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#delusioneBobDylan

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Dopo aver celebrato il premio Nobel a Bob Dylan, ospitiamo questo intervento critico di Evelina Santangelo.

di Evelina Santangelo

Non intendo discutere ancora se il Premio Nobel a Bob Dylan sia stata una scelta giusta. E non lo voglio fare perché su questi discorsi pesa un’ipoteca che non mi sento di avallare, e cioè quali forme si possano legittimamente far rientrare nella Letteratura e quali no.

La Letteratura, l’arte della parola, è un universo vasto che non si può chiudere in recinti.

Il problema, a mio avviso, sta sempre nella potenza, nella forza dirompente di un immaginario, di un mondo d’invenzione, e della parola attraverso cui quel mondo e quell’immaginario si fanno discorso, trovando lì la loro forma esatta.

Detto questo, però, in tutta onestà, non posso che rimanere profondamente delusa dalla prolusione di Bob Dylan, e rimango delusa perché nel suo discorso non è mai andato oltre se stesso, il suo mestiere, le sue reazioni alla notizia, finendo poi con una considerazione come questa: «…come Shakespeare, anch’io spesso sono impegnato a perseguire i miei sforzi creativi e devo fare i conti con tutti gli aspetti delle questioni banali della vita. “Chi sono i migliori musicisti per queste canzoni?” “Sto registrando nello studio giusto?” “Questa canzone è nella tonalità giusta?”. Alcune cose non cambiano mai, anche in 400 anni.

Non ho mai avuto il tempo di chiedere a me stesso, “Le mie canzoni sono letteratura?”»

Se è vero che, quando si scrive, ci si misura con scelte concrete, che non hanno nulla a che vedere con la retorica sulla Letteratura o con tutti i discorsi attorno alla Letteratura, è anche vero che gli scrittori che hanno lasciato un segno sono spesso stati tormentati dalla definizione di una propria poetica, di un proprio immaginario, e dalla ricerca di un proprio modo libero irriverente di stare al mondo, come scrittori appunto… in compagnia di tanti altri scrittori.

Nel discorso di Bob Dylan, di quel tormento, di quella libertà (che da cantautore ha saputo restituire a suo modo con precise scelte espressive e culturali) – così come della consapevolezza di esser parte di una comunità – si è completamente perduta ogni traccia, ogni memoria, ogni nozione.

Per spiegare meglio cosa intendo, ecco un passaggio del discorso con cui Albert Camus accettò il Premio Nobel nel 1957.

«Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga. Erede di una storia corrotta in cui si fondono le rivoluzioni fallite e le tecniche impazzite, la morte degli dei e le ideologie portate al parossismo, in cui mediocri poteri, privi ormai di ogni forza di convincimento, sono in grado oggi di distruggere tutto, in cui l’intelligenza si è prostituita fino a farsi serva dell’odio e dell’oppressione, questa generazione ha dovuto restaurare, per se stessa e per gli altri, fondandosi solo sulle negazioni, un po’ di ciò che fa la dignità di vivere e di morire. Davanti ad un mondo minacciato di disintegrazione, sul quale i nostri grandi inquisitori rischiano di stabilire per sempre il dominio della morte, la nostra generazione sa bene che dovrebbe, in una corsa pazza contro il tempo, restaurare fra le nazioni una pace che non sia quella della servitù, riconciliare di nuovo lavoro e cultura e ricreare con tutti gli uomini un’arca di alleanza. Non è certo che essa possa mai portare a buon fine questo compito immenso ma è certo che, in tutto il mondo, è già impegnata nella sua doppia scommessa di verità e di libertà e che, all’occasione, saprà morire senza odio. Per questo merita quindi di essere salutata e incoraggiata dovunque si trovi e soprattutto là dove si sacrifica. È su di essa, comunque, che, certo del vostro assenso profondo, vorrei far ricadere l’onore che mi avete fatto.

Nello stesso tempo, dopo aver proclamato la nobiltà del mestiere di scrivere, avrei ricollocato lo scrittore al suo vero posto, non godendo lui di altri titoli all’infuori di quelli che divide con i suoi compagni di lotta, vulnerabile ma ostinato, ingiusto e appassionato di giustizia, costruttore della sua opera senza vergogna né orgoglio al cospetto di tutti, diviso sempre fra il dolore e la bellezza votato infine a trarre dalla sua duplice esistenza le creazioni che ostinatamente tenta di edificare in mezzo al moto distruttore della storia…

Ricondotto così a ciò che realmente sono, ai miei limiti, ai miei doveri, alla mia difficile fede, mi sento più libero di testimoniarvi, per finire, l’importanza e la generosità del premio che mi avete conferito; più libero di dirvi anche che vorrei riceverlo come un omaggio reso a tutti quelli che, combattendo la stessa battaglia, non ne hanno ricevuto alcun privilegio, ma hanno invece conosciuto sventura e persecuzione. Non mi resta altro che ringraziarvi dunque dal profondo del cuore e fare a voi pubblicamente, come testimonianza personale di gratitudine, la stessa vecchia promessa di fedeltà che ogni vero artista, ogni giorno, fa a se stesso, in silenzio»

(Albert Camus, 10 dicembre 1957)

Evelina Santangelo è una editor e una scrittrice.
Per Einaudi ha pubblicato la raccolta di racconti L’occhio cieco del mondo, i romanzi La lucertola color smeraldo, Il giorno degli orsi volanti, Senzaterra, Cose da pazzi e Non va sempre così, uscito nel 2015.
Sempre per Einaudi ha tradotto Firmino di Sam Savage e Rock ’n’ Roll di Tom Stoppard, e ha curato l’edizione di Terra matta di Vincenzo Rabito.
Insegna Tecniche della Narrazione alla Scuola Holden di Torino. Scrive per il Messaggero.
Commenti
Un commento a “#delusioneBobDylan”
  1. Mauro scrive:

    Questo post mi sembra la dimostrazione migliore di quello che tutti (penso anche i membri della giuria del Nobel) sanno, e cioè che un conto ė saper scrivere (e pensare) e un conto ė saper cantare. Sulla carta il confronto ė impari, ma lo sarebbe anche con la chitarra e l’armonica. Mettere insieme tutto questo e chiamarlo letteratura mi pare comunque , per quel poco che ne so, esito conseguente degli ultimi due secoli di riflessione estetica e di pratica artistica, almeno da Hegel in poi.

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