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Dentro “Casa di foglie” di Danielewski: seconda parte

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Pubblichiamo la seconda e ultima parte di uno speciale sul libro di Mark D. Zanielewski Casa di foglie, a cura di Leonardo G. Luccone. In questa sezione sono presenti due interviste: la prima con Edoardo Brugnatelli, curatore della prima edizione Mondadori, e la seconda con Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, traduttori dell’ultima versione del libro uscita per 66thand2nd. Qui la prima parte dell’approfondimento.

di Leonardo G. Luccone

Intervista a Edoardo Brugnatelli

Ti ricordi come e quando ti sei imbattuto in «Casa di foglie»? Fu grazie a un agente?

Me lo ricordo per un motivo assurdo: noi ai tempi già avevamo un vantaggio su molte case editrici perché eravamo in contatto (e lo siamo tuttora) con l’agenzia di scouting di Maria Campbell, che è stata la prima agenzia di scouting letterario al mondo. Ci segnalavano le cose molto prima che venissero pubblicate, e quindi avevamo la possibilità di chiedere dattiloscritti o altri materiali con un certo anticipo. In quel periodo io abitavo in fondo a viale Monza a Milano, in una zona abbastanza spopolata, e di solito leggevo la sera, passeggiando, quando tornavo a casa e portavo fuori il cane. Mi ricordo che mi arrivarono due manoscritti quella settimana.

Non è il libro più adatto da portarsi dietro mentre si passeggia, quello…

No, ma la cosa tremenda fu che il primo giorno di quella settimana portai il primo dattiloscritto ed ebbi una folgorazione: nevicava, il cane si era nascosto in un garage, erano le tre di notte e avevo tra le mani L’opera struggente di un formidabile genio. Il giorno successivo feci immediatamente l’offerta e lo comprammo, poi iniziai a leggere il secondo manoscritto. Ho avuto subito una sensazione strana che ricordo benissimo, un misto di euforia e di terrore. Mi dicevo: «Ma adesso scrivono tutti così? Con un libro così al giorno, come faccio?!». Ero davvero terrorizzato, perché avevo deciso di prendere Eggers presentandolo come qualcosa di pazzesco, invece sembrava stesse diventando il cibo quotidiano. Poi per fortuna non fu così, però mi ricordo che la prima sensazione che ebbi leggendo le prime cose di Danielewski fu quella. A quei tempi era come se quegli scrittori facessero sport sui limiti della letteratura, e tu stavi a guardare fin dove arrivavano: una sensazione molto bella. Quando leggi Eggers vieni trasportato da una parte, con Danielewski arrivi da un’altra. Entrambi proponevano grandi invenzioni formali, ma non gratuite, ed è ciò che ha fatto la differenza negli anni successivi: molti hanno continuato a utilizzare questi effetti speciali, ma senza avere niente da dire. Mentre per Eggers e Danielewski tutto aveva un senso, a partire dall’organizzazione grafica della pagina: tutto era importante e rilevante, non si trattava di un gioco fine a sé stesso. Ecco, la sensazione che ebbi quando lessi Danielewski fu quindi di meraviglia, e contemporaneamente mi dissi: «Oddio, catastrofe, sono tutti stupendi!».

In che forma hai letto i manoscritti? Erano due dattiloscritti?

Sì, ai tempi ancora non c’erano computer, adesso è tutto cambiato: se ti interessa un libro ora lo dici all’agente e dopo venti minuti hai il pdf da stampare.

Quindi tu la follia grafica la percepivi. Erano fotocopie?

No, erano già bozze non corrette, perché mi mandavano dei pezzi. Uno era il testo completo con indicazioni su come doveva essere impaginato, poi c’erano una settantina di pagine con l’impaginazione vera, e quindi vedevo proprio come funzionava, anche se essendo una stampa così non aveva, ad esempio, la parola «house» sempre colorata come nel testo americano originale. Una cosa che mi dispiace che non ci sia più, tra l’altro, è avere dei dattiloscritti schifosi in mano, male impaginati, magari battuti a macchina. È bestiale perché spesso adesso hai di fronte un libro già impaginato, con la copertina, e questo già gli dà un’aria minima. Se hai un foglio schifoso in mano, la dignità minima del libro deve essere nel testo, e quindi in un certo senso è molto più forte il modo in cui saltano fuori libri veri da quelli mediocri. Era un elemento che già mi dava delle indicazioni chiare.

E quindi anche in quel caso hai fatto un’offerta abbastanza immediata.

Immediatissima.

Costò molto il testo?

No… Non mi ricordo di aste o permessi particolari, ma non c’era ancora molta concorrenza. Anni dopo su un libro del genere ci sarebbero state molte offerte. In più con Danielewski sapevi in partenza che ti pigliavi una gatta da pelare spaventosa in termini di costi, perché fra traduzione e, soprattutto, impaginazione andavi incontro a un lavoro notevole. Quindi suppongo che non costò tanto, anzi sono sicuro, altrimenti mi avrebbero ammazzato.

Quando il libro poi ce l’hai tra le mani, ti rendi conto che è un’impresa e servono delle persone con molto tempo a disposizione e una mano salda. Alla fine addirittura c’entri pure tu nel pool di traduzione con Anzelmo a fare da pivot. Magari hai qualche aneddoto…

Allora, per quanto sia ufficializzabile la cosa [ride], ai tempi eravamo in una situazione che io definisco un’età dell’oro, perché fisicamente in Mondadori io ero seduto di fianco a Giuseppe Strazzeri, che adesso è il capo di Longanesi, e a Francesco Anzelmo, che adesso è il capo di Mondadori e che ai tempi era il mio junior di Strade blu. Era bellissimo perché chiacchieravamo di libri ininterrottamente, soprattutto guidati da Strazzeriche è un americanista che ha vissuto negli Stati Uniti e ha fatto un mucchio di cose. Quando iniziammo a parlare di Danielewski capii che a Francesco sarebbe piaciuto farlo, e siccome non lo conoscevo molto come traduttore, ma sapevo che era uno che fa le cose alla perfezione o non le fa affatto, mi fidai ciecamente. E sapevo che avrebbe utilizzato i vicini di banco, Giuseppe e io, per avere eventuali consigli. Alla fine facemmo alcuni pezzi della traduzione anche noi, perché avevamo delle deadline per la produzione che si stavano avvicinando molto pericolosamente e Francesco a un certo punto chiese una mano, ma fu veramente una cosa quasi simbolica.

Certo, ma io penso già solo alle parti diagonali che dovevate tirar fuori per capire cosa c’era scritto, perché non si legge dato che sono sovrapposte, ma bisognava comunque tradurle…

Il numero di mal di testa su quel libro è infinito, anche se continuo a pensare che era veramente un libro bellissimo. Forse è uno di quelli che ho più amato, tra i tanti libri che ho fatto. In realtà di solito amo molto quelli che non sono stati filati da nessuno, mentre questo al contrario ha venduto un po’.

Ma lui collaborò? Lo chiamaste per qualche dubbio?

No, noi avevamo un contatto con il suo agente, Moses Cardona, il quale era molto seccato perché noi andammo molto per le lunghe tra impaginazione e altro, anche una volta rispettati i termini della traduzione.

Ma quindi quando avete acquisito il libro? È uscito nel 2005, un anno e mezzo prima circa?

Anche due anni prima, perché ricordo che un anno andai alla fiera di Londra e incontrai l’agente che mi aspettava con un bastone. È una cosa buffa, poi, perché lui stava per bastonarmi ma si rendeva conto che ero anche l’unico al mondo che stava facendo il libro, praticamente.

In realtà era uscito in Francia per Denoël, l’aveva fatto Claro, il traduttore dei libri impossibili.

Sì, ma oltre a lui nessun altro – era un libro di un coraggio immenso. Quell’anno lì però noi avevamo ancora problemi con l’impaginazione, quindi quando vidi l’agente passai momenti piuttosto difficili… Alla fine andò tutto bene.

E la copertina?

Ho ricordi vaghi e curiosi sulla copertina, che fu fatta da uno studio grafico. Ai tempi il nostro art director era Giacomo Callo, ma di quella copertina si occupò, Emanuele Scalia, un ragazzo molto in gamba, che suonava e suona tuttora in una rock band piuttosto dark, ed era in contatto con quello studio grafico. A me il suo lavoro non dispiacque.

No, infatti, è bella. Il nostro è uno dei pochi paesi che ha optato per una copertina creativa, interpretante, che fa un lavoro diverso rispetto a quello americano, è interessante. Con lui avevate un’opzione di approvazione?

No, ma credo che gliela feci vedere comunque. Anche quella è una delle tante cose che sono cambiate: un tempo avevi una libertà sulle copertine e sui titoli mostruosa. Adesso, giustamente, deve essere approvato tutto. Prima non dico che potevi fare quello che volevi, però quella lì la facemmo abbastanza in autonomia. Io comunque gliela mandai, il suo agente era dell’agenzia Hawkins.

Sì, Moses Cardona, ci ho lavorato qualche volta, bravissimo.

Spero si sia dimenticato di quella fiera di Londra. Però avevo capito che ci tenevano moltissimo che il testo fosse fatto bene, e fu questo il motivo per cui ci mettemmo d’accordo, perché nemmeno noi volevamo fare una vaccata. Ricordo che la caporedattrice che lavorava sul testo stava diventando matta perché, l’avete visto, ci devono essere delle corrispondenze di pagine e tutti quei giochi grafici mostruosi…

E poi voi avevate il problema dell’allungamento naturale dell’italiano.

Esatto, tutti aspetti che con la foga rendono il lavoro molto complesso. Per cui gli feci capire che ci mettevamo più tempo perché lo volevamo fare bene.

Entriamo invece nel capitolo delle vendite. Il tuo primo ricordo è che il libro andò abbastanza bene.

Sì, non ho i numeri, ma andò bene, penso anche che ristampò. Pubblicammo una decina di migliaia di copie e ne vendemmo almeno ottomila credo.

Più o meno i dati che qualcuno mi diede qualche anno fa erano questi. Il dubbio che non ho mai chiarito, ma nessuno mi seppe rispondere anche se ne ho indicazione indiretta, è che il libro fece una sola stampa. Qualcuno dice che ristampò. Tutte le copie che ho visto negli anni sono della prima edizione e quando mi capita qualche collezionista pazzo mi conferma che è la prima, anche perché adesso viene venduta a prezzi abbastanza elevati.

Sì, ricordo che ci fu una seconda edizione per un motivo molto semplice, perché se tu arrivi ad aver venduto ottomila copie, fai una ristampa: se non la fai sei un pazzo, non sono tanti i libri che vendono.

Entriamo nel mistero: perché il libro abbastanza brevemente diviene irreperibile, non viene ristampato nonostante i primi fan comincino a chiederlo alla Mondadori nel 2007-2008? In quegli anni quella mania scoppiata prima negli Usa e poi in Francia arriva pure da noi: ricordo che nel 2009 era conclamato, perché feci fare uno studio nel nostro corso per redattori editoriali e c’erano newsgroup e siti di letteratura ergodica e mystery che parlavano di questo libro irraggiungibile, introvabile, giravano addirittura le fotocopie. Che cosa successe? Scaddero i diritti?

Mi piacerebbe avere una risposta ma non ce l’ho. Prima di tutto, credo che libri come quello necessitino di un «editor babbo» che li segua, li sostenga e li accudisca. Il mio sospetto è che gli Oscar diedero numeri di prenotazione che non gli garantivano la profittabilità anche solo di una edizione. Però non ho proprio idea, è una cosa che ho visto succedere anche recentemente ad altri libri.

Qualcuno sostiene che l’Oscar sia stato fatto, ma non c’è menzione da nessuna parte. In ogni caso avrebbe avuto quel formato più piccolo, abbastanza rigido, non ci sarebbe mai entrato.

Beh, no, avrebbero potuto farlo, ci sono state delle eccezioni. Strade blu nasceva come un calco ingrandito dei volumi della Piccola biblioteca Oscar dal punto di vista grafico. Il quadrotto era lo stesso. Secondo me ci fu proprio un vuoto editoriale.

Ma tu, quando eri al timone, non ricordi di pressioni, di qualcuno che ti chiedeva di rifare questo libro?

In genere quando mi arrivavano richieste simili andavo all’ufficio marketing e lo facevo presente, ma loro avevano i loro sistemi di conteggiare le copie in magazzino, era tutto subordinato al funzionamento di Segrate di un tempo. Io non potevo fare più di tanto. Faccio un esempio simile ma non uguale: in quegli anni un altro capolavoro di cui sono orgogliosissimo fu Il libro sacro del Prodigioso Spaghetto Volante, che è stato il libro fondativo del pastafarianesimo, un sistema che prendeva per il culo le interferenze religiose nei confronti dei testi scientifici. Lo pubblicai e vendette anche quello abbastanza bene. Io mi iscrissi e sono tuttora membro del capitolo della Chiesa Pastafariana del Sacro Casoncello di Bergamo, quindi rimasi a contatto con quel contesto, e molta gente mi chiedeva di ristamparlo. Il pastafarianesimo ha avuto e continua ad avere un seguito anche in Italia, e ancora adesso c’è gente che mi scrive di ristamparlo, e ancora adesso io vado dagli Oscar in ginocchio e mi dicono di no. Tant’è che recentemente ho proposto di toglierlo dal catalogo, così torna disponibile e qualcun altro può farlo almeno.

I diritti infatti saranno scaduti, sarà stato il 2007 o 2008. Non so se è un dato che avvalora quello che dici, ma io ricordo che lo comprai su una di quelle bancarelle tipiche di Roma che vendono libri usciti da poco…

Sono alimentate dagli editor: è il modo con cui ci si paga da vivere [ride].

I libri che arrivano gratis e uno si rivende…

Esatto, le copie staffetta… Il lato più oscuro dell’editoria.

Alcune sono anche con la dedica, ma tralasciamo il discorso.

Ricordo un autore americano che me ne raccontò una meravigliosa: aveva cercato per curiosità i suoi libri su eBay per vedere a quanto li vendevano con la firma e la dedica, e ne trovò un paio senza la foto. Scoprì poi che gli annunci erano dei suoi genitori: io trovai straordinario che i genitori avessero venduto il libro con la dedica del figlio… Almeno lo consideravano economicamente interessante.

Tornando alle ristampe e agli Oscar: fu una rigidità mondadoriana più che altro, quindi.

Sì, un po’ dipendeva dalla direzione editoriale del paperback, perché a un certo punto i libri automaticamente diventavano passibili solo di edizioni in Oscar, e un po’ dipendeva dal fatto che io ho sempre gestito male quegli aspetti. Ho sempre lanciato i libri, li seguivo per un po’, poi iniziavo a seguire altre farfalle… Capivo poco bene alcune dinamiche; mi piacerebbe dare la responsabilità solo agli altri, ma un po’ di mia ce n’è. Anche perché, appunto, io ricordo bene di aver ricevuto in prima persona diverse richieste di ristampa, perché alla fine la gente risaliva al mio nome e mi contattava.

Io ricordo che nel 2009 provai a chiederlo all’agente, che nel frattempo era diventata la De Angelis, e mi disse che «Casa di foglie» per il momento non si poteva toccare. Se mi interessava potevamo fare «Only Revolutions», che però lo prese Rizzoli in un battibaleno dopo l’uscita, probabilmente per fare un dispetto a voi, ma poi non riuscì a pubblicarlo. La traduzione era ancora più proibitiva.

Posso dire che, con tutto l’amore, Only Revolutions e i romanzi successivi non mi hanno entusiasmato.

«Only Revolutions» è pura follia…

Ma non solo, Casa di foglie ha un’unità di forma e contenuto pazzesca. Questa è stata la cosa che mi ha reso la vita amara negli anni successivi: questa enorme quantità di autori, soprattutto americani, che facevano fuoco e fiamme di cose molto esuberanti, strane, ma senza una reale necessità del libro. Tant’è che alla fine di tutti quelli lì un po’ matti, l’unico che feci fu The Selected Works of T.S. Spivet di Reif Larsen, che tradussi Le mappe dei miei sogni.

Quindi questa è stata la storia di Danielewski…

Sì, che per me rimane un libro bellissimo… A un certo punto, tanto per dirtene una, cercai di convincere i miei colleghi a fare un’edizione ridotta come la stava facendo negli Stati Uniti la Red Edition, e mi ricordo che prendemmo accordi e, non so bene perché, andammo alla sede milanese della Heineken che doveva fare una megafesta, e lì ci dissero che era un libro cool e che poteva andar bene per chissà che cosa… Poi non se n’è fatto più niente e benedico il Signore che non sia successo, però quella fu l’occasione in cui cercai di piazzare l’edizione rossa.

Ma la storia di questo libro in Italia continua, perché lo acquisì Neri Pozza per farlo nei Super Beat, credo nel 2013. Stampò pure un preprint che distribuì, e che adesso è merce rarissima per i collezionisti, ma poi il libro non uscì. È una storia molto curiosa.

Molto in sintonia con il libro, devo dire.

Ma negli anni qualcuno vi ha chiesto i diritti di traduzione per usare la vostra? Come mai 66thand2nd l’ha ritradotto? Non gliel’avete data, non ve l’ha chiesta, ha deciso di rifarla autonomamente?

Non mi risulta di aver ricevuto richieste, anche perché essendo io avidissimo me ne ricorderei alla perfezione.

L’edizione Beat di Neri Pozza era sicuramente con la vostra traduzione, me lo ricordo.

Ah, fico. Ma guarda, scopro oggi di questa edizione. Avranno avuto un accordo con la Mondadori in cui compravano i diritti di riproduzione e quindi anche la traduzione. La traduzione per alcuni anni non è più di tua proprietà ma dell’editore, quindi suppongo che sia andata così.

L’avrete ceduta per dieci o forse vent’anni; ne erano passati solo otto… chi lo sa.

Mah, è un’ipotesi, non sapevo nemmeno che fosse uscita una riedizione… Da un certo punto di vista è la stranezza di questo mestiere: quando smisi di fare questo lavoro ero convinto di essere un cane come editor, e che Saviano era stato un colpo di fortuna disastroso, come una foglia di fico su un’incapacità totale di fare quelle cose. Adesso che sono passati degli anni, mi sono fortificato, e ricevere questi feedback da un lato mi fa piacere, dall’altro mi dà un po’ di dolore perché penso che se fossi stato più oculato forse avrei lavorato anche meglio… Però almeno un po’ di cose belle le abbiamo fatte.

Strade blu era una collana veramente bella. Anche quando ebbe l’evoluzione saggistica un po’ più commerciale ha fatto cose buone.

La cosa divertente e strana è che c’è un po’ di dna della casa editrice e molto dna degli editor nelle collane. Alla fine mi sono reso conto che anche un disgraziato senza arte né parte rendeva molto più delirante e quindi potenzialmente buona questa letteratura.

L’amalgama veniva da un’assoluta libertà di scelta e dall’erraticità.

Tanto per dirti come funzionava la mia testa… Ai tempi c’era Franchini, uno serio, che ha studiato letteratura. Io sono un somaro, in realtà, sono un grande appassionato di saggisti, sono laureato in filosofia e leggerei saggi dalla mattina alla sera. E quando facevo quelle cose lì avevo sempre la sensazione di essere un dilettante che nascondeva la sua incapacità. Ora, dopo anni, mi rendo conto, dando una veste più seria a questa mia psicosi, che c’è un lato buono: io ero molto poco editor e molto lettore; non avevo degli inquadramenti estetici particolari. Poi naturalmente una mia estetica me la portavo dietro, faccio tutti libri molto dark, con delle cupezze, però alla fine non avevo un ideale d’arte o di libro da portare avanti. Ero ancora un lettore selvaggio allo stato brado, e ogni tanto dice bene, ogni tanto dice male… Ma almeno ti toglie da determinati peccati, ti lascia fare delle cose belle. Era un’attività molto divertente ai tempi perché era fatta insieme ad altre persone: quegli anni in cui stavamo a chiacchierare con Franchini, Anzelmo e Strazzeri li ricordo come il paradiso in terra. Da quando sono tornato a fare questo lavoro ho già vissuto delle belle esperienze.

Non c’è un mistero sulla sparizione dei diritti di Danielewski, quindi, è più semplice di come pensavo, ma è inquietante lo stesso, perché è un libro che comunque va. È vero che all’epoca le soglie per ripubblicare erano importanti… adesso per ottomila copie la gente farebbe le capriole triple.

Ma certo, però mi viene da pensare che ci fossero duemila copie ancora in magazzino, e che questa fu la premessa per non ripubblicare.

Ma se si scoprisse che furono mandate al macero…

Non lo escludo.

Nei sistemi non c’è più traccia, vero?

No, almeno io non ho accesso a dati antecedenti al 2010 ormai. Penso che la macchina sia andata avanti da sola, e che io stesso non ho avuto la presenza di insistere.

Poi è vero che c’è un altro elemento che ridimensiona il mito: se cerchi in rete c’è una marea di gente che scrive di volere questo libro, ma per come è la psicologia di queste persone, a cercarlo non sono molti più di quelli che lo scrivono.

Non solo, ma alla fine le ristampe e gli Oscar sono fatti sulla base delle prenotazioni dei librai, e se non c’erano grandi richieste non si ristampava. E poi probabilmente chi chiedeva la ristampa chiedeva in ambiti che non venivano visti da quelli che potevano ristampare.

Sì, penso sia più semplice di quello che pensiamo.

Beh, adesso per fortuna tornerà.

So che il prenotato è superiore a quello che fa la casa editrice normalmente, forse non è stravolgente, però bisogna vedere con il libro in pista. I blog e i bene informati la notizia se la sono passata. Vediamo che succede. Tra l’altro in questo caso non sappiamo se prima hanno chiesto anche a Mondadori, ma è uscito con una traduzione nuova, con un investimento considerevole da parte di 66thand2nd. La traduzione è stata affidata a Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, i due bravi editori di Black Coffee, una casa che sta pubblicando buoni autori.

Sì, li ho conosciuti a Mantova perché c’era John Freeman (che io conoscevo per altri motivi, perché è il fidanzato dell’agente di Whitehead), e loro lavorano molto con lui, quindi ci siamo visti al loro evento dove c’era anche Valeria Luiselli.

Probabilmente avranno tenuto il vostro lavoro immane a fare da base, è un lavoro mostruoso comunque.

Chi lo sa, è comunque una buona roba. Le traduzioni nuove sono sempre benedizioni dal cielo, a meno che non siano quelle…

Beh, come diceva Agostino Lombardo, grande traduttore di Shakespeare e insegnante, «le traduzioni vanno rifatte ogni quindici o venti anni, comprese le mie».

Un signore dotato di notevole saggezza. Faccio un’unica eccezione su una mia passione divorante: Wodehouse. Io ho ancora traduzioni che aveva il mio babbo, di un secolo fa praticamente. Ed essendo così vecchie, la voce di questi aristocratici un po’ deficienti inglesi è meravigliosa.

Veramente. Coglievano tutta l’ironia?

Non lo so, però quella traduzione vecchissima parla una lingua di un mondo che non c’è più ed è la lingua perfetta per quei romanzi. Le traduzioni nuove sono belle ma le vecchie sono un’altra cosa.

* * *

Intervista a Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, traduttori dell’edizione 66thand2nd

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Com’è stato tradurre a quattro mani un’opera così complessa?

Considerando che siamo compagni di vita e traduciamo in casa, per lunghi mesi siamo sprofondati entrambi nei meandri della mente di Danielewski. Eravamo ossessionati, ma quando uno dei due si perdeva, l’altro andava a recuperarlo.

Avevate a disposizione la traduzione Mondadori (avete visto quella francese di Claro e quella spagnola?). Ve ne siete serviti? Vi è stata utile?

Abbiamo avuto modo di consultare l’edizione Mondadori, ma ci siamo presto resi conto che le parti più spinose avevano messo in difficoltà i colleghi (nel 2005, quando è uscita la versione Mondadori, il forum che ci ha illuminato la via non era stato ancora aperto). E in ogni caso preferiamo sempre evitare di consultare traduzioni precedenti alla nostra, per non farci influenzare troppo.

Quali pensate siano i punti di forza della vostra versione?

Abbiamo fatto particolare attenzione ai giochi di parole, agli acrostici, ai richiami nascosti nel testo e a tutta una serie di indizi che rendono Casa di foglie il libro che è. Credo che in generale siamo riusciti a rendere in italiano anche le parti più ambigue, rispettando l’intento originale dell’autore di stranire il lettore con soluzioni… estreme.

Conoscevate il mondo di Danielewski e tutto ciò che ruota da venti anni intorno a «Casa di foglie»?

Sì, tanto che avevamo addirittura pensato di acquisire i diritti del libro e ripubblicarlo in Black Coffee. Poi però ci siamo resi conto che Casa di foglie non rientrava nella linea editoriale che avevamo scelto, e abbiamo deciso di lasciar perdere. Mai avremmo pensato che nel giro di poco tempo il libro sarebbe venuto a cercare noi.

Avete fatto riferimento a un forum in particolare:quanto è stata importante la rete per comprendere meglio aspetti misteriosi della trama e i giochi linguistici?

È fondamentale consultare i blog specializzati per districarsi tra le mille trappole che Danielewski ha disseminato nel testo. Alcune soluzioni traduttive, infatti, non ci sarebbero mai venute in mente senza comprendere il significato di un passaggio criptico, di un gioco di parole, di una frase apparentemente oscura. In questo siamo grati al principale forum dedicato all’opera di Danielewski, fondato da un gruppo di americani letteralmente ossessionati dalla sua opera. Certo, le nostre sono solo delle ipotesi, perché l’autore ama mantenere un alone di mistero sul suo lavoro e ha elegantemente trascurato di rispondere nel dettaglio a domande che ci avrebbero chiarito le idee una volta per tutte sui misteri di Casa di foglie.

Un esempio di gioco linguistico che vi ha messo in difficoltà?

Dunque, premesso che è difficile estrapolare esempi comprensibili da un contesto così complesso, e che non siamo troppo entusiasti di rivelare le «soluzioni» di certi enigmi nascosti (non perché ce la tiriamo ma perché il lettore di un libro simile in genere non ama che gli vengano svelate cose che vorrebbe capire da solo), ecco un gioco linguistico:

In una delle tante note al testo (la 298, per l’esattezza) si legge:

«I mean tha’s what you get for wanting to turn The Minotaur into a homie… no homie at all»[il rosso di Minotaur e il grassetto sono nel testo].

Ci siamo accorti che sottraendo dall’espressione «The Minotaur» (ci aveva insospettito, così scritta in grassetto/rosso) la parola «homie», le lettere restanti formavano il nome Truant (ovviamente non in ordine, sia mai), ovvero il cognome di Johnny, una delle due voci di questo libro.

Dunque:

«Ecco cosa si ottiene a voler trasformare il Truce Minotauro in un docile agnellino da chiamare cuore mio… Cuore mio un corno!».

A Minotauro abbiamo dato un aggettivo al posto dell’articolo, e il loro «homie» è diventato «cuore mio».

Questa soluzione ci è sembrata adeguata al contesto e al significato generale della frase, oltre che rispettosa del gioco nascosto voluto dall’autore. Ad ogni modo forse in pochi capiranno davvero il lavoro che c’è stato dietro a questo libro, ma il suo bello risiede anche nel fatto che può esser letto su più livelli. Non è necessario penetrare in tutti i meandri dei richiami e degli echi di cui è composto. Ognuno leggerà una storia diversa perché il libro muta nelle mani di chi lo legge, così come la casa muta sotto gli occhi di chi vi si addentra.

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