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Il dettaglio e l’infinito. Toda

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Luca Alvino Il dettaglio e l’infinito, uscito per Castelvecchi editore.

Victor Hugo, per evitare che Juliette Drouet, la sua amante di lunga data, venisse a conoscenza delle relazioni sessuali che egli intratteneva quotidianamente con altre donne, annotava gli incontri amorosi sui propri taccuini utilizzando un codice cifrato: accanto a un nome di donna, o semplicemente alle sue iniziali, scriveva una N se l’aveva vista nuda, Suisses se le aveva visto il seno (la Svizzera è famosa per il latte), e qualcos’altro per le carezze; se poi era riuscito ad avere con lei un rapporto sessuale completo, scriveva toda. Ce lo racconta James Salter nel volume postumo intitolato L’arte di narrare, nel quale lo scrittore americano riferisce al proprio pubblico affezionato la sua esperienza di lettore e narratore. Salter ci rivela che Toda era il titolo provvisorio che aveva in mente mentre scriveva il suo ultimo romanzo. Al termine della stesura dell’opera, tuttavia, l’editore ritenne che questo titolo non sarebbe stato compreso dai lettori, e dunque lo convinse a cambiarlo. Il libro fu dato alle stampe con il titolo All that is, in italiano Tutto quel che è la vita.

Il romanzo narra la storia di Philip Bowman, ufficiale in marina durante la Seconda Guerra Mondiale, che dopo la fine del conflitto prende una laurea a Harvard e inizia a lavorare nell’editoria. L’opera percorre le tappe salienti della sua esistenza: la guerra, i primi passi nel mondo del lavoro, il matrimonio con Vivian, il divorzio, le amicizie, alcune relazioni sentimentali. Bowman è il protagonista assoluto, nel senso che il libro parla principalmente di lui. Ma intorno a lui ruota anche una serie di personaggi secondari. Alcuni sono presenze costanti lungo tutto l’arco del romanzo, altri compaiono per poche pagine, altri ancora per una manciata di righe, completamente sganciati dal resto della storia. È il modo di raccontare di Salter. I suoi personaggi sono sempre individui a tutto tondo, sovrabbondanti,rigogliosi. Anche quando prescindono dalla trama, la loro presenza conferisce sapore al racconto principale, lo impreziosisce, lopotenzia. Salter è uno scrittore poderoso, che con la sua narrazione ambisce a rivelare, e dunque a far comprendere, il più possibile della storia raccontata. Ciò non significa che sia prolisso. Anzi, spesso ha una narrazione asciutta, essenziale. Ma in poche frasi riesce a rendere la sostanza profonda della realtà. La vuole conoscere tutta: toda, appunto, come una donna amata.

Conoscere l’origine del termine All all’interno del titolo ci dice molto sulla natura carnale di quest’opera, una natura legata al desiderio. Nel romanzo si possono leggere molte scene di sesso. Spesso si tratta di prime volte, incorniciate dalla magnificenza della prima volta. Le descrizioni di Salter sono abbondanti di dettagli, ma allo stesso tempo sono sobrie. Non c’è alcuna malizia nella narrazione, né la pretesa di cogliere nel rapporto sessuale significati che vadano al di là del mero dato fisico.

Bowman si trova in Inghilterra per un viaggio di lavoro. Conosce Enid, una donna inglese sposata come lui, e la invita a cena. Poi, approfittando dell’assenza del marito, si reca a casa sua:

In piedi davanti a lui, nuda nell’oscurità, c’era l’Inghilterra. Si capiva che si sentiva sola, era pronta per essere amata. Lui non era mai stato altrettanto sicuro di sé. Le baciò le spalle nude, poi le mani, le dita affusolate.
Si sdraiò sotto di lui. Lui si tratteneva ma lei gli fece capire che non era necessario. Non parlarono, lui aveva paura di parlare. Appoggiò la punta del cazzo su di lei ed entrò quasi senza sforzo, solo il glande, poi si fermò. Era padrone della propria vita. Raccolse le forze e lentamente la penetrò, affondando come una nave, strappandole un gridolino, il verso di una lepre, quando le fu dentro completamente.

I movimenti sono rallentati come in un film in cui si distinguano chiaramente i singoli fotogrammi. Non è rilevante la durata, ma la percezione dei dettagli. Come sempre, in Salter il dettaglio è tutto. Contano i particolari, gli sguardi, le atmosfere; le superfici sono importanti più delle profondità, la conoscenza non può prescindere dalle sfumature, l’apparenza è tutto quello che si ha. Il sesso viene scomposto nella sua dimensione verticale e ricostruito su un piano orizzontale, come in un quadro cubista. Ogni sua componente viene estrapolata ed esibita, in modo da mettere sullo stesso piano motivazioni e modalità dell’atto sessuale. Ma le immagini portano la traccia delle cause che le hanno determinate e una premonizione delle conseguenze che produrranno.

Bowman si trova a Parigi con una donna molto giovane. I due si conoscono bene, ma sono divenuti amanti da pochi giorni. La prima sera fanno l’amore con trasporto, fino allo sfinimento, come se fosse un lavoro, o una necessità. Il mattino dopo, tutto sembra nuovo. Il corpo di lei è pieno di particolari da scoprire. Il sole allaga la stanza di una luce salvifica, che tutto svela e redime:

Al mattino la camera era inondata di luce. Lui si alzò e accostò le tende, ma da uno spiraglio un raggio di sole filtrò all’interno attraversando il letto. Lui allontanò le coperte e lasciò che la striscia di sole le illuminasse il bacino. I peli del pube brillavano. Era ancora addormentata ma dopo un minuto o due, forse a causa dell’aria più fredda o forse percependo la propria nudità, si girò. Lui si chinò e le baciò il fondoschiena. Non era completamente sveglia. Le aprì le gambe e si inginocchiò nel mezzo. Non era mai stato tanto sicuro di sé, tanto tranquillo. Questa volta le entrò dentro con facilità. Il mattino con la sua calma. Rimase immobile, in attesa, a immaginare senza fretta tutto quello che sarebbe accaduto. Glielo comunicò. Senza muoversi, come se fosse proibito.

Il tempo sembra inerte, come sospeso. I due fanno l’amore quasi senza muoversi, come se il sesso non avesse bisogno di movimento, come se fosse una sequenza di attimi irrelati. È un estetismo rarefatto, teso alle conseguenze estreme: il tempo che cessa di scorrere affinché la bellezza dell’attimo non venga sciupata. Il mattino asciuga ogni premura e regala agli amanti un momento mirabile, che funge da castone al loro desiderio.

Se in questa circostanza il tempo sembra rallentare fin quasi a fermarsi, ci sono occasioni, nell’opera di Salter, che – al contrario – rimettono la Storia in movimento: una serata tra amici, una festa, una cena al ristorante. L’alcol, le luci basse, le atmosfere soffuse, i discorsi interessanti sono gli enzimi che catalizzano l’accadere. Fluidificati dalla sintonia tra gli individui, i fatti giungono a maturazione e finalmente avvengono. Può nascere una storia d’amore, può rinsaldarsi un’amicizia, può manifestarsi un’incrinatura in un matrimonio, può verificarsi un episodio che si annuncia come il principio di qualcosa e che solo anni dopo porterà una conseguenza.

COVER Il dettaglio e l'infinito

Dopo una cena tra amici, Bowman è particolarmente soddisfatto. L’atmosfera è stata serena e i discorsi sono stati piacevoli. Qualcuno ha corteggiato sua moglie Vivian, e lui ne è felice: sua moglie che viene desiderata! Giunto a casa, vorrebbe sugellare la serata facendo l’amore, ma lei, inspiegabilmente, non vuole:

Bowman si rendeva conto che avrebbe dovuto sforzarsi di capirla, invece provava soltanto rabbia. Era poco amorevole da parte sua ma non riusciva a impedirselo. Rimase lì, contrariato e insonne, e persino la città, buia e insieme scintillante, gli sembrò deserta. La stessa coppia, lo stesso letto, eppure diversi.

Nulla ci viene detto sulle motivazioni di Vivian. Non sappiamo se sia soltanto stanca, se non abbia voglia, o se si sia allontanata dal marito. Non occorre una parola di più. Sarà la Storia a rivelarci a quali conseguenze condurrà questo episodio. Per il momento, è sufficiente un singolo fotogramma. I due coniugi al buio, nel loro letto, in una città che appare deserta, distanti l’uno dall’altra.

La storia di Salter è sempre una storia minuscola, che segna prevalentemente le relazioni tra gli individui, e che solo difficilmente viene scalfita dagli eventi della macrostoria. Quando accade che la Storia con la esse maiuscola si affacci all’interno della trama romanzesca, sembra quasi non lasciare traccia nella narrazione, se non per conferirle un andamento più solenne. Avviene, per esempio, con l’assassinio di Kennedy, appena accennato nel romanzo, che evidenzia una feconda asimmetria tra la quieta privatezza che in quel momento sta vivendo Bowman e l’incalzare degli eventi che si succedono nella politica americana degli anni Sessanta. Ma l’esempio più significativo è, all’inizio del libro, la descrizione della Yamato, la nave ammiraglia della marina militare giapponese. La Yamato era una nave progettata per essere invincibile, costruita con un acciaio di uno spessore straordinario secondo un’idea moderna e innovativa, una nave che non era stata concepita per essere sconfitta. L’incedere lento e solenne della Yamato che si allontana dal porto ha l’andamento maestoso del destino che si compie:

Fu una partenza carica di presentimenti, come il silenzio inquietante che precede l’arrivo di un temporale. Nel tardo pomeriggio, la Yamato lasciò le verdi acque del porto, lunga, scura e possente. All’inizio procedette con lentezza e gravità, poi acquistò velocità, mentre sfilava quasi silenziosa davanti ai profili delle grandi gru ai moli, la spiaggia nascosta dalla foschia, e lasciando nella sua scia bianchi mulinelli di spuma puntò verso il mare aperto. I suoni arrivavano attutiti; c’era un senso di addio nell’aria.

Come al solito, Salter non è avaro di particolari. Alcuni corrispondono a impressioni reali (il contrasto tra le acque verdi del porto e la sagoma scura della nave, le gru che frammentano il contorno dei moli, la foschia che nasconde la spiaggia), altri sono presagi luttuosi (l’analogia con il silenzio che precede il temporale, i suoni misteriosamente attutiti, il senso di addio percepito nell’aria). Più che un’epica, Salter sta rappresentando un’estetica. L’episodio narrato serve soltanto a imporre alla storia un’atmosfera. L’interesse dell’autore è più per la rappresentazione di singole immagini che non per gli sviluppi narrativi della trama. Salter esibisce i dati che si manifestano ai sensi rinunciando a spiegarli, senza imporre al lettore un’interpretazione.

I Bowman stanno per andare a cena fuori. Vivian è stata poco bene e, quando è guarita, degli amici le hanno portato dei fiori. Due settimane dopo, mentre la donna si prepara per uscire, i fiori sono ancora lì, vicino allo specchio. Salter cattura quell’istante e lo mantiene sospeso con la sua consueta maestria, facendo in modo di imprimervi tutte le aspettative per la serata: «I fiori durarono due settimane. C’erano ancora la sera della cena dai Baum. Bowman non era mai stato a casa loro e Vivian non li aveva ancora conosciuti. Si stava infilando gli orecchini, il volto riflesso nello specchio dell’ingresso sopra quel tripudio floreale».

L’immagine di Vivian che si infila gli orecchini incorniciata dai fiori vale tutta la cena a cui i coniugi Bowman stanno per recarsi. Passato, presente e futuro si sovrappongono in un attimo svincolato dal tempo. Non conta la successione degli eventi. Sono importanti i colori, la luce riflessa. Esiste solamente ciò che può essere visto: scorci, perforazioni, che forniscono informazioni preziose ma provvisorie, destinate a maturare nel corso della storia.

Le immagini possono imprimere una virata decisa nella narrazione anche quando appaiono sganciate dal resto del racconto. Sono istanti magici, che si elevano al di sopra della trama e sono in grado di provocare misteriosi cortocircuiti narrativi. Bowman si trova insieme ad Anet, la figlia adolescente della sua amante. Anet ha 16 anni, ed è tornata tardi la sera. La madre chiede a Bowman di provare a parlarci, perché lei si sente troppo agitata. Tra l’uomo e la ragazza non corre buon sangue: lei lo tollera, ma con evidente difficoltà. Bowman inizia a parlarle, ma d’un tratto, in piena notte, l’attenzione dei due viene catturata da un’immagine singolare:

Mentre lo osservavano, l’airone si diresse verso la massa scura degli alberi, poi si alzò oltre le cime più alte e sparì nel cielo notturno.
«Era un airone?» chiese lei.
«Lo si riconosceva dal collo.»
«Non sapevo che volassero di notte.»
«Credo di sì.»
«Com’era bello, quell’uccello» disse lei.

La conversazione si interrompe qui. La ragazza si volta indietro e l’uomo la segue fin dentro la casa. La visione dell’airone nel cielo notturno li ha di punto in bianco avvicinati. Bowman non ha bisogno di dire altro. La breve comparsa dell’airone ha sostituito pagine intere di narrazione. È una figura apparentemente slegata dal racconto nel quale è inserita, ma che funge da catalizzatore per le dinamiche successive del romanzo. Anche in questo caso, si tratta di un’immagine apparentemente statica, ma tuttavia carica di potenza narrativa, perché evita all’autore di chiarire i meccanismi che, nel seguito del testo, determineranno lo sviluppo della trama. Bowman e Anet sono usciti dalla storia del libro per prendere parte a un’esperienza prodigiosa. L’immagine dell’airone fa luce su una realtà più ampia, che – ancora una volta – ha a che fare con l’estetica più che con l’epica. Una realtà che non viene mai davvero semplificata, nemmeno quando è scomposta in singoli fotogrammi; ma che, al contrario, viene perseguita e colta nella sua interezza, con la smania e la bramosia di un appassionato che aneli a possederla tutta, per intero. All that is, per dirla in breve. O – più semplicemente – toda!

© 2018 Lit Edizioni. Per gentile concessione       

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
Commenti
4 Commenti a “Il dettaglio e l’infinito. Toda”
  1. gino rago scrive:

    Luca Alvino, con una scrittura nitida e controllata, esercizio di padronanza e di lucida vigilanza linguistiche, ci lascia una testimonianza critica di rara bellezza estetica.

    Un esercizio di ermeneutica che restituisce alle 2 parole da tempo in crisi ‘critica letteraria’ la dignità e l’etica smarrite.

    E realizza un manufatto che suona a chi legge negli interstizi delle parole alviniane come garbato e lucido invito alla lettura.

    L’estrapolazione poi del brano sul volo notturno dell’airone è quanto mai efficace nella economia estetica generale della testimonianza di Luca Alvino, di cui spero di leggere ancora a breve altro…

    gino rago

  2. Luca Alvino scrive:

    Grazie Gino Rago, le sono davvero grato per questo suo commento!

  3. gino rago scrive:

    Caro Luca Alvino,

    posso darti il ‘tu’ a te rivolgendomi?

    Grazie a te per avere scritto un importante ‘pezzo’ di critica letteraria, non esagero se ti confido che sarei incline a dedicarti l’ode oraziana ‘erigi un monumento…’

    desidero mantenere teso il filo letterario avec toi ma ora stanno per tornare le mie figlie con i fidanzati e per dirtela con il Montale di La casa dei doganieri …’nessuno più sa chi parte e chi resta…’

    [attendiamo tempi più favorevoli alla scrittura].

    Sereno et fecondo anno nuovo,

    Gino Rago

    mia e-mail :ragogino@libero.it

  4. gino rago scrive:

    Da Orazio a Luca Alvino

    Luca, hai eretto un monumento più duraturo del bronzo
    e più alto del regale sito delle piramidi,
    tale che
    né la pioggia corroditrice né l’Austro sfrenato
    potrebbero distruggerlo,
    né l’innumerabile serie
    degli anni e la fuga delle stagioni… Non morirai
    del tutto e anzi molta parte di te eviterà
    Libitina[…]

    Per primo hai trasferito la scrittura della lirica eolica
    nelle fiacche modulazioni delle scritture italiche.

    Arrogati, Luca Alvino, il vanto
    ottenuto grazie ai tuoi meriti.
    O Melpemone,*
    con l’alloro delfico cingi, benevola,
    a Luca Alvino la chioma.

    *Melpomene, Musa della tragedia

    gino rago

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