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Dentro “Gli indifferenti” di Moravia

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di Virginia Fattori

A Bressanone Alberto Pincherle, poi Moravia, inizia a scrivere la storia della famiglia Ardengo, una realtà a lui contemporanea osservata attraverso le lenti della malattia che lo affligge e dell’impotenza che gli garantisce una prematura consapevolezza delle situazioni che gli orbitano attorno. Un romanzo che verrà pubblicato dalla casa editrice Alpes di Milano nel 1929. Nello stesso anno a Strasburgo vengono fondati gli Annales da Febvre e Bloch, negli Stati Uniti viene scoperta una legge, quella di Hubble, che riguarda l’espansione dell’universo; nel frattempo in Italia nove città giocavano per la prima volta la moderna serie A.

Contemporaneamente Gli Indifferenti si inserisce in un contesto politico e sociale rilevante per la storia della letteratura: Debenedetti valuterà questa opera (e la scoperta di Svevo) come il “primo romanzo contemporaneo”. Ines Scaramucci dirà «l’inizio del neorealismo», un romanzo esistenzialista che pone il protagonista nella situazione emblematica di vuoto davanti allo spazio indefinito di libertà assoluta. Un passato inconciliabile con il presente, un futuro indefinibile: così Moravia si fa portavoce della sua generazione e trasversalmente anche alla nostra.

I lettori del giovanissimo autore scoprivano come a dilatarsi, dentro le mura di una casa, fosse il microcosmo di persone comuni  alla ricerca della propria orbita. Della critica ci sonno rimaste intuizioni e studi illuminati, eppure un romanzo, la cui vita talvolta riesce a superare le oscillazioni sociali, storiche ed economiche, ha proposto a noi, lettori del Ventunesimo secolo, delle nuove chiavi di lettura.

Siamo a Roma durante la fine dei nostalgici Anni Ruggenti, Mariagrazia Ardengo, «eternamente offesa»,è una vedova madre di due figli: Carla e Michele. Nelle teatrali sequenze del romanzo interviene vilmente Leo Merumeci niente di meno che il furbo amante di Mariagrazia. La donna sta per perdere la villa nella quale vive, la stessa che non è più in grado di pagare in seguito alla perdita del marito: una ridondante conferma delle profezie patriarcali. Il tempo scorre e mentre lei si dispera all’idea di vivere in un discreto appartamentino del centro, sotto i suoi stolti occhi il piccolo mondo  di cui fa parte cambia, si dilata su fronti inaspettati e ammuffisce su quelli più stabili.

Leo desidera Carla, la figlia devota e taciturna che nelle ombre della villa tenta una via di fuga dall’asfissiante ruolo impostole dalla madre. Michele, il “fasullo indifferente per eccellenza” (constatazione da prendere con cautela), peggiora, il morbo lo indebolisce fino a ridurlo un cencio di desideri irrealizzati, sogni dimenticati tra i meandri della villa impolverata e l’odio viscerale nei confronti della madre prima, e della sorella poi, artefici della sua decadenza sentimentale.‘Le’ indifferenti che permettono a Leo di umiliarlo e annichilirlo.

Questo testo ha le potenzialità di una testimonianza storica in grado di raccontare un periodo che non ha mai smesso di influenzare quello a noi contemporaneo. L’indifferenza di cui ci racconta Moravia può assumere, ai nostri occhi, un diverso connotato rispetto alla percezione che se ne è avuta in passato: lo potremmo considerare né come una conseguenza della vita borghese decadente macellata dall’autore, né dello sfacelo dell’istituzione familiare che viene raccontato a discapito dei poveri giovani costretti a subire le scelte sbagliate degli adulti. L’indifferenza è la strada piena di imprevisti e bivi che i due ragazzi intraprendono per raggiungere una piena e compiuta educazione sentimentale, il prezzo da pagare per mappare l’orbita nella quale inserirsi e iniziare a girare.

L’indifferenza moraviana ci racconta la storia della classe sociale di sua appartenenza, si innesta in una logica di causa-effetto, presentandosi infine come una conseguenza dell’aridità morale di una borghesia ipocrita e puritana intrisa del più volgare senso comune e sempre pronta a rinnegare la propria individualità di fronte alle spinte banalizzanti del sistema. Possiamo oggi leggerlo, seppur con cautela, come un fenomeno sociale indipendente insinuatosi dapprima nelle macro-strutture sociali per arrivare, poi, all’influente micro-cosmo familiare. Il divario generazionale e l’incomunicabilità che ne deriva, gli effetti della “memoria perduta” e dell’intima necessità di abbattere le rovine per costruire qualcosa di nuovo, sono il ponte atemporale che ci collega al romanzo e alla sua storia. Moravia è riuscito a fare del limbo in cui è vissuto uno strumento efficace di riscossa generazionale.

E nel mondo in rovina dei giovani Ardengo chi è il nemico da sconfiggere? Quale voce strisciante influenza le scelte e le decisioni future? La critica ha individuato con decisione la figura dell’antagonista nel personaggio di Leo Merumeci, un signorotto arricchito, amante di vedove, zitelle abbandonate e stupratore incapace. Eppure nell’analisi del testo che vede “monitorare” i personaggi nel loro relazionarsi a coppie (come ognuno di essi, dunque, si confronta con l’altro nella quotidianità dei due giorni durante i quali si svolge il racconto) i due giovani Ardengo, Michele e Carla, difficilmente riconducono a lui le insoddisfazioni della propria vita; prima di ogni gesto, di ogni pensiero, la loro mente torna alla madre. Viene a mancare la coincidenza tra il ruolo di antagonista narrativo e il ruolo di nemico effettivo, assunto invece da Mariagrazia. L’infausta genitrice intrappola i figli nell’abulia decisionale che andrà sempre più caratterizzandoli, li educa a trascinarsi, debolmente, dietro la bava della ricchezza e del disonore.

Nel piccolo mondo di Mariagrazia e Leo, personaggi tanto simili quanto incompatibili, l’onore risiede nelle apparenze acquisite dal merito altrui. In una casa lussuosa, in un cenacolo di beni ereditati, ammuffiti, impolverati eppure necessari per mantenere intatti gli sguardi invidiosi di chi al tempo, per esempio, al Ritz o non ci poteva andare o ci andava a piedi.

«[…] guardava attraverso il  finestrino […] quella grande e lussuosa macchina le dava un senso di felicità e di ricchezza, e ogni volta che qualche testa povera o comune emergeva dal tenebroso tramestìo […] avrebbe voluto gettare […] una smorfia di disprezzo per dirgli “Tu brutto cretino vai a piedi, ti sta bene non meriti altro…”» (p. 108)

Quegli oggetti avvizziti pervadono le persone che la vivono, talvolta parlando al posto loro, descrivendo la condizione purgatoriale nella quale vivono, i chiaroscuri si fanno grigi  e la nuova generazione ammutolita dalla flagellante aridità della vecchia smette di cercare una qualche espiazione e impara a convivere con il solido e amaro concretismo borghese. L’impossibilità di evadere spinge i personaggi a vie di fuga immaginarie, una pattuita sospensione tra il mondo reale, che ripugna, e quello della fantasia.

Moravia quasi un secolo fa redarguiva i “suoi” dell’indifferenza massificata che la società e la politica avevano accolto tra i manifesti propagandistici, dell’odio della povertà, la ripugnanza del meno fortunato: fenomeno di iella e malasorte. L’uomo dimentica e si ripete nelle sue oscillazioni morali, nei regolamenti con scadenza e nelle insinuazioni di chi di umanità ne ha davvero poca. E chi ha letto il romanzo di Moravia sa che Michele sarebbe stato incapace di ribellarsi al fascista che qualche anno dopo avrebbe suonato alla sua porta. Carla avrebbe accettato il compromesso della maternità a fronte del lavoro, Mariagrazia non avrebbe tollerato la media res che avrebbero potuto deturpare l’ormai consumata sensazione di signora borghese appiccicatale addosso.

Quasi un secolo dopo la scoperta della leggere di Hubble e della pubblicazione degli Indifferenti di Moravia il dibattito pubblico torna a parlare di famiglia tradizionale, dei ruoli che la rendono tale e della sua decadenza. Eppure Moravia ci raccontava l’inizio dello sfacelo dell’istituzione familiare nella solidità dei rapporti che la componevano. Dove il vero sfacelo risiedeva nell’incomunicabilità, nell’egoismo e nel borghese rispetto delle “regole”. La casa resta il primo criterio sociologico per poter definire un nucleo famigliare, il divario sociale cresce, i poveri vengono perseguitati quando deturpano i bei quartieri con la loro richiesta di aiuto. L’indifferenza torna ad essere il capro espiatorio di chi alimenta l’inibita umanità, mentre l’universo, che non teme le oscillazioni dell’uomo, continua ad espandersi, indifferente, in un eterno esistenzialismo naturale.

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