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Dentro la frenesia selvaggia dell’ossessione. Caccia alle ombre di Herbert Lieberman

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Nel saggio Gödel, Escher, Bach, Douglas Hofstadter si interroga sul modo in cui lo scrittore riesca a esprimere idee possedute come immagini mentali, in una sperimentazione basata sulla rappresentazione da angolazioni diverse, sino a fermarsi “su una particolare versione”. La sua consapevolezza del processo è solo parziale, poiché “la maggior parte della sua fonte, come un iceberg, è immersa profondamente sott’acqua, non visibile, ed egli lo sa”.

Con passo lieve Herbert Lieberman si muove tra immagini proprie delle viscere di una metropoli avvolta dal lugubre manto della morte. Irrequieto, il suo sguardo muta costantemente prospettiva per indurre inesorabilmente il lettore, assorbito anch’egli dal paesaggio che osserva, a smarrirsi nella realtà polimorfa allestita sulla pagina. Lieberman sceglie di indossare panni diversi per sostenere la narrazione in tale perenne alternanza e produrre, così, inafferrabilità, illusione di comprensione.

Scrittore e drammaturgo nato a New Rochelle nel 1933, Lieberman predilige lo scenario newyorkese degli ultimi anni Ottanta per ambientare anche l’ultima opera pubblicata da minimum fax, Caccia alle ombre (traduzione di Raffaella Vitangeli), che chiude la trilogia inaugurata con Città di morti – vincitore del prestigioso Grand Prix de Littérature Policière – e proseguita con Il fiore della notte.

In quell’atmosfera gelida e triste i bui grattaceli sembravano un cerchio di dolmen sparsi intorno a una vecchia rovina druidica.

È l’acquaforte di una città sorretta dai suoi contrasti, tra opulenza esibita e bassifondi. Le vittime di profonda indigenza, violenze e sfruttamento, sfilano nell’indifferenza dei viaggiatori del Grand Central Terminal. Come figure fuori dal tempo, vagano tra i binari o si rannicchiano davanti ai locali, sviluppando una ferocia propria della sopravvivenza. In netta opposizione, si staglia la raffigurazione dell’apparente quiete propria di contesti alto-borghesi, presto squarciata dall’efferatezza con cui si consumano stupri e omicidi accompagnati da disegni osceni e misteriose serie numeriche. “La frenesia selvaggia, una città ossessionata dalla violenza, paralizzata dalla paura”.

L’orrore irrompe con una serialità che spinge gli investigatori a immaginare il profilo del criminale, soprannominato Ombra danzante. Le variabili del suo modus operandi riveleranno però aspetti remoti della sua personalità, gettando il dubbio nel tenente Frank Mooney e nell’intero corpo investigativo che esista un emulo.
Lieberman sposta di continuo l’attenzione del lettore frastornandolo nel cercare con l’anatomopatologo protagonista di Città di morti Paul Konig elementi decisivi sui corpi delle vittime, per poi calarlo nella psicologia dell’omicida, dentro un intricato labirinto di pensieri raccapriccianti.

Un tormento oscuro, denso di angosce, ossessioni e paure dalle paludi di un’infanzia privata dell’innocenza, sovrasta una psiche di complessa decifrazione. Con sguardo acuto, Lieberman affonda nei meandri della follia di un soggetto traumatizzato dalla privazione, il cui quadro famigliare sfuocato rappresenta al contempo un desiderio ingenuo e un aspro rigetto. Origine e direzione di un rancore antico, l’ardore con cui tale odio si manifesta nell’oltraggio sui corpi travalica ragioni personali, appartiene a un disegno legato solo in parte a un’idea di sopravvivenza.

Ancor prima che quello degli altri, a pesare sui crimini è il giudizio del suo artefice, che li analizza estraniandosi per osservare con distacco l’evolversi degli eventi. “Spintonato dai passanti che scendevano a frotte dagli autobus, il giovane fissava la finestra, apparentemente ignaro di ciò che gli accadeva intorno. Le scarpe da ginnastica bianche, metà sopra metà fuori dal marciapiede, lo facevano sembrare un tuffatore in procinto di lanciarsi dal trampolino”.

La prosa di Lieberman scandaglia gli abissi della follia misurando il peso delle insorgenze dell’infanzia nel muovere l’agire di chi si appiglia alla suggestione delle coincidenze per dare una parvenza inesorabile all’atto criminale consumato. L’esplorazione del catalogo emotivo di un omicida delinea il perenne contrasto interiore tra l’improvvisa euforia associata all’eccitazione sessuale, la rabbia, la percezione di assoggettamento frammisto a un latente risentimento, la personale costruzione di sogni a occhi aperti “tanto vividi quanto sconclusionati” e l’idea di libertà nell’esularsi dal presente.

Sin dalle prime pagine, la prosa di Lieberman rivela una profonda attenzione per la composizione nel rendere la trasfigurazione di un corpo nella morte. Così, persino in un cadavere rinvenuto in un condotto fognario è possibile scorgere nelle sottili descrizioni l’intento di conferire armonia all’immagine. Travalicando l’elemento meramente realistico del dramma, Lieberman indirizza lo sguardo verso la percezione di bellezza dell’orrore provata con rinnovato stupore dal suo ideatore.

“Coglieva nella vittima la bellezza sofferente e macilenta delle icone che aveva visto nei dipinti delle vecchie chiese. Sante legate a un palo e circondate dalle fiamme, gli occhi rivolti al cielo, come per cercare Dio. Con la differenza che quella santa era stata martirizzata in una fogna”.

L’indagine sulla violenza, l’origine primordiale e la deriva del male spingono Liberman a inserire costanti rimandi fisici nella rappresentazione di un paesaggio urbano reso nella contrapposizione dei suoi epicentri nervosi. Tenui associazioni che non si riducono a dare forma all’inquietudine dei soggetti, ma identificano più propriamente l’identità e il sentimento dei luoghi.

Nel descrivere quel “genere di buio che inizia a cedere il posto alle prime, timide, sfumature grige dell’alba”, o il misto di pioggia e nevischio che “cadeva obliquo sulla campagna ghiacciata e silenziosa, producendo un debole sibilo”, Lieberman tratteggia una dimensione rarefatta, pulviscolare, con un costante gioco di sottrazioni e disvelamenti. La natura inaccessibile dell’enigma si rivela in Caccia alle ombre nelle continue immersioni nelle tenebre e emersioni verso la luce: un mondo inesorabilmente dominato dai segni del caos. Se l’ordine è associato a un sentimento di estraneità, a tratti cercata o rifuggita, è il disordine a rappresentare l’urgenza dell’azione, un rifugio e al contempo un detonatore indispensabile per generare mutamenti.

Pari importanza è assegnata a ogni prospettiva adottata, per rendere al contempo le inquietudini che muovono la perversione del criminale e i sentimenti di chi indaga per fermarlo, con continui indugi nel vissuto per connotarli anzitutto come individui.
Il peso delle scelte e l’incapacità di liberarsi da vincoli dolorosi genera in ogni soggetto l’urgenza di favorire un cambiamento. Lieberman traccia i connotati dei suoi protagonisti anzitutto a partire dalla loro relazione con gli altri, dal ruolo che quei vincoli hanno assunto nel loro percorso di affermazione.

In tale raffigurazione sensibile si rivela significativo il racconto dei grovigli della dipendenza emotiva nell’influenzare la tensione verso la distruzione. L’esplorazione di un mondo sotterraneo, popolare, è finalizzata a delineare gli esiti della deviazione che produce brutalità anche in soggetti ritenuti deboli, nella metamorfosi generata dalla sopravvivenza.

Nel descrivere i reietti, gli emarginati dalla società, Lieberman non sembra interessato a offrire una mimesi della realtà come denuncia di degrado e violenza, ma mira a scardinare visioni precostituite, a partire dall’uso del potere. In tale ottica assume un ruolo di particolare rilievo – non solo per il suo peso negli eventi ma per il paradosso che racchiude – la storia di una donna divenuta ormai milionaria che sceglie di condurre una vita da homeless per attuare una personale rivalsa sul sistema. Agile e attenta come “un gatto randagio affamato”, “riusciva sempre a razionalizzare il crimine perfino nelle sue forme più brutali, e a leggerlo in una chiave sociale che ruotava attorno al concetto di guadagno”.

Distante dalla mera opposizione bene/male, Lieberman intende offrire, attraverso storie intessute sapientemente tra loro, un insieme di voci dissonanti. Lo straniamento generato dalla sospensione rinnova una tensione alimentata dalla disgregazione, dallo sfaldamento. Lieberman ricrea, attraverso l’impianto formale adottato, una parvenza di linearità e ordine in netto contrasto con la rappresentazione del mondo, aspetti che si riverberano su un ritmo incalzante dai bruschi arresti. La scena si contrae nell’apice, rivelando la verità che si palesa fulminea.

Caccia alle ombre riconferma l’estrema originalità di uno scrittore estraneo a ogni classificazione, capace di maneggiare il genere per ricollocarne i riferimenti e definirne di nuovi e che sceglie di consegnare un ruolo all’artificio, aprire impietosi scorci sul reale per innescare una profonda riflessione sulla solitudine dell’individuo, sul vuoto di cui è parte.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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