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Del sé e del divenire. Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino

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Photo by Martino Pietropoli on Unsplash

Una donna seduta in una cucina, vede un sacco nero volare fuori dalla finestra. Poi sente un tonfo, un rumore sordo. Allora si affaccia e vede un corpo, schiantato al suolo.

Quel sacco nero ero io.

Inizia così, il secondo romanzo di Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte, Einaudi. Assiste al suo suicidio come fosse uno spettatore e poi la ritroviamo, dopo una sola pagina, al centro dell’evento. Come corpo salvo: un io narrante assoluto. Ricorda tutto di quel giorno d’estate, la spinta che l’ha portata fin lì e la caduta, la vertigine. È il 26 Luglio del 2012, siamo in Abbruzzo. Fuani lascia senza un biglietto, sua figlia di tre mesi Greta, suo marito Riccardo e una madre che l’ha sempre amata (una madre presente, indulgente: perché certe cose di lei, le ha sempre sentite sotto la pelle). Da questa salvezza che sulle prime sembra la sua rovina, prende vita una narrazione sconvolgente, che si divide in due parti: prima e dopo la caduta. La chiama così: la caduta. Ma Fuani non è cascata, è saltata dal quarto piano di un palazzo con unintento preciso: morire. Perché suicidarsi è una possibilità, può rappresentare una via di fuga da una vita insopportabile.

Eppure nel ripercorrerla questa vita, scopriamo che la protagonista non è stata soggetta a nulla di ineluttabile o di insostenibile, per chi ha equilibrio. L’equilibrio è un concetto astratto eppure molto tangibile quando se ne subisce la perdita. Nasce a Napoli, in una famiglia benestante. Il suo nome, così originale e unico, è la sintesi dei nomi dei genitori: Furio e Anita. Tra loro c’è qualcosa di opaco e irrisolto ma la coppia non si sfascia. Il padre muore all’improvviso e lascia dietro a sé, il vuoto dell’irrisolto. La madre barcolla ma non cade. Fuani è un’adolescente irrequieta, una studente zoppicante, un’identità non definita, che si riscatta però quando si trasferisce a Roma, per gli studi universitari. Anche se, ogni tanto, ha bisogno di rintanarsi: dormire. Sono i primi colpi di una depressione latente, di un bipolarismo che si manifesta più nelle fasi down che in quelle up, che la ragazza gestisce sufficientemente bene. Come un’animale che pazientemente va in letargo e poi risorge. Subito dopo la laurea, torna a Napoli e comincia a lavorare in un giornale. Le piace. Come Riccardo, il ragazzo che decide di sposare e da cui desidera un figlio. Un’urgenza tutta sua. Nessuno chiede alla giovane coppia un impegno del genere, anche Riccardo soprassederebbe, ma Fuani no. Vuole tutto e subito.

È qui che si innesca qualcosa che sembra presagire l’inizio di una fine. Gli viene offerta una casa di famiglia grande e agiata (così grande che non si riempie mai; non di oggetti ma di identità), Riccardo vince il concorso per diventare notaio ed è costretto a partire costantemente (la solitudine si fa spessa e aspra), il lavoro di Fuani si incrementa ma invece di soddisfarla, la fiacca e la disarma. E un figlio non arriva. In quest’interregno si palesa un crollo emotivo. La ragazza va da uno psichiatra che le prescrive dei farmaci: non è empatico, piuttosto sbrigativo e anonimo. E quando la gravidanza arriva, la depressione è già galoppante, la perdita di senso infinita. Solo i primi tre mesi, rappresentato un interregno di serenità, poi il corpo diventa estraneo e le giornate hanno tutte desinenze negative. La nascita è prematura, la depressione post-partum si aggiunge a quella primaria; le vengono tolti i farmaci per via dell’allattamento e per Fuani, non c’è più nulla. Solo un pensiero costante e nero: andare via per sempre.

Miracolosamente non muore. Sopravvive a se stessa. Sdraiata in un letto di ospedale con un corpo dilaniato e fratturato, che nel suo risaldarsi le lascia il tempo di metabolizzare e ripercorrere.Un tempo necessario a lei e a tutti i personaggi secondari e in controluce di questa storia. Una figlia, una madre e un marito che non l’abbandonano mai. Fino allo sguardo luminoso e attento della dottoressa Pace, un medico che le spiega: “Tu non sei quello che hai fatto. E’ solo una cosa che ti è successa.” La ripresa del corpo è lunga e dolente;gli psicofarmaci fanno effetto e sotto le mani di chirurghi, infermieri e fisioterapisti, Fuani finalmente si sente accolta e comincia a ritrovarsi.

Nel libro traccia un sentiero selezionato di brani, dove lascia la parola a Dostoevskij, Sylvia Plath, Sarah Kane, Miriam Toews, Recalcati, Francesca Woodman, Virginia Woolf, David Foster Wallace, Primo Levi, Cesare Pavese e altri ancora. Sono riflessioni sulle quali prevale la questione del disagio, il buio, la morte come via d’uscita, con le quali la scrittrice si confronta e riflette. Cita spesso Joan Didion con cui spartisce la capacità di raccontare una storia struggente senza sfiorare il tasto del pietismo: il dolore è il tema della narrazione, accerchiato da una lingua perfetta, una capacità di scrittura che cede il passo al lettore e lo mette al centro di un tema tanto intimo quanto universale. Sono molti gli interrogativi che pone e che chiaramente restano irrisolti, anche se dei punti fermi ci sono, come quello che la depressione va curata con i farmaci, affiancata da una terapia; che una neo madre se avverte dei disagi non va lasciata sola, che la vergogna per la malattia mentale andrebbe vinta: parlare, aprirsi, raccontarsi sembra l’unica via percorribile.

Marino l’ha fatto, in un libro dove la protagonista porta il suo nome e ci consegna la sua storia e le sue cicatrici, permettendoci di riflettere su un tema così importante. Non c’è una riga di vergogna in Svegliami a mezzanotte, solo dignità e un senso ritrovato. Del sé e del divenire.

Federica De Paolis è nata a Roma nel 1971. Dialoghista cinematografica, è stata candidata al Premio Agave nel 2003 per i migliori dialoghi e nominata al Gran Premio Internazionale del Doppiaggio, nella categoria Miglior Adattamento 2019 con il film «Il Viaggio di Yao». Ha insegnato allo IED sceneggiatura e scrittura creativa e nel 2018 ha scritto la trasmissione “Grande amore”, condotta da Carla Signoris e andata in onda su Rai 3.
Ha pubblicato per Fazi i romanzi «Lasciami andare» (2006) e «Via di qui» (2008). Successivamente sono usciti per Bompiani «Ti ascolto» (2011, Premio Pavoncella – Secondo finalista premio Biblioteca italiana) e «Rewind» (2014). Nel 2018 ha pubblicato per Mondadori «Notturno salentino» (Premio internazionale di letteratura Città di Como).
Ha curato l’antologia «Pensiero Madre» (NEO Edizioni, 2016).
Suoi racconti e articoli sono stati pubblicati da “Nuovi Argomenti”, “minima&moralia”, “la Repubblica”, “Liberazione” e “Vanity Fair”.
I suoi romanzi sono tradotti in diverse lingue.
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