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Delmore Schwartz e Lou Reed: Nei sogni cominciano le responsabilità

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È da poco in libreria Topi Caldi (Giunti), una raccolta di scritti di Riccardo Bertoncelli fra musica e letteratura. Pubblichiamo un pezzo sulla raccolta di racconti Nei sogni cominciano le responsabilità di Delmore Schwartz, ringraziando l’autore e la casa editrice (fonte immagine).

di Riccardo Bertoncelli

Ci fu un tempo in cui i dischi (in vinile) si ascoltavano per una vita e la loro esplorazione durava più di un viaggio di Livingstone in Africa. Si studiavano note, fotografie, ogni particolare. Si cercavano collegamenti, la fantasia ronzava. Nascevano leggende. In un angolo di un disco del genere, il primo Velvet “con la banana”, trovai il nome di Delmore Schwartz.

Era accoppiato alla canzone più brutale e traumatica, European Son, e “canzone” è un pietoso pour parler; una sorta di Chuck Berry pelle e ossa uscito da uno scantinato della Lower East Side che dopo una manciata di versi precipitava per sei minuti da un’alta scogliera di rumori e distorsioni. Chi era Delmore Schwartz? Un musicista ispiratore, un amico, uno magari della Factory che Warhol aveva imbucato in quel party?

Non c’era Internet allora, non cercai abbastanza. Ma il nome e la dedica mi rimasero impressi, anche se venni poi travolto dalle molte altre sirene di quell’album, dai conturbanti intrecci di arte droga musica cinema e dalle trivialissime quisquilie della copertina cult e dalla foto di quarta.

Ora so chi è Delmore Schwartz e mi è chiaro che di tutte quelle storie e storielle “intorno alla banana” è la più avvincente e favolosa. Lo so perché la sua opera si è insinuata anche nel nostro provinciale buco di mondo, perché Lou Reed non ha mai smesso di parlarne e perché Neri Pozza ce lo ricorda (ri)pubblicando la più famosa antologia di racconti, Nei sogni cominciano le responsabilità, che Serra & Riva aveva già edito nel 1990 in versione leggermente più corta e con titolo diverso (Il mondo è un matrimonio).

L’introduzione è appunto di Lou Reed, e leggendola (così alata, poetica, per niente “da studioso”, piuttosto da amico ancora coinvolto) ho pensato che sarebbe stato un bel pendant con la dedica di European Son, e se fosse stata nelle note “della banana” avrebbe cambiato forse il corso letterario di tanti della mia generazione. Ma ci voleva tempo, Schwartz era appena morto e Lou non aveva ancora elaborato il lutto e soprattutto i chilotoni di materia atomica acquisiti con quell’amicizia.

Delmore Schwartz era un ebreo rumeno nato a Brooklyn nel 1913 che già nel 1937 aveva sconvolto le cronache letterarie con un breve racconto, Nei sogni cominciano le responsabilità, elogiato da una fila di letterati e accademici fra cui alcuni famosi signornò, da Ezra Pound a T.S. Eliot. In quel racconto Schwartz immaginava di assistere all’incontro tra i genitori come se fosse lo spettatore di un film; partecipe ma anche atterrito dalle conseguenze, sconvolto dall’idea di poter risalire il tempo con la fantasia, proiettandone le immagini sullo schermo della mente senza poterne mutare il corso.

Sarebbe stata una delle costanti della sua opera: la potenza del passato, raccontato spesso con toni mitologici, e l’imprevedibilità del futuro, sofferta con un misto di rassegnazione, malinconia e scarti di umor nero. Quel gusto, con un che di più astratto e sulfureo, Schwartz conservò anche nelle opere della maturità, passando dalla prosa alla poesia. Lo leggevano, lo consideravano, nel 1959 fu il più giovane premiato nella storia di un prestigioso premio di poesia come il Bollingen.

Lui però era sordo agli elogi e distante da tutto, da tutti. Il mondo lo infastidiva, viveva isolato e ciò che più amava era bere, e trangugiare pillole per estraniarsi in una bolla di letteratura in cui campeggiava la stella dell’adorato Joyce. Raccontano che il giorno dell’insediamento di Kennedy alla Casa Bianca ci fosse anche lui tra gli invitati del bel mondo letterario; ma riuscirono a recapitargli l’invito solo quattro mesi dopo, facendo la posta in uno dei bar dove ogni tanto si rifugiava e leggeva ad alta voce le pagine preferite.

Fu allora che Lou Reed lo conobbe, 1961, quando la Syracuse University invitò Schwartz a insegnare scrittura creativa, non senza polemiche; parte del corpo accademico e degli studenti lo guardava in cagnesco, altri erano incantati. Lou capeggiava gli entusiasti. Era un figlio della piccola borghesia ebraica vessato da genitori crudeli, che lottavano per estirpare in lui il seme degenerato dell’“arte” e gli infliggevano elettrochoc perché guarisse dalla dichiarata bisessualità. Schwartz fu il primo a dargli fiducia, aveva intuito in lui la tempra dello scrittore e lo ricopriva di attenzioni, lo spronava mentre gli schiudeva meravigliosi orizzonti insegnandogli Dostoevskij, Shakespeare, Yeats e naturalmente Joyce, il Finnegan’s Wake, l’Ulysses. “Dicevi che il modo migliore per vivere la propria vita era consacrarla a Joyce”, scrive Reed oggi ancora inebriato da quelle lezioni.

“Oh Delmore, quanto mi manchi. Sei tu che mi hai incoraggiato a scrivere. Eri l’uomo più grande che avessi mai incontrato. Riuscivi a esprimere le emozioni più profonde con le parole più semplici”.
Le lezioni si tenevano in aula ma sempre più di frequente nei bar, e l’allievo accompagnava il maestro fin dalla mattina, ammaliato da quei discorsi alti che presto diventavano farneticazioni, fisime, distorti ricordi per tornare chissà come folgoranti e significativi. “Il Mozart della conversazione”, lo avrebbe definito Saul Bellow, premio Nobel 1976 anche grazie a un romanzo, Il dono di Humboldt, incentrato su quella figura maledetta e sfuggente.

Nella sua fantasia Delmore era diventato Von Humboldt Fleisher, simbolo della purezza artistica e della sua fragilità, dissipatore di un talento che peraltro nessun letterato abile e assennato, Bellow per esempio, avrebbe saputo conquistare. Lou Reed assisté di persona a quella dissipazione, seguendo per un paio d’anni l’inabissarsi di Delmore, discepolo amico complice, prima di abbandonarlo perché altre sirene suonavano – il rock & roll per esempio.

Schwartz per inciso odiava la musica e al bar non sopportava i sottofondi sonori. “Il juke-box che detestavi – i testi erano così patetici”. Il maestro sapeva dell’amore rock di Lou ma lo considerava una malattia infantile che il tempo e la letteratura avrebbero guarito. L’allievo la pensava diversamente; perché invece non mettere insieme rock e letteratura?

Delmore Schwartz morì d’infarto all’hotel Columbia di New York, una sera del luglio 1966. Rimase tre giorni all’obitorio prima che ne reclamassero il corpo. Lou lo seppe mentre era in ospedale a curare un’epatite che rischiò di tagliarlo fuori dai VU. Gli avevano prescritto tre altre settimane di degenza; lui si fece portare jeans neri, camicia nera, giacca nera, stivaletti neri e andò alla veglia dell’amico per non tornare più in reparto. Non vedeva Schwartz da tempo, quasi non lo riconobbe per il gonfiore e gli sfregi di alcol e pillole. Fu quel giorno forse che decise di dargli retta (“Lou deve diventare uno scrittore!”), però a modo suo, con la musica e senza perdersi in nebbie di infelicità.

L’“album con la banana” era finito ad aprile, la dedica di European Son venne aggiunta poi considerando la natura del pezzo e la brevità del testo. Se Delmore lo avesse ascoltato da qualche juke-box, ragionò Lou, avrebbe avuto poco da recriminare.

Lou Reed non ha mai smesso di onorare Delmore Schwartz, in una bella canzone dimenticata (My House, su Blue Mask) lo ha anche ospitato spiriticamente tra le mura di casa. Ha sempre espresso la sua riconoscenza, lo ha amato e riverito con l’umiltà del discepolo. “Volevo scrivere. Un solo verso che fosse all’altezza dei tuoi. La mia montagna. La mia fonte d’ispirazione”. Forse è stato così grande perché non ha mai dimenticato l’innamorata maledizione del maestro. “Tu hai il dono della scrittura ma se ti venderai e scriverai per soldi, sappi che dovunque io sia verrò a perseguitarti”.

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Commenti
3 Commenti a “Delmore Schwartz e Lou Reed: Nei sogni cominciano le responsabilità”
  1. Lalo Cura scrive:

    gran bella pagina, invoglia a comprare il libro (visto il titolo, immagino e spero contenga anche qualcosa su zappa)

    (lo schwartz serra e riva lo trovai qualche anno fa su una bancarella a cinque eurini)

    lc

  2. Marco pontoni scrive:

    Bello. Un unico appunto. L’edizione di Serra & Riva, che comprai nel 90, per le stesse ragioni di cui si parla in questo pezzo, (sono un fan di Lou Reed da quando avevo 13 anni) si intitola proprio “Nei sogni cominciano le responsabilita’” e non “Il mondo e’ un matrimonio” (che e’ invece il titolo di uno dei racconti contenuti nella raccolta).

  3. Quality Time scrive:

    Lou Reed era solito affermare: “ho sempre avuto la segreta speranza che l’intelligenza che un tempo risiedeva nei romanzi e nei film, potesse essere assimilata dal rock” . Grazie delll’articolo.

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