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Depardieu o l’arte di sopravvivere

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Due donne e tre uomini sono a cena in una brasserie di Parigi. D’un tratto una delle donne, Marguerite Duras, si rivolge a uno degli uomini, Maurice Pialat, e gli chiede a bruciapelo se è vero che per girare una scena di La Gueule ouverte ha dissotterrato la bara di sua madre. E siccome il volto del cadavere era nascosto, se ha chiesto all’operatore di girarlo ficcandogli un cacciavite nell’occhio. Certo, risponde Pialat senza battere ciglio. «Lei è un mostro» gli fa la Duras. «Lei è mostruosa quanto me,» ribatte Pialat «per capirlo basta leggere i suoi libri». Pialat non amava gli attori, né la recitazione. Credeva solo nella vita. Come la Duras, d’altra parte.

A raccontare questo siparietto è uno degli altri commensali, Gérard Depardieu, nel suo chiacchierato memoir È andata così (Bompiani, pp 178, traduzione di Alberto Pezzotta). Seguito ora da Innocente, uscito lo scorso settembre per Edizioni Clichy (pp 136, traduzione di Paola Checcoli), dove Depardieu dedica una severa tirata d’orecchie – fra le tante – a Pierre Niney, uno degli interpreti più apprezzati dell’ultima generazione.

Perché Niney, classe 1989, ricevendo il premio César 2015 come miglior attore protagonista per Yves Saint Laurent, si mette a ringraziare i giurati per la loro «profonda comprensione»? Da quando in qua il cinema deve essere comprensivo? «L’arte deve essere pericolosa» sbotta Depardieu. «Come l’arte di quel giovane funambolo che ho visto schiantarsi al suolo davanti agli occhi del padre in place Voltaire a Châteauroux. Gli artisti sono tutti gente del circo». Non è comprensione la prima parola che gli viene in mente pensando al cinema di Buñuel, Chabrol, Ferreri. Stesso discorso per chi sta davanti alla macchina da presa. «Quando gli attori sono veri artisti, sono selvaggi, crudeli, il loro modo di arrivare alle cose è doloroso e violento». Il cinema deve essere prima di tutto «vero» – e bisognerebbe cominciare a chiedersi cosa intenda Depardieu per verità: la storia su Pialat ci offre degli elementi, ma non tutti.

Se il primo volume, È andata così, era la frammentaria autobiografia di un personaggio scomodo, una serie di schegge di memoria giustapposte abilmente con l’aiuto dello scrittore Lionel Duroy, Innocente è un’«orazione» in cui Depardieu attinge ai fatti veri o presunti della propria vita per esprimersi con verve polemica sui temi più vari. Dando vita a una specie di monologo teatrale che procede per impalpabili o talvolta bislacche associazioni d’idee, passando dalla confessione all’invettiva, per scagliarsi contro il marciume della politica e la pornografia dell’informazione. Senza risparmiare, come si è visto, la pochezza del cinema di oggi. Fin qui, sembrerebbe, niente di nuovo. Solo lo sfogo di una star viziata, la reprimenda di un vecchio istrione ferito dalle tante critiche subìte dagli intellettuali francesi, che lo hanno messo in croce per le sue continue intemperanze – una volta per un incidente in moto, un’altra per l’aggressione a un tassista, un’altra ancora per aver pisciato in un bicchiere in aereo.

Uno scontro, quello tra Depardieu e l’intellighenzia transalpina, esploso con la rinuncia dell’attore al passaporto francese – per protesta contro la supertassa sui ricchi del governo Hollande (poi giudicata incostituzionale) – e con la scelta successiva di prendere la residenza in Russia, su invito di Putin. Per la precisione a Saransk, sei o settecento chilometri a est di Mosca.

In realtà, le due fatiche letterarie di Depardieu sono interessanti non per le asserzioni più pungenti che contengono, né per le rivelazioni scabrose e volutamente provocatorie (la prostituzione, i furti ai danni degli omosessuali o dei sessantottini figli di papà), ma perché offrono un viaggio istruttivo e disperato nell’arte (segreta) dell’attore. Attraverso il percorso di un uomo che dall’impossibilità della parola ha raggiunto la rara capacità di poter «dire l’indicibile». O di sparare a zero, come cittadino, su qualsiasi argomento gli capiti a tiro.

L’autodifesa di Depardieu passa per una sua teoria originale, quella dell’innocenza. Innocente, etimologicamente, è chi non nuoce, o non ha nociuto, benché a Depardieu interessi non come sinonimo di incolpevole, ma per la mancanza di malizia che quella condizione presuppone. L’innocenza è un atteggiamento nei confronti della vita, una disponibilità verso ciò che ci circonda. «Essere disponibili è andare verso le cose, mai contro». Come un bambino che di notte si trova da solo in una strada buia, con tutto il mondo che si apre davanti a lui. Se qualcosa (un pericolo) lo spaventasse, e lui avesse paura perfino a immaginarselo, quel qualcosa un attimo dopo piomberebbe su di lui. O come il funambolo, che cammina sul filo venti metri sopra le teste del pubblico terrorizzato: chi è lassù deve avere piena fiducia nelle proprie capacità, appena la perde si sfracella al suolo. L’innocenza è una forma di follia, anche di idiozia, certo non un sapere. «Non è un modo di vedere la vita, ma un modo di riceverla. E non è neanche un modo di conoscerla, ma di riconoscerla». Questa disponibilità, questa innocenza è la chiave sia per sopravvivere sia per recitare – due concetti che qui, forse, coincidono.

Depardieu è un attore della vecchia scuola, poca tecnica e molte esperienze di vita che hanno forgiato il suo essere in scena. Agli inizi, quando è giovane, è solo una «presenza». Un corpo, un volto. Non è nemmeno bello, troppo grosso, sgraziato. «Arrivo dal Berry, ho la faccia da boscaiolo, il naso da pugile, i capelli lunghi, faccio paura alle vecchiette quando cala la sera». Fisicamente sta a Pierre Niney come il vecchio Marlon sta a suo nipote Tuki Brando, androgino modello di Versace. Ma la sua ingombrante virilità lascia già trapelare qualcosa. Forse la vita che ha vissuto. La sua storia.

La storia che ha raccontato in È andata così. L’infanzia vissuta per le strade di Châteauroux. Il padre alcolizzato, il Dédé, capace di articolare solo mugugni incomprensibili, la madre Lilette che cercava di sbarazzarsi di lui quando era ancora nell’utero, provando a infilzare il feto con i ferri da maglia. «E pensare che per poco a te non ti ammazzavamo» era il ritornello di Lilette al piccolo Gérard, espulso da scuola per un furto (non commesso) e cacciato dal catechismo per un paio di disegni pornografici. Lui, Gérard, che a dieci anni (ma ne dimostra diciotto) si vende agli adulti di passaggio – camionisti e giostrai «con facce alla Lino Ventura», pronti a succhiare l’uccello di un ragazzino. Che va a rubare i gioielli dalle tombe dei borghesi. Che passa la prima notte in bianco al luna-park e un giorno scopre «il ventre blu del mare», e pensa: «Siamo tutti nati da lì», forse per l’assonanza tra la mère, la madre, e la mer, il mare. Curioso, viste le tentazioni omicide di Lilette. Che lui aiuterà a sgravarsi degli altri figli, insieme alla levatrice, accogliendoli tra le braccia in mezzo alle gambe spalancate e sanguinolente di Lilette.

Gérard che contrabbanda sigarette, whisky, jeans e magliette trafugate dalla base Nato alle porte del paese. Che scopre il prezzo delle cose fissando negli occhi la gente. «Imparo a riconoscere gli sguardi equivoci, gli sguardi curiosi e viziosi. Imparo a sorridere. Se non sorridi vuol dire che hai paura, che sei perduto, diventi una preda». Sorridere è l’unica cosa che gli ha insegnato Dedé. «Quando ti fanno una domanda e non sai rispondere, tu sorridi». È il solo modo per scansare le rogne. Ma a forza di fingere di capire senza capire si finisce per negare se stessi, e anche Gérard disimpara a parlare. Come Dédé. I suoni che escono dalla sua bocca diventano inudibili, smettono di formare delle frasi.

È da questa perdita, da questo dolore che nasce il suo sogno. Non: fare l’attore. Ma: fare l’attore per uscire dall’analfabetismo. Fare l’attore per sopravvivere. A salvarlo sono alcuni incontri miracolosi. Il primo con lo psicologo del carcere, che gli dice che ha delle mani da scultore, e gli illumina la possibilità di un destino diverso. Il secondo con un amico che gli parla di teatro. Gérard non sa nemmeno cosa sia un teatro, ha visto solo qualche film, e per farsene un’idea entra di soppiatto nella sala di Châteauroux, spia gli attori che indossano i costumi e poi vanno sul palco a recitare Moliére. Non capisce un’acca ma è rapito dalla musicalità delle parole.

Sbarca a Parigi a quindici anni per inseguire il suo folle progetto, e qualcuno lo nota tra i tavolini del Polytech, un locale frequentato da artisti in erba e travestiti, dove Gérard si intrattiene con l’amica Paulette, già in forze alla Legione Straniera e adesso fasciata da un bel soprabito leopardato. Gli danno un ruolo in un corto, quello di un beatnik dall’aria trasandata, che gli calza a pennello. «L’unico problema è che sono incapace di recitare la mia parte, non solo perché non capisco il senso delle parole ma anche perché non si capisce quello che dico, balbetto e mi mastico le parole come Dédé». Il fantasma del padre lo perseguita. Alla scuola di teatro gli chiedono di portare una favola di La Fontaine ma lui non spiccica una parola perché non è riuscito a memorizzarla. Lo invitano a improvvisare qualcosa, e si mette a ridere. E continua a sghignazzare finché tutti gli allievi in platea non stanno ridendo con lui, trascinati da quella risata selvaggia. Forse la stessa risata impudica, vibrante, con cui inaugura il suo discorso ai César del 1991, quando riceve il premio per Cyrano de Bergerac.

Un giorno fa un’audizione portando una scena del Caligola di Camus. Ha imparato a fatica le battute. Ma quando sale sul palco, al posto di dire a Scipione: «Vieni, siediti», dà un cazzotto alla sedia e la sfonda. In platea c’è il regista Jean-Laurent Cochet. Forse l’incontro più importante nella vita di Depardieu. È Cochet il primo a intuire l’ipersensibilità che lo frena, «il lato femminile» sotto la scorza da bruto. Lo accoglie nel suo corso, gratis. Lo spedisce da un vecchio letterato algerino, Monsieur Souami, che gli spiega le parole e il segreto della loro musica. Poi dal dottor Alfred Tomatis, specialista in disturbi del linguaggio. Che capisce come tutto dipenda da un difetto auditivo, non una sordità ma un iperudito: pare che il ragazzo non riesca a selezionare i suoni, così nella sua testa si crea una gran confusione. Il dottor Tomatis ipotizza anche, dopo aver indagato nel passato di Gérard, che il difetto abbia avuto origine nella pancia di Lilette, quando doveva drizzare le orecchie – per così dire – ed evitare i colpi dei ferri da maglia. Una teoria singolare. Fatto sta che quell’anno, è il 1967, Gérard impara di nuovo a parlare. E l’anno dopo esordisce a teatro in Festa di compleanno del mio caro amico Harold di Mart Crowley, che racconta di alcuni giovani che al compleanno di uno di loro gli regalano un ragazzo. È una delle prime pièce ad affrontare il tema dell’omosessualità senza tabù. Con un’intuizione geniale, Cochet affida a Gérard la parte del regalo, «un ruolo quasi muto ma che richiede una forte presenza scenica». Sarà una delle rivelazioni di quella stagione teatrale.

La carriera di Depardieu comincia lì, a vent’anni. Poco dopo arriva anche il cinema, Bertolucci, Ferreri, Blier, Truffaut, Wajda. E poi la Duras e Pialat e Peter Handke, che vedono in lui la «disponibilità a incarnare l’indicibile» (appunto), quel qualcosa che è dentro di noi ma che non sappiamo esprimere perché «troppo intenso, troppo inquietante, forse troppo distruttivo».

In tutto duecento film, o giù di lì, e diciotto candidature ai César (un record). L’ultima per Valley of Love con Isabelle Huppert. E due statuette, la prima nel 1981 per L’ultimo metrò. E un Leone d’Oro a Venezia per l’insieme delle sue interpretazioni. In cui rimane sempre una tensione tra la musicalità, le virtù della parola (vedi Cyrano) e la fisicità trasgressiva, inquietante degli inizi (vedi L’ultima donna o Maîtresse, come tanti altri). Memorabile il primo provino con la Duras, per Nathalie Granger: una camminata in un corridoio buio nell’appartamento della donna. «Si fermi! Si fermi!» lo blocca lei, poco prima di essere schiacciata da quell’energumeno. «Mi sta facendo paura… Il personaggio è lei, non c’è che dire…».

«Recitare, recitare… Che cosa vuol dire recitare?» gli fa eco a distanza di anni Depardieu. «Io non lo so. L’unica cosa che so è difendermi, so che se per strada ho davanti uno grosso il doppio di me, sono capace di farlo scappare a gambe levate. Davanti all’obbiettivo è lo stesso. Se sapessi in anticipo quello che sto per fare, non lo farei. Invece mi butto senza paura: sempre vita è».

Nessuna tecnica, lo ammette candidamente. «Il mio unico talento è quello di essere totalmente dentro il tempo. Quello di sapere d’istinto abitare il presente e l’istante, senza mai resistergli e volerlo controllare». Come il bambino che si trova da solo la notte. O il funambolo in equilibrio sulla corda. «Forse il fatto di non avere inibizioni, di essere vuoto di me stesso – ma per quale motivo? per essere stato così poco desiderato? – in un certo senso vuoto come una pagina bianca, mi permette di lasciar entrare i personaggi, di assumerne la voce e il destino».

Di Depardieu, fumantino per indole, bastian contrario per vocazione, ognuno può farsi l’opinione che vuole. Però si è tentati di credergli quando ci assicura che tra lui e Putin non c’è alcuna intesa politica, solo l’amicizia tra due uomini che si sono riconosciuti (avremmo potuto entrambi diventare dei delinquenti). E quando dice che lui a Saransk, o nella steppa kazaka, si sente a casa come nel suo Berry. Con il suo udito formidabile, si mette in mezzo a un campo e ascolta i canti delle donne trasportati dal vento da un paese all’altro. Non è lui a tradire la Francia, dice, ma i francesi a tradire se stessi – a non essere più capaci di sentire il canto del vento. E si è tentati di credergli anche quando rimpiange i registi di una volta, capaci di dissezionare gli ambienti borghesi, di mostrarne le nevrosi, le perversioni. Senza cercare di piacere a tutti i costi o di concepire un plot prevedendo le reazioni del pubblico. Registi affascinati dalla natura umana e dalla società, che illuminavano di una luce «né garbata né indulgente, ma vera». Artisti tormentati come una volta erano i pittori, «appassionati delle passioni, anche omicide», come Gustave Courbet, che dopo la Comune finì in esilio e vide le proprie tele confiscate dal governo. Depardieu non nomina l’Origine du monde, ma conoscendo la sua storia è il primo quadro a cui viene da pensare.

Michele Martino è nato e vive a Roma, figlio di un’americana di Newark e di un italiano cresciuto tra Caracas e Staten Island. Dopo aver lavorato in teatro, cinema e tv (con Pasquale Pozzessere, Wilma Labate, Antonello Grimaldi), dal 2010 si occupa di editoria, per 66thand2nd, e di traduzioni letterarie. È coautore del programma radiofonico Match Book. Ha tradotto, fra gli altri, il premio Pulitzer Robert Penn Warren (“Tutti gli uomini del re”, per Feltrinelli Indies), George Plimpton, Benjamin Markovits, Helon Habila, Mike Nicol, Lucy Mushita, Noo Saro-Wiwa.
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