Modigliani

Delirio linguistico dell’uomo che odiava sua madre

Modigliani

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Modigliani)

Tra lutto e scrittura esiste un legame naturale. Un tentativo di compensazione, in forma di parole, di ciò che abbiamo perduto. Ma non solo. Questo legame può assumere un aspetto ancora più sorprendente. La scrittura desidera il lutto tanto quanto il lutto trova nella scrittura la sua manifestazione più vitale (desiderante, potremmo dire). Nel senso che la scrittura dà la parola a un sentimento che diversamente rimarrebbe laconico; al contempo il lutto, proprio per la sua costitutiva indicibilità è l’agone con cui ogni scrittura desidera cimentarsi.

Da Breve come un sospiro di Anne Philipe a Giorni contati di Lucio Klobas, da Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest fino a Dove lei non è di Roland Barthes e al Diario di un dolore di C.S. Lewis, la letteratura ha raccontato l’esperienza della perdita spesso riducendo al minimo l’impalcatura della finzione a vantaggio di una cronaca minuta della fine. Il denominatore comune di queste scritture – ciò che le accomuna al di là delle differenze stilistiche – è nella maggior parte dei casi lo struggimento sentimentale.

Pretendere di evitare strategicamente (persino spietatamente) ogni forma di tenerezza è una tra le ragioni di eccezionalità di Mia madre, musicista, è morta di malattia maligna a mezzanotte, tra martedì e mercoledì, nella metà di maggio mille977, nel mortifero Memorial di Manhattan (Einaudi Stile Libero, traduzione di Fabio Montrasi). L’autore, Louis Wolfson, nasce nel 1931 a New York, frequenta regolarmente le scuole e poi si iscrive a medicina. A quel punto accade qualcosa. Wolfson comincia a rifiutare in modo radicale di esistere all’interno della sua lingua madre, l’inglese. Studiare il russo, il francese il tedesco e l’ebraico chiuso nella sua camera non basta, occorrono provvedimenti più drastici.

Lo strumento che Wolfson si fabbrica per impedire all’inglese di raggiungere le sue orecchie è una radiolina a transistor, sintonizzata su programmi in lingua non inglese, su cui è stato fissato col nastro adesivo la testina di uno stetoscopio. Un protowalkman. Se qualcuno gli rivolge la parola in inglese, Louis – gli auricolari dello stetoscopio conficcati nelle orecchie – aumenta il volume della radiolina. Al degenerare delle sue condizioni, trascorre molto tempo in diversi ospedali psichiatrici, subisce l’elettroshock, evade, è nuovamente ricoverato. Affidato alla tutela della madre, Rose Brooke, nel 1970 pubblica in francese per Gallimard Le Schizo et les langues (con prefazione di Gilles Deleuze), dove descrive il suo «procedimento» di purificazione (un tentativo di smaltimento totale) di quella sostanza patogena che è la lingua inglese. Nel 1977, svincolato alla scomparsa della madre dalla sua tutela, Wolfson va a vivere a Montréal e nel 1984 pubblica, ancora in francese, Ma mère, musicienne, est morte…

Già nel titolo – fluviale, meticoloso, insostenibile rispetto alla norma – si rivela il bisogno maniacale di Wolfson di costringere il mondo a un senso. Aver scorto nella frase che descrive la morte della madre una sequenza allitterativa è per lui – come in Cosmo di Gombrowicz – un modo («teologico-geometrico») per sottomettere il caos, per inventargli una forma collegando tra loro elementi che non possono e non devono restare accidentali. In Mia madre, musicista, è morta… l’altra ossessione riguarda le scommesse. Annotando giorno per giorno, per mesi, la progressione del mesotelioma che divora Rose, Wolfson dedica un’attenzione particolare, meravigliosamente oscena, alle sortite da lui compiute all’ippodromo di Yonkers per giocare ai cavalli. Ogni puntata è il risultato di una sciarada, a modo suo del tutto logica, un campo ulteriore in cui esercitare quel bisogno di pedanteria che sembra essere, in Wolfson, origine, nucleo e meta di ogni cosa.

Nel suo libro, infatti, c’è la chiacchiera, l’impennata ironica, l’invettiva e la facezia, c’è l’analisi e c’è la divagazione, un miscuglio di voci e vocine, fiati che esalano dalle parentesi (tonde quadre graffe) continuando percussivamente a dire e a dirsi. Ma la pedanteria c’è sempre, la pedanteria è metodo, persistendo anche al cospetto delle ultime ore di vita di Rose, quando l’acribia (e a quel punto assistiamo davvero a un piccolo miracolo letterario), tutt’altro che essere una prassi antitetica alla tenerezza si trasforma, per sottrazione, in cura, in premura, in uno sguardo che suo malgrado prende minuziosamente atto della catastrofe. E mentre la madre muore, il sentimento contingente del lutto si salda a qualcosa che Wolfson percepisce come un’aspirazione – o meglio una necessità – universale: la disintegrazione di quell’ignobile corpuscolo che è il pianeta Terra (Wolfson arriverà a scrivere a Jimmy Carter per suggerirgli «la chiave dell’enigma del fenomeno inumano dell’umanità terrestre»: il diritto a non nascere e dunque, essendo inequivocabilmente nati, il diritto alla propria distruzione tramite bomba termonucleare).

Oggi Louis Wolfson – colui il quale ha usato un libro per espatriare dalla propria lingua, un altro per espatriare dalla propria madre, colui per il quale il lutto è tenerezza in forma analitica – ha ottantadue anni. Vive a Porto Rico in un monolocale. Esce poco di casa, parla il meno possibile. Scrive. Nel 2003 ha vinto a una lotteria elettronica due milioni di dollari.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Delirio linguistico dell’uomo che odiava sua madre”
  1. Nimbo scrive:

    Le api passano il tempo a volare componendo codici e decifrandoli.

  2. Nimbo scrive:

    Come ogni gerundio, un verbo con la pancia, un marsupiale che al proprio interno contiene ipotesi e ambiguità.

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