Bret Anthony Johnston

Della perdita e del ritrovamento. “Ricordami così” di Bret Anthony Johnston

Bret Anthony Johnston

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (fonte immagine)

di Valentina Della Seta

La piatta cittadina immaginaria di Southport, che sorge sulla costa Sud del Texas a poche miglia dalla città, reale, di Corpus Christi (petrolio, gamberetti e un ponte di acciaio a tagliare la baia, gloria sbiadita di molte cartoline illustrate di fine anni Cinquanta, forse simbolo di una versione addomesticata di località vacanziera sul Golfo del Messico), nel mese di giugno è «immersa in un caldo afoso e soffocante».

Siamo all’inizio di Ricordami cos, romanzo di esordio di Bret Anthony Johnston (Einaudi Stile Libero Big, traduzione di Federica Aceto, pp. 460), e le premesse sono da brivido.

Justin Campell, un ragazzino uscito di casa per un giro con lo skateboard, è scomparso: «Aveva undici anni, quasi dodici, ed era felicissimo all’idea di cominciare le medie. Era uno skater, amava i Blue Angels e odiava la spiaggia», lo descrive in due struggenti righe Johnston. Dopo quattro anni la sua famiglia, composta dal padre Eric, insegnante di storia, la madre Laura che gestisce una lavanderia, il fratello minore Griff, e il nonno Cecil, cerca di andare avanti come può.

I primi mesi sono stati dedicati alle ricerche, a casa Campbell è ancora attiva una linea verde per possibili avvistamenti. Davanti ai centri commerciali e nelle vie principali sono appesi sempre nuovi volantini segnaletici: «Andavano cambiati periodicamente, perché il sole sbiadiva le foto e le parole».

Il tempo passa. Griff, che non è più un bambino, ha cominciato ad allenarsi con lo skate e a uscire con una ragazza, Fiona. Eric, pur amando Laura non riesce più a starle vicino, e fa del sesso pomeridiano triste con l’amica Tracy. Laura invece fa degli assurdi turni di notte al Marine Lab per prendersi cura di una giovane femmina di delfino ammalata, mentre il suocero Cecil, che gestisce un banco dei pegni, cerca di non far trapelare la portata del proprio dolore. E poi, una mattina, Justin viene ritrovato.

Johnston, che ha circa quarant’anni e insegna scrittura creativa all’università di Harvard, cambia la direzione della storia e riparte da una sorta di lieto fine. Un elemento che, almeno  sulla carta e nei manuali, è forse il più anti-narrativo che si possa immaginare.

Ma lo scrittore sa quello che fa. È proprio con il ritorno inatteso di Justin che le fondamenta della famiglia iniziano a tremare: «Mi interessava esplorare le conseguenze di un fatto così traumatico», dice Johnston,«cercare di raccontare dei luoghi in cui troviamo rifugio nei momenti difficili, e soprattutto dei momenti in cui quel rifugio inizia a crollare. E poi scrivere delle strategie di sopravvivenza emotiva e dei limiti che hanno».

Non si può dirsi narratori senza una dose di sadismo nei confronti dei personaggi: «Cerco di trascinarli in una morsa, e lascio che la storia si stringa il più possibile, fino al punto di rottura o di non rottura», racconta. Eppure, aggiunge poi, non aveva intenzione di scrivere di un rapimento, né si è ispirato a fatti di cronaca o del proprio passato: «Uso i dettagli dalla mia storia personale», aveva scritto tempo fa in un saggio, «per evocare un luogo e le persone che ci vivono, ma poi li utilizzo solo come fari per illuminare l’immaginazione».

Di autobiografico, in Ricordami così, c’è che l’autore ha passato l’adolescenza negli stessi luoghi del libro, odiando la spiaggia e i surfisti e andando sullo skate: «Sono cresciuto andando in skateboard nel Sud del Texas. Quando a me e ai miei amici arrivava voce di una piscina svuotata in un motel che aveva chiuso, ci precipitavamo lì. I rivestimenti di alcune piscine sono perfetti per lo skate. Sapevamo di avere poco tempo, perché presto sarebbe arrivata la polizia, o la pioggia o degli operai pagati per riempire la vasca di detriti. Nel romanzo ho usato questi dettagli per descrivere la piscina che è il rifugio di Griff, e per dare il senso di come questo rifugio sia in qualche modo precario».

Per Johnston, da ragazzo, lo skateboard è stato qualcosa di molto serio. C’è un’intervista in rete in cui racconta: «Con i miei compagni passavamo tutto il tempo libero tra gli skate park di Houston, Dallas e Austin. Spendevamo ogni centesimo per la benzina, nutrendoci quasi solo di burro di arachidi». Ci è mancato poco che diventasse un mestiere: «Sono diventato professionista per tipo 30 secondi, poi mi sono rotto i metatarsi. Lo sponsor mi chiese di restare, ma solo perché ero l’unico che non passava il tempo a strafarsi di erba e di birra».

Johnston nel frattempo si appassionava alle parole. Dal suo punto di vista lo skate e la scrittura hanno molte cose in comune: «Skaters e scrittori si sentono entrambi a loro agio in zone liminali» dice. «In un certo senso se le vanno a cercare, perché è dalle cose che gli altri ignorano o buttano via che creano qualcosa. Che si tratti di un corrimano o del modo in cui una donna si mordicchia l’interno della guancia, fanno caso ai dettagli che le persone normalmente non notano».

Ma lui, da insegnante, qual è la prima cosa che nota nei lavori degli studenti? «Sono molte le cose che mi colpiscono, tra cui i dialoghi particolarmente ben fatti, un uso della sintassi non scontato, un plot originale o la capacità di dare vita a personaggi complessi. Detto questo, la cosa a cui tengo di più è a provare la sensazione che chi scrive si stia ponendo delle domande invece di offrire delle risposte».

Nel comporre il romanzo sembra aver lavorato così, avvicinandosi di volta in volta al cuore dei personaggi, ma senza abitare in nessuno di loro. Come se ci fosse sempre una lastra di ghiaccio invisibile, una barriera immune anche all’afa estiva della baia, a separarli dal resto del mondo.

Johnston aumenta la tensione non descrivendo mai nei dettagli gli abusi subiti da Justin nelle mani del suo rapitore: «Anche perché non ho mai pensato di scrivere un romanzo su cosa volesse dire essere perduti. Dopo aver finito il libro, invece, mi sono reso conto che volevo provare a raccontare come ci si sente a essere ritrovati».

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