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Il destino di animali e uomini nel Vecchio e il mare di Hemingway

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Confronti, dedicato agli animali e al rapporto tra uomo e animale.

Pochi giorni fa, un’amica mi ha chiesto di accompagnarla in una pasticceria per cani. Lì per lì sono rimasto spaesato, quasi afono, e ho finito per seguirla. Ma, mentre i clienti giravano per il locale con i rispettivi cagnolini in braccio per evitare che si sporcassero le zampette offrendo loro scintillanti gelati, le ho detto con chiarezza che mi pareva il sintomo di un mondo malato. “E quale sarebbe un rapporto sano con gli animali?” ha domandato lei “forse quello che piace tanto a te? il torero che uccide il toro?”. Esatto. Nel momento in cui il torero si confronta con il toro per l’ultima volta, prima di dargli la morte, ossia in quello che è chiamato “momento della verità”, risiede oggi ancora uno spiraglio per guardare a una relazione alta dell’essere umano con gli animali e con se stesso.

Non si trattava di una provocazione ma ovviamente non era affatto semplice spiegarlo. Tentavo di liberare il campo dagli equivoci ricorrendo alle prime spiegazioni necessarie che per gli amanti di corrida sono ormai una specie di minestra pronta da riscaldare ogni volta pur di far piazza pulita dell’ignoranza che regna sull’argomento. Il toro da corrida è animale del tutto diverso dal toro domestico. Nelle sue vene scorre ancora il sangue del bos taurus primigenius. Non si è estinto solo grazie agli allevamenti immensi dove viene cresciuto per quattro o cinque anni prima di affrontare l’uomo nell’arena. Ciascun esemplare ha a disposizione almeno due ettari di spazio.

Cresce lontano dagli esseri umani e poiché è aggressivo con chiunque ne metta in discussione il dominio, i suoi terreni sono veri e propri parchi naturali sottratti alla devastazione immobiliare. La corrida non è uno sport. Non è una lotta a armi pari perché non è una lotta. Si tratta di un rito laico, una cerimonia in cui l’officiante dà la morte rischiando a propria volta la vita. Chi partecipa al rito non cerca il sangue né la sofferenza. Non si può parlare di tortura.

Tutti gli studi veterinari sono concordi nel ritenere la morte del toro selvaggio di gran lunga meno drammatica di quella che gli altri animali d’allevamento devono affrontare nei macelli. Muoiono circa 3000 tori da corrida all’anno mentre nel mondo si uccidono quasi 900.000 bovini al giorno. Eccetera eccetera eccetera. Argomenti che non colgono mai l’altezza del rapporto fra animale e uomo che la corrida mette in scena come una tragedia in tre atti. Argomenti difensivi. Mi annoiavo. Volevo spiegare davvero le altezze che si raggiungono nell’estasi di animalità che si può dischiudere con la corrida. Allora ho spinto la mia amica e il suo cagnolino a entrare in una libreria per tornare su un breve romanzo che tutti hanno letto e pochissimi hanno compreso. Un racconto apparentemente lontano dalla dimensione tauromachica: Il vecchio e il mare.

Generalmente si pensa che il titolo del libro con cui Hemingway si conquistò il Nobel alluda ai due poli in cui la storia è strutturata. E che essi siano i seguenti. Da una parte il vecchio, ossia l’essere umano. Dall’altra il mare, ossia la natura e gli animali che in essa vivono e in primo luogo il famoso pesce, l’enorme marlin che il vecchio riesce a uccidere dopo tre giorni di dura battaglia. Non stanno così le cose. Il breve romanzo risplende nella forma perfetta di semplicità, quella che scaturisce dalle più profonde complessità. Il vecchio durante la sua lotta parla costantemente al pesce trattandolo da amico e fratello, come parla all’uccello che viene a posarsi sulla barca e alla propria mano ferita nel momento in cui il pesce dà lo strappo con cui apre la battaglia finale.

Come disse per primo William Faulkner, in questa storia Hemingway ha cantato la pietà, la pietà che unisce tutti gli animali destinati a breve vita e immersi in quel kosmos che è la natura, ovvero il mare. Il mare rappresenta dunque non gli animali tutti che in esso e su esso vivono ma il cosmo immortale sia che esso venga considerato nemico e assassino, sia che venga considerato amante (come da celebre definizione hemingwayana: el mar o la mar, maschile o femminile per i cubani a seconda del ruolo attribuito alla natura in cui viviamo le nostre brevi vite).

Il libro quindi mette di fronte tutti gli animali e la natura in cui essi vivono. E infatti racconta l’amore fra il vecchio e il suo pesce, un amore che deve necessariamente concludersi con la morte (perché la morte sempre è destinata a interrompere i nostri amori terreni), e dunque la pietà che unisce il vecchio al pesce che egli deve uccidere. “Pesce, resterò con te fino alla morte”. Quel che il vecchio mormora all’animale, ripetendolo in molte varianti, è il vero manifesto di questo libro perfetto in cui tutti gli animali sono uniti da un destino di finitezza e solo all’essere umano è data la possibilità di dire e pensare, attraverso il logos, quella stessa finitezza all’interno del kosmos immortale in cui siamo gettati. Del resto, proprio parlando, proprio utilizzando il proprio logos, l’uomo ha la possibilità di arrivare al punto in cui quella sua prerogativa che lo distingue da tutti gli altri animali può essere spazzata via, riuscendo a affacciarsi oltre la propria individualità in quel regno animale in cui il logos non ha più senso.

Hemingway sembra qui realizzare perfettamente l’ideale tragico di Nietzsche secondo il quale il coro della tragedia (la musica dionisiaca) spinge l’essere umano a perdere il proprio principium individuationis per abbandonarsi alla superiore animalità di cui fa parte. L’uomo può quindi usare il logos e portarlo agli estremi per liberarsene e affondare nelle correnti di quell’animalità in cui il logos stesso non ha più senso. Il vecchio di Hemingway, parlando al pesce e a se stesso, spinge il lettore fino al limite dell’umanità, oltre il quale c’è soltanto la nostra animalità e dunque il silenzio.

Stilisticamente, Il vecchio e il mare realizza l’ideale di scrittura a cui Hemingway si era votato fin dagli inizi, ossia quella teoria dell’omissione passata alla storia con il nome di “teoria dell’iceberg” perché la scrittura, come un iceberg, deve mostrare solo un ottavo della storia, lasciando i restanti sette ottavi sotto alla superficie del mare, nel silenzio in cui il lettore si cala. Proprio con la sua ultima prova conclusa in vita, Hemingway riuscì a dare a quella teoria stilistica una realizzazione completa perché la riempì dei contenuti su cui prima aveva sempre esitato. E riuscì perché mise la pietà al centro del libro, la pietà che unisce tutti i mortali di fronte alla natura eterna, ossia la pietà che ci spinge a sentirci parte di un’animalità superiore, in cui non valgono più le regole dell’individuazione ma prevale la fratellanza in cui siamo gettati. È questo quel che capita al torero e al toro quando si incontrano in un circolo artistico nell’ultimo terzo della corrida. Il torero parla al toro, entra in simbiosi con l’animale e cede a esso la propria umanità, mentre il toro cede all’uomo la propria animalità. Nel balletto finale, che nella sua realizzazione perfetta, assomiglia a un abbraccio, uomo e toro si uniscono nel riconoscimento reciproco della finitezza di tutti gli animali che noi siamo. Si uniscono nella morte che l’uomo deve dare al toro e che rischia a sua volta di ricevere dall’animale. E unendosi i due attori della tragedia formano la figura mitica del Minotauro, di quell’umano gettato nella propria animalità, costretto quindi a riconoscere le altezze di quell’animalità priva di logos a cui è stato consegnato.

Niente di più lontano da chi spende paroline affettuose per il proprio cane, porgendogli un cono gelato multicolore, previo posizionamento di un bavaglino al collo. L’antropomorfizzazione degli animali domestici, la disneyzzazione degli animali in generale, l’attribuzione di parola a chi parola non ha, è uno dei sintomi più violenti di un’epoca in cui si è perso il rispetto innanzitutto per la nostra stessa animalità e per la sua altezza proprio quando si rivela nell’assenza di logos. Un’epoca in cui, per dirla in una frase, prevale la compassione sulla pietà. Ma di tutte queste cose mi è stato difficile parlare alla mia amica. In libreria, ho scoperto subito che Il vecchio e il mare è stato ripubblicato in un’edizione per bambini e adolescenti. Molto raffinata per certi versi. Corredata da un’introduzione che decanta la pura semplicità del libro, nonché la velocità con cui Hemingway lo scrisse. Ignorando che la storia rielaborata nel libro era nota all’autore già quindici anni prima. E soprattutto che per scrivere quella perla sulla pietà animale, Hemingway aveva impiegato in realtà tutta la sua vita di uomo prima che di scrittore.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
14 Commenti a “Il destino di animali e uomini nel Vecchio e il mare di Hemingway”
  1. Giacomo Verde scrive:

    Caro Matteo Nucci, La ringrazio per aver dato qualche spiegazione della Sua passione per la corrida. Mi permetto alcune osservazioni. Abbia pazienza però perché sono un po’ duro di comprendonio.

    “Si tratta di un rito laico”, “Chi partecipa al rito non cerca il sangue né la sofferenza”.

    Cosa cercano i partecipanti allora?

    “Non si può parlare di tortura”.

    Credo che Lei sarà d’accordo sulla descrizione seguente. Un toro selvaggio viene portato via dall’ambiente in cui è cresciuto, viene messo in un recinto, eccitato ad arte, ferito a più riprese (wikipedia: le ferite “provocate dai puyazos sono spesso molto profonde e abbastanza gravi”) e alla fine colpito a morte con un’arma da taglio.
    Questo è quanto accade al toro, il resto sono interpretazioni. E adesso passiamo la parola a lui, al toro: è tortura o non è tortura?

    “Riconoscimento reciproco della finitezza” (reciproco? Ma mi faccia il piacere!), “minotauro”, “umano gettato nella propria animalità“, “le altezze di quell’animalità priva di logos”

    parole altisonanti. Ma che vuol dire, che significa l’espressione “altezze dell’animalità”? Cosa intende? Non si può scrivere una buona volta pane al pane e vino al vino?

    Infine, a latere: “Un’epoca in cui, per dirla in una frase, prevale la compassione sulla pietà”.

    Può spiegarmi la differenza tra compassione e pietà?

  2. Paolo Cognetti scrive:

    In cauda venenum. Ciao Matteo, preferirò ricordare quella sera a Madrid.

  3. Matteo Nucci scrive:

    Nessun veleno, caro Paolo. Se il ragionamento per te, quando è critico, è veleno, c’è da farsi qualche domanda. Ma io le ho sempre fatte. Anche quella sera a Madrid. Salud innanzitutto

  4. Gianluca scrive:

    Un grande applauso a Matteo Nucci, voce illuminata, in un mondo fatto ormai di alienati lontani dalla Natura.

  5. Elena Grammann scrive:

    Gentile Giacomo Verde,
    non so se il Dott. Nucci le risponderà. Al momento mi sembra impegnato a dirimere questioni personali con Paolo Cognetti. Proverò a risponderle io.
    Nel suo intervento, lei cerca di portare il Dott. Nucci verso una disamina razionale di certi snodi del suo articolo. Questa però è fatica sprecata. A parte ripetere allo sfinimento la questione del bos taurus primigenius che, fin che non lo prelevano per portarlo nell’arena, ha a disposizione un habitat favoloso – il che mi ricorda un vecchio e molto istruttivo film di animazione: La collina dei conigli -, e dare dell’ignorante a chiunque non sia addentro ai Misteri Dolorosi Gaudiosi Gloriosi del Santo Rosario della Corrida, il Dott. Nucci, comme un bon nageur qui se pâme dans l’onde, si muove a proprio agio unicamente nell’irrazionale. Può giovarsi in ciò dell’alto patrocinio di Nietzsche il quale, che lo volesse o no (di sicuro su Matteo Nucci avrebbe qualcosa da ridire), ha fornito salvacondotto e lasciapassare per le affermazioni infondate, i cortocircuiti para- e alogici, le frasi ad effetto, insomma, quelle che lei chiama giustamente le “parole altisonanti”.
    Gentile Sig. Verde, ma come vuole attirare in un ambito di razionalità qualcuno che parla di “estasi di animalità”, di “animalità superiore”, e che spazza via le perplessità a proposito dalle sofferenze gratuitamente inflitte a un essere senziente con la frase apodittica: “Non si può parlare di tortura.”?
    E’ evidente che con il rito della corrida (con tanto di officiante, sacrificio, catarsi dell’assemblea ecc.) ci troviamo in ambito neopagano. E’ uno dei tanti rigurgiti di neopaganesimo che affascinano le folle a vario livello, dall’ampolla con l’acqua del Po su su fino ai candidati allo Strega. Non varrebbe neanche la pena di starci su più di tanto, non fosse che la recente grossa</em) esplosione di neopaganesimo è stata il nazismo.
    L'irrazionalismo è pericoloso. per il momento ne fa le spese il bos taurus primigenius. Domani chissà.

  6. Matteo Nucci scrive:

    In effetti è noto l’animalismo dei nazisti. Lascerò perdere. È difficile rispondere a questa confusione dominata dal disprezzo

  7. Elena Grammann scrive:

    Ma sì, lasci perdere. E’ la cosa migliore. Non vorrei mai che le capitasse di nuovo di rimanere “quasi afono”.

  8. Giacomo Verde scrive:

    Gentile Elena,
    è probabile che dietro l’espressione “le altezze di quell’animalità priva di logos” ci sia Nietzsche. E allora, dato che Matteo Nucci ritiene di doversi soffermare solo sul lato filosofico della questione disdegnandone quello animalista, perché non proviamo a fare i filosofi e a chiederci il perché della corrida? Perché la corrida risveglia la passione e l’entusiasmo di taluni?

    Personalmente vedo una prima risposta, terribile nella sua banalità, nell’attrazione verso il sangue e la violenza. È inutile nascondersi: sangue e violenza attraggono. L’estasi dell’animalità di cui sopra potrebbe essere il coinvolgimento ipnotico da cui si è afferrati dinanzi all’atto cruento. Credo si possa essere sicuri che un buon numero di frequentatori di corride rientrano in tale categoria.

    La seconda risposta è quella di Matteo Nucci. Il rito. Posso concordare nel guardare alla corrida come a un rito, ma non c’è solo chi vi ritrova la celebrazione del fondo animale, l’estasi dell’animalità, che (a loro dire) giacerebbe al fondo dell’umanità (“tutti gli animali che noi siamo”).

    C’è anche la catarsi tragica. Cosa si ritualizza infatti nella corrida? Si ritualizza l’uccisione dell’animalità. Colui che non ha fatto i conti con la propria animalità, che non ne ha fatto emergere a livello conscio il portato, per evitare di esserne dominato deve oggettivarla, guardarla come dall’esterno, proiettarla sulla scena. Di qui la cerimonia rituale come atto che va a sostituire, nella speranza dell’effetto catartico, l’attività assimilatrice, inclusiva della coscienza.

  9. Andrea scrive:

    A me, non mi fa piacere doverlo dire, sembra altisonante la banalità dell’intervento della Sig.na Elena Grammann, per non dire altro: il suo commento potrebbe essere disaminato frase per frase, a volersi prendere un po’ di tempo per farlo. Per il resto, fa benissimo, ovviamente, a esprimere i suoi dubbi e ad approfittare di questo spazio.
    Io però, come lettore, ammiro moltissimo tutta l’opera di Matteo Nucci, devo ammetterlo. Mi piacerebbe che Il toro non sbaglia mai, per esempio, venisse proposto nei licei, nelle università, dappertutto.
    Questo stesso articolo, a mio parere, riesce ad essere chiaro pur dovendo esemplificare tanto in poche righe.
    Grazie Matteo Nucci.

    Un tuo devoto lettore siculo di stanza a Torino

  10. Elena Grammann scrive:

    Gentile Giacomo,
    l’animalità nell’uomo c’è, questo si sa da parecchio; è parimenti evidente che civiltà e società si configurano come lunghi, strenui e faticosi tentativi di comporre questa animalità che fa problema (“Dal dì che nozze e tribunali ed are…”).
    Naturalmente se l’idea che il compimento del logos, cioè dell’umano, sia “affacciarsi oltre la propria individualità in quel regno animale in cui il logos non ha più senso” (a parte che non capisco cosa c’entri l’individualità, come se il logos fosse qualcosa di individuale), è chiaro che il punto di mira di civiltà e società è stato spostato, e questo complica le cose e rende più difficile capire, nella discussione, i dati del problema.
    Ma se si lascia da parte il guazzabuglio alto- o profondosonante per cui sembrerebbe che il toro sia ansioso di partecipare a questo rito di reciproco riconoscimento della superiore animalità al di là del logos (“Questo bisognerebbe lasciarlo dire al toro”, direbbe qui il grande Massimo Troisi), si può pensare, come lei suggerisce, che la corrida sia una sia uno spettacolo in cui al pubblico viene offerta una comoda scorciatoia per fare i conti con la propria animalità senza passare per la riflessione. Come faceva notare Canetti, l’uso umano di mangiare insieme ha il senso di assicurarci a vicenda che non ci mangeremo l’un l’altro. Analogamente, assistere tutti insieme all’uccisione di un animale potrebbe equivalere a un patto, concluso nel torbido, che non ci ammazzeremo gli uni gli altri. Lo stesso Canetti, nel paragrafo “La massa come anello” di “Massa e potere”, scrive cose interessanti sull’arena:
    “Verso l’esterno, verso la città, l’arena rivolge un muro privo di vita. Verso l’interno, essa costruisce un muro di uomini. Tutti i presenti nell’arena voltano la schiena alla città. Si sono staccati dal contesto della città, dalle sue mura, dalle sue strade. Per la durata della permanenza nell’arena nulla di ciò che accade in città li preoccupa. Essi lasciano dietro di sé la vita dei loro rapporti, delle loro regole e abitudini. Il loro stare insieme in gran numero è assicurato per un certo periodo; l’eccitazione è stata loro promessa – ma a una condizione davvero determinante: che la massa si scarichi verso l’interno.”
    In altre parole, la massa deve scaricare la sua follia irrazionale sul toro.

  11. Elena Grammann scrive:

    Errata corrige: “se l’idea che il compimento del logos, cioè dell’umano, è…”
    “che la corrida sia uno spettacolo…”

  12. Giacomo Verde scrive:

    Gentile Elena,
    Grazie dei suoi interventi, del passaggio canettiano che non conoscevo. Grazie anche ovviamente a Matteo Nucci.

    A mio avviso ciò che più fa problema non è tanto la massa quanto l’élite, se la si intende come una cerchia di eletti, i quali ambiscano a scavalcare la composizione individuale e comunitaria dell’animalità.

    Il fatto è che sappiamo bene, come scrive anche Nucci, cos’è l’animalità fatta uomo. È il minotauro. Il minotauro è nell’assenza del logos, cioè si trova nel labirinto. E per scongiurarne la furia cosa si sacrifica al minotauro? La giovinezza, l’innocenza, la vita. A mio avviso gli aspiranti minotauri farebbero bene a meditare sul mito greco.

  13. Andrea scrive:

    Il toro ansioso di partecipare a…? Non può avere senso la cosa messa in questo modo; ovviamente!
    E, la corrida come un comodo spettacolo… chi assiste rimane distaccato, o non può, proprio non può conservarsi in questa condizione?
    Invece, può essere lecito ricorrere alla categoria del tragico? – esattamente quel tragico che solo i greci hanno saputo esprimere? – infine, restando sul suo intervento critico, purtroppo non credo che il passo di Canetti da lei citato sia pertinente a questo discorso.

  14. Elena Grammann scrive:

    @ Andrea

    “esattamente quel tragico che solo i greci hanno saputo esprimere”
    Allora diffidiamo delle imitazioni, no?

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