figura Luigi Gulpin, il figlio della protagonista appena eletta presidente della repubblica e firmataria di una legge che reintroduce la pena di morte nel suo paese. Gradualmente, spontaneamente, mediaticamente, parallelamente al processo ai ragazzi per omicidio, viene istituito un tribunale, lo ripeto ancora, parallelo. Un tribunale il cui solo compito è giudicare la vittima come colpevole o innocente. Il tribunale parallelo verificherà che il tunisino ucciso, e ispirato nel libro all´ultimo decapitato di Francia negli anni ´80, era stato stupratore e omicida dopo un accurato dibattimento e un ineccepibile dispositivo di condanna. La colpevolezza della vittima consentirà un provvedimento di grazia al figlio di Marie Gulpin, intanto condannato a morte in base alla legge della madre.
Ecco al di là di “fascismo e complesso di Edipo”, questo io lo chiamo il meccanismo del sangue e della colpa, questa io la chiamo degenerazione, qualcosa che va oltre la violenza mimetica girardiana ,che è collegata alla competizione per un desiderio e alla ricerca del capro espiatorio dopo che tutti vogliono la stessa cosa e non la ottengono. Qui siamo di fronte a un meccanismo diverso. Il sangue si alimenta non tanto e non solo di una colpa propria, o di un sentimento diffuso di colpevolezza davanti a un dio, attribuito alla vittima che paga per tutti o per un singolo con un sacrifico ritualizzato. Qui la colpa è attribuita all´etnia o al gruppo colpevole per principio, per cui una vittima vale l´altra, prendo e sparo per strada. La “logica” non è in via primaria: è colpa mia ma punisco qualcun altro, e nemmeno come fa Medea coi figli, davanti alla colpa del compagno -Giasone non è toccato. Non è nemmeno il nichilismo tradizionale e ottocentesco da “fine superiore” o “senza finalità alcuna”. La “logica” è un´altra: è colpa loro e punisco loro, perché sono loro stessi che producono il mio crimine, e quindi il mio diritto di punirli o ucciderli. Più li punisco, più sono colpevoli. In questo immaginario razziale è tutto prodotto dalle vittime, o si colora di vendetta o di bianco e italiano contro nemico esterno, la “logica” è collettiva, non mimetica. Quanti più ne facciamo fuori noi, tanto più è colpa loro. La vittima, ripete il tribunale parallelo, è colpevole. Per completare il suo ciclo degenerativo, normalizzarsi e divenire il nuovo senso comune di una società o di un´epoca, questa “logica” esorta, ha bisogno alla foce di un apparato repressivo legale. Un apparato condiviso dal gruppo infetto, velato a livello di istituzioni “democratiche” e “elezioni libere”, dalla pretesa di contenere la violenza che la vittima, in quanto membro del gruppo nemico, produce a carico di sé stessa, nel momento in cui le sparano per strada o la buttano contro un treno in corsa. La degenerazione ha bisogno, a chiusura del ciclo, della legge o della “spada del giudice”, che doppi e reprima e controlli, razionalizzi il male interno al gruppo egemone (Abbiamo ucciso un africano; bene, allora espelliamone 600000 con 1000000 di poliziotti in più contro i “clandestini”). Il che è non è altro che la solita illusione della “forza frenante”, dei piccoli inquisitori, delle commissioni parlamentari sulla legittima difesa a monte, e su chissà che cosa, alla foce, quando il potere, democraticamente, lo prendono le dirette emanazioni dell´infezione. La deriva fascista, lo sdoganamento definitivo, oggi, è in questo meccanismo, che produce nuove domande di sicurezza e legalità contro vittime colpevoli.

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