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Desaparecidos: Quello che cambia con il nuovo governo argentino

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Per la traduzione dallo spagnolo ringraziamo Maria Pina Iannuzzi, laureata in lingue e letterature europee e americane, dottoranda di ricerca presso l’Università Nazionale di Rosario (Argentina), traduttrice per numerose case editrici.

Preoccupazione è la parola che ricorre fra le associazioni per i diritti umani, con in testa Estela de Carlotto e le Abuelas de Plaza de Mayo, per il nuovo corso dell’Argentina del presidente Mauricio Macri, paventando in modo particolare l’indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia. In un clima generale tutt’altro che disteso, la scorsa settimana a Buenos Aires la presentazione di tre libri, che ripercorrono la storia delle Abuelas, è saltata a causa di un allarme bomba all’ex Escuela De Mecanica de la Armada, oggi Espacio para la Memoria, Promoción y Defensa de los Derechos Humanos.

C’è una statistica che raffigura il percorso compiuto nell’ultimo decennio dall’Argentina per assicurare alla giustizia i criminali resesi responsabili di delitti durante la dittatura. Dal 1988 al 2005, dunque a trent’anni dal colpo di Stato, le condanne per crimini contro l’umanità, e altre fattispecie di reato, erano appena ventitré. Dal 2006 a oggi, a dieci anni dalla caduta delle leggi per l’impunità e dalla riapertura dei processi, quel numero è salito a 669 condannati e 62 assolti in seguito a 162 sentenze, la più recente delle quali nell’interessantissimo Dossier de sentencias pronunciadas en juicios de lesa humanidad en Argentina risale al 4 maggio a Rosario. Il 14 maggio del 1983 i militanti peronisti Eduardo Pereyra Rossi e Osvaldo Cambiasso furono sequestrati da militari in borghese presso il Bar Magnun, per poi essere torturati con l’elettricità in un capannone industriale. Successivamente li assassinarono, simulando uno scontro a fuoco. I loro corpi sono riemersi da una fossa comune. Per il duplice delitto il tribunale di Rosario ha condannato due poliziotti e altrettanti militari, assolvendone sei.

Sempre nel mese di maggio al Tribunal Oral en lo Criminal Federal n°1 di Buenos Aires è arrivato a destinazione dopo tre anni e sei mesi un processo chiave, storico. Sono state emesse condanne tra gli 8 e i 25 anni di reclusione per 15 dei 17 imputati. Reynaldo Bignone, il capo dell’ultima giunta militare argentina, è fra i condannati per l’Operacion Condor, l’associazione illecita transnazionale, riconosciuta dalla sentenza, dedita all’interscambio di informazioni d’intelligence, persecuzione, sequestro, tortura, omicidio e/o sparizione di dissidenti politici nel Cono Sur.

Parliamo della fragile costruzione teorica della dottrina della Sicurezza Nazionale, basata sulla dedizione completa, indiscutibile del cittadino alla nazione per il raggiungimento delle mete prefisse da potentissime strutture economiche e politiche contrarie agli interessi della grande maggioranza dell’umanità, ai principi di rispetto della dignità umana e dunque alimentate dalla strategia del terrore che superò i confini di un singolo paese per propagarsi come una malattia sociale.

Per comprendere la discrepanza statistica che intercorre tra il periodo 1988-2005 e il decennio 2006-2016, tornano utili le parole in un libro intervista (Editori riuniti/1988) dell’ex presidente Raúl Alfonsín, candidato radicale eletto nel 1983 al ripristino del sistema democratico. Alfonsín, il padre della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas che mandò a giudizio le Giunte militari, rilevando l’intima ripugnanza di vasti settori militari a svolgere una funzione subordinata al potere civile, spiega la genesi della Ley de Punto Final e del principio dell’obbedienza dovuta, che circoscriveva ai vertici delle forze armate tutta la responsabilità per le violazioni dei diritti umani. Nell’intenzione del legislatore questi leggi non avrebbero costituito un oblio ma la distinzione dell’autonomia decisionale dei militari.

Insomma occorreva dare una risposta politica ai processi, agire con maggiore prudenza per non mettere a rischio la democrazia a fronte dei focolai rivoltosi dei militari, che opponevano il proprio diniego alle citazioni giudiziarie.

«A metà marzo 1987 sono giunto alla conclusione che era necessario prendere misure drastiche perché a quel punto era prevedibile che la giustizia non sarebbe stata in grado di agire entro termini tali da non esporre a un grave rischio il già disgregato sistema di gerarchie all’interno dei vertici delle forze armate con immaginabili conseguenze per il sistema costituzionale», spiegò Alfonsín.

Poi, a cavallo del Novanta, si concretizzò la stagione degli indulti di Carlos Menem, bocciati nel 2006 per incostituzionalità dalla Cámara de Casación Penal.

Attualmente sono 537 le cause penali pendenti nei tribunali federali del paese, il 30% è giunto a prima sentenza, mentre il 47% è ancora nella fase istruttoria. Tra le cause in marcia spicca il maxi procedimento Esma, cominciato nel 2012.

Il picco delle sentenze, complessivamente cinquanta, è stato raggiunto nel biennio 2012-’13. Sempre nel 2013 si è impennata la curva degli imputati condannati, trentaquattro, per violenze sessuali. Nel biennio successivo è stato registrato un calo (21 nel 2014, 20 nel 2015).

Quest’anno la giustizia argentina, nell’ambito della Megacausa Menéndez La Rioja, ha emesso la prima condanna per aborto forzato, al quale fu costretta una detenuta. In un libro essenziale per capire, Strategia del terrore: il modello brasiliano (di Ettore Biocca – De Donato editore), pubblicato due anni prima del golpe argentino, colpisce al cuore la testimonianza dell’allora ventunenne Denise Peres Crispim. Viveva in clandestinità col compagno Eduardo. Fu arrestata il 23 giugno del 1970. Era gravida di sei mesi. Il resto è la cronaca di torture psicologiche e fisiche con le incessanti minacce di aborto.

Risuonano, insieme alla cronaca, le parole di Eduardo Galeano per dirsi quanto mai sia attuale la questione del rimedio all’impunità dei regimi dispotici: «La tortura presuppone una struttura malata incapace di governare senza di essa», (Biocca/1974). Correva l’anno 2006:

«(…) Nelle sale dove si tortura, un sistema, che pratica il crimine per spogliare paesi, si toglie la maschera. I burocrati del dolore, soldati e polizie sono solo strumenti di un potere che ha bisogno della tortura per assicurarsi ed estendere i suoi confini. Un sistema atrocemente ingiusto utilizza metodi atroci per durare. Questa macchina, che si nutre di carne umana, non serve per proteggere ma per terrorizzare la popolazione. Non serve per ottenere informazioni, si pratica per prevenire ribellioni, per castigare eresie, per umiliare dignità e seminare la paura», scrisse Galeano.

Il tempo delle lacrime non è quello della giustizia. In Argentina un passaggio critico è rappresentato dagli ultimi gradi del giudizio. La Cámara Federal de Casacion Penal ha revisionato il 25% del totale delle cause, confermando tutte le condanne e revocando qualche assoluzione. All’ultima tappa, la Corte Suprema di Giustizia, la percentuale scende al 17%. I dati della Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad sembrano smentire le accuse di giustizialismo, secondo le quali i repressori sarebbero detenuti senza criteri ed eccezioni. Il 36% dei 2354 imputati è in libertà. Del 48% che è sottoposto a misura di carcerazione preventiva, circa la metà usufruisce degli arresti domiciliari.

Fra gli attuali 57 latitanti spicca il condannato in via definitiva Jorge Antonio Olivera, sul quale il Ministerio de Justicia y Derechos Humanos ha posto una taglia da due milioni di pesos, coinvolto nella vicenda della scomparsa di Marie-Anne Erize.

Carolina Varsky è un’avvocatessa, laureata alla Facoltà di Diritto dell’Università di Buenos Aires. Per una decade ha svolto la propria professione presso il Centro de Estudios Legales y Sociales. Dall’agosto 2013, dopo l’incarico nella Procuraduria de Narcocriminalidad, è la procuratrice e coordinatrice del Procuratorato di Crimini contro l’Umanità del Ministero Público Fiscal,  un organo straordinario che gestisce non la giustizia ordinaria, bensì si focalizza sui crimini contro la vita e l’umanità, il narcotraffico.

Il MPF (Ministero Público Fiscal) non è un organo di nomina politica. Conforme alla Costituzione Nazionale Argentina, art. 120, è un organo indipendente con autonomia funzionale e autarchia finanziaria, che promuove atti di giustizia in difesa della legalità, degli interessi generali della società in coordinamento con le altre autorità della Repubblica. È guidato da un Procuratore generale della Nazione e dagli altri membri secondo legge, che godono di immunità funzionali e intangibilità di remunerazioni.

La PCCH (Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad), che non dispone di una polizia giudiziaria, è stata presentata nel giugno del 2013, ereditando e strutturando il lavoro della Unidad de coordinacion y seguimiento de los causas por la violacion a los derechos humanos, messa in funzione nel 2007 dal procuratore Esteban Righi. L’attività di collaborazione della Procura è anche internazionale, inclusa l’Italia, per sostenere indagini e procedimenti che interessano alla giustizia argentina.

Varsky, è corretto sostenere che negli ultimi anni l’Argentina sia stata all’avanguardia, se la compariamo alla Germania o alla Spagna con i franchisti, nella battaglia pubblica per il riconoscimento delle responsabilità penali individuali negli anni della dittatura?

«Assolutamente sì. E sottolineo che i crimini del Franchismo vengono investigati anche in Argentina con l’applicazione del principio di giurisdizione universale».

Le Abuelas de Plaza de Mayo denunciano il depotenziamento di aree sensibili del Ministerio de Seguridad de la Nación, dedicate al sostegno delle politiche per i diritti umani, e hanno lanciato un allarme sulla disarticolazione del Grupo Especializado de Asistencia Judicial (GEAJ). Che cosa succede a oltre sei mesi dall’insediamento del presidente Macri?

«Sì, anche noi avvertiamo cambiamenti enormi, non solo per lo smantellamento di questo ufficio, ma anche per lo svuotamento di altri uffici nell’ambito dello stesso Ministero per la Sicurezza, nella Segreteria dei Diritti Umani. Si percepiscono cambiamenti nell’Unità del DDHH del Consiglio della Magistratura e della Corte Suprema di Giustizia. Posso solo dire che il nuovo governo, in conformità con la sospensione dell’implementazione della nuova legge del Ministero, ha diminuito gli investimenti. Le inquietudini per il clima, creato da questa volontà politica, sono state discusse e analizzate nell’ultimo incontro convocato da questa PCCH nell’aprile scorso».

Il sistema di relazioni, le complicità, aperte o nascoste, tessute per molti decenni per fare in modo che tutto fosse dimenticato sono ancora attive e quale potere esprimono?

«Continuano a essere attive e negli ultimi mesi sono cresciute. Tale situazione è visibile mediante svariate pubblicazioni sui quotidiani di diffusione nazionale. Le organizzazioni, che difendono gli imputati, hanno tenuto riunioni con funzionari politici, ponendo come questione centrale l’assenza per i loro clienti delle garanzie processuali. Sarebbero giudicati senza il rispetto delle prerogative della difesa. Lamentano di essere trattenuti in carcere, anche quando ritengono che potrebbero beneficiare degli arresti domiciliari. Negli ultimi anni hanno presentato ricorsi al sistema interamericano del DDHH».

Qual è la traccia più profonda del terrorismo di Stato tuttora ravvisabile nella società argentina?

«Non è soltanto una questione che concerne i sopravvissuti o i familiari delle vittime, anche se si cerca di addossare a loro ogni cosa. Le conseguenze della dittatura si avvertono nella vita quotidiana. Per esempio alcuni funzionari pubblici, non solo quelli appartenenti alle forze militari o di sicurezza, sono persone collegate e denunciate per crimini riguardanti il periodo della dittatura».

Se dovessimo individuare un periodo in cui è stato segnato un cambio di passo, un avanzamento decisivo per questa battaglia? Per esempio nel 1994 quando la Costituzione argentina fu emendata? I Trattati internazionali sui diritti umani, che proibiscono leggi di prescrizione e/o amnistie per crimini contro l’umanità, furono incorporati come legge suprema del paese.

«Senza dubbio la riforma della Costituzione nazionale del 1994 è stata decisiva. Farei riferimento anche al rapporto 28/92 del CIDH sull’Argentina, all’avanzamento dei processi all’estero, la sentenza della Corte IDH nella causa Barrios Altos de Perú del 14/03/2001, pronunciata otto giorni dopo la prima dichiarazione di incostituzionalità delle leggi “Punto Final” e “Obbedienza dovuta”, che prevedevano la prescrizione per i reati commessi durante la dittatura militare. Infine la decisione del PEN e del Congresso argentino di considerare la persecuzione penale di questi crimini come politica di Stato».

Qual è la percezione del vostro lavoro nella società argentina?

«Questo Procuratorato occupa un posto importante, essendo un punto di riferimento per gli organi del DDHH e gli avvocati querelanti, perché abilita il canale di dialogo con i pubblici ministeri attuanti nelle cause. La PCCH si è consolidata come un riferimento ineludibile per tutti gli attori che portano avanti le cause in tale rilevante materia, ampliando in maniera sostenuta la propria attività su tutto il territorio nazionale e partecipando in ogni giurisdizione, tanto nella tappa dell’istruttoria quanto nel processo vero e proprio. Lo sforzo dell’Unità, poi gerarchizzata in Procuratorato, in un primo momento si focalizzò nel cercare di imporre una politica di raccolta dei casi, mirando a raggiungere giudizi sostanziali in funzione degli obiettivi proposti.

Questo lavoro si vede riflesso nella celebrazione dei processi significativi, come è accaduto per esempio nella Capitale, a Córdoba, Bahía Blanca, Mar del Plata, Salta e La Plata. Al fine di sostenere i pubblici ministeri nella fase istruttoria e in quella dibattimentale è stata firmata a novembre 2009 una convenzione di Cooperazione Istituzionale tra questo Ministero Publico e il Ministero della Difesa della Nazione (Risoluzione PGN N° 150/09), che ha consentito di consolidare l’interazione tra le parti stabilendo agili canali di comunicazione istituzionale.

In tale contesto, fu inviata a numerosi pubblici ministeri la documentazione che risultò di grande rilevanza per rafforzare ipotesi di imputazione e disegnare nuove strategie di indagine. La crescita della quantità di processi ha fatto sì che l’Unità collabori anche nella tappa processuale, soddisfacendo le necessità di ogni giurisdizione. Si è intensificata, inoltre, la marcatura e la collaborazione nella tappa ricorsiva delle sentenze definitive e della loro esecuzione. Al tempo stesso, l’ex Unità ha realizzato un lavoro di approfondimento di ambiti d’imputazione attraverso l’elaborazione di modelli per i pubblici ministeri come l’identificazione dei delitti con tortura e contro l’integrità sessuale. D’altro canto, questa PCCH è l’unico organismo statale che possiede una base dati e analisi statistiche su cause, imputati e vittime (quest’ultima in fase di elaborazione)».

In che cosa consiste la vostra attività di indagine in materia di identificazione e persecuzione dei presunti casi di appropriazione dei ninos e di violenza sessuale perpetrati durante la dittatura?

«Per i casi di appropriazione di bambini è stato creato un gruppo di lavoro dedicato, che ha elaborato una diagnostica delle cause giudiziarie e un piano d’azione. In tal senso, il 23 ottobre 2012, la Procura Generale ha creato l’Unità specializzata in casi di appropriazione di bambini durante il terrorismo di Stato (Procedimento PGN n° 435/12) per continuare e approfondire il lavoro che già si stava svolgendo in materia. Sui delitti sessuali, il lavoro di questa PCCH consiste nel condividere con i pubblici ministeri, incaricati delle indagini, norme d’azione e materiale bibliografico che possa risultare interessante. Le cause in cui ora si è dato luogo all’ampliamento per delitto sessuale sono dieci».

Può fornire qualche numero riguardante i procedimenti nei quali è stata già riconosciuta la violenza sessuale?

«Nel rapporto della PCCH contiamo su 17 sentenze nelle quali sono state ottenute condanne per crimini di violenza sessuale, due delle quali sono state confermate dal CFCP. Sono stati pertanto condannati 71 imputati (70 uomini e 1 donna) per crimini quali abusi e violenze sessuali, l’aborto forzato nei casi di 62 vittime (56 donne e 6 uomini). In riferimento alla forma di responsabilità e partecipazione diretta, dei 71 imputati per aver commesso violenze sessuali, 13 sono stati condannati come autori diretti, 27 come coautori, 14 come autori mediati, 16 come partecipanti obbligati o complici primari e 2 come partecipanti secondari; quindi solo il 19 % dei condannati lo è stato a titolo di autore diretto del crimine».

Negli ultimi anni sono state intensificate le indagini per la fattispecie di reato?

«Sì, ce ne sono numerose in corso. A maggio 2014 abbiamo iniziato uno studio sui casi di violenza sessuale perpetrati dal terrorismo di Stato, esposti in cause penali per crimini contro l’umanità ed è stato creato un registro delle vittime. In molti casi giudiziari, per svariati motivi, non si è proceduto alla richiesta di ampliamento dell’accusa durante il dibattimento e i casi di violenza sessuale esposti nelle testimonianze sono stati rimessi a istruttoria per l’indagine. Attualmente nel registro sono indicati 460 casi da tutte le regioni del Paese, dei quali 250 sono in corso di indagine, 62 sono già stati accertati. La restante parte non è indagata, perché la vittima espressamente non ha dato l’assenso per le indagini, mancano testimoni o i fatti sono stati qualificati come mera tortura».

C’è una vicenda in particolare che l’ha colpita?

«Pongo l’accento sull’ultima sentenza in merito alla Megacausa Menéndez La Rioja. Il Tribunal Oral Federal de La Rioja ha condannato tredici imputati, fra i quali l’ex giudice federale Roberto Catalán e Luciano Benjamín Menéndez, dai sei anni di reclusione al carcere perpetuo. Il dibattimento processuale verteva sugli atti accaduti ai danni di 50 vittime nel circuito repressivo che integrava il Batallón 141 de Ingenieros, la Base Aérea de Chamical, el Escuadrón 24 de Chilecito, la Delegación de la Policía Federal, el Instituto de Rehabilitación Social e il Tribunale Federale.

Il tribunale di La Rioja ha dato disposizione di trasmettere la sentenza alla Comisión Nacional Coordinadora de Acciones para la Elaboración de Sanciones de Violencia de Género, secondo gli articoli 1, 2, 7 e 8 della Convenzione Interamericana per prevenire, sanzionare e sradicare la violenza contro le donne di Belém do Pará, in ragione dei delitti a sfondo sessuale che sono stati denunciati dalle vittime durante il giudizio e per le quali sono stati condannati vari imputati.

Per la prima volta c’è stata una condanna per un caso di aborto forzato e il Tribunale Federale di La Rioja ha dichiarato: “Nell’ambito di questa causa, le donne che furono arrestate e che, conformemente alle testimonianze raccolte nelle udienze di dibattimento, subirono qualsiasi tipo di oltraggio o abuso sessuale, furono vittime di atti conclamati dalla Convenzione di Belém do Parà, quali odiose forme di violenza contro la Donna”».

Qual è stata l’influenza dall’estero in un avanzamento politico, sociale e giudiziario così complesso? Mi riferisco in particolare all’effetto dell’apertura e della celebrazione di processi in altri paesi come l’Italia.

«L’influenza dei processi all’estero durante il periodo d’impunità in Argentina è stata fondamentale. La possibilità di continuare a indagare, anche quando in Argentina non si poteva, a produrre prove, di consentire alle vittime e/o ai loro familiari di testimoniare davanti ai giudici e nei tribunali ha permesso di mantenere viva la memoria e il bisogno di giustizia. Dall’altro versante però, il fatto che paesi terzi perseguissero i repressori ha altresì comportato che costoro decidessero di non uscire dal Paese per evitare la sorte di Pinochet».

Quali effetti potrebbero avere la declassificazione di documenti riservati, l’apertura degli archivi del Vaticano relativi agli anni delle dittature latinoamericane, riguardanti intanto l’Uruguay e l’Argentina?

«Il Vaticano non ha declassificato ancora documenti da quello che sappiamo noi. Ha portato dei documenti in una causa in particolare, in cui la vittima era un religioso di La Rioja. Qualora fossero disponibili, sarebbe una funzione di questa PCCH analizzarli e riferirli alle cause già iniziate come apporto documentale. Non conosco il contenuto di tale documentazione, ma senza dubbio tutto può aiutare all’identificazione di bambini/e sottratti/e».

Qual è il ruolo della stampa rispetto al vostro lavoro?

«Effettivamente la stampa ha una posizione preponderante nella società argentina. Esiste una stampa complice della dittatura e sulla quale si sta ancora indagando, ci sono editori imputati e anche giornalisti desaparecidos. Oggi, grazie a determinati settori della stampa, conosciamo l’avanzamento dei dibattimenti. Quotidiani come Página 12 o Tiempo Argentina assicurano l’informazione quotidiana su ciò che accade nei processi. Questo garantisce la pubblicità del processo stesso senza reticenze, tuttavia si tratta di giornali con una diffusione minore rispetto ai grandi mezzi stampa».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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