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Desiderio esaudito. Sul documentario “Love is all. Piergiorgio Welby, autoritratto”

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«Non sono abbastanza vivo per i vivi, non sono abbastanza morto per i morti».

Quanto deve essere difficile immaginare e poi scrivere, progettare e realizzare un film su Piergiorgio Welby? Su quell’uomo che ha combattuto per tutta una vita per riappropriarsi del suo corpo,con lo scopo di consegnarlo alla morte. Quanto deve essere difficile farne un racconto non nostalgico, ma struggente, non patetico, anzi ironico, non politico, ma necessariamente partecipe e a suo modo militante; non retorico, anzi pieno di quell’attenzione generosa che può trasformare il percorso tragico di un uomo in un (auto)ritratto intimo e un documento di importanza storica e civile ad un tempo? Quel racconto esiste, è un film documentario che si intitola Love is all. Piergiorgio Welby, autoritratto.

Selezionato in concorso nella sezione Panorama al Festival dei Popoli di Firenze e in programma al Cinema Arsenale di Pisa per l’anteprima nazionale il prossimo 21 gennaio (info e aggiornamenti su loveisallmovie.com,facebook.com/loveisallmovie), Love is all si avvale del patrocino di Associazione Luca Coscioni (di cui Welby è stato co-presidente) ed è interamente autofinanziato. In diversi si sono fatti avanti nel corso degli anni con l’intento di contribuire alla produzione, senza però dare seguito ai propositi. Gli autori si sono battuti per otto anni perché il documentario vedesse la luce.

Inoltre, desideravano che il loro film avesse una forma personale. Francesco Andreotti e Livia Giunti, che fanno coppia anche nella vita, l’hanno cercata per anni questa forma e l’hanno trovata avvicinandosi gradualmente sempre di più al suo protagonista,fino a decidere che il punto di vista della narrazione sarebbe stato quello di Piergiorgio Welby stesso. Hanno trascorso molto tempo con la famiglia Welby, studiatogli scritti di Piergiorgio, hanno osservato e visitato i luoghi a lui cari, raccolto le sue opere; le lettere che egli indirizzò ai dottori, ai magistrati, ai colleghi del Partito Radicale, all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – nel momento in cui la malattia divenne insostenibile e il suo discorso si tramutò in grido, passando prepotentemente all’attenzione pubblica. Piergiorgio Welby, autoritratto ora è un fatto. Lo è nove anni dopo l’eutanasia compiuta dal dottor Mario Riccio, nove anni dopo quel 20 dicembre del 2006in cui il desiderio diWelby venne esaudito.

Il film di esordio di Giunti e Andreotti nasce dall’idea di fare dell’autodeterminazione prima di tutto un percorso di apprendimento. In origine volevano girare un film sul falco pellegrino, progetto a cui stavano lavorando in quel periodo. Incontrarono Mina Schett Welby, la moglie di Piergiorgio, a Roma, sui tetti dell’Università La Sapienza, dove è installato il nido di una coppia di falchi, una base di osservazione e di ritrovo di ornitologi e appassionati. Welby era morto da pochi giorni. In quell’occasione è nata un’affinità con Mina, nel corso degli incontri successivi si è sviluppata una collaborazione. Queste le circostanze che hanno condotto gli autori a Piergiorgio Welby.

Attivista, sostenitore dei diritti individuali, Welby è stato nel privato un appassionato birdwatcher. Il volo degli uccelli si presta allora a filo conduttore del film, oltre a essere il motivo che ha permesso agli autori di avvicinarsi al protagonista per comprenderne lo slancio vitale e assieme la frustrazione. Il viaggio che ha portato Welby a fare del suo corpo uno strumento di disobbedienza sembra sorgere da un sentimento di libertà mai placato. La contemplazione del volo degli uccelli come allegoria di una vita che si ribella all’immobilità a cui è destinata.

Nel film vengono raccontati tutti i momenti della vita di Welby, ogni battuta di arresto.

Piergiorgio ragazzo che va a caccia col padre e avverte i primi sintomi.La distrofia muscolare progressiva. Quella malattia di cui negli anni ’60 non si ha esperienza, di cui l’amato padre ignora l’implacabilità. Promette al figlio sedicenne che non morirà in un letto di ospedale, ma è ciò che accadrà. Il destino diWelby sarà quello di finire imprigionato in un letto, di scontrarsi con una frazione di opinione pubblica che lo preferisce costretto in un stato di incoscienza irreversibile, anziché morto.

Potremmo parlare di una vita al contrario o di una morte al contrario; la verità sta in quel limbo, diventato troppo presto la sua esistenza, che gli negava una prospettiva: «Che vita è la vita, Piergiorgio, che vive soltanto all’indietro» scriveva. La parabola di Welby, sostenitore dell’umano bisogno di esistere in nome della felicità e non della sopportazione. Perché a questo si oppose per tutta la viva: quell’esercizio di rassegnazione che così male si accompagnava all’urgenza di vivere come si deve – di cui Welbyaveva un’idea sin troppo vivida,e che lo portò per un periodo a viaggiare, a condurre una vita al massimo, a cercare conforto nelle droghe, quando i medici gli diagnosticarono due anni di vita, un margine molto più breve di quello che poi è stato.

La prima carrozzina, negli scritti ironici e disincantati del protagonista citati nel film, diventa una Harley Davidson cromata di un blu oltremare ed è l’inizio di una tragedia annunciata. Un calvario progressivo da cui si affrancano l’affetto dei parenti, i momenti di convivialità, il solido matrimonio con Mina, che dapprima non capisce la posizione di Welby, ma che poi l’ha compreso e sostenuto, ben oltre la morte.

La tracheostomia, avvenuta nel ’97, come spartiacque di un’esistenza. Piergiorgio Welby e la tanto amata vita destinati a un amore impossibile. Un amore che è tutto – Welby si era tatuato «love is all» sull’avambraccio, ecco perché la scelta degli autori di assegnare questo titolo al film. Quell’amore che concede risposte, laddove altrove non esisterebbero. Risposte che arrivano nell’espressione artistica: in quel ripiegamento su se stessi che funge da specchio di raziocinio e lungimiranza. La vita di Welby risiede prima nelle sue opere, poi nelle sue battaglie. Le battaglie sono derivative di un’ideologia che nasce, si chiarisce e consolida nell’espressività. Love is all vuole essere racconto in prima persona, ma prima di tutto si offre come dispositivo di ascolto, dedito a restituire le ragioni di un uomo volendolo conoscere da vicino, partendo dal privato per seguirne le estensioni, attraverso le foto di famiglia, i dipinti, i disegni, le macrofotografie (sono molteplici le forme d’arte in cui Welby si è espresso), per riorganizzare la sua parabola emotiva, esistenziale e infine politica.

Costretto al semisilenzio a causa del ventilatore polmonare, Welby nel film possiede una voce limpida e serena. Il compito è stato affidato a Emanuele Vezzoli, già regista e interprete dello spettacolo Ocean Terminal, tratto dall’omonima autobiografia postuma curata da Francesco Lioce, uscita per Castelvecchi. L’attore restituisce un piglio deciso alla personalità del protagonista, una premura inequivocabile al suo pensiero. Inoltre,la voce di Vezzoli riesce a infondere nel personaggio quella dignità che Welby avrebbe tanto auspicato per sé in vita.«So che questa voce sintetica non è il massimo, ma questo passa il convento. Avrei voluto la voce di Gassman o di Robert De Niro. Ma chissà, io non dispero», scriveva.

Se la voce funge da guida alla narrazione e all’edificazione di una soggettività  solida, l’apparato visivo abbraccia l’estro,il meticciato, accoglie e rifrange stimoli. Francesco Andreotti e Livia Giunti scelgono di attingere a più fonti: utilizzano ed elaborano soluzioni tecniche diverse, tra cui, in più di una circostanza, l’animazione. La lavorazione delle immagini – il corpo del film – chiama in causa e asseconda le qualità caratteriali di Welby: l’immaginazione, la voracità, la schiettezza, l’ironia, l’inesauribile forza vitale, il profondo senso di giustizia.

Tra attinenze biografiche e divagazioni simboliche, tra materiali d’archivio in larga parte inediti (l’intento di infondere mobilità al documento fotografico e pittorico, per creare vere e proprie scene di vita vissuta è evidente) e riprese sul campo, Love is all è un viaggio doloroso e al contempo appassionante, per la capacità di coniugare rigore e disimpegno, testimonianza e ispirazione, aderenza e distacco.

Infine, un cenno alla panoramica in notturna sui tetti dell’Appio Latino. Welby una notte si dissociò una volta per tutte da quella che riteneva una non-esistenza, così facendo poté osservare quello che non aveva mai visto: il futuro, la libertà di proiettarsi nella vita precisamente per come la voleva, la vita nell’unico modo in cui merita di essere vissuta.

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2 Commenti a “Desiderio esaudito. Sul documentario “Love is all. Piergiorgio Welby, autoritratto””
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  1. […] data 18 Gennaio 2016 dal blog di interesse culturale “Minima et Moralia” [consultabile al link http://www.minimaetmoralia.it/wp/desiderio-esaudito-sul-documentario-love-is-all-piergiorgio-welby-a…, perché ci racconta, attraverso una recensione su un film-documentario proprio su Piergiorgio […]

  2. […] Sara ha vissuto così per dieci lunghi anni, prigioniera di un corpo che era diventato una prigione, proprio come come Eluana Englaro, due storie vicine nonostante la lontananza geografica. Papà Luciano aveva più volte dichiarato: ”Englaro non è un assassino. Ha voluto bene a sua figlia come io ne voglio alla mia. Mi farei crocifiggere e mangiare il fegato dai corvi per Sara, ma se lei si svegliasse anche per pochi secondi dal coma per chiedermi di lasciarla morire, non avrei nessuna esitazione nell´esaudire le sue ultime volontà. Mia figlia, ne sono certo, non vorrebbe continuare a vivere prigioniera di un corpo inerme ridotto in queste condizioni.” Due storie che diventano l’emblema di tante, troppe altre persone, come Piergiorgio Welby. […]



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