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Descensus

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È la domenica più malinconica dell’anno, la domenica di fine ottobre in cui si torna all’ora solare. Paolo si trova a San Callisto, a Roma, e sta concludendo una visita guidata delle catacombe insieme a un’amica.

La guida termina le sue spiegazioni trovando il modo di introdurvi con astuzia una catechesi asciutta ed efficace sulla speranza cristiana nella vita eterna. Il signor Nazzareno (la doppia zeta l’ha subito infastidito leggendo il nome sulla targhetta: ma è lecita quella grafia?) invita i visitatori a seguirlo per gli ultimi cunicoli e a prestare attenzione ai loculi di cui sono affollate le pareti. Purtroppo le nicchie sono state spogliate quasi tutte del marmo che le rivestiva e ora mostrano solamente la propria anima di tufo. Paolo si attarda un minuto a considerare le dimensioni minuscole delle tombe dei neonati e la loro sorprendente quantità.

D’un tratto si rende conto di essere rimasto indietro, e prova a ripercorrere a ritroso la strada verso l’uscita. Le parole di Nazzareno lo hanno colpito profondamente, anche se non ne comprende perfettamente la ragione. Il cunicolo è estremamente angusto, ed è contornato di tombe su entrambe le pareti. La mancanza di spazio gli accorcia un po’ il respiro e gli provoca un’ansia leggera.

Paolo ripensa a quanto ha letto quel pomeriggio su una guida turistica: le catacombe di Roma hanno un’estensione complessiva di cento-centocinquanta chilometri, se si mettono in fila tutti i cunicoli che le compongono su tre livelli diversi. Vi hanno trovato sepoltura dai cinquecentomila ai settecentocinquantamila fedeli. Un agghiacciante gorgo mortifero, un mostruoso ventre ipogeo immerso nella tenebra, che si distende silenzioso nel sottosuolo, sotto il cuore pulsante della cristianità. Perdersi per quelle gallerie potrebbe risultare fatale per chiunque. Si racconta di alcuni sfortunati che non sono più tornati. Altri hanno avuto una sorte migliore, e sono ricomparsi dopo alcuni giorni in campagne lontanissime dell’Agro Romano.

A Paolo, tuttavia, non sembra di trovarsi in pericolo. Intorno a lui è ben visibile l’impronta della civiltà: appositi segnali indicano l’uscita, ci sono dei cancelli che vietano il passaggio verso cunicoli pericolosi, griglie di plastica arancione chiudono il varco verso alcune cripte, e gli comunicano una confortante impressione di modernità. Giunto al termine del cunicolo, la strada si biforca, e stavolta Paolo non trova nessun senso obbligato a indicargli il percorso. Solo, gli sembra di scorgere un’ombra che gira sulla sinistra in fondo alla galleria.

I visitatori si affrettano dietro al signor Nazzareno con singolare premura, come se ne avessero abbastanza di quell’incursione domenicale nel sottosuolo e anelassero a tornare fuori a rivedere il cielo prima che faccia buio. Dopo l’oscurità delle catacombe, tutti sentono l’esigenza di godere per almeno un’ora la luce del sole romano di fine ottobre. Compreranno un souvenir nel negozio appositamente allestito nel parco da cui si accede alle catacombe: una targhetta con l’immagine dell’orante, o con il simbolo cristologico del pesce, o la rappresentazione di Giona divorato dalla balena, e in tal modo addomesticheranno la sensazione perturbante causata dalla visione dei loculi, dalla discesa nelle viscere della terra, dall’aver immaginato le vite di tutti quei morti così reali e tanto simili a loro.

Camilla ascolta con interesse e sorpresa il discorso di Nazzareno, cercando di comprendere dagli occhi degli altri visitatori se anche loro subiscano il fascino di quell’uomo anziano, che ora con noncuranza invita tutti a cercare nel proprio animo – durante l’imminente commemorazione dei defunti – la medesima consolazione degli antichi cristiani, che in quel luogo di morte avevano testimoniato la propria speranza e la certezza della vita eterna. Camilla sente con chiarezza la portata sconvolgente delle sue parole, e cerca nello sguardo di chi le sta intorno i segni della medesima sorpresa. Nazzareno ora elenca alcuni riferimenti per consentire agli interessati l’approfondimento delle poche nozioni fornite nei tre quarti d’ora della visita. C’è un sito internet abbastanza completo che è possibile consultare: catacombe punto roma punto it. «È facile da ricordare», dice Nazzareno con un sorriso che sa essere malizioso e insieme rassicurante: «Catacombe, Roma, Italia», e accompagna la frase con un eloquente gesto della mano che allude alla progressiva amplificazione spaziale suggerita dalla successione dei nomi pronunciati.

Quel tocco di modernità piace a Camilla, crea un rapido legame tra gli antichi morti e la sua vita di ogni giorno, annullando con un solo balzo la distanza temporale che la separa da loro. Il giorno dopo si sarebbe ricordata quell’indirizzo e gli avrebbe dato un’occhiata, per vedere se, addentrandosi nell’ipertesto del web, avrebbe provato la medesima inquietudine che le ha procurato l’incursione pomeridiana nel sottosuolo.

Ora Camilla comincia a guardarsi attorno per cercare Paolo e incamminarsi con lui verso l’uscita. Dopo la visita alle catacombe, hanno progettato di andare al cinema al secondo spettacolo, per non rattristarsi vedendo che alle sei del pomeriggio fa già buio a causa del cambiamento di orario. Gli altri visitatori risalgono le scale che riconducono in superficie. Altri gruppi si preparano per l’ultima visita della giornata, e lei si avvicina al signor Nazzareno per chiedergli di aiutarla a ritrovare Paolo.

All’inseguimento dell’ombra, Paolo accelera leggermente il passo, ma senza esagerare, come se non volesse confessare neanche a sé stesso la propria agitazione. Giunto alla biforcazione, svolta a sinistra. L’ombra è scomparsa. Paolo ora cammina con maggior foga, sbircia in ogni galleria ma non si arrischia a percorrerne alcuna. Inizia a prendere consapevolezza del pericolo, e si rende conto che scegliere ora una strada piuttosto che un’altra potrebbe avere conseguenze importanti.

Addentrandosi nel terrificante serpentone, Paolo si accorge che le gallerie non sono più illuminate artificialmente, e che la scarsa luce proviene dagli alti lucernari, dai quali filtra un sole abulico e inoffensivo. Si rende conto di aver seguito una pista sbagliata, e tenta di ritornare sui propri passi. Cerca di calmarsi, anche perché comprende che forse è stata proprio l’agitazione a fargli commettere l’errore decisivo. Si siede in terra e inizia a pensare. A quella profondità il telefono non prende. Ormai rimangono pochi minuti di luce, ma tanto è inutile agitarsi. Camilla avrà già dato l’allarme, e qualcuno sarà già sulle sue tracce.

La cosa migliore è rimanere immobile e aspettare. Per tentare di calmarsi, Paolo cerca di razionalizzare la situazione, sforzandosi di astrarsi dal momento contingente. Riflette sul fatto che la struttura labirintica delle catacombe consentiva soltanto agli iniziati di muoversi agevolmente al loro interno. La decifrazione del loro percorso costituiva in un certo senso un’operazione di ecdotica spirituale, la presa di consapevolezza di un significato profondo, il riconoscimento di precise coordinate ontologiche. E il suo smarrimento corrispondeva a un serio fraintendimento del senso della vita.

«Mi scusi».
«Prego».
«Non riesco a trovare una persona. Siamo venuti qui insieme e ora non lo vedo più. Credo si sia attardato nell’ultima cripta. Posso tornare indietro a cercarlo?».
«È sicura che non sia già uscito insieme al resto del gruppo?».
«Sì, cioè, no. Non credo».

Camilla, in realtà, non ne è sicura.

«Ma no, guardi. Deve essere rimasto in quella cripta. Stava tentando di leggere l’iscrizione su una tomba. La prego, mi lasci dare un’occhiata».
«Guardi, abbiamo delle procedure per queste cose. Se è sicura che non sia fuori, mando un addetto della sicurezza a controllare».

Camilla cerca di non mostrare la propria agitazione.

«Signora, stia tranquilla. Vedrà che il suo amico è già di sopra che l’aspetta», le dice Nazzareno posandole amichevolmente una mano sulla spalla con un sorriso rassicurante.

Camilla ora comincia a vergognarsi, e anche a dubitare. Del resto, Paolo è una persona adulta, e la scarsa chiarezza del loro rapporto le provoca un certo imbarazzo. Non saprebbe nemmeno come definirlo: un amico? il suo ragazzo? Non a caso il termine «persona» utilizzato con Nazzareno è addirittura di genere discorde rispetto al sesso di Paolo, e di fronte al sorriso mite e insieme ironico dell’uomo (o è soltanto una sua impressione?), si pente della propria richiesta di aiuto e si chiede se davvero Paolo non sia semplicemente risalito senza attenderla.

«La ringrazio. Ha ragione lei. Senz’altro sarà qui sopra che mi aspetta».

Camilla si mette quasi a correre per gli scalini di pietra, rischiando di scivolare sul marmo consumato. Non vuole che Nazzareno la veda avviarsi da sola verso l’uscita. Non ne comprende bene il motivo, ma quell’uomo le ispira un senso di deferenza. Ormai ha scartato definitivamente l’ipotesi che Paolo si sia attardato – o addirittura perso – nel dedalo sotterraneo. Quindi, dopo avere escluso che possa trovarsi ancora nel parco esterno alle catacombe, Camilla prova a chiamarlo, ma il telefono risulta ostinatamente non raggiungibile. Dopo mezz’ora di attesa vana si avvia un po’ sovrappensiero verso la macchina, e si chiede se per caso non abbia capito male le sue intenzioni per la serata; oppure se possa averlo irritato inavvertitamente, al punto da indurlo ad andar via da solo. Anche se, a pensarci bene, sono venuti con la macchina di Camilla: come avrebbe fatto, dunque, ad andarsene?

Non c’è più luce, solo un chiarore indeciso che trapela dal livello superiore. Paolo tenta di ascoltare se per caso qualcuno sia venuto a cercarlo, ma nell’ambiente in cui si trova regna il silenzio più completo. Preso da un pensiero, fa un movimento improvviso e sbatte violentemente la testa contro una parete. Avverte una fitta alla parte destra della fronte. Si tocca con una mano e trova del sangue. Nel buio non è sicuro che sia sangue, perciò lo annusa sulle dita, lo assaggia. D’un tratto viene preso da una collera sorda contro quel dolore immeritato e inizia a urlare, un po’ per la rabbia e un po’ nella speranza che qualcuno lo senta. Ode il rimbombo delle sue grida, ma dall’altra parte nessuna risposta. Vorrebbe mettersi in cerca dell’uscita, ma le tenebre sono fittissime. Perciò, alla tiepida luce dell’accendino, cerca di trovare un posto in cui distendersi per trascorrere la notte. Poi, a un certo punto, avverte lo stimolo della fame, e improvvisamente comprende con raccapriccio quale sarà il modo in cui morirà nel caso in cui non riesca a trovare l’uscita. Si adagia sulla terra in una nicchia e si copre come può con il giaccone. Lì sotto è molto umido, e fa freddo.

Per tutta la notte Paolo ripensa alle storie udite da Nazzareno. Non capisce perché, ma da quei racconti di morte trapela un’abbondante vena di speranza alla quale non è abituato. Pensa ai primissimi papi del Cristianesimo, alcuni dei quali avevano trovato sepoltura proprio là, in quelle catacombe. A quei tempi il termine «papa» ancora non era entrato nell’uso comune, e nelle iscrizioni venivano definiti semplicemente «episcopi», ovvero ispettori, cui era affidata la tutela della Chiesa. Molti di loro avevano testimoniato col sangue la propria fede. Un certo Ponziano era stato damnatus ad metalla, ovvero condannato ai lavori forzati, e la durezza del supplizio lo aveva condotto alla morte nel giro di poco tempo.

Mentre Paolo è immerso in questi pensieri, vede una luce muoversi vicino a lui. La sua prima reazione è la speranza. Qualcuno sta venendo a cercarlo. È una luce azzurrina, molto fioca che si muove velocemente a circa un metro e mezzo da terra. Non si capisce se sia una torcia portata da qualcuno o se non sia una luce di altra natura. Ma quale? La rapidità con la quale si sposta lascia intendere che non si tratti di un essere umano. Sembra piuttosto una luce laser o un macchinario che si muova sopra un binario inesistente, seguendo traiettorie esatte e veloci. Ma tutto ciò non ha alcun senso. Al culmine della disperazione, l’uomo grida in quella direzione: «Ehi, sono qui».

Dopo avere indugiato per alcuni istanti, la luce si allontana rapidamente e sparisce in fondo al cunicolo. Paolo percepisce una sensazione di gelo, una paura atavica e prerazionale che gli si insinua nelle vene come un tossico. Cos’era quella luce? Era un’allucinazione? O si trattava di una presenza di qualche tipo? Uno spirito benevolo? Un’anima inquieta? Paolo fa appello alla propria capacità di rimanere lucido. In questo momento, cedere al terrore potrebbe avere conseguenze devastanti.

Non appena sorge il sole, decide di riprovare a cercare l’uscita. Cammina deciso in una direzione, e si allontana pericolosamente dal punto di partenza. I cunicoli sono illuminati molto poco, e in alcuni punti deve procedere a tentoni, ferendosi le mani contro le pareti. Trova delle scale che scendono verso il basso, ma sa bene che andare al di sotto del livello attuale significherebbe discendere nelle tenebre più fitte.

Ripensa al signor Nazzareno, al suo sorriso colmo di ironia e carità. Si chiede come quei due sentimenti possano coesistere sul volto dell’uomo, e chissà perché sente che il proprio smarrimento ha qualcosa a che fare con lui, con Nazzareno. Si è lasciato incantare dai suoi ragionamenti ed è rimasto indietro. Tutti quei defunti: dove sono finite le loro spoglie mortali? Sulla testa di chi è ricaduto il sangue di quelle vittime innocenti?

Dopo aver camminato per quasi tutto il giorno Paolo ha perso completamente le speranze. Non mangia, non beve e non dorme da più di trenta ore ed è stanchissimo. I cunicoli sono sempre più bui e l’accendino è scarico. Vorrebbe almeno trovare un posto confortevole in cui riposare, ma ogni angolo che trova è scomodo e freddo.

All’incrocio con l’ennesimo cunicolo, Paolo intravede l’ombra di un uomo. Non è sicuro che non si tratti di una nuova allucinazione, ma in ogni caso – con tutte le forze che riesce a racimolare in quel momento – si lancia all’inseguimento dell’ombra gridando aiuto. L’uomo si arresta immediatamente e si gira verso di lui. Paolo ne riconosce lo sguardo, e gli sembra infine di capire. Lo fissa con le lacrime agli occhi, le mani ferite, i vestiti spiegazzati. Nazzareno lo ricambia, sorridendo con un’espressione al tempo stesso ironica e bonaria.

«Si è perduto?», gli dice, avvicinandosi con la mano tesa.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
Commenti
Un commento a “Descensus”
  1. Domenico Alvino scrive:

    Il tecnema della dispersione al di sotto, nel buio, nell’intrico di strade ora buie ora ombrose, di percorsi labirintici là dove si distende la morte, quell’entrare e uscire di là e qui, ove si chiude e spalanca il momento di buia fissità della morte e del nulla… questi son tutti tecnemi potenti che insieme compiono l’alternante operazione, nella vita, dell’essere e del nulla, del bene e del male, del vero e del falso, della vita e della morte.
    Altro tecnema è l’adagiarsi rassegnato del personaggio nel sonno, alternato a momenti di terrore, la cui ovvia operazione è il mostrare l’alternanza, nella vita, di speranze che si schiudono e incupiscono. C’è poi l’incontro improvviso con Nazzareno dalla faccia ambigua… tecnema onde si compie l’operazione super, che è il mostrare come nelle vita si resiste alla sventura e tristezza grazie al sostegno dei simili, benché sembri talvolta la loro espressione incerta ed ambigua.
    Questo così esplicito commento da parer meticoloso fino al ridicolo, serve solo a mostrare l’interna struttura della mia “critica operazionale”. Ma chi vuol vedere come possa apparire di fatto un saggio di tal critica, può vederlo in qualche mio saggio reperibile in rete, solo scrivendo in “cerca” il mio nome e cognome, che niente ha di domenicale e avvinazzato, ma è solo la traccia d’un antenato albino, magari schiavo d’un padrone, d’un dominus.

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