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Dentro il mondo di Emma Reyes

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“Nelle ore di ricreazione tutte giocavano a molti giochi diversi; noi non sapevamo giocare a niente.”

I bambini non sanno giocare se non l’hanno mai fatto, se nessuno glielo ha insegnato, se non hanno incrociato altri bambini. I bambini che non sanno giocare vivono un’infanzia che non lo è, è una terribile vita da adulti in miniatura, un anticipo sui disastri che verranno.

Cosa avremmo fatto se, all’età di cinque o sei anni, ci si fosse avvicinata una bambina che non conosceva nessuno dei nostri giochi? Che non conosceva il significato della parola gioco? La avremmo isolata, con ogni probabilità, non avremmo capito. Avremmo lasciato Emma e poi Helena, le protagoniste di questo memoir, in un angolo del cortile, magari le avremmo prese in giro, magari chissà.

Emma Reyes, colombiana, ha vissuto in Europa, è stata pittrice. Il libro di Emma (Sur 2019, trad. Violetta Colonnelli) è il suo epistolario, postumo. Queste sono le poche cose che so di Emma Reyes, o che sapevo prima di aver letto il libro. Le ho scoperte leggendo una prima edizione del memoir, uscita qualche anno fa sempre da Sur, a quel tempo me ne innamorai al punto da parlarne per mesi, rileggerlo in questa nuova veste, arricchito dalla bellissima introduzione di Teresa Ciabatti, me ne ha fatto innamorare di nuovo.

Emma Reyes visse un’infanzia – se così la si può chiamare – difficile, drammatica, incredibile. Visse dolorosamente e faticosamente fino all’adolescenza, insieme alla sorella Helena. Il libro è composto da 23 lettere che Emma spedisce nell’arco di circa trent’anni, dalla Francia alla Colombia, al suo amico Gérman Arciniegas, giornalista, saggista, storico, diplomatico colombiano.

Nelle lettere racconta l’infanzia tra Bogotà e altri luoghi della Colombia e poi gli anni vissuti in un convento, sempre a Bogotà. Dopo il convento viaggerà moltissimo: Argentina, Paraguay, Uruguay, Bolivia e poi la Francia. Dipingerà sempre. La Reyes fu principalmente una pittrice. Il libro venne pubblicato per la prima volta nel 2012, diventando da subito un caso letterario, amato dai critici e dai lettori. Il libro di Emma Reyes.

“Faceva tutto parte del mondo eccetto noi… Non ci era permesso chiedere spiegazioni su niente, qualunque cosa riguardasse il mondo era peccato punto e basta; per questo nelle nostre preghiere, sia in quelle prima di iniziare a lavorare sia in quelle della sera, dicevamo sempre un paio di Ave Maria per i nostri clienti peccatori che ci beneficiavano perché noi potessimo mangiare e salvarci l’anima.”

Faceva tutto parte del mondo eccetto noi, questa frase è scelta dalle lettere della seconda parte del libro, le lettere in cui Emma racconta gli anni in convento. Eppure quella frase riguarda tutto il romanzo. C’entra con Emma dalla prima pagina, c’entra fin dai suoi primi anni di vita. Emma Reyes racconta l’infanzia, non c’è e non c’è stata un madre, c’è una donna chiamata Maria, che è una figura, una presenza forte; Emma, naturalmente, non conosce suo padre. Sono anni vissuti in povertà, anni in cui si gioca per pochi momenti in contentezza in mezzo a ruderi, cose buttate, pupazzi di fango. E buttate sono anche le bambine, Emma e sua sorella, se stanno in casa vengono chiuse dentro, per molte ore, sono malnutrite, sono comandate, sottomesse. Sono bambine.

La costrizione, le chiavi che chiudono lucchetti e porte saranno una costante. Chiuse dentro in ogni città in cui vivranno nei molti spostamenti con Maria. Chiuse dentro in convento, come le suore, peggio delle suore. Chiuse dentro per mancanza di affetto. Emma ed Helena vivranno fuori dal mondo, tutto sarà piccolo costretto, privo di tutto.

Il libro di Emma è un romanzo doloroso ma allo stesso tempo magico. Magico perché Emma Reyes riesce a scrivere, e ha un grandissimo talento, di quegli anni infelici, ai quali molti non avrebbero resistito, con la grazia e l’ingenuità della bambina che era allora. Emma adulta scrive con lo sguardo della bimba e allora tutto diventa diverso.

Lo stupore della bambina davanti alla sofferenza è sempre accompagnato dalla curiosità e dalle domande. I bambini si fanno domande e se non hanno risposta, cercano una spiegazione ricorrendo alla fantasia, alla preghiera, al sogno, all’illusione. Sentono addosso il peso di una colpa commessa ma non la capiscono, non la conoscono.

Emma Reyes scrive molto bene, sembra che attraverso la penna riesca a ridurre rapidamente, misteriosamente, la distanza tra la donna adulta che scrive le lettere e la bambina che non sapeva  giocare. Chi scrive ha in mente tutto,  ma in queste memorie non vince la tristezza, vince la purezza del ricordo in sé, vincono la nitidezza delle immagini che balzano agli occhi dei lettori. Vince, infine, uno strano tipo di speranza realizzata a cose avvenute.

“Le nostre vite non avevano un futuro e la nostra unica ambizione era quella di passare direttamente dal convento al Cielo senza passare per il mondo”.

Teresa Ciabatti introducendo il libro fa riferimento ai fratelli Grimm, al bosco, a Cappuccetto Rosso prima di andare dalla nonna, a Hänsel e Gretel che origliano i discorsi della matrigna. Porte chiuse nella storia di Emma e di sua sorella Helena così come nelle fiabe dei Grimm. Bambini soli, abbandonati, posti in situazioni di pericolo, nelle quali si richiede molto coraggio. Pensando ai fratelli Grimm, ancora mi viene in mente la paura che poteva metterci da bambini una parola semplice come marzapane. Allora non pensavamo al dolce, pensavamo a un pericolo, a cosa sarebbe accaduto ai nostri eroi.

Queste lettere vengono spedite a ognuno di noi e arrivano nel posto dove teniamo nascoste le paure, dove teniamo qualche sogno in avanzo, dove ancora sappiamo cosa sia la pietà. Mi si perdonerà la chiusura con un superlativo: bellissimo.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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