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Desert Storm

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«Perché a vent’anni è tutto ancora intero,
perché a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero,
quante balle si ha in testa a quell’età».

Francesco Guccini

Quando io e Jessica ci lasciammo, avevo vent’anni, mancavano pochi giorni a Natale, e alcune settimane dopo sarebbe iniziata la prima guerra del Golfo. La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti stava per lanciare contro l’Iraq un’imponente operazione militare dal nome retorico e altisonante «Desert Storm», ovvero Tempesta nel Deserto. Quando ne sentii parlare per la prima volta, quel nome mi colpì immediatamente: che bisogno c’era di scatenare una tempesta in un deserto – mi dicevo – se nel deserto non ci abita nessuno? O la tempesta doveva servire piuttosto a generarlo, il deserto, sterminando ogni essere vivente che si trovasse nel luogo in cui essa si abbatteva?

Il deserto, in quei giorni, io me lo sentivo dentro. Ce lo aveva messo Jessica nel corso degli anni, distruggendo meticolosamente ogni gioia che albergava dentro di me – in quella regione ubertosa del mio spirito in cui un tempo germinavano i sogni –, e ora, in quello stesso posto, nel profondo della mia più calda intimità, desideravo piantarci dei boschi rigogliosi, per trasformarlo in una lussureggiante foresta tropicale.

Nel mondo esterno, intanto, il presidente americano Bush aveva dato un ultimatum a Saddam Hussein, intimandogli di richiamare le truppe dal Kuwait entro la mezzanotte del 16 gennaio. In caso contrario, avrebbe iniziato un massiccio attacco aereo contro il suo paese.

Nei giorni precedenti la scadenza dell’ultimatum, la tensione nel mondo era molto alta. Alla Luiss i professori ci parlavano spesso dei possibili scenari di guerra, lanciandosi in interpretazioni spericolate della complessa situazione internazionale. Io provavo un brivido elettrizzante all’idea di una guerra. In qualche modo sarebbe stata anche la mia guerra, perché – pur se in modo molto limitato rispetto ad altri alleati come Francia e Inghilterra – anche il mio paese era coinvolto nelle operazioni militari. L’Italia avrebbe inviato qualche aeroplano – pochi in verità –, ma Saddam Hussein prometteva a tutte le nazioni schierate contro di lui ritorsioni e attacchi terroristici, e io, in qualche modo, mi sentivo minacciato.

Per me, che la guerra l’avevo vista solo nei libri di storia, era un’esperienza completamente nuova. Un’esperienza che non era del tutto negativa, a dirla tutta. Mi sentivo elettrizzato, in un continuo stato di eccitazione, seguivo tutte le dirette dal Golfo, anche quelle a notte fonda. All’università – discutendo con i miei colleghi – imitavo i toni cauti e al tempo stesso preoccupati degli inviati RAI, e iniziai a indossare la cravatta per adeguarmi al clima di grottesca solennità che percepivo nell’aria.

Al centro c’era poca gente. Si parlava di una reale possibilità di attentati a Roma, specialmente in prossimità di obiettivi collegati agli Stati Uniti, e i romani preferivano rimanersene a casa. Mi capitò di passare davanti al McDonald’s di Piazza di Spagna, un giorno, e in giro non c’era quasi nessuno: le strade erano praticamente deserte, surreali. Pochi turisti camminavano rapidi per le vie, nell’atmosfera gelida e tersa della mattina di gennaio.

L’inverno era iniziato già da un po’, e io ne percepivo l’insidia in quelle giornate brevissime e irrequiete. Mi gustavo la libertà sentimentale dopo tre anni di fidanzamento asfissiante, studiavo per il mio esame di economia politica, avevo ripreso a frequentare gli amici. Già pochi giorni dopo Natale, a Jessica non pensavo più, se non fosse stato per il timore – che ogni tanto si riaffacciava – che si rifacesse viva. Non volevo vederla e non volevo sentirla. Non tanto per le cose che mi aveva detto o che mi aveva fatto, quanto per tutte quelle che non mi aveva detto e che non mi aveva fatto. Uscivo da quel periodo della mia vita con le ossa rotte, consapevole di aver dedicato troppo tempo a una persona che non aveva niente a che vedere con me.

Avevo ricominciato a fare progetti dopo tanto tempo di abulia sentimentale, progetti nei quali credevo fermamente. Volevo divertirmi, frequentare delle ragazze, studiare materie interessanti. La notte facevo tardi per leggere romanzi giapponesi e per seguire gli speciali sulla guerra. La mattina arrivavo a lezione puntuale, con il mio spezzato pantaloni grigi e giacca blu, e il doppio nodo alla cravatta che mi faceva sentire un manager rampante.

All’università avevo conosciuto un paio di ragazze. Le invitai a uscire, ed entrambe risposero di sì. Non ero mai stato particolarmente fortunato in amore, e non sapevo come districarmi in questa insperata abbondanza. La mia recente solitudine – evidentemente – mi rendeva un ragazzo interessante, e io – che ancora non ero padrone di quella strana energia – dovevo imparare a non farmi del male con le opportunità che la vita mi metteva davanti.

Un sabato pomeriggio uscii con Marta. Andammo al cinema a vedere Mamma ho perso l’aereo. Scelsi deliberatamente un film di intrattenimento. Non conoscevo i gusti di Marta, e non volevo imporle un film che potesse ritenere noioso. E, del resto, avevo anch’io voglia di leggerezza.

Il film ci piacque. Ridemmo molto, e uscimmo dalla sala particolarmente lieti. Dopo il cinema, andammo in una sala da tè a chiacchierare un po’. Le raccontai di Jessica, delle difficoltà di quegli anni insieme a lei, e poi – d’un tratto, senza nessun tipo di premeditazione – decisi di mettere le cose bene in chiaro: al momento non ero assolutamente pronto per una nuova storia, avevo bisogno di dedicare del tempo a me stesso, e anche in futuro – quand’anche mi fossi avventurato in un’altra relazione – lo avrei fatto su delle basi completamente diverse. Avrei preteso una maggiore libertà, avrei mantenuto un’indipendenza sentimentale assolutamente non negoziabile. In fondo ero ancora un bambino, le dicevo, e intendevo assolutamente comportarmi come tale.

– Ma perché mi dici queste cose? – mi disse Marta a un certo punto guardandomi con diffidenza, come per dirmi che non aveva nessuna intenzione di impormi nulla e che – probabilmente – non aveva nemmeno in programma di iniziare alcun tipo di storia con me. Io mi vergognai dell’ardore che mi aveva infiammato davanti alla mia tazza di tè, e balbettai una scusa qualsiasi. Poi vidi che sorrideva – ancora oggi non so dire se con ironia o con indulgenza. Mi accorsi che in qualche modo aveva capito ciò che intendevo dirle, e che non voleva giudicarmi, e mi rasserenai.

Andammo a cena, e trasformammo la nostra uscita pomeridiana – che poteva essere un semplice incontro di due ragazzi da poco usciti dall’adolescenza – in un’uscita serale, che era sicuramente più impegnativa, in un certo senso più adulta. Parlammo senza interruzione delle nostre vite, dell’università, parlammo di quella guerra che stava per deflagrare nella quiete pluridecennale dell’Occidente, per portare scompiglio nel nostro modo di guardare al futuro. Parlammo senza sosta, con passione, felici di condividere quel momento rubato alla storia, senza pensare a nulla.

La riaccompagnai alla macchina, e quando ci salutammo la baciai. Da principio lei rimase sorpresa, ma poi ricambiò il bacio. Fu un bacio breve, dieci, venti secondi al massimo. Un bacio senza nessun secondo fine, il semplice suggello di una bella serata che si concludeva.

La settimana successiva, l’ultimatum degli Stati Uniti era scaduto, e, poche ore dopo il termine stabilito, iniziarono i bombardamenti. Alla tv passavano senza sosta le immagini delle bombe che detonavano silenziose, squarciando il buio con fontane di luci verdi che – più che dei congegni mortiferi – ricordavano degli inoffensivi fuochi artificiali. A vedere quelle immagini dalla poltrona, riprese da lontano, senza il sonoro, non sembrava di assistere a una scena di distruzione, ma a uno spettacolo pirotecnico. Io rimanevo ore intere ipnotizzato dallo schermo. Trascorrevo le mie serate così, davanti alla tv, fino all’una o alle due di notte, a immaginare gli effetti concreti di quelle esplosioni sulle città e sui loro abitanti, e a sentire i commenti degli opinionisti e dei generali. Cosa mai avevano fatto tutti questi esperti di tattica e di guerra fino a pochi giorni prima, mi chiedevo, come si procacciavano da vivere in tempo di pace?

Il secondo giorno di missione, un Tornado italiano fu abbattuto dalla contraerea irachena, e i due ufficiali a bordo del velivolo dovettero lanciarsi dall’aeroplano con il paracadute. Furono catturati quasi subito, e per qualche giorno di loro non si seppe nulla. Poi vennero mostrate delle immagini alla tv irachena che li ritraevano insieme ad altri piloti prigionieri. Si capì che avevano subito delle torture, perché ne portavano i segni sul volto.

Pensai a lungo a questi due ragazzi che avevano pochi anni più di me, e che si trovavano in un paese ostile, che trattava i prigionieri con brutalità, lontano dalla loro casa, dalle loro comodità, dai propri cari. Che cos’erano le mie difficoltà in confronto a quello che stavano vivendo quei due poveretti?

In quella settimana, all’università non riuscii a incontrare Marta. O forse non volli farlo, difficile dirlo. Vidi invece Eleonora, e chiesi anche a lei di andare al cinema. Con lei vedemmo Il tè nel deserto. Lo avevo già visto con un mio amico, e mi sembrava perfetto per lei: elegante, malinconico, introspettivo, controverso. Eleonora subiva il fascino delle parole, e indovinai – chissà perché – che dovesse essere sensibile anche a quello delle immagini. Il pomeriggio fu molto diverso da quello trascorso con Marta. Come prevedevo, Eleonora fu molto colpita dal film. Volle parlarne fino allo sfinimento, tanto che dimenticammo perfino di mangiare. La sera andammo sul lago per fare una passeggiata, ma iniziò a piovigginare, e così rimanemmo in macchina a chiacchierare, parcheggiati in una strada immersa nella nebbia. Il lago era nascosto dagli alberi, ma ne sentivamo la presenza a pochi metri da noi.

Le dissi che aveva delle bellissime mani e dei bellissimi occhi, e poi ci baciammo. Il giorno dopo le telefonai. Lei fu gentile, ma mi disse che avrebbe preferito che non l’avessi chiamata. Io ci rimasi male, ma capii cosa intendeva.

Iniziammo a frequentarci sporadicamente. Ci vedevamo un paio di volte al mese. Ci sentivamo di rado, ogni tre o quattro giorni, ma, quando accadeva, parlavamo per delle ore. Lei aveva delle idee sulla guerra molto diverse dalle mie. Non ne subiva il fascino come me, non aveva letto Hemingway e non sapeva niente sulle stronzate romantiche che avevo in mente io sull’argomento, io che ero irrimediabilmente corrotto dalla letteratura.

Eleonora aveva qualche anno più di me, e, per sopperire alla differenza di età, tentavo di darmi un tono di uomo vissuto che non mi apparteneva. Iniziammo a viaggiare. Fu un inverno costellato di viaggi brevi, di strade alberate e tragitti autostradali. Andavamo al mare a osservare le onde di notte, andavamo in Umbria a visitare dei borghi. Viaggiavamo con la sua macchina, una Renault Clio più nuova e più comoda della mia auto, e il più delle volte lasciava guidare me.

Ci svegliavamo di buon’ora, assaporavamo il freddo pungente della mattina presto, ci davamo appuntamento in un parcheggio a metà strada e ci mettevamo in viaggio. Studiavamo le cartine stradali, sceglievamo con cura gli scenari per le nostre escursioni, frequentavamo ristoranti. Insieme stavamo bene, ma non eravamo innamorati. Vivevamo in una bolla assoluta, liberi dalle costrizioni volgari di una normale relazione amorosa tra ragazzi di quell’età. Non ci eravamo promessi nulla, e non ci sembrava vero che nessuno dei due accampasse sull’altro pretese di esclusività. Quando ci lasciavamo dopo un incontro, non sapevamo mai se ci saremmo rivisti un’altra volta. Ci era ben chiaro che, prima o poi, avremmo smesso di frequentarci, e che lo avremmo fatto senza neanche dircelo, senza scenate, senza spiegazioni.

Nel frattempo, l’operazione Tempesta nel Deserto era terminata. Dopo aver annientato le difese irachene con una serie infinita di incursioni aeree, le truppe di terra erano penetrate facilmente in Kuwait, e in pochi giorni avevano massacrato l’esercito avversario, che, mentre si ritirava, dava fuoco a tutti i pozzi di petrolio incontrati lungo il tragitto.

A fine febbraio, la guerra era finita. Vissi il mese di marzo con una leggerezza nuova. La guerra apparteneva oramai al passato e io ero ancora vivo. Intorno a me nulla era cambiato, i miei cari erano sani e salvi, la mia casa era intatta.

Un giorno, io ed Eleonora andammo a Caprarola, sul lago di Bracciano. Visitammo il palazzo Farnese, facemmo una passeggiata sul lago, mangiammo in un ristorantino piccolo e tranquillo, con le tovaglie a quadrettoni e il caminetto acceso. Poi tornammo a casa, e quando ci salutammo sapevamo entrambi che non ci saremmo rivisti mai più. Non ci dicemmo nulla, ma era chiaro a tutti e due che era finita. Era come se avessimo colmato la misura di bellezza che ci era stata concessa, ed eravamo consapevoli che non avremmo potuto ottenere una goccia in più di soddisfazione da quello strano rapporto.

Mi capitò invece di ripensare a Marta, nei mesi seguenti. Pensai di aver fatto male a lasciarla andare senza fare un tentativo più serio. Venni a sapere che nel frattempo si era fidanzata e che era felice. Le scrissi una o due lettere, per sondare il terreno, ma non mi rispose. Non frequentavamo più gli stessi corsi, ma la incontravo ancora, qualche volta, per i corridoi dell’università. Ci salutavamo con un sorriso, senza dire niente.

A Jessica, invece, non pensavo più, e nemmeno alla guerra.

In fondo, era stata una guerra veramente inutile, pensavo.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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