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Delitto alla fiumara

di Stefano Petrocchi

Se fosse una notizia di cronaca sarebbe un caso di violenza sulle donne. Se fosse scritta in inglese sarebbe una “murder ballad”, come Where The Wild Roses Grow (Nick Cave & The Bad Seeds, 1995). È la canzone di un uomo che uccide una donna dopo aver avuto una relazione con lei, ma a differenza del brano di Nick Cave non concede nulla al punto di vista della vittima. Non le presta la voce suadente di Kylie Minogue. Non la risarcisce neppure con la poesia delle rose e dei fiordalisi come fa De André con Marinella.

Lui le stringe le mani intorno al collo finché lei cade priva di vita. Poi la seppellisce sotto la sabbia fredda di dicembre, in una spiaggia qualunque del mare di Roma, tra le reti e le barche abbandonate. Fine della storia.

Lei è Lella e la canzone che racconta come venne uccisa ha compiuto cinquant’anni. Edoardo De Angelis con questo pezzo vinse il Cantagiro, categoria giovani, in coppia con l’amico e coautore Stelio Gicca, prima che lo riprendessero tutti i protagonisti del folk revival degli anni Settanta – i Vianella, la Schola Cantorum, Lando Fiorini – e più di recente artisti come Paola Turci. La vicenda del cantautore romano, compagno di strada al Folkstudio di Venditti e De Gregori, si può leggere nel volume La gara dei sogni, dello stesso De Angelis, pubblicato quest’anno da Arcana, con la prefazione di Neri Marcorè.

Lella nacque un po’ per caso: «Era la primavera del 1969 quando Stelio mi propose una strofa di sapore folk americano, forse vicina, nel giro di accordi, a una canzone di Joan Baez». Il resto venne fuori di getto, durante un ordinario tragitto in autobus, sotto forma di «una storia popolare, forte, pasoliniana o gaddiana», ma senza alcuna ispirazione a un fatto vero. Ricorda molto da vicino, invece, certi passaggi della canzone popolare romana, anche se è scritta «in un improbabile gergo romanesco» che fa ancora storcere il naso ai cultori del dialetto.

La storia di Lella è un noir teso e spietato, in cui il lieto fine, ma più apparente che reale, riguarda solo l’assassino.

Lella era ricca: questa è la prima cosa che sappiamo di lei. Aveva sposato un usuraio che aveva un negozio in centro. Le piaceva fare la bella vita. Molti quando è scomparsa hanno creduto che fosse scappata con un uomo più ricco del marito. Lo tradiva, infatti, e le piaceva farsi portare al mare dall’amante anche d’inverno. Il romanticismo non era certo il suo forte: faceva l’amore senza togliersi le calze. Difficile provare compassione per una così, una che ti lascia l’ultimo dell’anno e te lo dice quasi con fastidio: «Me so’ stufata, nun ne famo gnente». Per poi intimare, sgarbata, «e tireme su la lampo der vestito».

In genere nelle canzoni della tradizione romanesca ci si lascia con poche parole. In Barcarolo romano (Pizzicaria-Balzani, 1926), quando lui dice a Ninetta che il loro amore «è ormai tramontato», lei risponde solo «Lo vedo da me», sospira e lo lascia con un «Addio, core, io però nun me scordo de te». Gli amori nascono e finiscono come il sole sorge e tramonta, non ci si può fare nulla. Se non penare, nei casi estremi buttarsi nel Tevere o uccidere.

Bisogna fare attenzione a come cambia il cielo di Roma, non è mai per caso in questi versi. Se la luna «fa capoccella», è per illuminare il bel viso di Ninetta riaffiorato dall’acqua. Un attimo prima c’era il cielo grigio a fare da tetto all’ultimo convegno amoroso di Lella. Dopo poco, lei è già a terra esanime, da uno squarcio si affaccia un po’ di sole ed ecco che l’assassino non è più perduto, ha intravisto una via d’uscita. Si mette a seppellirla lì, sotto la sabbia, scavando con le mani. Ora sono quattro anni che l’ha fatta franca e se torna su quella spiaggia, non ci pensa più «a chi ce sta là sotto».

Perché Lella, alla fine della storia, non ha più un nome. Non è neppure un cold case perché nessuno sa della sua morte. Forse nemmeno il marito la cerca più. È come se fosse stata inghiottita in un gorgo, portandosi dietro – ecco il punto – anche i sogni del suo assassino.

Lui aveva creduto, mettendosi con lei, di avere salito un gradino della scala sociale. Una donna tanto ricca e scostante da sembrare totalmente fuori della sua portata («ricordi te l’ho fatta vede / quattr’anni fa e nun volevi crede’ / che ’nzieme a lei ce stavo propio io»). E ora che di lei si sono perse le tracce, a quello che è stato il suo ultimo amante non resta che confessare il delitto, chiedendo all’amico (al fratello?) una complicità cameratesca, quasi infantile: «nun lo fa sape’», gli dice, come se avesse fatto una ragazzata.

È chiaro che non è il pentimento a muovere la rivelazione, ma la necessità di avvalorare il racconto di essere stato davvero insieme a Lella. È su questo che l’assassino chiede a tutti i costi di essere creduto, ora che avendola perduta si è accorto di essere ritornato ai suoi stessi occhi una nullità.

In queste canzoni le traiettorie della vita mutano direzione velocemente e i destini si compiono in un attimo: «T’è bastata ’na mezza giornata / pe’ scordatte de ’sto grande amore» (Luciano Rossi, Ammazzate oh, 1974). Eppure seguono un solco che ripropone ciclicamente gli stessi esiti: «Anche tu ritornerai, come un vecchio ritornello» (Gabriella Ferri, Sempre, 1974). Li governa qualcosa di molto simile al Fato degli antichi, rappresentato dal fiume che scorre placidamente sotto i ponti di Roma. Il Tevere è una presenza – come il mare, la fiumara, la spiaggia su cui furono uccisi Lella e Pasolini – capace di rasserenare le passioni violente degli uomini, ma anche di serbarne memoria in profondità per restituirla improvvisamente quando la pace sembrava a portata di mano.

«Fiume affatato» (ancora Barcarolo romano): mystic river.

 

Commenti
3 Commenti a “Delitto alla fiumara”
  1. sergio falcone scrive:

    Quante parole per una pop canzone…

  2. Domenico scrive:

    Di sicuro l’articolo su “Lella” più bello da me letto. Forse anche uno dei più belli mai scritti.
    E riguardo alla canzone pop… dopo cinquant’anni siamo ancora qui a parlarne. Del resto la cultura è commistione di generi e un capolavoro pop non rimane mai soltanto una “semplice” canzone.

  3. EMANUELE TREVI scrive:

    mi ha sempre colpito il nome dell’usuraio, del marito di Lella insomma, “proietti er cravattaro” – perché è un nome azzeccassimo, alla Balzac. a roma ci sono molti proietti – magari c’è un mistero dietro…

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