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Di cosa parliamo (noi maschi) quando parliamo di femminicidio

Questo articolo è uscito oggi su Europa.

di Christian Raimo

Sono un uomo, un maschio voglio dire, ma seguo le questioni di genere. Questo per dire che qualche anno fa ero un lettore costante e allibito di Beatrice Busi quanto teneva una rubrichetta settimanale di spalla su Liberazione: 3000 battute, forse meno, per ri-raccontare gli omicidi di donne avvenuti nei sette giorni precedenti che negli altri giornali erano stati rubricati a cronaca nera, delitti passionali, regolamenti di conti, assassini etnici. Messi uno in fila all’altro, facevano impressione, quelli che allora non si chiamavano ancora placidamente femminicidi. Già: se del resto anche solo l’anno scorso parlare di femminicidio era un discorso per pochi, oggi – per fortuna – il termine è diventato di uso consueto (anche se mentre scrivo mi rendo conto che Word non lo riconosce), e la questione ha finito per l’indossare molte pelli: culturale, sociale, politica. Prima ancora della discussione del decreto legge ad hoc, era un item che aveva conquistato lo spazio mediatico come, per dire, l’argomento più discusso della saggistica di quest’anno dopo Papa Francesco: da Loredana Lipperini & Michela Murgia a Cinzia Tani, da Riccardo Iacona a Serena Dandini fino al blog della 27ora del Corriere, finalmente si è affermato nel senso comune che la violenza domestica è una delle prime cause di omicidio in Italia, e che – ovviamente – oltre le donne ammazzate, ce ne sono migliaia di altre che vengono ogni giorni picchiate e violentate, fisicamente e psicologicamente.
E c’è da essere soddisfatti se questa vittoria culturale non è un fenomeno di moda ma è stata resa possibile specialmente dalle tanti militanti di associazioni di donne che in questi anni hanno lavorato sulla violenza di genere nella più totale marginalità, proprio fino a riuscire a rendere legittimo l’utilizzo della parola femminicidio – il suo valore concettuale, storico più che giuridico tracciabile attraverso il blog di Barbara Spinelli , per esempio; una rivendicazione di questa legittimità sul blog di Giovanna Cosenza, per esempio, dove per me si bypassano anche le sensate obiezioni sulla debolezza statistica, avanzate tra gli altri da Fabrizio Tonello e da Davide De Luca.
Quest’onda rinfrancante di dibattito la si è voluta poi appunto colare nella forma di una legge: il decreto anti-femminicidio. In mezzo all’abulia governativa, al metamorfismo deprimente dell’attuale alleanza Pd-Pdl, questa legge bipartisan ha avuto quantomeno il pregio di tracciare una linea per un intervento politico. Anche se. Anche se, come era successo per le leggi sullo stalking, si è finito per ridurre il problema a emergenza sociale, facendo leva sui dispositivi più pavloviani della politica italiana: normazione e criminalizzazione. Le critiche, proprio da chi aveva aspettato questa legge prevedibilmente non c’hanno messo molto ad arrivare.
L’idea che molte femministe si sono fatte è che il decreto non servirà a molto se non si finanziano i centri anti-violenza sul territorio, o più in generale se non capisce come poter realizzare un programma nazionale di educazione sulle questioni di genere. Questo – tra le righe – vuol dire qualcosa di al tempo stesso molto semplice e molto complesso. Molto semplice: serve qualche soldo di più. (Questa conclusione è lapalissiana tanto da essere recepita anche dal New York Times). Molto complesso: questo governo dovrebbe far propria una prospettiva femminista che prevede ovviamente una trasformazione di sé che non si può improvvisare. Arrivato a questo punto dell’articolo, esprimo quella che è la mia opinione: fare propria questa prospettiva, lavorare sul lungo periodo, è comunque l’unica strada.

Ora, come dicevo all’inizio, sono un maschio, un maschio assolutamente convinto della bontà della pratica femminista di partire dal sé. E per questo arrivato a questo punto del dibattito, mi sono sentito esplicitamente chiamato in causa qualche giorno fa da un lettissimo articolo di Beppe Severgnini, in cui in ottima fede, ma un po’ come un tizio cascato da un alto pero, si scriveva:

Noi maschi dovremmo occuparci di più del femminicidio: parlarne, scriverne, domandare, provare a capire. Anche a costo di dire e scrivere leggerezze. È invece un dramma confinato in un universo femminile: ne parlano le donne, ne scrivono le donne, le fotografie sono quasi sempre delle vittime e non dei carnefici. È come se noi uomini volessimo prendere le distanze da qualcosa che non capiamo e di cui abbiamo paura.

Capita anche a me spesso di scrivere questa specie di articoli che dicono: dovremmo fare questo e quello, nella cultura italiana c’è un gran deficit di questo, perché in Italia nessuno si occupa di. È un primo passo, ma spesso è inutile. Perché resta l’unico: ho individuato una mancanza, la stigmatizzo, passo alla prossima.
Ma non è soltanto l’autoindulgenza sul proprio deficit di problematizzazione (perché soltanto ora Severgnini richiede quest’interrogarsi?), è soprattutto invece troppo morbido, diciamo pastello, il ritratto che Severgnini fa degli uomini violenti: creature Jekyll-Hyde di cui non possiamo che continuare a stupirci della morale schizoide. L’errore implicito di Severgnini è però lo stesso che fanno i fanno maschi che si occupano di questioni di genere: non partire da sé.
Anche nel pezzo di Severgnini, che cerca di aver un occhio laico e attento, la violenza è sempre descritta come altrui, misteriosa, nascosta, lontana.

La sociologia dell’orrore è rovesciata: i mostri non sono semplificazioni lombrosiane, personaggi abbruttiti e abitualmente violenti. Molti studiano, lavorano, guadagnano, si vestono bene. Tra di noi ci sono uomini tragici e pericolosi mascherati da persone prevedibili; e li riconosciamo quando è tardi.

È chiaro che questo “tra di noi” dovrebbe essere preso un po’ più sul serio. Che questi altri che si aggirano mascherati dalla loro buona facies affidabile e borghese somigliano a chi vediamo nello specchio. Occorrerebbe sfumare un po’ i confini tra una comunità di persone razionali e perbene (uomini avvertiti, compagni che affiancano le proprie donne nelle loro battaglie, che decidono di accompagnare le loro partner alle manifestazioni sulla violenza domestica) e un’altra massa di uomini potenzialmente violenti, che covano sotto le camicie inamidate e uno sguardo innocuo un impulso alla brutalità pronto a emergere al primo raptus. Io preferirei che se un discorso maschile deve partire sul femminicidio si cominciasse a riconoscere l’esistenza di una “zona grigia” in cui la razionalità e l’irrazionalità sono confuse. Sul New Yorker di qualche settimana fa – e in un articolo del Post che ne riprendeva gli highlights – si raccontava la vicenda legata alla legislazione sulla violenza domestica negli Stati Uniti a partire dal caso seminale, quello di Dorothy Giunta-Cotter, una donna finita ammazzata dal marito nonostante l’avesse denunciato più volte e fosse seguita da un centro anti-violenza. Da quella tragedia esemplare il centro Jeanne Geiger elaborò una sorta di questionario in grado di prevedere a partire da una serie di indizi qual è la percentuale di rapporti finiranno con un omicidio. Si inaugurò insomma un modello predittivo: molto discusso, come è ovvio per tutti i modelli predittivi. Ma non voglio entrare nel merito della problematica giuridica, quanto mettermi di fronte alle domande che il questionario propone.

1. Le violenze fisiche sono aumentate – nel numero o nella gravità – nell’ultimo anno?
2. Lui possiede un’arma da fuoco?
3. Lo hai mai lasciato nell’ultimo anno vissuto insieme?
4. È disoccupato?
5. Ha mai usato un’arma contro di te o ti ha mai minacciata con un’arma letale? In questo caso, era un’arma da fuoco?
6. Ha minacciato di ucciderti?
7. Ha evitato in passato un arresto per violenza domestica?
8. Hai un figlio non suo?
9. Ti hai mai forzata a fare sesso con lui?
10. Ha mai tentato di strangolarti?
11. Fa uso di sostanze stupefacenti illegali (anfetamine, metanfetamine, speed, fenciclidina, cocaina, crack)?
12. È un alcolista o ha problemi con l’alcool?
13. Controlla la maggior parte delle tue attività quotidiane? Per esempio, ti dice chi può esserti amico e chi no, quando puoi vedere la tua famiglia, quanto denaro puoi spendere o quando puoi prendere la macchina?
14. È costantemente e violentemente geloso di te? Per esempio, ti dice cose come «se non posso averti io, non può averti nessuno»?
15. Sei mai stata picchiata da lui quando eri incinta?
16. Ha mai tentato di suicidarsi o minacciato di farlo?
17. Ha mai minacciato di fare del male ai tuoi figli?
18. Lo ritieni capace di ucciderti?
19. Ti segue o ti spia, ti lascia messaggi di minacce, distrugge le tue cose o ti chiama quando tu non vuoi che ti chiami?
20. Hai mai tentato di suicidarti o minacciato di farlo?

Ecco, nonostante come molte delle persone che stanno leggendo quest’articolo, non sono una persona violenta, mi rendo conto ogni volta che leggo un caso di violenza di genere che molti degli comportamenti aggressivi che esistono in una relazione, devo ammettere che li ho praticati o subiti, o avrei potuto praticarli o subirli, e moltissimi sicuramente li ho pensati, e moltissimi ancora – riti ossessivi di varia fatta – li ho amati quando li ho visti rappresentati nella letteratura o al cinema (cos’era se non ossessione-compulsione o stalking l’amore di un’Adele H o del pretendente di Amèlie Poulain o del protagonista di Nuovo Cinema Paradiso che per cento notti sta sotto la finestra di lei?). Ecco: ricatti, atti distruttivi e autodistruttivi, violenze sulla persona e sulle sue cose, forme più o meno velate di stalking eccetera sono tutte azioni che non sono così distanti, impensabili per me e per la maggior parte delle persone educate, razionali, colte, nonviolente che conosco. Cose come controllare la mail del proprio partner, telefonargli nel cuore della notte, alzare le mani: conoscete molte persone che non hanno mai fatto qualcosa del genere? Per fortuna, per quanto riguarda i maschi, questi uomini razionali non hanno un’arma (ci sarebbe da sottolineare quanti dei casi di femminicidio coinvolgono militari, poliziotti, guardie giurate, etc…); ma, ma per brevi periodi, in certe circostanze particolarmente dolorose, possono trasformarsi in persone terribili: possono impazzire. Se non si ammette questa debolezza generale, ma specialmente maschile, nelle relazioni, non si va da nessuna parte nel dibattito. Se non si ammette che c’è una parte di mostro, di irrazionale incapacità di gestire l’abbandono o altre fragilità dei sentimenti, la questione verrà confinata in qualche suo inutile surrogato: sia quello normativo, sia quello che vede schierati uomini e donne perbene da un alto e maschilisti carogne e donne complici dall’altro, sia quello spettacolare con tanti reading affollati di attrici e scrittrici che leggono una qualche Spoon River terribile e tragicamente monotona di donne stalkizzate e poi massacrate dai loro ex-partner che tanto dicevano di amarle.
Dunque, se qualcosa si è capito nelle questioni sociali di questo rilievo è che l’approccio testimoniale o quello normativo sono delle armi spuntate che riconoscono il problema, ma esauriscono la sua soluzione al massimo in una sua esposizione mediatica, con grandi riti di shame on you. Che se ne parli non vuol dire che se ne parli con cognizione di causa, ma soprattutto che qualcosa cambi.
Quindi? Quindi proviamo, come si fa nella pratica femminista, a partire da sé. Dicevo che sono un maschio, che sono un maschio educato e non violento, che ha avuto la fortuna di aver avuto una famiglia che gli ha trasmesso il valore della parità dei sessi e della non-violenza e che ha frequentato un’ottimo liceo classico pubblico e un’ottima università pubblica. Ora, pur in tutta questa fortuna, mi è chiaro come un cielo estivo che ho avuto un’educazione decisamente filomaschilista. Il primo libro scritto da una donna che ho letto sarà stato il centesimo della mia giovane vita: a quindici anni, Cime tempestose di Emily Bronte o Flush di Virginia Woolf, proposte da una prof di inglese con la fama di scocciante femminista. Ho scelto il mio primo romanzo scritto da una donna a vent’anni, La campana di vetro di Sylvia Plath. Per tutto il liceo e l’università (un’ottima facoltà di filosofia) praticamente nessuno mi ha mai parlato di pensiero femminista, sono incappato in un paio di testi di Hannah Arendt e Simone Weil in un esame di Filosofia teoretica che in maniera molto vaga accennavano alle questioni di genere. Per dire: Simone De Beauvoir, Toni Morrison, Judith Butler, Julia Kristeva, Luce Iragaray… è tutta gente che ho incontrato perché forse a un certo punto le ho cercate o perché ho avuto la fortuna di conoscere delle donne capaci di farmici arrivare. A pochissimi dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – questo è accaduto. Credo che quasi nessuno dei miei amici scrittori abbia letto in vita sua una Carla Lonzi, per citare forse il nome italiano più emblematico; io stesso l’ho fatto per la prima volta un paio di anni fa. Credo che la maggior parte dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – abbia avuto e ancora abbia una domestica, rigorosamente donna. Certo tutto questo non è solo colpa dei maschi, certo è vero che la cultura femminista in Italia, ostracizzata, non metabolizzata, vittima di un separatismo interpretato malissimo, si è progressivamente arroccata, ritagliando per se stessa il ruolo di un fortino, e questa cosa è tanto più vera nel paradiso dei fortini che è l’ambito universitario, con cattedre che diventavano luoghi di culto di una pratica femminista impossibile da agire altrove, ma – viene da dire – sono responsabilità decisamente minori o consequenziali.
Per questo, insomma, quando uno dice che cosa si può fare contro il femminicidio oggi in Italia, la mia risposta è lateralissima: leggere più libri scritti da donne alle elementari e alle superiori, studiare di più il pensiero femminista alle superiori e all’università. Far sì che per esempio La campana di vetro non sia una chicca introvabile ma un best-seller estivo per studenti come Il giovane Holden; inserire nei programmi di filosofia, letteratura, storia delle superiori una parte significativa dedicata al femminismo storico; desacralizzare autrici come Amelia Rosselli o Cristina Campo dalla loro pseudosantificazione nelle cattedre di studi femminili e pensarle come centrali in un canone della letteratura italiana. Insomma muoversi pensando una politica di lungo periodo, tutto qui. Ecco mi piacerebbe che queste cose che dico accadessero talmente in fretta che se qualcuno si andasse a rileggere tra un anno quest’articolo sarei contento che mi liquidasse dicendo che ho fatto il pieno delle banalità.

Commenti
102 Commenti a “Di cosa parliamo (noi maschi) quando parliamo di femminicidio”
  1. Marco scrive:

    Bell’articolo.

    Una domanda per Raimo.

    E il porno? Libera o ingabbia?

    Prima di questo articolo ho visto per l’ennesima volta il video in cui una pornostar di diciannove anni (credo statunitense) lecca la tazza del water, mangia dalla ciotola del cane e si fa possedere da dodici afroamericani.

    Ho avuto molte fidanzate. Non ho mai alzato mezzo dito su una donna in vita mia. In compenso, una volta, durante una discussione molto accesa (lei mi aveva tradito) una mia ex, giunta al culmine dell’esasperazione (io gridavo arrabbiato) mi ha sferrato un cazzotto in un occhio. Ma non mi ha fatto male, non era certo una boxer.

    In compenso, però, un’altra fidanzata (in realtà una storia di sesso occasionale e lunghe chiacchiere durata quattro o cinque mesi) una volta mi ha confessato che ero uno dei pochi uomini con cui era stata a non averle messo le mani addosso. E io sono rimasto allibito, perché veramente non ho mai avuto nessuno scontro con l’altro sesso che non fosse verbale.

    E’ vero che ho ricevuto un’educazione tipo quella evocata da Raimo. Non i libri della Plath o della Campo, ma molte donne adulte a educarmi (e poi c’erano anche i maschi, ovvio) rette da principi di autodeterminazione (potrei definirle post-femministe, ma in fondo non lo erano, nel senso che ora sono anziane alle quali se dici “se non ora quando” non sanno cos’è) abbastanza saldi proprio per la pratica di vita.

    Però il porno violento, come dicevo, esercita su di me un certo fascino.

    Questo solo per dire che la faccenda è molto complessa, credo.

  2. Paolo1984 scrive:

    Letteratura e cinema comunque devono raccontare l’umano e la società quindi è legittimo che raccontino emozioni, dinamiche comportamenti che esistono (o esistevano in passato), che fanno parte dell’umano (negativi o positivi, ossessivi o no)..tra l’altro la povera Adele Hugo (la realmente esistita figlia di Victor Hugo), così magistralmente raccontata da Truffaut fu l’unica vittima della sua ossessione amorosa..non parlerei di stalking, non mi pare abbia mai minacciato di morte il capitano che non voleva saperne di lei, non aveva intenzioni violente.
    Credo inoltre che sia importante stabilire una differenza tra il corteggiatore (o corteggiatrice) e lo stalker assassino: il primo non dirà mai nè penserà “torna con me o ti uccido”..chi ama davvero, uomo o donna che sia, può provare gelosia (ma se in un rapporto c’è fiducia reciproca la gelosia va tenuta a bada), certo soffre se viene lasciato o tradito, può voler tornare insieme ma non uccide la persona che diceva di amare solo perchè l’ha lasciata. Quando questo succede non c’è amore ammesso che ci sia mai stato

  3. Maria Luigia Gandolfi scrive:

    Sulla erotizzazione della violenza e quindi sul fascino esercitato dai porno in cui le donne vengono umiliate mi permetto di suggerire l-ottimo testo “Il piacere e’ sacro” della storica e sociologa Riane Eisler.

  4. CloseTheDoor scrive:

    Grazie di questo post! Se posso aggiungere una lettura che certamente non è al livello delle altre ma dice molto, e potrebbe dire moltissimo in un’età di formazione, è “Mary Wolf” di Cynthia Grant. E’ ambientato negli Stati Uniti e descrive la discesa agli inferi da parte di una famiglia il cui padre perde il lavoro e con il lavoro perde progressivamente la ragione, fino a tentare una strage della moglie e dei suoi figli. E’ scritto come romanzo per ragazzi e la protagonista è una 15enne, il che lo rende secondo me una lettura da fare proprio per scavare in quella possibilità di impazzire da parte di persone altrimenti mediamente normali.

  5. jacopo galimberti scrive:

    D’accordo su molte cose, pero’ forse il problema e’ il maschilismo molto di piu’ del femminicidio. Per una donna uccisa dal suo partner (per motivi certo piu’ complessi che una forma estrema di maschilismo…), ce ne sono 50.000 che fanno una vita di merda per colpa del patriarcato.

  6. Nicola Lagioia scrive:

    Mi permetto anch’io una segnalazione, credendo sia d’aiuto per provare a fare qualche passo in più nella comprensione del fenomeno.

    “La moglie del poliziotto”, di Philip Groening. Uno dei film più belli e profondi che ho mai visto sull’argomento. Lui è il regista che nel 2005 aveva diretto “Il grande silenzio”.

    Sta per essere presentato alla Mostra di Venezia e credo (spero) troverà distribuzione anche in Italia.

    Quando l’ho visto in sede di selezione dei film per la Mostra insieme agli altri selezionatori, sono(siamo!) rimasti colpiti, turbati, emozionati. Mi sembra di poter dire che è uno dei casi in cui l’arte arriva dove la sociologia non riesce a spingersi e la politica non può. Se vi capita, vedetelo.

    Grazie Christian per questo pezzo.

  7. Barthleby scrive:

    Ottimo articolo. Diffondo.

  8. miryam scrive:

    so che scatenerò polemiche infinite, ma penso che il femminicidio sia solo la puta di un iceberg. La violenza, senza aggettivi, è ingiustificabile, che sia rivolta contro le donne, i bambini, gli animali,gli omosessuali, gli extracomunitari, gli anziani, i deboli, i disabili o solo chi ti ruba il parcheggio, salta la fila o ha lo stereo troppo alto alle tre di notte.

  9. Bia Sarasini scrive:

    Caro Christian, mi piace molto il tuo articolo, l’ho messo in circolazione e lo stiamo leggendo in molte. Avrei qualcosa da dire sull’ultima parte, su letture-scritture. Hai ragione, ci sono mondi separati. Forse è vero che la produzione femminile appare arroccata. Ma all’occhio di chi? Ci sono autrici, associazioni come la Sil (www.societadelleletterate.it) con il loro LetterateMagazine, riviste (www.leggendaria.it) che lavorano su questo, che non fanno “santini”, lavorano piuttosto nel vuoto dia attenzione della gran parte della produzione di cultura, almeno in Italia. (Intendo giornali, riviste, radio, tv etc.). Non sarebbe più semplice stabilire relazioni dirette tra noi?
    Grazie Ciao Bia Sarasini

  10. Rossana Cau scrive:

    “Ecco, nonostante come molte delle persone che stanno leggendo quest’articolo, non sono una persona violenta, mi rendo conto ogni volta che leggo un caso di violenza di genere che molti degli comportamenti aggressivi che esistono in una relazione, devo ammettere che li ho praticati o subiti, o avrei potuto praticarli o subirli, e moltissimi sicuramente li ho pensati, e moltissimi ancora – riti ossessivi di varia fatta – li ho amati quando li ho visti rappresentati nella letteratura o al cinema (cos’era se non ossessione-compulsione o stalking l’amore di un’Adele H o del pretendente di Amèlie Poulain o del protagonista di Nuovo Cinema Paradiso che per cento notti sta sotto la finestra di lei?). Ecco: ricatti, atti distruttivi e autodistruttivi, violenze sulla persona e sulle sue cose, forme più o meno velate di stalking eccetera sono tutte azioni che non sono così distanti, impensabili per me e per la maggior parte delle persone educate, razionali, colte, nonviolente che conosco. Cose come controllare la mail del proprio partner, telefonargli nel cuore della notte, alzare le mani: conoscete molte persone che non hanno mai fatto qualcosa del genere? Per fortuna, per quanto riguarda i maschi, questi uomini razionali non hanno un’arma (ci sarebbe da sottolineare quanti dei casi di femminicidio coinvolgono militari, poliziotti, guardie giurate, etc…); ma, ma per brevi periodi, in certe circostanze particolarmente dolorose, possono trasformarsi in persone terribili: possono impazzire.” Questa è solo una scusa e le domande del questionario che hai riportato più sopra non sono cose da sottovalutare. Anche se non ci sono armi da fuoco in casa il pericolo è grandissimo quando ci sono questi segnali. La parola impazzire non è consona a questi stati.

  11. Francesco scrive:

    Mi permetto di segnalare il punto di vista di Massimo Bubola, uno dei più grandi cantautori italiani, che sta portando avanti da mesi un progetto di “Instant songs”, canzoni nate dallo stimolo della cronaca. Come ad esempio “Chi fermerà queste croci?” dedicata proprio al femminicidio. Chi è curioso può trovarla qua.
    http://www.instantsongs.it/instant_song.asp?id=B002

  12. Paolo1984 scrive:

    inoltre tanti uomini vengono lasciati, e certo soffrono, provano dolore, frustrazione, forse rabbia in certi casi ma non “impazziscono” al punto tale da uccidere la ex. Se succede è perchè non si sa o non si vuole gestire (per l’educazione ricevuta o non ricevuta in famiglia, magari) le proprie (legittime di per sè) emozioni negative, il dolore, la propria frustrazione, perchè magari si ha una ossessione possessiva che niente o assai poco ha a che fare con l’amore (nè con la “gelosia” che di per sè, se tenuta a bada non degenera in ossessione) ma la responsabilità è di chi uccide

  13. Paolo1984 scrive:

    insomma la pazzia..(qualunque cosa intendiamo con questa parola) non sminuisce la responsabilità di chi uccide una donna solo perchè è stato lasciato..e a volte sono omicidi non solo volontari ma premeditati

  14. mapi scrive:

    Tra le citazioni a latere aggiungerei la descrizione della cultura maschilista di Asor Rosa in “L’ultimo paradosso”:

    “Ma non appena fissiamo lo sguardo nello sguardo dei nostri compagni, attraverso la fessura della celata, che taglia il nostro occhio molteplice riducendolo al filo diritto di una lama, e vi scorgiamo la nostra stessa disperazione, la nostra prigionia, il nostro dolore, il nostro stesso smisurato orgoglio, il nostro disprezzo per tutti gli estranei alla cerchia – non appena sguardo con sguardo di nuovo s’incatena, subito il desiderio di libertà, l’ansia di gioia ci abbandonano -, e scopriamo che non potremo mai lasciarli. Amiamo in loro, e al tempo stesso odiamo, l’orgogliosa povertà, la sprezzante solitudine. Non c’è bisogno d’un re per essere eletti: meglio ancora se i cavalieri si sono scelti tra loro; […] L’unico passo in avanti nella cultura degli uomini da due millenni a questa parte è stato la soppressione del re: ma questa soppressione non ha cancellato il circolo, se mai lo ha rafforzato, liberandolo della maglia più debole. Sono secoli che gli esseri umani maschili vivono così; e con questo modo di vita affonderanno.”

  15. Toni scrive:

    Un ottimo libro sul tema, scritto da un uomo, una risposta concreta, un vero aiuto per le donne, finalmente tradotto in italiano:
    http://www.vallardi.it/catalogo/scheda/uomini-che-maltrattano-le-donne-libro.html

  16. Donatella scrive:

    Interessante l’analisi, concordo con il fatto che la questione non possa essere risolta solo attraverso provvedimenti di carattere giudiziario (inasprimento delle pene, ecc…) ma con un approccio di carattere culturale che necessariamente sarà di lungo respiro. Un’annotazione che forse sembrerà eretica o provocatoria: mi viene in mente che il proliferare di questi fatti terribili possa trovare un collegamento anche con la presenza nel nostro Paese di tanti uomini stranieri, appartenenti a culture patriarcali basate sulla subalternità del genere femminile. Non a caso molti femminicidi si sono consumati anche all’interno di nuclei familiari di immigrati, per i quali spesso accettare che le loro donne accedano a modelli di comportamento diversi da quelli tradizionali risulta impossibile (ricordiamo il caso di Hina, la ragazza uccisa dal padre e dai fratelli perché voleva sposare un italiano, ma anche le tante donne moldave, rumene, albanesi vittime della violenza dei loro uomini). Recentemente, una signora rumena che abitava vicino casa mia, madre di quattro figli e già nonna, mi confidò piangendo che il marito la picchiava regolarmente, dopo aver bevuto, e che questo, al suo Paese, era la norma. La signora, alla fine, si è separata (perché vivendo in Italia ci è riuscita) ed è andata a vivere altrove, lontano dal marito violento. Ma non sempre queste donne sono così fortunate…

  17. Bellissima riflessione, ci sono uomini che non hanno paura di interrogarsi, di mettere in discussione le certezze che un’educazione filomaschilista, come lo stesso autore scrive, instaura fin da piccoli, tutto è centrato sull’uomosoggetto e sulla donna comprimaria e addirittura oggetto, ha ragione lui che si deve cambiare già dalle letture, dove è scritto che la letteratura di formazione sia solo quella maschile? E dove c’è scritto che se ci i emoziona suilbri scritti da uomini ciò non può avvenire con libreiscritti da donne? Mentre scrivo penso a Doris Lessing e le sue storie a Marguerite Yourcenar a Marguerite Duras con cui sono cresciuta

  18. Sam Uela scrive:

    In realtà l’Italia è uno dei paesi al mondo con il più basso tasso di omicidi di donne e le ricerche sulla violenza domestica trovano che uomini e donne sono violenti in egual misura. I ricercatori sono stati minacciati da femministe, che hanno montato questa falsità del femminicidio perché gestiscono il racket delle false accuse nelle separazioni. False l’80% delle accuse di violenza

  19. Shib scrive:

    Paolo che dice l’innamorato può seguire la donna ma non sempre la ammazza: lo stalking, senza che culmini in nessun atto cruento, è una violenza di per sé. È chiaro che gli esempi filmici erano estremizzati, ma credo che quello che si dice nell’articolo è che una componente irrazionale “positiva” – la gelosia amorosa o il seguire una persona – ci mettono poco a diventare ossessioni “negative”, più o meno brutali.
    Se qualcuno iniziasse a mandarti messaggi amorosi nonostante il tuo rifiuto esplicito e reiterato, se ti seguisse o monitorasse la tua bacheca facebook per sapere che cosa fai, se ti facesse sentire fin troppo desiderato al punto da avvertire un vago disagio, cosa faresti? Siccome non ha fatto “niente di male” lasceresti correre? Dove finisce l’amore e inizia l’ossessione?

    la parola femminicidio è importante ma rischia di far perdere il focus, che sono le violenze tutte e non solo le morti. Non so: come si parla di omofobia e omocidio, forse si dovrebbe parlare di “ginofobia” (interiorizzata, quattro volte su cinque. maschilismo, in pratica.) prima ancora che di femminicidio. È facile leggere in piazza racconti di donne “uccise per troppo amore”, ma… Quelle che sopravvivono? Quelle che sono succubi?
    Altra cosa: le lesbiche? Ci sono comportamenti violenti anche di donna su donna (e di uomo su uomo), e anche quello è a tutti gli effetti ciò che si direbbe femminicidio…
    Maledette sfumature. Ne trovi una, ne emergono altre cinquanta.

    (Ps: il porno secondo me è un mondo a parte… Anche quella degradazione estrema di cui parla il primo commentatore, alla fine rientra nell’ambito di un consenso adulto e volontario. Un conto è l’attrice porno che lecca il water un conto sei tu che costringi la tua donna a imitare il video, senza che lei lo voglia, per eccitarti meglio. Credo.)

  20. Shib scrive:

    errata corrige:

    *un’ossessione positiva […] ci mettE poco a diventare ossessionE negativA

    *(Senza che lei lo voglia = godendo della sua umiliazione)

    Sempre sulle ossessioni, o sulla parola impazzire: va bene, finché non è usata in senso deresponsabilizzante. Non credo che nell’articolo ci sia la ricerca di una “scusa”, anzi, si parla molto di conoscersi per controllarsi.
    Però anche la colpevolizzazione assoluta è un pericolo.

  21. Paolo1984 scrive:

    Shib, voglio essere chiaro: ricevere continue attenzioni non gradite è una forma di molestia e chi si comporta così va fatto smettere anche quando non ha cattive intenzioni. Io ho solo detto che il comportamento di Adele Hugo, sicuramente ossessivo, non mi sembra assimilabile agli stalkers di cui leggiamo nelle cronache.
    Il confine fra amore e ossessione “negativa” potrà sembrare labile ma esiste (il fatto che la maggioranza egli uomini lasciati non uccida nè minacci di morte la ex lo dimostra fortunatamente) e va ribadito
    Comunque, ad esempio, se il tuo partner ti controlla sempre le telefonate, se ti vieta di uscire senza di lui direi che siamo già nell’ossessione..non c’è più gelosia amorosa..e ripeto: un rapporto d’amore sano si basa anche sulla fiducia reciproca che dovrebbe impedire simili degenerazioni tenendo a bada eventuali gelosie..se la fiducia manca totalmente il rapporto è malato alla base.

  22. Jacopo scrive:

    Articolo interessante e discutibilissimo. Mi limito a tre osservazioni:
    1) “cos’era se non ossessione-compulsione o stalking l’amore di un’Adele H o del pretendente di Amèlie Poulain o del protagonista di Nuovo Cinema Paradiso che per cento notti sta sotto la finestra di lei?” Era una cosa che si chiama “corteggiamento”. Non venite a raccontarmi che fare la posta sotto la finestra dell’amata per cento notti di fila è un atto di sopraffazione, vuol dire che non ammettete la componente dedittiva dell’amore (a parte il fatto che anche Amèlie Poulain quando prende di mira il ragazzo dei suoi sogni organizza una specie di caccia in cui il giovanotto è la preda, ed egli se ne sente stordito ma anche lusingato)
    2) Il fatto che Ch. R. abbia incontrato solo a quindici anni la sua prima “scrittrice-donna” non è una conseguenza dell’educazione maschilista: le scrittrici che valgano qualcosa sono percentualmente meno dei maschi (devono recuperare duemilacinquecento anni circa di ritardo prodotto da detenzione domestica e oppressione sociale) e il calcolo delle probabilità gioca a loro svantaggio
    3) Il fatto che un libro sia scritto da una donna, in sé e per sé significa poco o niente in fatto di consapevolezza di genere. Per esempio: Simone Weil è totalmente insensibile alla questione (così come alla sessualità in generale); Cristina Campo, per come la conosco, è scrittrice finissima e acuta ma reazionaria; i suoi testi vengono da un luogo che è al di qua del bene e del male, non credo che da lei ci si posa aspettare assolutamente nulla se si tratta di illimpidire il rapporto tra sessi diversi.

  23. enrico scrive:

    mi piacerebbe che qualche volta si parlasse del ruolo materno nella educazione maschilista …. lo ritengo molto importante e spesso sottovalutato.

  24. alex scrive:

    Ho letto l’articolo e devo dire che per come è strutturato mi piace molto lo farò girare sebbene concordi solo in alcune cose. Io credo che la condizione necessaria e sufficiente per poter essere fuori da quall’area “grigia” sia la particolare predisposizione al rispetto..condizione essenziale per poter portare anche un rapporto di estrema frattura su un livello emozionale controllato..ecco qui sta il punto a mio avviso il problema in questo periodo è l’autocontrollo .Questa area grigia negli ultimi anni si è andata modificando si è andata espandendo abbracciando anche le persone meno potenzialmente violente le cause io le riconduco sinteticamente alla forte espansione delle droghe e dell’alcool che rendono la psiche incapace di autoregolamentarsi io credo che il problema oggi sia il controllo di questi fattori che non risolveranno il problema ma forse lo terrebbero più limitato con meno casi di omicidi e violenze ovviamente sappiamo che c’è un problema legato alla cultura patriarcale dell’uomo..ma se i parametri che menzionavo fossero più strettamente controllati allora si potrebbe lavorare molto molto più fortemente sulla natura psicologica dei violenti .Intanto penso che la legge sul femminicidio sia un primo passo e per camminare in un percorso credo sia la condizione essenziale soprattutto se le convinzioni partissero dal mondo maschile..

  25. zauberei scrive:

    L’articolo è bello, perchè profuma di una dote tua Christian, che è sta nella qualità delle tue intenzioni, nella dedizione reale a una questione importante. Però soprattutto la conclusione mi ha lasciata delusa.
    Se la violenza di genere è l’esito di una collusione tra patologia psichica e patologia culturale, questo almeno è il mio modo di definire ciò di cui tu parli, la latenza del buon maschio molto educato e non violento, collusione che produce effetti molto gravi e socialmente rilevanti come appunto la morte di alcune persone, per non parlare della sorte a cui vanno incontro i loro figli, mi pare che dire che la cosa da poter fare e far studiare e leggere i testi nelle scuole sia poco, elitario e astratto. Certamente utile a cambiare – lentamente – il sapore di una cultura, ma all’atto pratico relativamente influente: so pochini i femminicidi e i maschi violenti che allignano nelle facoltà di filosofia – e l’operazione sarebbe piu che altro utile a correggere il tragico maschilismo culturale che contamina la nostra vecchia facoltà.
    Ci vuole invece una presa in carico del fenomeno prima che da “maschio” e prima che da “intellettuale” da cittadino che agisce politicamente in senso ampio perchè certe storture della polis si raddrizzino il piu possibile. Ecco, io ho detestato Severgnini, come mi capita spesso, perchè sono satura della retorica per cui il maschio deve guardare dentro di se e pensare anche alle sue narrazioni per spiegare gli atti di uno che ha sgozzato la fidanzata davanti al figlio di quattro anni. Detesto la semplicità di quella continuità, e la perpetuazione di uno stereotipo di genere fuffista.
    Quando un soggetto uomo o donna si prende in carico politicamente ed eventualmente professionalmente di un certo problema allora mette in campo le sue competenze, che nel caso di un insegnante sarà far leggere e far riflettere, nel caso di uno scrittore scriverne e divulgare, e tutte le diramazioni del lavoro dell’intellettuale. Ma siccome ci sono – sistemi di terapia da proporre, leggi da revisionare, applicazioni di leggi da controllare, tetti da trovare, marginalità sociali da far riconvergere, etc. etc. etc. dire che il lavoro dell’intellettuale sia l’unica cosa da proporre per un cittadino maschio sul femminicidio, scusami, ecco, me pare na stronzata.

  26. luigi scrive:

    dice qualcosa, di severgnini, la sua arietta di superiorità – il maschlismo viene dagli albori…è cresciuto con l’uomo
    ‘sapiens(?), vigliacchetto il colpevolizzare le esagerazioni femministe, e che cactus?…..determinante educare sin
    da piccoli circa il genere – puttacaso in gdrmany han deciso d’adottarne 1 terzo, il neutro, già presente, fra l’altro,
    nel tedesco – 1 ‘stoccatina’ anche all’influenza, decisiva, della chiesa no?

  27. luigi scrive:

    postilla: da 1 colombiana,ed è dire parecchio, ho imparato molto ed incito però tutte a chiedersi del come mai noi
    maschietti cresciamo con il ‘machismo dentro’ pur essendo educati essenzialmente dalle mamme?

  28. Christian Raimo scrive:

    Ringrazio dei commenti tutti. Alcuni toccano dei punti che possono apparire deboli di un piccolo ragionamento e che forse lo sono: su tutti, mi sembra, la definizione di questa zona grigia tra violenza e amore, la soluzione di un’educazione civile che passi attraverso i libri. Non mi sembra giusto rispondere in modo semplificato a delle questioni che invece chiedono complessità e che secondo me girano intorno a un altro nodo che qui non ho praticamente evocato: l’analisi della violenza sociale. Mi prendo insomma un po’ di tempo e vorrei scrivere un altro post dedicato. Grazie ancora.

  29. edda scrive:

    molto importante, ma ora me lo studio meglio. Noi però non dicevamo “partire DAL sé”, ma “partire DA sé”, e a ben pensarci potrebbe essere una cosa diversa…

  30. monica scrive:

    si bell’articolo ma tutti questi riferimenti al Femminismo degli anni 70 non si possono sentire…in quanto sono anacronistici e fuori luogo e usati come pretesto x giustificare la furia omicida.di questi uomini….è proprio il nascondersi degli uomini, il loro confondersi nell’anonimanto del perbenismo che va analizzato e CURATO….l’uomo di vergogna dei propri simili e dovrebbe ammettere di avere un problema nella gestione dei rapporti…dalla fuga dalle relazioni, ai rapporti di solo sesso, al non riconoscere le gravidanze, fino all’omicidio spacciato per “troppo amore”……si l’uomo dovrebbe leggere più libri scritti da donne ma non so se questo possa bastare…è il rispetto che deve imparare e quello dove si impara?? in famiglia, nel contesto sociale..e se la donna viene solo vista come bene di consumo, spesso usa e getta, l’uomo continua a pensare che la propria partner diventi proprietà privata…loro sono liberi di mollarci , magari dopo averci ingannato….mentre il loro EGO non accetta l’abbandono non tanto perchè ci amano troppo ma perchè non tollerano una mortificazione del loro narcisismo e senso di possesso…..quindi si trasformano in assassini…il loro Ego supera una qualsiasi morale che dovrebbe fermarli e farli ragionare….è il loro strabordante Ego che va curato secondo me….voglio essere al centro del mondo e pensano che la donna si possa tranquillamente uccidere perchè in fondo non vale niente..è solo una che ha Osato abbandonarli….per questo dico che tutti questi riferimenti al Femminismo sono irritanti…..come se il pensiero Femmiista (legittimo dopo secoli di sudditana dall’essere maschile e di sofferenze) fosse una giustificazione…come a volere dire “ve la siete cercata”…non accetto che si nomini la parola Femmismo in questi casi di omicidio…..l’uomo deve fare un lavoro su se stesso ed ammettere di avere un problema di estrema vulnerabilità del proprio Ego..che non è presente nella donna abituata atavicamente all’abbandono e che notoriamente riversa il dolore verso se stessa e non verso l’esterno…

  31. Antonio scrive:

    Secondo i miei studi fatti e le conclusioni che ho tratto su evidenze empiriche, il gesto ossessivo compulsivo è di per sé un atto ansiolitico, e si tratta di deviazioni pacifiche da desideri inconsci molto violenti. Pertanto chi soffre di questi disturbi al 90% dei casi ( la totalità non esiste mai, in nessun caso che riguarda l’umanità ) è una persona che non degenera nell’atto di violenza aggressivo vero e proprio, perché lo consuma nel disturbo ossessivo compulsivo.
    Nel questionario riportato vi è anche la domanda se il partner è disoccupato. In Italia vi sono circa 3 milioni di disoccupati e precari; tutti potenzialmente assassini o stupratori? Di conseguenza, allo stato di vergogna che viene impresso al disoccupato, al suo stato di disagio, ci si aggiunge anche quello di essere un potenziale criminale violento, pertanto giustificato ad essere discriminato anche nell’amore dalle donne. Mentre io credo che queste persone avrebbero un grande ritorno all’autostima se non fossero discriminate proprio dalle donne.
    Infine non ho mai conosciuto una persona che pur avendo letto tutto sul raffreddore e sulle malattie in genere, non ne sia rimasto vaccinato. Anche se ritengo naturalmente la lettura e la conoscenza dei buoni comportamenti per la crescita della persona. Riporto di seguito un post da me pubblicato mesi fa. Grazie.
    Gruppo NOI NON SUBIREMO! ADERITE, SE VOLETE – 112 –
    SUL FEMMINICIDIO
    Leggo solo ora il post su SENONORAQUANDO CHIETI ed i commenti a questo post. Ho sentito subito il dovere di cercare di rispondere, come “uomo non coinvolto”, alle domande e alle accuse fatte dalle donne che mi hanno preceduto nei confronti del silenzio assordante degli uomini non coinvolti. E’ vero. Il silenzio assordante degli uomini è esistito ed esiste tuttora. Forse esisterà sempre. Naturalmente, e senza retorica, io come uomo comunque coinvolto – non esiste isolamento per chi vive in società- condanno con tutta la fermezza e senza eccezioni il femminicidio che si sta verificando negli ultimi anni da parte degli uomini. Qualsiasi uomo responsabile deve dire ad alta voce questa condanna e sentirsi in dovere di dare la propria solidarietà alle vittime e alle potenziali vittime. Non si può rimanere indifferenti a questa situazione di disastro sociale che si allarga a macchia d’olio nel rapporto tra i due sessi. Vi sono stati tanti silenzi nella storia. Ne ricordo alcuni: il silenzio del popolo italiano che assisteva da dietro le finestre alla deportazione degli ebrei nei lager nazisti: il silenzio degli italiani e dei governi per l’altro brutale olocausto pluridecennale che stanno subendo i palestinesi per mano degli stessi sionisti di Israele; il silenzio nei confronti dei giovani inoccupati e disoccupati odierni; il silenzio e l’omertà nei confronti delle vittime della malavita organizzata; ecc. Però non posso fare a meno di domandarmi il perché esiste questo silenzio di molti uomini a questa tragedia giornaliera, non per giudicare sommariamente ma per conoscere. Il fatto è che si riesce difficilmente ad intendere, nonostante le decine di migliaia di anni dell’umanità, che la violenza è parte integrante della natura umana. E’ pur vero che, come disse Freud a suo tempo, la civiltà è nata quando gli uomini abbandonarono l’uso delle armi e si misero a discutere tra loro. Nello stesso tempo Freud scrisse il saggio “ Il disagio della civiltà” nella quale constatava con grande amarezza che la grande speranza di vivere in futuro una società basata sulla pace era una pura illusione. Ed infatti dopo la sua morte, avvenuta nel 1939, vi fu una guerra mondiale che provocò sessanta milioni di morti, poi la guerra di Corea, la guerra fredda, la guerra del Vietnam, i conflitti arabi-israeliani, la guerra del Kuwait, la guerra in Jugoslavia, le guerre di sterminio in Africa, e poi le guerre non meno devastanti di tipo economico e finanziario tuttora in corso. Credo che basti per capire una volta per sempre che la violenza è connaturata con la società umana. Le lotte per la pace sono lodevoli, importanti ma io personalmente non mi faccio più illusioni sui risultati.
    Ricordo una bellissima quanto terribile frase dell’economista Paul Samuelson negli anni Settanta:” La guerra contro la povertà è terminata ed i poveri hanno perso”.
    Ora cerco di esaminare la situazione attuale. Per quel che ne so vi è un aumento del disagio e della sofferenza mentale nel terzo millennio. Io attribuisco ciò al fatto che la vita dei nostri giorni è diventata così frenetica e stressante da costituire una causa basilare dell’incremento delle malattie mentali e di reazioni che superano il limite della convivenza umana ( come è il casi del femminicidio). Secondo studi da me fatti, il cervello umano, sia maschile che femminile, si è fermato nella sua evoluzione biologica circa 100.000 anni fa. Nello stesso periodo di tempo la vita sociale, familiare, economica e culturale è evoluta, od involuta, in modo esponenziale. Io attribuisco l’incremento della sofferenza mentale fino ad andare in tilt proprio a questa differenza evolutiva enorme tra la mente biologica e quella sociale. La facilità con la quale si va in tilt e quindi a compiere gesti catastrofici è dovuta a questa differenza. Perché non è soltanto la mente maschile che va in tilt ma anche quella femminile. Ricordiamo anche per esempio l’enorme quantità di bimbi nati ed uccisi, od abbandonati nei cassetti, in maniera veramente innaturale, da madri sconvolte. Ma torniamo al tema principale. Due cose sono generalmente vere per quanto riguarda gli uomini: essi sono traditori, nel senso che se capita l’occasione non se la lasciano scappare, e sono dei mammoni, nel senso che tendono a cercare nella donna partner un sostituto della madre. Inoltre, sempre generalmente, non sopportano la moglie o convivente o fidanzata o amante che possa tradirlo. Un errore che fanno spesso le donne è quello di fare ingelosire l’uomo con la speranza che si sottomettano ai loro desideri possessivi. Non c’è niente di più sbagliato. L’uomo che si sente ingelosito si sente un uomo tradito, e soprattutto perde la fiducia nella propria fino ad arrivare ad odiarla e ad ucciderla. Io so che le donne sanno sopportare meglio un tradimento o una gelosia., e non comprendono la reazione violenta degli uomini. Ma , in generale, è così. Se vedete che la relazione è diventata impossibile a sostenersi, donne, cercate di rompere, nel modo più civile possibile, ma non mettetevi in mente di riparare l’irreparabile con un vero o falso tradimento. Io personalmente ho tradito mia moglie, alcune volte. Ci siamo separati – non solo per il tradimento-e, dopo alcuni anni, ci siamo rimessi assieme. So di rappresentare una rara eccezione, però posso dire che la riconciliazione è avvenuta in modo più maturo, abbiamo compreso gli errori fatti, ed adesso siamo assieme con maggiore coinvolgimento. Non litighiamo più un giorno sì e l’altro pure come una volta. Se a voi donne in un momento di grave litigio, vi viene da insultare il vostro partner, fatelo pure, ma dategli una via di fuga. Fatelo scappare di casa. Voi uomini vi raccomando se vi trovate in un momento in cui la rabbia e lo sconforto prendono il sopravvento, non avvicinatevi alla donna. Avete tutto da perdere. Chiudete gli occhi, inspirate forte, aprite la porta e scappate. Scappate dal vostro istinto violento. Un filosofo francese, mi pare Laborit, ha scritto un libro sull’elogio della fuga. Esiste anche un altro libro molto realistico scritto da Robin Norwood “ Donne che amano troppo”. Si racconta di casi femminili in cui la famosa coazione a ripetere è la costante. Donne che, nonostante vengano deluse e violentate nei rapporti d’amore, si rimettono inconsciamente con altri uomini e ripetono sempre la stessa triste esperienza. Perché questo? Un pò perché in molte donne esiste un innato masochismo psichico, un po’ perché credono di riuscire a cambiare un uomo in meglio grazie al loro atteggiamento “salvifico”. Donne, vi prego: conoscete prima voi stesse, individuate i vostri limiti e poi agite. Lo so che è difficile, ma potrete evitare molte illusioni.
    Infine una constatazione amara ma obiettiva: il 94% delle separazioni , fonte ISTAT, porta la donna a riavere con sé i figli ed anche la casa. Ho conosciuto un uomo separato il quale mi ha confessato che pur chiedendo una causa di separazione perché trovò la moglie in flagranza di tradimento a letto con un altro uomo, in sede di giudizio non ebbe i figli e nemmeno la casa. Tanti uomini separati si sentono defraudati dei loro diritti di patria potestà ed è noto ormai che molti di essi si ritrovano in condizioni di miseria a causa di una separazione. Questo è un dato di fatto che voi donne dovete considerare. Gli uomini sposati, in caso di rottura, sono i più colpiti nelle separazioni. Spesso la loro reazione bestiale è dovuta anche a questo contesto.
    Allora, in conclusione – ma chiedo che sia uomini che donne si esprimano su ciò che ho scritto- credo che quando si forma una coppia, i singoli componenti considerino dall’inizio del rapporto che l’atto violento, in particolare quello estremo, non convenga a nessuno dei due. Potrebbe essere un possibile deterrente.
    Sono ben accolti commenti.

  32. Paolo1984 scrive:

    Jacopo, mettersi sotto la finestra dell’amata per cento notti di fila può essere una forma di corteggiamento o una forma di molestia..essenzialmente dipende dal contesto in cui viene fatta e dalla reazione della persona interessata

  33. ines scrive:

    trovo interessante l’articolo e tutti i commenti, nessuno escluso. il problema è gravissimo e, come tutti i problemi, dovremmo cercare di risolverlo partendo da una sana autocritica. sui nostri pensieri e le nostre azioni, e soprattutto su come educhiamo i nostri figli e sull’esempio che diamo loro. il rispetto degli altri si impara. la parità dei diritti si impara. prima di arrivare alle mani la rabbia di un uomo, nel tempo, si è alimentata dalla convinzione di essere nel giusto, di aver subito un’ingiustizia, di avere dei diritti sulla vita della propria donna. noi donne possiamo fare tanto e non solo soccorrendo le vittime. soprattutto non accettando discriminazioni e soprusi mai, neppure per amore e educando VERAMENTE i nostri figli al rispetto dell’altro, sempre e comunque. purtroppo noi donne italiane tendiamo a giustificare troppo i nostri figli, li difendiamo strenuamente, creiamo per loro l’eccezione di una regola che vorremmo rispettata. questi piccoli principi sono abituati ad avere sempre ragione, il mondo gira intorno a loro per la prima metà della vita e, in seguito, non sono più in grado di rinunciare a questa condizione che credono normale, sana, giusta.

  34. Amerigo scrive:

    L’articolo di Raimo pur segnalando alcune debolezze nel processo di pensiero e nella coerenza dei comportamenti sociali e culturali maschili, e in primis la debolezza diffusa di non saper riconoscere e guardare in faccia, da uomini, alle proprie debolezze, promuove un atteggiamento altrettanto debole e anche un po’ catecumenale dove non esplicitamente ovattato e para-cattolico per non dire altro.

    Non capisco perchè lo Stato dovrebbe, come soluzione al problema, insegnare qualcosa come la storia del femminismo o perchè dovremmo introdurre tecniche di seduzione/inculcamento culturale stabilendo quote rosa nella composizione di ciò che leggiamo, dove è già irritante che lo Stato si insinui con le norme esistenti, nella nostra formazione. Peraltro si salta a piè pari la considerazione su quanto essa sia già carente (visto che dove i programmi di storia da sempre stentano a giungere alla seconda guerra mondiale e si salta completamente la educazione civica mi sembra lunare pensare allo studio specifico del femminismo). Ciò assomiglia al negativo delle campagne contro i nemici o a favore della razza che abbiamo già visto nella nostra storia: cosa può darci l’invenzione di un epos del femminismo? Una nuova mitologia? E pensiamo con questo di avere ottenuto altro da una mera versione del controllo, tipicamente maschile – sebbene sotto forma culturale? Come possiamo pensare che far leggere Virginia Woolf (dico dal punto di vista del metodo pedagogico sociale e non lettarario) possa essere la soluzione ai problemi fra uomo e donna? Infine non solo non trovo d’aiuto l’imbolsimento del femminismo storico o il suo arroccamento nell’accademismo militante: lo trovo ingiustificabile, incommestibile, nauseante come la stupidità della cultura monolitica maschile.

    Dovrebbe oramai essere chiaro che è proprio il modello maschile quello che è stato perseguito negli anni per il raggiungimento di una identità femminista (non femminile): la logica della mera creazione del diritto, del lobbismo, dell’esercizio della forza nel proprio piccolo (infine con inevitabili e devianti forme di asimmetrica rappresentanza e sostituzione, legate alla condizione di donne più ricattabili ancora incapaci di sostenere, comprendere e partecipare alla stessa lotta femminista da pari): tutte cose che hanno portato alle prostitute per strada dopo la legge Merlin, senza assistenza, e oggi alla legge sul femminicidio, senza un programma di tutela e di educazione diffusa calibrato e radicale (ma questa è una specificità italiana prima che maschile o femminile).

    Non serve aderire a una cultura maschile per ottenere in essa un riconoscimento. (Perché quella in cui viviamo è una cultura maschile come sappiamo.) Si deve creare una cultura femminile, prima ancora che del femminile. Le donne dovrebbero esprimere la propria femminilità sottraendosi alla dinamica di potere maschile. C’è forse piuttosto una mancanza di solidarietà femminile, di unità culturale fra le donne che andrebbe indagata. E semmai il problema non è neppure là – ché ancora saremmo nel tentativo di costruire un’egemonia culturale artificiale – ma nel fatto che non è necessario costruire un sistema di potere alternativo a quello maschile per sottrarvisi. E quindi neppure sostituire un uomo con una donna fra le nostre letture, o una guerra civile con una lotta di genere nei libri di storia. Certo la conquista della libertà è nella creazione di diritto, ma non il contrario. La persecuzione da sola non crea la certezza di un cambiamento di paradigma.

    Dov’è allora il problema, o meglio la soluzione? Nell’interazione. Per nulla nel partire da un sé “di genere” che è una mera astrazione che viene dalla logica “di genere” e la riproduce. La interazione è sia il problema che la soluzione. Cosa cerchiamo da una donna o da un uomo, in una coppia, in una famiglia? Le forme stesse della famiglia e della coppia che adottiamo ci permettono di credere che l’altro ci debba qualcosa, che sia sensato cercare da lui qualcosa di diverso da quello che vuole o può darci? Per quanto siano mutate e superate in questo secolo le attribuzioni in merito di certo i modelli non cambiano nell’arco di una sola generazione. E noi insistiamo a replicare modelli fallimentari di interazione sociale dietro cui si nasconde una intera iconografia dei ruoli predeterminata che poi anche nella stessa legge va dalla preferenza dell’affidamento della prole alla madre nelle cause di separazione, all’immagine del buon padre di famiglia. La legge (oltre alle garanzie che deve dare agli individui) deve occuparsi il meno possibile della interazione fra uomo e donna e di certo non deve entrare nel merito del dibattito culturale. Anche un piano educativo non può essere previsto nei termini della mera scolarità, ma della promozione sociale di una maggiore interazione o minor separazione fra i generi. La scoperta della fisicità e della percezione dell’altro, della nostra coappartenenza ad essa, nonché della femminilità maschile e della mascolinità femminile, partono dalla frequentazione, dal gioco, dalla non inibizione e censura delle differenze, da un miglior rapporto con la propria stessa sessualità. E questo è proprio l’opposto di un atto introspettivo maturo e astratto circa la propria mascolinità e la assunzione di una “colpa” ad essa connessa o di una promozione del femminile.

    La femmina può essere violentissima, anche con mezzi diversi da quello fisico. Può essere una stalker micidiale e tenere un uomo sotto ricatto. Può usare un qualsiasi potere di carattere maschile dissimulandolo come fosse solo eseguito, preso in prestito, o può sostituire un uomo in tutto e per tutto tenendolo come un vuoto involucro della propria volontà. E ci sono uomini a cui va bene così. E allora? Anche questo è patologico? Va amministrato? Forse però non tutto va amministrato e e forse ci sono elementi molto più patologici dei giochi sessuali che a letto implichino gesti violenti o dolorosi dove questi sono consenzienti e condivisi. La pari dignità non passa attraverso una omologazione di tipo “informativo” o “gestuale” e tantomeno sessuale. Solo un illuso può pensare peraltro che tutto ciò che facciamo abbia natura culturale, reversibile e controllabile. La nostra predisposizione biologica all’eccitamento o alla stessa risposta violenta, alla difesa o alla non difesa, sono parte integrante degli schemi comportamentali e psicologici oltre che individuali e acquisiti anche inconsci e in parte pre-determinati che sovrintendono alle ragioni complesse del rapporto uomo-donna alla pari di ciò che viviamo e leggiamo. Non si può risolvere così.

    Il cosiddetto femminicidio, neologismo destinato spero e credo a sparire come tutte le classificazioni di moda e improprie legate al metabolismo dei media, è pratica legata a strutture di relazioni protette da tutta la comunità, consentite, tollerate, perpetrate negli anni e nei secoli. Non esito certo a pensare che la detenzione di armi sia un deterrente per “qualunque” facilitazione e spinta all’omicidio, in ogni sua forma e che chi detiene armi abbia spesso un’alta idea del maschio visto come produttore di morte. Ma il problema di una donna che non si sente libera o in dovere di sottrarsi dopo il primo sfogo violento del proprio compagno da dove viene? Da dove viene questa accettazione? Dal disconoscimento della comunità, e quindi dalla disapprovazione e accettazione delle altre donne anche, nonché degli uomini? O da dove? Come si può schiodare non la comunità dei maschi ma la comunità che vive nel rapporto uomo-donna e portarla a intraprendere altre modalità di interazione?

    Sono sicuro che la scultura di Marc Quinn raffigurante una donna disabile nuda e incinta piazzata a Venezia a lato del sagrato di San Giorgio Maggiore, ha spiazzato per la evidenza della maternità, che è qualcosa di così comune e atavico che sa superare e integrare la debolezza della disabilità stessa, come segnale, e sfocia nella immagine della donna come potere e segreto di vita che ancora incide nella nostra percezione, e a ragione. Alcune donne di mia conoscenza davano per scontato, senza fonte alcuna, che fosse una maternità legata alla inseminazione artificiale non potendo pensare a un rapporto sessuale con una disabile. Eppure non è così. L’umanità femminile di Alison Lapper ha avuto la meglio e sta davanti a tutti nel semplice segno della propria naturalità: il concepimento. Altro che negazione della maternità come diritto della femmina ed emancipazione! Maternità e fissità o immagine dei ruoli familiari non sono la stessa cosa. Tutta la nostra sovrastruttura culturale non ha potuto quanto ha potuto un’opera d’arte che si appoggia a fenomeni molto meno razionali nella propria condivisione. Ed è a fenomeni irrazionali che ci si appoggia quando si parla di cultura: e proprio per questo non si può esercitare alcun controllo attraverso di essa (senza inibirne le potenzialità).

    La via per cambiare è la condivisione dei segni. Il loro non nascondimento. Ad esempio la pratica condivisa degli strumenti artistici più che la loro fruizione. Se praticassimo e producessimo di più con le donne, se fossimo spinti fin da piccoli (dando noi per primi un esempio ai nostri figli) a lavorare e giocare in gruppi misti forse molto cambierebbe. Si formerebbero anche esperienze mono-genere più articolate. Avremmo a che fare più con la donna e meno con la sua immagine. Gestiremmo ed esprimeremmo nel concreto le dinamiche del desiderio. Riconosceremmo la nostra debolezza e la nostra forza per tempo, in un contesto protetto. Non lasceremmo alla divisione di genere la possibilità di replicarsi attraverso l’abitudine, in noi e nei nostri figli. La coppia sarebbe una forma di accordo fra uomo e donna, prima di tutto, prima che la corrispondenza a modelli di comportamento esistenti e ci emanciperemmo da questa insulsa versione dell’immagine mariana che non può corrispondere solo all’assunzione su di sé della responsabilità di tutti, all’assenso a divenire mezzo per l’espiazione della colpa, alla cura “a perdere”. E’ di questo modello triste che è impregnato l’atteggiamento e l’articolo di Raimo. Qualcosa che replica un modello inattivo di femminilità, che non può trovare spazio oltre manifestazioni o proteste pubbliche – che personalmente credo siano strumenti poco efficaci dove non dannosi.

    Razionalità e irrazionalità sono sempre confuse, caro Raimo (altrimenti, en passant, Berlusconi non sarebbe vincente nei sondaggi dopo vent’anni e alcune condanne, ma è così). E questo non può nel caso del rapporto uomo-donna in ogni caso essere causa di femminicidio né può diventare occasione per sprecare una definizione così delicata come quella di zona grigia. Le due cose non sono consequenziali. E forse tutta questa consequenzialità è anzi parte di un pensiero maschile che intrappola socialmente il femminile. Il problema non è che l’immaginazione dell’atto violento corrisponde a una predisposizione all’omicidio. La violenza ha un linguaggio che è mediato a seconda dei contesti, calibrato, e diffuso fra uomo e donna senza distinzione. Non si può parlare di un atto consumato o realizzato come di un gesto immaginato che può anche assumere una funzione positiva nell’equilibrio tra uomo e donna, e quasi omeopatica, e rientrare in dinamiche di percezione del segno che vanno proprio ad elaborare un bilanciamento dei comportamenti ordinari. Tutto quello che è amministrazione puritana e predeterminata dell’immaginario è solo censura, tentativo di controllo inefficace e ha, in questo, il discorso di Raimo, un sapore sovietico, nel suo lato patriarcale.

    Non si impazzisce a caso, irrazionalmente, ma proprio seguendo schemi culturali schizofrenici e schismogenici e promuovendo metodi e soluzioni ad essi affini, come ad esempio l’imposizione di contenuti culturali o leggi in una società incapace persino di atti di solidarietà quotidiana. (Perchè non concentrarsi culturalmente sul favoreggiamento da parte di tutti coloro che accettano che il vicino di casa meni la moglie? Non sarebbe più corretto?) La zona grigia non è assolutamente prerogativa maschile, così come non lo era sotto il nazismo che perseguiva anziché la donna come donna altre identità e minoranze semplicemente in quanto sé stesse. La zona grigia è trasversale e prende dentro uomini e donne. Così come la Arendt spiega che l’inefficacia della deportazione in Danimarca fu determinata dalla mancanza di collaborazione da parte delle autorità locali (ebraiche e non ebraiche, danesi) e sfumò in una occupazione di fatto impotente da parte tedesca. Così come la stessa Arendt non arriva a colpevolizzare un popolo: qui non si può colpevolizzare un genere. La zona grigia di Levi presuppone un sistema di collaborazione e ricatto complesso che in questo caso fa riferimento, prima che allo Stato, alla stessa società che genera e nega la sanzione della appartenenza a sé degli individui. E sono gli individui che vanno protetti e per i quali vanno creati diritti. Non i generi.

    Come accaduto per altre categorie, qui si fanno operazioni a metà che servono a non incidere sui comportamenti sociali che le isolano ma a facilitare solo la formazione di un’ennesima lobbie asimmetrica, e fornire un contentino all’elettorato corrispondente, un po’ di polvere sotto al tappeto. E il “sempre meglio che non averla” (la legge in sè va benissimo che si faccia) non è incisivo rispetto alla soluzione del problema. Che deve passare per atteggiamenti concretamente divergenti da quelli attuali altrettanto bipartisan secondo i quali la Carfagna è etichettata da personalità di sinistra come prostituta e la Kienge subisce auguri di violenza carnale da destra. Altro che abulia. Siamo in piena fecondissima produzione (e non consumo!) di immagini fomentanti l’odio di genere, si potrebbe dire, se non fossero però cosa diversa il caso privato personale e la mediazione pubblica di un conflitto e delle immagini ad esso collegate.

    L’articolo di Raimo non aggiunge profondità al dibattito e non individua soluzioni adeguate al problema, che risiede nella promozione di nuovi modelli di interazione uomo-donna, non regolati per legge, ma suggeriti e diffusi per gioco, per finta, per convenzione, per simbolo, per accordo prodotti da chi li deve assumere e non eseguiti, emulati, acquisiti per induzione o punizione (per quanto questa diventi inevitabile), che non sono che la traduzione di un immaginario pre-esistente, amministrato, tutte azioni tipiche dell’atteggiamento culturale maschile. E nel caso della malvagia banalità dell’ “esecuzione” di qualcosa di già fornito dallo Stato, o da chi per esso, appartengono a un immaginario addirittura militare.) Non sarà mettendo un segno meno a un numero negativo che lo trasformeremo in positivo: milioni di maschi e di femmine collaborano a un regime maschilista. Non è un problema di algebra giuridica. Anzitutto serve forse smetterla di parlare di noi maschi e noi femmine.

    Infine forse può tornare utile prendere le immagini per quel che sono, senza pregiudizi. Inoltre capire perchè le donne sono fatte più oggetto di aggressione e perchè la subiscono prima ancora che nell’omicidio, nella tortura quotidiana. E poi perchè e quali forze sociali sono in gioco nella determinazione dei diversi atteggiamenti culturali inerenti le differenze di genere. Questo andrebbe forse dibattuto, anche nelle scuole, con attenzione alla contemporaneità e non alla costruzione di una cosmogonia femminista. Che è cosa diversa da confondere il corteggiamento con lo stalking: il tentativo di dare un bacio dalla violenza sessuale, o il portare un abbigliamento succinto come induzione alla violenza.

    Non si può confondere tutto e non si possono irregimentare i comportamenti sociali e culturali. Le immagini hanno un peso e una funzione diversa dagli atti reali. Quale? Come decodificarli? Perchè si sta insistendo ad esempio sulla idea di femminicidio anziché focalizzarsi sul contrasto alla violenza domestica cui è quasi sempre connesso, per esempio e alla responsabilità di chi è vicino? Sono tante domande che vanno approfondite e non possono trovare soluzione in un articolo che propone un mea culpa puritano, basato sulla adozione o riprovazione di un’iconografia o di un immaginario di cui non si riconoscono origini, effetti e funzioni complesse.

  35. Daniela scrive:

    ho scritto un libro, storie di donne vittime di violenza e non solo, ne è stato tratto uno spettacolo teatrale che hanno visto in molti. Il libro non ha incontrato il favore delle case editrici ma per me una delle soddisfazioni più grandi di questa avventura sono stati alcuni commenti “maschili”, un paio dei quali ringraziavano per essersi addentrati nel mondo femminile da una prospettiva diversa. Non citazioni nè saggi dunque in questo post, ma una semplice testimonianza. L’attenzione è sempre sotto la spinta della cronaca che ci obbliga a prendere coscienza dei fatti che accadono, mai a favorire una cultura che vada nella direzione opposta.
    Grazie a Christian Raimo per questo articolo

  36. Anna Genovesi scrive:

    Ottimo articolo, senza dubbio. Non hai studiato filosofia a Roma a Villa Mirafiori o sei molto giovane, altrimenti come evitare i corsi di Antropologia Culturale di Ida Magli?
    Purtroppo siamo in piena recessione culturale anche tra le giovani donne, direi.
    Anna

  37. Christian Raimo scrive:

    @Amerigo, ti avevo scritto una lunga risposta che per sbaglio ho cancellato. Provo a risintetizzarne il senso: hai ragione su molto di quello che scrivi (lo dico non per captatio benevolentiae né per ridurre il peso delle critiche che fai), ma perché nel mio pezzo manca una parte consistente, e fai bene a sottolineare questa mancanza. Questo post è un pezzo sulle premesse, dice: io maschio dei limiti (intellettuali e culturali grandi), la società italiana è fortemente maschilista. Sono premesse banali – lo riconosco a chiare lettere alla fine del pezzo, spero – che però raramente vengono fatte, e che secondo me sono fondamentali per dare il tono a un dibattito che sono contento anche in questi commenti vola spesso molto più alto del mio pezzo. È un presentarsi a un collettivo di autocoscienza che vede maschi e femmine insieme.
    Quello che manca è una discussione sull’interazione come la chiami tu, come il riconoscimento della pluralità delle questioni. Se quest’articolo fosse una ricetta o se servisse per autoalimentare un ego da maschio sensibile, sarebbe un Severgnini 2. Se serve, serve per me a provare a tracciare uno stile. Portare in uno spazio pubblico di discussione quello che quasi sempre è privato: la propria educazione sentimentale e emotiva, la propria esperienza relazionale. Altrimenti ragioniamo su modelli astratti, e questo può indurre solo a riduzionismi: tu ne paventi alcuni – quelli di genere, o quelli moraleggianti.

    Per me è fondamentale un discorso sulle relazione sentimentale e sulla violenza. Ma questi due discorsi devono venire fuori da una pluralità di prospettive: se il mio punto di vista è enfatizzato rischia appunto di passare per catecumenale. La mia ricetta è minima: non è possibile che le librerie italiane non abbiano i libri di Carla Lonzi o che delle star del pensiero mondiale come Judith Butler in Italia siano delle pensatrici di nicchia. O come la stessa Hannah Arendt viva tuttora una marginalizzazione universitaria.

    Sono convinto che la società italiana ha dimenticato il pensiero femminista e lo ha relegato in una sua caricatura, cosa che è servita chi era intellettualmente debole o in malafede a trovarsi un suo spazio di potere anche. Riconoscere i diversi valori del dibattito serve a scompaginare le appartenenze a fare di una dialettica laica.

    Per questo sono contento che il tuo commento appunto entrasse nel merito. Proverò a rispondere puntualmente alle obiezioni che fai con un post più lungo e meditato. Grazie.

  38. elena scrive:

    Queste riflessioni (molto tardive) siano benvenute.
    Aggiungo una postilla. Il neologismo “femminicidio” usato in questo contesto, non mi ha mai convinto. Esistono forse maschi di qualche specie animale che fanno violenza o uccidono le femmine del loro branco? Non mi pare.
    Nello specifico di cui si sta trattando ci sono uomini che fanno violenza sulle donne. Questo, secondo me, è il vero nome.
    Frase troppo lunga da adottare in un linguaggio comune? Solo questo il motivo per cui non viene sottolineato?

  39. Amerigo scrive:

    @ChristianRaimo. Nonostante la lunghezza del mio contributo spero possa aiutare in qualche modo all’articolazione della questione. Riconosco proprio e anche in questa tua disponibilità all’ascolto, un segno che conferma la bontà del gesto di autoesposizione e l’intenzione che hanno mosso la scrittura nel post e spero in un’efficacia decostruttiva dell’approfondimento del dibattito. Grazie molte intanto di questa risposta. Continuo a seguire tutto.

  40. DaniMat scrive:

    Una strada buona, a mio parere, è che si smetta tutti -donne e uomini- di parlare sempre e solo il linguaggio del potere, che si tratti di potere detenuto e esibito, o si tratti di potere auspicato o invidiato o puntato come obiettivo. Parliamo un linguaggio di incontro e non di competizione. Parliamo, addirittura direi.

  41. Maria scrive:

    Concordo con l’impressione che molte donne siano maschiliste ed educhino in tal senso sia femmine che maschi. Credo che questa sia una delle radici del problema.
    Penso a mia nonna, a come ha educato mio padre a farsi servire e accudire, per cui ha vere difficoltà a dire “per favore” e “grazie”.
    Penso a mia mamma e al coraggio che dimostra ogni volta che tiene testa alla prepotenza e alla fragilità di un uomo bambino.
    Penso a molte mie amiche che si sono accontentate di un uomo in particolare, pur avendo sperato a lungo di “trovare di meglio”, perché ad un certo punto hanno pensato che se non si fossero “sistemate” non avrebbero saputo come apparecchiarsi l’esistenza.
    Penso soprattutto a me stessa, al mio desiderio di essere protetta, di poter essere fragile, mentre spesso mi tocca essere forte, e alle volte in cui mi sorprendo ad immaginare che arrivi un uomo a mettere a posto le cose.
    Penso che tutti i medici che ho scelto in vita mia sono maschi, dal dentista al fisioterapista.
    Che la mia prima preoccupazione, lavorando con decine di persone diverse ogni anno, è essere accettata dai maschi.
    Tra tutti i libri che leggo pochi sono di donne, perché quei pochi che ci sono sul mercato o in biblioteca non sono quasi mai la mia prima scelta.Mi stanno simpatiche le attrici, ma se poi fanno le registe mi interessano di meno. Ho uno o due dischi fatti da donne, credo sia un 1%.
    Non mi affiderei ad una donna per riparare un dispositivo elettronico o un’auto, per prendere le misure degli infissi.
    Di esempi potrei farne ancora…

  42. Gloria Gaetano scrive:

    L’articolo di Christian è denso e motivato.

    Ma io vorrei risalire un po’ alle radici e alla storia del patriarcato, che vige ancora e accennare alla necessità di un’educazione sentimentale anche e soprattutto per gli uomini. Si tratta di un lavoro molto lungo, che affronterò successivamente, ma è indispensabile per non ripetere i luoghi comuni sulla violenza, laguerra, le carratteristiche di genere etc.

    Diciamo allora, per semplificare,che la polarizzazione patriarcale del mondo odierno e la consapevolezza che i valori in cui viviamo immerse non possono venir considerati come scontati.

    E’ necessario analizzare le ragioni che hanno portato all’instaurarsi di forme sociali patriarcali ma anche attivare la consapevolezza di quali ruoli i valori patriarcali giocano nella nostra società e dentro di noi per lavorare verso il riscatto di quei valori matriarcali che possono creare reali possibilità di cambiamento

    Il termine “femminicidio”, nato in occasione della strage delle donne di Ciudad Juarez, indica la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna «in quanto donna». Il testo illustra le tesi elaborate in Centroamerica sulle cause del femminicidio ed espone i meccanismi di indagine e di denuncia, i risultati di ricerche locali, le politiche sviluppate, la richiesta di riconoscimento giuridico del femminicidio come specifico reato e crimine contro l’umanità.

    La paura e la sottomissione delle donne.

    Secondo Clarice Lispector, l’atto di addomesticamento, il tagliarsi le unghie, simbolicamente, significa anche perdere la propria forza di reagire, di opporsi e ribellarsi.
    Le donne devo riacquistare la forza e la capaità di dire no, non assoggettarsi e obbedire. E’ questa nostra condiscendenza al maschio che ci ha tolto tutto, mentre dobbiamo riprenderci forza e violenza.Che è poi una violenza sistemica, non brutale, per ritrovare tutte le nostre poetenzialità e affermarle con vis polemica, con violenza, perchè altrimenti rimaniamo immobili.Non si vive solo per il presente…

    BISOGNA COMINCIARE AD ACCOGLIERE E CONOSCERE I SENTIMENTI

    Educazione sentimentale

    Non sarebbe male poterlo imparare: come si fa a non lasciare la mano dell’altro. Si potesse insegnarla a scuola, una cosa di questo tipo. Lezioni su come impedire al mondo assurdo di rendere assurda anche la nostra vita amorosa.

    In realtà, i legami tra i corpi delle persone sembrano farsi sempre più imprendibili, scivolosi, lubrificati, mentre la gran parte delle lezioni amorose-fisiche disponibili è costituita oggi dai filmini porno in rete. C’è qualcosa di complementare nel voyeurismo mediatico verso le immagini delle sommosse urbane, macchine bruciate, ragazzi in scarpe da ginnastica che sfondano vetrine sotto gli scatti dei fotografi, e le immagini dell’ennesima ammucchiata o gang bang. In entrambe le situazioni, un bacio sembra impossibile

    L’amore dei corpi, nei corpi e la pornografia

    I corpi. Da decenni la pornografia insegna ai ragazzi l’anatomia dei corpi e dei loro incastri. Abbiamo in molti di questi ricordi: andare con gli amici a caccia di riviste porno dietro qualche casolare di periferia. Le pagine appiccicate dallo sfogo di qualcun altro. Oggi l’impero del porno non ha confini, ci si può appassionare alle prodezze di una pornoblogger coreana o selezionare su youporn i gusti più specifici. La sessualità del mondo che si affaccia in una stanza. Dice uno degli ultimi fascicoli del Censis, parlando dei giovani che sviluppano dipendenza dalla rete: “Per questi soggetti l’uso di internet assume i caratteri di una pulsione irrinunciabile […], il prevalere di una dimensione quasi esclusiva di autoreferenzialità che preferisce fare a meno del rapporto con l’altro, anche nella sessualità.” Troppe seghe, insomma, secondo il Censis.

    Come insegnano i romanzi, a partire dall’Educazione Sentimentale di Flaubert, ogni educazione amorosa è anche politica, sociale, storica. Viviamo abbracciati alla nostra epoca e un’educazione porno di massa corrisponde a una società intimamente porno. Eppure non smettiamo di sognare che quel bacio o quel tenersi per mano siano possibili. E che nel mezzo del fumo e della battaglia qualcuno ci cercherà; ci abbraccerà; ci amerà.

    Per continuare e precisare rimando al mio saggio Storia delle donne, a quello di Galli ‘Cronwell e Afrodite, A Pinkola Estès E a tutti i libri di Lella Ravasi Bellocchio, A Bloch, a molti studi di antropologia etc

  43. Gloria Gaetano scrive:

    Vorrei aggiungere che da poco le donne votano, da poco vanno a scuola, da poco leggono….
    E più diventano brave nei vari campi artistici letterari etc, , più scatenano la competitività degli uomini, la voglia di annullarle, di distruggere e disprezzare le abilità, i talenti, la capacità di occuparsi di tante cose, anche dellla ‘cura’.
    Non hanno nessuna voglia di rispettarle e riconoscerele loro capacità, la loro polivalenza …. Se fossero sempre un po’ gentili, sottomesse, come venivano preparate una volta per il matrimonio ….Se…. E poi, si sa, l’uomo è cacciatore, predatore, adultero, va alla guerra, ha una violenza istintuale irreprimibile, che occorre alla società
    e al potere…. E tante belle sciocchezze di questo genere, che si ripetono nei discorsi, nelle giustificazioni……

  44. Gloria Gaetano scrive:

    @Amerigo Tutte quelle coseche annoiano i maschi e che dovrebbero fare,servono per conoscrci meglio, per ascoltarci reciprocamente, per fare un tratto di strada insieme comprendendo e ascoltando, se è possibile… se non si rifiuta l’en-patia e la condivisione… Cnoscere ascoltare se stessi è difficile, figuriamoci l’altro-da-sè

  45. PAOLO BARILLI scrive:

    Ho letto tutto l’articolo, che non è “conciso”, e pure i commenti; e anche se penso alla necessità di non essere superficiali, cavolo, fare commenti come quello di “Amerigo”, lunghi quanto basta ad affaticare gli occhi, oltre che la mente di media capacità come la mia, non è la cosa più utile per avere qualche informazione in più. Poi mi ha meravigliato che nessuno, ma proprio nessuno, a meno di qualche riferimento molto indiretto, abbia accennato alle colpe di una educazione nostrana esclusivamente religiosa. E che tra l’altro prevede e afferma, e impone, che la coppia, consacrata dal matrimonio, sia “indissolubile”! Certo oggi la legge prevede il divorzio, ma la cultura rimane, e quanti maschi, e anche femmine, “credono” e “sostengono” accanitamente, al valore “assoluto” dell’amore vero, quello che non finisce mai, se è “amore vero”? Le conseguenze, soprattutto sui poveri di mente e di cultura, saranno inevitabilmente deviati. Sì, penso che le religioni, tutte, ma soprattutto quelle monoteiste, e quella “cristiana” di sicuro lo so, sono responsabili di molte colpe, compresa questa, dove tra l’altro, ancora viene professata una assoluta sottomissione della donna. Certo, ci vorranno generazioni per avere un cambiamento, suggerirei, oltre a tutte le belle parole che ho letto qui, di aggiungere anche questo mio piccolo suggerimento “evolutivo”: la fine dell’assolutismo religioso (fra qualche secolo ovviamente).

  46. monica scrive:

    maria…ma di cosa parli?? dici che se hai bisogno di un elettrauto ti rivolgi ad un uomo mentre se devi fare l’orlo ad una gonna allora ti rivolgi ad una donna….ma cosa c’entrano queste differenze banali con il problema vero in questi ultimi casi di violenza….ossia la vulnerabilità dell’EGO maschile….il loro essere vittime del proprio narcisismo ed egocentrismo che gli impedisce di gestire con maturità e razionalità un abbandono……non mi tirate sempre fuori questo Femminismo (usato magari come attenuate per gli omicidi.) .di cui molti degli ultimi stalker ed assasini neanche hanno mai sentito parlare…il problema di questi uomini è la mancata accettazione di una identità femminile e libertà di scelta…..della ns libertà di poter dire NO! noi pensiamo di essere libere di lasciare (come loro fanno con noi …) e invece no…non possiamo permettercelo perchè è un OLTRAGGIO al loro Ego debordante e alla loro identità di MASCHIO….su questo gli uomini devono intervenire…..sulla loro mancata evoluzione e sproporzionato sviluppo dell’Ego…sulla loro incapacità di essere umili nei confronti dell’altra persona….quante stragi dovremmo fare noi donne per tutto il dolore che l’uomo ci ha provato nel corso dei secoli, con donne illuse e ingannate, abbandonate con un figlio da crescere, tradite e poi se non ubbidienti fatte fuori..magari perchè scoprivano che il marito aveva un’amante….quando dolore dobbiamo ancora subire ad opera del MASCHIO?…..come possiamo tutelarci? i contributi intelluttuali che ho letto finora da parte degli uomini non mi tranquillizzano affatto…si, dovremmo coalizzarci noi donne è vero….allontanare il partner al primo sintomo di squilibrio mentale….anche perchè il loro Ego malato gli altera la percezione della realtà…
    si, non esistono casi nel mondo animale in cui la specie maschile uccide la controparte femmina….è una aberrazione del genere umano MASCHILE…..

  47. Paolo1984 scrive:

    Maria, per quanto sia importate sapersela cavare da soli/e nella vita, di per sè desiderare protezione (da un uomo o da chiunque) di per sè non è maschilismo..forza e fragilità fanno, in misura diversa e n maniera diversa, parte di tutti noi.

    Tagliarsi le unghie o farsele crescere non credo c’entri con la sottomissione (io me le taglio, comunque)

  48. Giancarlo scrive:

    Non mi riconosco nel maschio che si nasconde dietro la lunga lista di notizie che stanno contrassegnando questi ultimi anni. Ne ho parlato, spesso annichilito, con colleghi di ambo i sessi, ne ho parlato con amiche e amici, ne ho parlato con i miei due figli maschi e non di meno rivolgendomi a me stesso in completa solitudine. Sono sempre prevalse sensazioni di disagio e tristezza mista a rabbia, incredulità e sdegno.
    Ma nel profondo ammetto anche di aver pensato che l’efferata violenza prestata dal maschio scaturisce da una violenza ricevuta, vuoi per un rifiuto ad un agognato ricongiungimento o per gelosia morbosa quanto per un abbandono non accettato e se poi ci sono figli di mezzo la questione assume dimensioni ben peggiori. Sono forme di violenza ben diverse, in parte dipendono dalla differente natura aggressiva insinuata nell’istinto, in parte dalle educazioni ricevute, la prestanza fisica viene da sè. Con questo non giustifico alcun atto violento di qualsiasi genere, figuriamoci le esecuzioni alle quali stiamo assistendo, dico soltanto che il maschio esprime violenza dopo averla ricevuta, tutto ciò che segue e’ orrore.

  49. massimo scrive:

    Ho picchiato la mia compagna.
    Non me ne pento.
    Ho subito violenza e ho sentito il bisogno e la necessità di rispondere nello stesso linguaggio a un torto subito.
    Con questo non voglio sentirmi giustificato, ma caso mai ribadire un errore che per me però è stato moralmente e eticamente necessario.
    Il dolore non passa inosservato e non deve passare inosservato.
    Chiunque offenda una persona deve essere in grado di sopportarne la conseguenza.
    Non mi piacciono le teoria del sesso debole e indifeso
    non mi piacciono perchè credo che tra i due sessi ci sia un diverso punto di interpretazione e pratica del concetto di violenza.
    Sono stato tradito per interesse.
    Ho subito le peggiori umiliazioni in nome di un sentimento professato e che alla fine è risultato un termine di scambio bieco e umiliante.
    Cosa avrei dovuto fare?
    subire?
    Non è nelle mie corde.
    Non è un problema di mascolinità, ma di dignità
    Ho sofferto e non mi è sembrato logico far passare il mio dolore per la strada del normale.
    No, il mio dolore come nessun dolore è normale.
    esiste una causa e se questa causa diventa chiara bisogna fare qualcosa.
    reagire al sopruso e se la reazione prevede violenza è violenza di risposta e non originaria o indifferenziata.
    Ho ripagato il mio dolore con lividi e sangue.
    non me ne pento, lo rifarei.
    Perchè se si procura dolore bisogna essere in grado di capirne la risposta.
    perchè esiste una violenza immateriale che uccide e distrugge
    e io mi sono difeso.

  50. Paolo1984 scrive:

    la violenza fisica può essere utilizzata “eticamente” per difendersi da altra violenza fisica o contro chi sta cercando o ha cercato di ucciderci fisicamente o ci ha violentato o, complottato per ucciderci, per fare del male a noi o i nostri cari. o contro chi minaccia seriamente di farlo
    Non è il tuo caso, massimo…andare a letto con un altro (per interesse o per altri motivi) è una cosa brutta, è un tradimento della fiducia ma non giustifica ai miei occhi la violenza fisica..non verso la donna che dicevi di amare. Tanti uomini (e non solo) hanno subito quello che hai subito tu..magari sono stati tentati dal reagire come te, ma non lo fanno decidono di non farlo, non procurano lividi e sangue alla compagna che li ha feriti e non vuol dire che soffrono di meno. io li rispetto.
    potevi reagire in tanti altri modi..potevi coprirla di insulti e andartene..invece hai scelto di picchiarla e sei responsabile di questa scelta, e non ti stavi difendendo da nessuna minaccia alla tua vita..non usare il termine difesa perchè il torto che hai subito non era tale da giustificare una reazione fisicamente violenta..non verso la tua compagna

  51. Maurizio scrive:

    Gentile signor Raimo, stavo leggendo con molto interesse questo suo lungo post, che trovo (almeno fin dove l’ho letto) pieno di buon senso, sensibilità e spunti stimolanti. Poi sono sobbalzato a questa sua frase: “[…[le sensate obiezioni sulla debolezza statistica, avanzate tra gli altri da Fabrizio Tonello e da Davide De Luca”. Mi cascano le braccia, confesso. Ma sensate perché? Sulla base di cosa, in nome del cielo?
    Sui numeri del femminicidio Loredana Lipperini, coadiuvata dal sottoscritto, ha condotto una vera e propria battaglia che si è conclusa, a mio modo di vedere, con la totale annichilazione degli argomenti esibiti da moltitudini di statistici della domenica, tra cui spiccano per superficialità proprio Tonello e De Luca. Anche nel libro scritto a quattro mani da Lipperini – Murgia (L’ho uccisa perché l’amavo – Falso!”) c’è una sezione dedicata ai numeri, quella pure scritta con il supporto di uno statistico professionista (che sono io). Non sto qui a ripetere i punti deboli dell’argomentare di questo esercito sterminato di negatori aprioristici (negazionisti, li chiama Loredana, con termine ben più qualificante); l’evidente e disperante inutilità di questo sforzo, testimoniata per l’ennesima volta anche da un commento di una persona come lei, che mostra sensibilità al tema, mi scoraggia dal farlo; mi limito a indicarle il post del blog di Loredana in cui si è polemizzato ferocemente con costoro, proprio a cominciare da Tonello e De Luca, che si sono ben guardati dal replicare anche se chiamati in causa in modo diretto, con nome e cognome: http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/05/27/il-fact-screwing-dei-negazionisti/.
    Apprendo dal suo post che De Luca, a distanza di un paio di mesi dalla suddetta polemica, ha ripreso le sue argomentazioni e le ha riproposte, identiche, come se non fossero mai state confutate. Questa è furberia italiota, non so come altro qualificarla.
    A lei, signor Raimo, vorrei chiedere un paio di cose e spero che abbia voglia di rispondermi. La prima, ovviamente, è il perché del suo giudizio sull’argomentare di Tonello e De Luca (“sensate obiezioni”): non ha letto il libro di Lipperini – Murgia o non condivide la confutazione di quelle argomentazioni che il libro contiene? Nel secondo caso, le raccomando la lettura del post che le ho segnalato e della discussione che ne è seguita: ci metterà parecchio tempo, ma se davvero ha un minimo di interesse al fenomeno penso che la troverà utile. Lì la confutazione è più esplicita, chiara, documentata e definitiva di quanto non sia nei libro. La seconda cosa è il senso della sua frase: “una rivendicazione di questa legittimità sul blog di Giovanna Cosenza, per esempio, dove per me si bypassano anche le sensate obiezioni sulla debolezza statistica, avanzate tra gli altri da Fabrizio Tonello e da Davide De Luca”. La mia perplessità è la seguente: se quelle obiezioni fossero davvero fondate, come potrebbe essere lecito parlare dell’esistenza di un fenomeno e dargli un nome? Perché, se ho capito bene, lei in quel discorso si esprime favorevolmente in merito all’opportunità di inquadrare una certa successione di eventi come fenomeno a sé stante, degno di essere indicato con un sostantivo apposito (“femminicidio”). Ma – ripeto – se davvero “il femminicidio non esiste” (perché è esattamente questo ciò che sostengono Tonello, De Luca e i loro epigoni), come fa lei a sostenere che queste persone dicono una cosa sensata e però il fenomeno è degno di un nome? Dovremmo forse dare un nome a una cosa che non esiste?
    Concludo facendole notare che le argomentazioni “sensate” di Tonello&C. sono state sostenute, finora, da “esperti” di ogni genere tranne che dagli unici che sarebbero titolati a farlo: gli statistici professionisti. E’ forse uno statistico Tonello? A me risulta che insegni Scienza Politica; lo è De Luca? No, fa il giornalista, se non ricordo male; Patruno (altro autotitolato fact checker, che però ha avuto l’onestà di intervenire nel dibattito) fa il notaio. Cosa autorizza tutta questa gente ad autoaccreditarsi come “fact checker”? In cosa la loro lettura dei numeri dovrebbe essere più affidabile, più acuta, più veritiera di quella che una persona non competente in materia può fare da sola? Per fare fact checking bisogna (bisognerebbe) avere una qualche esperienza professionale specifica. Guardi, non sto sostenendo che abbiano diritto di esprimersi solo gli addetti ai lavori: dico però che il fact checking lo può fare chiunque solo se ci sono fatti da portare alla luce, come potrebbe essere per un episodio di cronaca; ma se i fatti sono in realtà dei numeri soggetti a interpretazione, perché un notaio, un giornalista e un docente di un’altra materia dovrebbero godere di una qualche autorevolezza rispetto a lei e a chiunque altro, spacciando per verità le loro illusioni ottiche?
    Quando la polemica è divampata io mi aspettavo di dover dibattere, prima o poi, con qualche collega preparato; magari con degli accademici (io non lo sono, avendo preferito il lavoro in azienda a quella carriera). Non è successo, e non credo che il perché sia da ricercare nel disinteresse degli statistici per la violenza di genere; piuttosto, la ragione sta nella pochezza delle argomentazioni esibite dai negazionisti.
    E adesso posso riprendere la lettura del suo post, il cui prosieguo probabilmente apprezzerò quanto ho apprezzato la prima parte. Peccato, questa sbavatura sui fatti…

  52. Christian Raimo scrive:

    @Maurizio

    Stimo Tonello e De Luca per il lavoro che fanno in genere e non li reputavo e non li reputo dei “negazionisti” in questo caso, ma degli scettici: in questo caso volevo dire sono stati utili scettici, sono state “sensate” le loro obiezioni perché sono quelle che potevano venire in mente a chi tratta la questione “femminicidio”. Obiezioni che tu contesti con esaustività, potevo citarlo nell’articolo, hai ragione, lo farò in futuro spero, lo faccio qui intanto. Citavo il blog di Cosenza perché secondo me riusciva a tagliare in modo gordiano la discussione, riuscendo a tenere il punto sulla definizione culturale del femminicidio e non facendone una questione esclusivamente giuridica. Insomma, grazie per la puntualizzazione e scusa per la mancata citazione.

  53. ho letto il suo post Raimo, e lo condivido. In merito alla citazione “negazionista” sulla statistica delle violenze di genere, ho appreso dal commento dello statistico -di professione- la confutazione da lei segnalata. Penso sia molto grave non avere maggiori informazioni corrette sui”numeri” che poi consentono letture ed azioni. Ma non me ne stupisco. Moltissimi sono i casi e le “realtà” che vengono rappresentate e presentate “statisticamente” senza che ci sia una rispondenza certa e credibile. Penso sia però un problema importante,ma non decisivo. Vorrei sottolineare che anche questo è un aspetto del “contesto culturale” mediocre per non dire colposo che cospre,mistifica ed allontana dall’affrontare i problemi e,come lei stesso tenta di fare,dare risposte,proporre cambi,anche a medio lungo periodo di ottica e di abitudini. Dalla lettura di genere sin dalle scuole elementari alla denuncia di educazioni che sottendono quasi inevitabilmente,atteggiamenti e sentimenti radicati di machismo. Sono vissuta in una famiglia laica,con un padre “violento” in senso buono,ossia,tanto troppo giovane,da ritenere che per essere autorevole,bisognava essere autoritario. Mio nonno materno,laurea alla normale di Pisa 1903, – lo riteneva un “bravo giovane” e lo era davvero…ma era lo stesso spesso violento. Io non ho mai tollerato uomini così,mia sorella ne ha conosciuto uno a 15 anni a da 40 accetta le sue violnze psicologiche e fisiche…CHE DIRE? C’è molto da fare, molto da riflettere,molto da legiferare. La ringrazio per questa sua riflessione pubblica. L’otto mar

  54. Maurizio scrive:

    @Christian Raimo: grazie per la sollecitudine della risposta. Spero che in futuro, se ti troverai nuovamente a parlare di questo tema, vorrai essere più esauriente sui numeri. Non c’è bisogno che citi il mio nome: io non ci tengo in modo particolare e ai più direbbe assai poco; molto meglio la sostanza degli argomenti. Faccio un’ultima considerazione, di carattere molto generale, che non so se può riguardarti in modo diretto o no, ma credo sia importante. In Italia si tende a discutere senza il supporto dei numeri, ritenendo che i fenomeni siano degni o meno di attenzione sulla base esclusiva di considerazioni valoriali. Questo atteggiamento è più frequente nelle persone che si occupano di quelle che, in modo orrendo, vengono spesso definite “tematiche umanistiche”. Nel mondo anglosassone, in genere, non è così: i fenomeni vengono definiti anche in rapporto alla loro dimensione quantitativa e c’è maggiore consapevolezza del fatto che i numeri, al pari delle parole, sono gli elementi base di un linguaggio. La loro manipolazione genera percezioni distorte della realtà, come ben sanno tutti quelli che producono sondaggi artefatti proprio per generare una percezione del mondo in grado di rendere vera se stessa. Pratica molto diffusa, da diversi decenni a questa parte. Soprattutto in politica. A un livello meno filosofico e più concreto, uno statistico sa che una parte abnorme del dibattito politico verte su argomenti di nessun rilievo pratico, intorno ai quali si disperdono energie (e attenzione del pubblico) che non vengono indirizzate verso problemi reali e ben più impellenti: rientra in questa categoria il dibattito infinito sui costi della politica, che se pure fossero azzerati darebbero all’economia del paese un contributo assai prossimo allo zero. Ma qui pressoché tutti pensano che dimezzando i parlamentari e decurtandogli lo stipendio (misure sacrosante, ma certo non risolutive) la crisi scomparirebbe d’incanto. Questo lungo excursus mi serve per richiamare l’attenzione sul fatto che mettersi a parlare di numeri (anche) di fronte alla concretezza dirompente di un omicidio non è necessariamente un riflesso autistico da ragionieri emotivamente amputati: farlo con equilibrio e consapevolezza è anzi l’unico modo per capire fino in fondo di che cosa stiamo parlando. So bene che questa è una perorazione “pro arte mea”, ma inviterei tutti quelli e quelle che quando si parla di numeri tendono a sorvolare, ritenendolo un tema accessorio e per lo più fastidioso, a riflettere a fondo sulla mutilazione che stanno infliggendo alla realtà dei fatti e, di conseguenza, alla formazione del proprio pensiero. In questo specifico caso, è accaduto che sedicenti fact checker abbiano potuto, proprio in virtù della loro presunta competenza a parlare di numeri, gettare fumo negli occhi a un sacco di gente, a cominciare da se stessi. Ecco, in un paese con una minima cultura scientifica (che poi non è diversa da quella “umanistica”, se vogliamo finalmente convincerci che il sapere è uno e non una collezione di frattaglie), questo non sarebbe stato possibile.

  55. Eva scrive:

    Il respiro che si fa a affanno, le pupille che si dilatano, il sudore che cola dalla nuca e appiccica i capelli, voci che sono latrati, l’odore del corpo, il nostro corpo, che cambia, si fa acido e sconosciuto, come la donna/l’uomo che ci è davanti: colei/colui che credevamo di conoscere solo perché lo avevamo modellato a immagine e somiglianza delle nostre aspettative. Allora imbruttirlo, sfregiarlo, umiliarlo, crederci giganti solo perché le/gli ho sferrato un pugno (ma solo uno, eh, che mica sono come quegli altri, io: so controllarmi, io). Massimo, tu la chiami “dignità. Per me, è solo impotenza. E fa rima con “violenza”.
    Christian Raimo: ho letto molto nella mia vita, con foga e piacere, fin dalla più tenera età. Mi sono formata alla scuola letteraria degli uomini e non me ne pento: lo rifarei e lo rifaccio continuamente. A scrivere, siete più bravi delle donne, le ragioni non mi interessano: è un dato di fatto. Noi donne sappiamo parlare quasi esclusivamente di amori finiti, di tradimenti, di maternità, reali o bramate, ma la Scrittura, quella vera in parte ci schifa. Certo, ci sono Colette, Annah Arendt, Agota Kristof… ma se non ci fossero i loro nomi in copertina, direste mai che sono donne? Non penso affatto che far leggere più opere scritte da donne cambierebbe l’istinto di sopraffazione dell’uomo. Le opere letterarie, quando sono davvero tali, superano i secoli, ma anche i generi: non voglio privarmi di “Guerra e pace” solo perché lo ha scritto un uomo, né raccomanderò mai ai miei studenti, di leggere il romanzo di una donna per imparare ad essere meno violenti (in fin dei conti, quando leggo certe schifezze firmate da una donna, una certa propensione alla violenza, la sento nascere anche in me). Quante donne avrebbero saputo tratteggiare tre opposte eppure complementari figure femminili, come fa Choderlos de Laclos con Mme de Merteuil, Mme de Tourvel e Cécile de Volanges? Una Madame Bovary, nella penna di una donna, sarebbe arrivata fino a noi? L’amore del conte Vronskij e di Anna Karenina sarebbe stato forse meno/più tormentato di quello che ancora oggi smuove i nostri cuori? E la dignitosa rassegnazione della Nedda di Verga, sarebbe stata invece in grado di cambiare la condizione delle donne meridionali, se a scriverne la storia fosse stata una donna?

  56. Paolo1984 scrive:

    Eva, ovviamente sono d’accordo che quello che conta di un romanzo non è il sesso dell’autore e anch’io ho dei dubbi sul fatto che leggere più libri scritti da donne farebbe da antidoto al femminicidio..certo che sarebbe importante nei licei e nelle facoltà universitarie studiare la storia del movimento femminista o meglio, dei femminismi ma è importante di per sè non come rimedio a.
    Detto questo, direi che amori finiti, tradimenti e maternità fanno parte del vivere, fanno parte dell’umano ed è l’umano che la letteratura racconta quindi sminuire le autrici (o gli autori) che ne scrivono è sbagliato

  57. Sara Gini scrive:

    Sono contenta di sentire un maschio finalmente dilungarsi sul tema del femminicidio e della violenza contro le donne in generale. Unico neo gia’ evidenziato con competenza da Maurizio, l’apparent apprezzamento alle considerazione errate di Tonello e De Luca. L’articolo criticato di Tonello veniva criticato anche dalla sottoscritta perche’ privo di fondamento, stando l’assenza in Italia di soggetti incaricati a rilevare statisticamente i casi di femminicidio.
    Trovo molto azzeccato e utile l’aver sottolineato la necessita’ di accostare maggiormente gli uomini al mondo femminile per dare loro maggiori occasioni per valorizzare e apprezzare le donne, uscendo dalla gabbia culturale della convinzione della superiorità maschile. Il problema della violenza e dell’omicidio di numerosissime donne dipende innanzitutto dalla cultura maschilista che pervade profondamente la nostra società ed e’ in grado di condizionare chiunque. Occorre un profondo senso di parità tra sessi e rispetto dell’altro e delle differenze per riuscire ad essere superiori alla violenza ! E’ fondamentale, pero’ che gli uomini, i maschi, offrano il loro punto di vista e coinvolgano piu maschi possibili nel dibattito.
    Le donne parlano di violenza contro le donne da decenni, grazie alle femministe e alle operatrici dei centri antiviolenza sorti in Italia negli anni 80 ma ora c’e bisogno degli uomini e del loro contributo.

  58. Eva scrive:

    Allora preciso, Paolo: le autrici si sminuiscono da sole per come mediamente scrivono, non per quello che scrivono. ora, se a una struttura carente, si aggiunge la noia di un piagnisteo continuo, troppo femminile, ce n’è abbastanza per dire: grazie no, meglio gli uomini. Prima non ho citato a caso Colette: perché scrive costantemente di tradimenti e di amori falliti o mancati (e l’autrice stessa, di tradimenti ne ha subiti e impartiti parecchi) eppure non posso fare a meno di rileggere costantemente opere come “La vagabonde”, o “Chéri”, o “Le blé en herbe”, o “La chatte”, perché la sua penna ha il tratto immortale dei grandi scrittori, e il tema che tratta, la storia che racconta non sono che un mezzo al servizio di quella scrittura. Colette non ha mai provato una forte simpatia nei confronti dei movimenti femministi della sua epoca, eppure le sue eroine sono donne libere, emancipate ed anticonformiste, che non hanno bisogno di nascondersi dietro alcuna etichetta, fosse anche quella (nobile in alcune epoche, lisa e inutile in altre) del femminismo. Poi ok, siamo d’accordo, facciamo studiare la storia del femminismo a scuola, ma non trascuriamo l’educazione alla sessualità. Conosco tredicenni -troppi – che hanno già provato quasi tutto ma non hanno mai visto l’amore (per “tredicenni” intendo i ragazzi e le ragazze). Usano il proprio corpo come si fa con i territori: consumo quello che posso, finché posso, poi si vedrà. Si credono più liberi e sono schiavi di un sistema cieco perché non offre alternative e non permette loro di conoscerle. Così, le ragazzine escono dalle medie, e un anno/due anni dopo le ritroviamo col passeggino e l’illusione che il vero destino si sia compiuto: stare a casa e aspettare che qualcuno le mantenga, i genitori prima, un uomo poi. Ma qui sto sconfinando in un altro campo, temo. Diciamo che dovremmo imparare ad insegnare qualcosa di cui non si parla mai: il rispetto di se stessi (quello dell’altro da sé, non può che essere consequenziale al primo). Se io donna imparo a conoscermi e a rispettarmi in quelli che sono i miei veri desideri, le mie aspirazioni, le reazioni del mio corpo o del mio cervello, ho già in me degli anticorpi molto forti contro il meschino di turno, ma anche contro la madre che mi considera “incompleta” perché rifiuto di vivere una vita infelice, ma nel “sacro vincolo del matrimonio”, o contro la suocera, o la cognata che mi umiliano perché non sono riuscita a dare un figlio a mio marito, o all’amica che passa le giornate a suggerirmi come vestirmi o truccarmi, per “tenerti l’uomo, che sennò sai quante donne sono pronte a portartelo via?”. C’è violenza in tutto questo, fra le peggiori, perché passa sotto il nome di “educazione”.

  59. Paolo1984 scrive:

    c’è anche tanta gente che giudica una ragazza come una “chennon ha rispetto di sè” solo per come si veste o si trucca ma forse siamo OT

  60. barbara scrive:

    Grazie per il tuo scritto Christian, speriamo davvero che le cose che dici accadano “talmente in fretta che se qualcuno si andasse a rileggere tra un anno quest’articolo sarei contento che mi liquidasse dicendo che ho fatto il pieno delle banalità”. Per questo abbiamo lanciato questo appello a fine giugno e stiamo organizzando uno sciopero delle donne per il 25 novembre prossimo, per dare un segnale forte e fermare la cultura che alimenta il femminicidio.
    Qui il link all’appello e alle adesioni
    http://www.barbararomagnoli.info/adesioni-a-scioperiamo-per-fermare-la-cultura-della-violenza/
    Qui le parole che vorremmo per cambiare le cose
    https://www.facebook.com/notes/lo-sciopero-delle-donne/le-parole-che-vogliamo-lo-sciopero-delle-donne-25-novembre-2013/1414434358780901
    Se ci aiuti a diffonderlo te ne siamo grate
    Barbara Adriana Tiziana

  61. LM scrive:

    Lo dico papale papale: definire Tonello e De Luca negazionisti mi pare come minimo criminale (sarebbero semmai riduzionisti…). Il problema esiste (non solo in Italia) ma i numeri danno torto a chi enfatizza, parecchio torto; i numeri dicono infatti che l’italia è uno dei paesi meno violenti del mondo. Enfatizzare il problema, del resto, siamo sicuri che migliori la condizione delle vittime? E’ del resto morale morale avere dei benefici economici, di carriera, di visibilità dallo stare in prima linea dentro una battaglia che non porta reali benefici alle vittime di quotidiana violenza? (non lo dico a Raimo, che immagino abbia scritto gratis l’articolo per il povero Europa e che comunque non è in prima linea in questa nuova battaglia politico editoriale…)

  62. Maurizio scrive:

    Bisognerebbe leggere, prima di scrivere nero su bianco argomenti già ampiamente confutati. Ma capisco che il parlar papale non presuppone necessariamente anche la capacità di leggere.

  63. LM scrive:

    Signor Maurizio, faccia poco il supponente. Lei non si può permettere, da nessun punto di vista, di infangare l’onorabilità delle persone. E tanto meno se lo può permettere Loredana Lipperini. L’Italia, piaccia o no a voi tragediatori, è un paese poco violento, anche nei confronti delle donne. L’indice di omicidi (li devo chiamare uccisioni, li devo dividere per genere?), per esempio, è metà di quello medio europeo. Che poi tutti noi vorremmo un mondo con ZERO violenza, è un altro discorso. Ma è violenza anche infangare chi la pensa diversamente da noi.

  64. Maurizio scrive:

    “Tragediatori”… Ah, adesso ho capito. A ciascuno il proprio linguaggio, a ciascuno le proprie appartenenze.

  65. LM scrive:

    Signor Maurizio, innanzitutto mi scuso per essermi permesso di interloquire con una persona tanto qualificata da essere chiamato finanche a collaborare con Loredana Lipperini. Lo ammetto, sono un poco di buono che ha scelto di occuparsi di arte, dunque dei fatti propri, piuttosto che stare in azienda a fare il bene dell’umanità. Dunque, chiedendole nuovamente scusa, vengo a dirle con questa mia una parola che noi delinquenti viviamo più di letteratura che di statistiche, e per questo non ci rendiamo conto della gravità della situazione, due donne virgola cinque uccise da uomini ogni milione di abitanti (qualche statistico disonorato osa dire che è un dato rassicurante, che ci mette ai primi posti nel mondo proprio per la sicurezza delle donne). La parola TRAGEDIATORE, non per giustificarmi, mi viene dall’aver perso tanto del mio tempo, sottraendolo al dovere di fare il bene dell’umanità come fa lei che sta in azienda, sui romanzi degli scrittori siciliani, farabutti conosciuti anche a livello internazionale come Leonardo Sciascia, Stefano D’Arrigo, Andrea Camilleri e tanti altri che non le sto a dire, ma che fanno uso del termine, del quale fece una perfetta sintesi Elvira Sellerio parlando di Gesuado Bufalino: “Ho ammirato molto il suo modo tranquillo, pacato, orgoglioso di essere siciliano. Dignità e disagio. E anche un po’ di tragedia classica. Nella provincia di Bufalino, come in quella di Sciascia, si usa una parola: ‘ tragediatore’ . Intraducibile. Si riferisce a chi vede una dose di buio in ogni evento”.

    Leonardo Sciascia « … A Racalmuto il tragidiaturi è una specie di “ ingegnoso nemico di se stesso”: uno che si arrovella, che si rode di preoccupazione e di apprensione per ogni cosa che i familiari fanno o non fanno,di tutto malcontento- ed anche delle cose buone e belle, di cui diffida e mugugna aspettandosene il rovesciamento, l’inevitabile avvento del contrario. Ragionatore, sofista: ma sempre nella scienza del peggio. S’appartiene al pirandellismo di natura, rigoglioso nella zona. Gli amici ed i conoscenti tengono in considerazione di filosofi o di saggi coloro che nel “ tragediare” danno nel sublime; le mogli, le madri, le figlie ( la parola è di prevalente uso femminile) li considerano semplicemente e soltanto “ tragidiatura”:mapiù con compatimento e leggera irrisione che con astio».

    Camilleri «”Tragediatore” è, dalle parti nostre, quello che, in ogni occasione che gli càpita, seria o allegra che sia, si mette a fare teatro, adopera cioè toni e atteggiamenti più o meno marcati rispetto al livello del fatto in cui si trova ad essere personaggio. … So bene che il “tragediatore” altrove viene più semplicemente chiamato “commediante”, ma perché da noi si preferisca tirare in ballo la tragedia piuttosto che la commedia è cosa così caratterialmente ovvia – e spiegata in centinaia di libri di pensiero e di fantasia – che non è manco il caso di perderci altro fiato sopra»

    Camilleri «Il siciliano è un tragediatore: piange, grida, enfatizza cose che potrebbero tranquillamente venir dette sottovoce».

    Tornando a noi, farabutti della letteratura e dell’arte da una parte e benefattori dell’umanità che hanno scelto di sacrificarsi nelle aziende dall’altra. Tragediatori significa per me, appartenente alla peggiore razza di esseri umani, che state ingigantendo un problema (serio) che del resto, proprio perché è costante nel tempo, come voi sostenete, non può essere definito emergenza (l’evidenza è evidente ma va evidenziata, direbbe Totò). Per altro fate finta di ignorare che negli ultimi 15 anni l’Italia è diventato un paese a forte presenza di immigrati da paesi dove il rispetto per le donne c’è mica… E non conteggiate le donne uccise in contesti familiari arabi islamici, come non conteggiate le povere ragazze vittime del traffico della prostituzione (più o meno un terzo dei delitti hanno come vittime queste donne qua). Secondo me, insomma, signor Maurizio – lo ridico papale papale -, tragediate perché non siete in grado di fare niente altro che cavalcare onde emotive prodotte artificialmente dal sistema politico editoriale (che ci guadagna di sicuro, sull’impaurismo acrobatico di molti…), e lo fate non necessariamente in modo economicamente o professionalmente disinteressato. Dico in generale… Non mi riferisco certo a lei, signor Maurizio, che avendo deciso di stare in azienda si opera per il bene dell’umanità sacrificando qualunque forma di ambizione personale (infatti non mette neanche il cognome); né mi riferisco alla povera Loredana Lipperini, che senz’altro non si può accusare di fare operazioni di marketing per vendere i propri libri o per affermarsi come opinionista di punta; né, figuriamoci, mi riferisco alla scrittrice martire Michela Murgia, che sta anche lei per sacrificarsi a favore della collettività candidandosi a fare il Presidente della Regione Sardegna, e male che vada verrà eletta in consiglio Regionale e si dovrà fare un mazzo tanto per meno di 15.000 eurucci al mese. Però, lo potrà ammettere anche lei, signor Maurizio, il rischio che qualcuno se ne approfitti, a cavalcare l’onda impaurista artificialmente prodotta dal sistema culturale-politico-editoriale, c’è.

    Per concludere, signor Maurizio, mi scusi di nuovo se mi permetto di pensare che bollare persone serie come De Luca e Tonello di negazionismo è un GESTO assolutamente criminale. La mia è una semplice opinione.

    Larry Massino

  66. Maurizio scrive:

    Certo che lei è un bel tipo, signor LM. Accusa me di un gesto “criminale” e dice che sono io a infangare le persone; mi rimprovera di non mettere il mio cognome e lei di suo, prima di questo commento, non aveva messo neppure il nome. Mi attribuisce una spocchia da infuencer compiaciuto che francamente fa sorridere, essendo io un Carneade ben più invisibile di quello vero. Poi si fa un film su quello che è niente più di un dato biografico (il mio lavoro in azienda, citato solo per evidenziare la mia estraneità all’ambiente accademico), avocando a sé il merito di coltivare l’arte a fronte di un freddo calcolatore che lavora per il profitto privato; rivendica la facoltà di ignorare i numeri, in quanto sembrerebbe di capire che la sua (superiore) sensibilità artistica la esenterebbe da queste beghe ragionieristiche, salvo però usare proprio i numeri per esprimere una tesi alla cui amplissima confutazione lei resta impermeabile, con tetragona indifferenza. Mi è capitato già in passato di avere a che fare con persone come lei e non desidero ripetere l’esperienza, data la totale impossibilità di far penetrare nella cortina fumogena che avvolge il vostro mondo personale il benché minimo barlume di logica; pertanto questo è l’ultimo commento che scrivo in risposta ai suoi. Comunque, per riportare le cose alla loro realtà e sottrarle all’universo fantasmatico in cui lei le ha precipitate, nessuno le ha rimproverato di “essersi permesso di”; quello che le si fa osservare è di parlare senza aver letto né le tesi né le argomentazioni che si ripromette di contestare. Tanto per dire, un semplice indizio del suo atteggiamento: se lei avesse letto, il mio cognome lo conoscerebbe, benché sia un dato di nessuna importanza, perché io non l’ho mai nascosto; se avesse letto non si metterebbe a sproloquiare di immigrati: alla difficoltà di esplorare il fenomeno della violenza di genere nel loro mondo sommerso è dedicata una sezione intera nel libro di Lipperini e Murgia, che ospita una meravigliosa lettera di una ex lavoratrice del sesso nigeriana che ora opera contro la tratta; e se ne parla ripetutamente nei commenti ai post sul blog di Loredana Lipperini. Se avesse letto vedrebbe con chiara evidenza che le tesi di Tonello e De Luca sono state smontate pezzo per pezzo, non solo da me; e capirebbe che tutto quel tremebondo mettere le mani avanti di De Luca nel suo nuovo articolo (“non sono uno statistico” ecc. ecc.), così diverso dalla spocchia esibita in passato (“i numeri sono tutti sbagliati”) nasconde la coda di paglia di chi sa di star usando argomentazioni farlocche, in quanto già smentite. Ma capisco l’efficacia di riproporle, se c’è chi – come lei, signor LM – pervicacemente si ostina a ignorare ogni dato di realtà.
    Per finire, signor LM, non si affanni a spiegarmi Sciascia: le dovrebbe essere chiaro che bruti della mia fatta, avvezzi solo ad aride cifre e a contabilità di profitti, mai potrebbero apprezzare intuizioni sublimi come, che so, la figura dell’abate Vella, che lei peraltro tanto bene impersona nello zelo che mette a rimescolare numeri che non capisce così come lui confondeva ad arte le pagine di un codice che voleva inventare invece di tradurre. Non si affanni ad accostarsi a questo mondo senza bellezza, nessuno in fondo glielo chiede. Magari, però, abbia un po’ di fiducia in più in chi quel mondo lo esplora da anni, essendo quello il suo mestiere, e lasci a queste persone il compito di trarre qualcosa da quei simboli esoterici con cui lei con ogni evidenza fa a pugni. Lei faccia il suo, di mestiere, che mi pare le piaccia, e certamente le viene meglio. Non ho dubbi, in proposito. Fine delle comunicazioni.

  67. LM scrive:

    Signor Maurizio, in base a quale principio dovrei perdere tempo a leggere la modesta produzione pubblicistica dei tragediatori e degli impauristi acrobatici, quanto c’è da leggere così tanta letteratura? Lei si riempie la bocca con ho confutato qui ho confutato là, ma il dato che 2,5 donne uccise ogni milione di abitanti ci mette tra i paesi più sicuri del mondo proprio per le donne non lo confuta… Mi scusi di nuovo se mi permetto di pensare che bollare persone serie come De Luca e Tonello di negazionismo è un GESTO assolutamente criminale, che richiede delle immediate scuse. La mia è una semplice opinione.

  68. Tony M scrive:

    @Maurizio
    La prego di osservare che gli argomenti di De Luca non solo non sono stati confutati ma rimangono lì in evidente e lapalissiana consistenza. Ho seguito il thread sul blog di Lipperini e Cosenza. Al contrario è il suo lavoro ad essere stato confutato mostrando quello che è il femminicidio in Italia: un fenomeno irrilevante in termini assoluti; confortante in termini relativi al confronto con le altre nazioni; invariante rispetto al tempo e a variabili quali il finanziamento o meno delle strutture antiviolenza (visto che i tagli ci sono da un paio di anni e le morti sono anzi diminuite di qualche unità); indimostato rispetto all’ipotesi causale della cultura maschilista; non prioritario econimicamente rispetto a tante altre tipologie di morti violente. Non vale obiettare che finanziare una cosa non escluda l’altra altrimenti si cade nell’inconsistenza delle proprie fisse. Da ciò che ho letto nei suoi interventi sui vari blog lei non ha capito il concetto di minimo fisiologico, inteso come prodotto probabilistico di variabili violente quali gli infiniti gradienti delle patologie psichiatriche dei soggetti in interazione tra loro quotidianamente. Non ci arriva proprio. Sofisticamentelei sembra credere che vada dimostrato per via statistica un’evidenza fattuale (non vi sono occorrenze note di luoghi contingenti e non trascendenti ove l’omicido sia zero) senza accettare che la statistica non prevede il futuro ma constata il passato e quindi l’esistente, in quanto è descrittiva ma non predittiva. Va da sé che per principio lo statistico non può negare metodologicamente l’esistenza di un minimo fisiologico. Chiedergli di “dimostrare” un minimo fisiologico è usare il martello per dipingere. Il minimo fisiologico invece si deriva da matematiche afferenti le teorie delle probabilità in cui la probabilità p delll’omicidio è non nulla.
    Scusi il pistolotto piuttosto elementare ma necessario.
    Infine lei sembra non preoccuparsi della relazione causa-effetto tra eventi. Per lei il finanziamento di politiche culturali è un dogma dalle conseguenze sempre e solo positive mentre l’atteggiamento scientifico con i dati attuali a disposizione sarebbe quello di constatare che poiché il finanziamento dei centri antiviolenza nel passato non ha portato a una fluttuazione in positivo (o in negativo) dei femmincidi non ha senso finanziarli ulteriormente mentre assai sensato sarebbe investire in contesti in cui è possibile avere una relazione di causa effetto tra politiche di finanziamento e diminuzione delle morti o degli incidenti. Come avviene appunto per le politiche di protezione tecnica e controllo sulle morti sul lavoro, vero tasto dolente italiano in rapporto agli altri Paesi Europei.
    Da ultimo mi piace ricordare di aver letto sul blog di Giovanna Cosenza che le morti dei pedoni falciati sulle strade nel 2011 sono stati 638 e i ciclisti uccisi all’anno sono 302. Numeri nettamente maggiori di morti incolpevoli e che però non assurgono a onore della cronaca mediatica e quindi nell’immagginario collettivo non vengono percepite come rilevanti. Possedere il senso delle proporzioni aiuterebbe a comprendere che meno di cento all’anno uccise su un campione di oltre 30 milioni di donne è un dato da accettare come immutabile. Che piaccia o meno alle nostre coscienze. Sempre che lei non voglia normare e controllare decine di milioni di libere relazioni le quali implicano miliardi e miliardi di comportamenti anche casuali e in cui l’aberrazione estrema dell’omicidio è un comportamento emergente inevitabile.
    Non credo lei recepirà alcuna delle mie osservazioni banali. Il fatto che i suoi argomenti siano inconsistenti, che molti glielo abbiano fatto notare e che lei ancora insista a chiamare confutazioni le sue impotenze mi suggerisce di abbandonarla alla sua metafisica statistica, dove stattistico è l’aggettivo non il sostantivo.
    Auguri

  69. Paolo Di Reda scrive:

    Bello e vero (nel senso che parte dalla giusta prospettiva) l’articolo di Raimo. Partire dal Sé, come ci ha insegnato il movimento femminista è uno sforzo verso il quale gli uomini, abituati culturalmente a essere pieni di sé e dunque poco propensi a mettere il proprio Sé in discussione, sono poco abituati a fare.
    E’ difficile, però, trovare lo strumento sociale per cambiare questo stato di cose. Non basta la condanna e l’scrizione a reato del femminicidio, anche se è necessaria e irrinunciabile, e segna uno spartiacque socialmente rilevante. . Perché la condanna (per sua stessa definizione) avviene quando il fatto è già compiuto, non lo previene, né modifica gli atteggiamenti che ne sono la causa, se non indirettamente.
    Sono d’accordo con Raimo sulla necessità di indagare di più in quella “zona grigia” in cui tutti i maschi sono dentro, in quella zona dove i sentimenti si sviluppano pensando che la colpa, per le proprie “sventure”, sia sempre degli altri. Quella stessa colpa che, al contrario, per le donne diventa invece spesso l’origine per accettare comportamenti violenti nei loro confronti.
    Più che nella femminilizzazione delle letture (cosa comunque utile per costruire un Sé plurale) io credo si debba lavorare per cancellare il concetto di colpa e trasformarlo in positivo, ossia far crescere il concetto (e il senso) di responsabilità. Credo che questa sia la cosa che manca di più nel nostro Paese e chiedere a viva voce che ogni cittadino italiano si prenda le sue responsabilità, in ogni sfera della sua attività, sul lavoro, come in fila alla posta, o alla guida della propria auto, come in politica, e soprattutto tra le mura domestiche, possa essere l’inizio di una vera trasformazione. C’è bisogno di una coscienza collettiva che avvii un processo di pulizia morale e culturale, che dobbiamo compiere in primo luogo dentro di noi, senza differenze di genere, come esseri umani nati in Italia in questo tempo. Partire dal Sé, come dicono giustamente molte donne. Quel Sé che è il forziere dove albergano i nostri comportamenti sia positivi che negativi. Sta a noi, e a nessun altro, affrontarlo in ogni istante della giornata, e decidere da che parte stare. Senza scaricare le colpe (o i meriti, è la stessa cosa) sugli altri.

  70. Jerry scrive:

    Ma se ti vergogni così tanto di essere di sesso maschile, non pensi che forse sei tu il problema?

  71. Paolo Di Reda scrive:

    @Jerry
    Se avessi letto bene ciò che ho scritto non avresti fatto questa domanda. Certo che sono io il problema, allo stesso modo in cui lo sei tu, come lo siamo tutti. Il punto è che il problema non possono essere gli altri. E poi non è una questione di vergona. Non c’è morale astratta, ma solo quella che si basa sui fatti. E i fatti parlano di tantissime donne uccise e maltrattate dagli uomini. Stop. Il resto, certo, è un mio problema. Ma il problema più grande è chiudere gli occhi.

  72. Eva scrive:

    Ora mi sento più sicura: dunque,
    a quanto ho capito (scusate, non sono che un’umanista e in matematica, alle superiori, prendevo invariabilmente 4), il femminicidio in Italia è: “un fenomeno irrilevante in termini assoluti; confortante in termini relativi al confronto con le altre nazioni; invariante rispetto al tempo e a variabili quali il finanziamento o meno delle strutture antiviolenza (visto che i tagli ci sono da un paio di anni e le morti sono anzi diminuite di qualche unità); indimostato rispetto all’ipotesi causale della cultura maschilista; non prioritario econimicamente rispetto a tante altre tipologie di morti violente”.
    Sono stata picchiata, una volta, dall’uomo che amavo e che, a modo suo, mi amava. Lo ha fatto perché mi ero rifiutata di seguirlo lì dove lui aveva scelto di vivere – senza consultarmi – e lo aveva fatto con questa interessantissima tesi: “Tu sei una donna ed è la donna che segue l’uomo”. tesi che mi sono sentita ripetere svariate volte da persone della sua e della mia famiglia, sgomente nell’apprendere che non avevo voluto seguirlo perché mi rifiutavo di ridurre i miei sentimenti a un ricatto (“se mi ami, mi segui”). Persone che amo e che rispetto e con un alto livello di istruzione ma, ahimè, troppo imbevute di una certa cultura. Il legame tra violenza sulle donne e cultura maschilista è certamente tutto da provare, ma da donna so che non ho bisogno di prove e da donna so che molte non hanno tempo a disposizione per attendere che le scienze matematiche e statistiche facciano il loro corso, dando dimostrazione ineluttabile, a noi comuni mortali, che effettivamente, un certo tipo di cultura, magari, le sue colpe le ha.Però Intanto, mentre disquisiamo piacevolmente di numeri e statistiche, hanno ammazzato una prostituta e l’hanno gettata nelle campagne vicino a casa mia (ma le statistiche che priorità danno all’omicidio di una “puttana”, rispetto a quello di una “madre di famiglia”?).
    Io mi chiamo Eva Signorile e non sono un numero.

  73. Col cavolo che mi sento colpevole scrive:

    Ringrazio gli autori degli ultimi interventi per aver ristabilito la verita` fattuale e numerica. Le pippe mentali sul femminicidio le lascio a chi ci si e` costruito sopra una comoda carriera.
    Il post di Christian e` interessante, perlomeno come lettura diversiva, ma non sposta di una virgola i termini reali del problema (e non penso che questa fosse la sua intenzione).
    La moda di parlare del femminicidio passera`, come sono passati i pantaloni a zampa di elefante e le altre mode che per alcuni sostituiscono la realta`.
    Per la prossima parola d`ordine si accettano scommesse:per me il 2014 sara` l` anno dello spermicidio, e la masturbazione maschile sara` punita nei tribunali.

  74. Sascha scrive:

    La moda del prossimo anno sarà quella preannunciata da LM, Tony M, Jerry, ‘Col cavolo che mi sento colpevole’, Tonello e De Luca (probabilmente sempre la stessa persona): cifre alla mano – e le cifre non mentono, si sa – tutti parleranno di maschicidio, la strage impunita di uomini da parte di donne che, senza una ferma guida, avranno perso ogni controllo. Le cifre, signori miei, le cifre che solo noi maschi ‘scientifici’ siamo in grado di capire e padroneggiare.

  75. Sascha scrive:

    Quello che le cifre di Tonello, De Luca e seguaci “dimostrano” è che non ci sarebbe alcun aumento di omicidi contro le donne. C’è una diminuzione generalizzata degli omicidi e delle violenze ma non di quelle verso le donne che così sembrano di più. Insomma, gli uomini continuano a uccidere le donne (e non viceversa, che gli uomini assassinati da donne sono statisticamente quasi irrilevanti) ma non lo fanno più di prima quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi e non c’è nessuna emergenza: le cose vanno come sono sempre andate e come devono andare.
    Il giorno che gli omicidi di uomini da parte di donne dovessero aumentare anche solo dello 0,5% le urla di Tonello e De Luca si sentiranno fino al cielo.

  76. Paolo1984 scrive:

    Eva scusa se mi impiccio..ma un uomo che picchia la compagna basandosi su quella “interessantissima” tesi non la ama in realtà, magari lui ne è convinto ma non la ama davvero. Una donna ha il sacrosanto diritto di decidere se vuole seguire il compagno oppure no, se rifiuta lui può dolersene ma la violenza fisica verso la compagna no..proprio no, e non ha a che fare con l’amore per come la vedo io.
    Per il resto: no qua non serve “sentirsi colpevoli” in quanto maschi nè pensare che tutti i maschi “siano il problema”..c’è una parte di uomini che compie femminicidio, questi sono il problema e di questo è legittimo discutere

  77. Paolo Di Reda scrive:

    @Paolo1984
    Tu dici: “non serve “sentirsi colpevoli” in quanto maschi nè pensare che tutti i maschi “siano il problema”..c’è una parte di uomini che compie femminicidio, questi sono il problema e di questo è legittimo discutere”.
    Sono d’accordo, come ho già detto che, non serve sentirsi colpevoli, quanto piuttosto responsabili dei propri comportamenti. Ma l’articolo di Raimo che tutti stiamo commentando dice proprio che il problema non è solo di una parte degli uomini, quelli che compiono femminicidi. Poi la puoi pensare come vuoi, anche come quelli che dicono che il problema non c’è, ma ti invito a riflettere sull’articolo di Raimo.

  78. LM scrive:

    Signor Sacha, non è come dice lei: il fatto che c’è violenza contro le donne rimane ed è grave, come sarebbe grave anche un solo graffio; io stavo semplicemente dicendo che dare del negazionista (l’offesa peggiore al mondo, secondo me) a chi suggerisce ai tragediatori di non esagerare, è criminale.

  79. Paolo1984 scrive:

    Paolo Di Reda..sull’articolo di Raimo ci rifletto da giorni e tracce delle mie (magari banalissime) riflessioni ci sono anche in calce al post

  80. Eva scrive:

    Paolo, il problema non è che il lui in questione “fosse convinto” di amarmi: ne ero convinta io e lo sono tutt’oggi. Ma è un amore malato, che non vuole il mio bene e pensa solo al proprio, con qualunque mezzo. Se, allora, non sono io per prima a volermi bene, ma davvero molto bene, vivrò nella convinzione che quell’altra persona mi ama al punto tale da picchiarmi per non perdermi e lo troverò “normale”.
    Ma quanta violenza c’è nel considerarmi un numero? Quando i nazisti impongono ai reclusi nei lager di radersi i capelli, indossare la stessa “mise” e tatuarsi un numero di matricola, stanno proprio rendendo quell’uomo una cifra: una cosa senza storia e quindi senza futuro. Considerarmi un numero è persino peggio che lasciarmi qualche livido: in quel caso, almeno, c’è stato il contatto fisico di due corpi e non la somma di due numeri.
    Quanto all’autoflagellazione del “maschio”, ogni volta che si parla di femminicidio, francamente la trovo poco utile alla causa, o quanto meno insufficiente: la riflessione su quanto accade tra le mura domestiche non deve essere a “compartimenti stagni”, né, tanto meno, deve essere una questione di “generi”: perché sono gli uomini che ammazzano le donne, ma quegli uomini sono educati da altre donne.

  81. Maurizio scrive:

    @Eva: scusa se mi intrometto nel racconto della tua storia personale, dolorosa, per commentare un aspetto tutto sommato secondario; però, dato che sei tu stessa a dare risalto alla tua presunta riduzione a numero, penso sia utile offrire un altro punto di vista. Quando si contano i casi è chiaro che le individualità personali si perdono, perché quello che interessa in quel momento è semplicemente un’altra cosa: è capire quanto è grande quel fenomeno, cosa essenziale per decidere come intervenire, quali e quante risorse utilizzare, in quali tempi, ecc. Questo ragionamento, che viene per lo più bollato come ragionieristico e disumano in virtù della sacralità e unicità della vita è, al contrario, proprio volto a fare il massimo sforzo possibile per tutelarla, la vita umana. Non dico niente di rivoluzionario, se ricordo che le risorse della collettività non sono infinite e purtroppo vanno fatte, sempre, delle scelte. Se riteniamo importante e fondamentale intervenire (io lo ritengo) su un fenomeno endemico che provoca ogni anno la morte di 100 e più donne e inoltre, senza che questo assurga più di tanto all’onore delle cronache, avvelena i rapporti tra i generi e fa vivere nel terrore un numero imprecisato di persone (in maggioranza donne), dobbiamo confrontarci con quelli che, come Tonello e De Luca, dicono che il problema è numericamente irrilevante e con quegli altri che preferirebbero usare le risorse disponibili (limitate, ricordiamolo) per altri scopi altrettanto nobili: combattere gli errori nella sanità, educare gli automobilisti per limitare il numero di vittime di incidenti stradali, ecc. Tutto questo non si fa raccontando le storie individuali, ma riconducendo tutte quelle storie individuali a un unico filo conduttore e studiando gli interventi da mettere in campo sulla base (anche) della dimensione del fenomeno. Poi, ovviamente, gli operatori dei centri antiviolenza il cui finanziamento sarà stato deciso sulla base di un’analisi quantitativa daranno (loro sì) la loro attenzione alle persone, le vedranno nella loro fisicità e riconosceranno la loro individualità. Si tratta di due piani diversi e complementari, non vedo perché dovrebbe disturbarti il fatto che qualcuno raccolga la tua denuncia, la metta insieme ad altre e poi le conti. Senza questo conteggio, non puoi aspettarti alcun aiuto che non sia estemporaneo e disorganizzato. Ma forse ho solo interpretato male le tue parole.

  82. Eva scrive:

    Vorrei potervi seguire, Maurizio, nelle lande (magari pure rigogliose) delle leggi matematiche e della statistica, ma non riesco davvero a convincermi che una sola vita possa valere meno di due, di tre e così via. Per di più,parliamo di situazioni dove le cifre, probabilmente, non possono neanche essere ipotizzate. Le donne non parlano (per vergogna, perché lo trovano normale, perché magari non vogliono “disturbare”, perché tanto ormai è tardi, perché se poi lui si arrabbia…). Non possiamo neanche immaginare quanto grande sia il problema, perché i “numeri” si basano sulla somma dei corpi lasciati in obitorio, o sulle denunce di chi, dopo anni di vessazioni, riesce a trovare la forza di dire basta. Ma a fronte di questi limiti numerici, c’è tutto un sottobosco impossibile da quantificare e molto più grande di quanto possiamo immaginarlo attraverso le cronache dei giornali.
    E per piacere: la mia vicenda non è “dolorosa”, per niente: non provo alcun dolore, non più, almeno, altrimenti non avrei raccontato nulla. Se l’ho fatto, è stato solo perché trovavo “doloroso”, questo sì, sapere che quei lividi, per contare qualcosa, dovevano essere inseriti in un registro.
    Lo so, faccio della retorica forse troppo facile, però non posso fare a meno di chiedermi perché si debba scegliere se destinare dei fondi alla prevenzione dei femminicidi, o alle vittime della strada, o ai bambini vittime della pedofilia, quando poi un mare di denaro pubblico viene invece destinato, per esempio, all’acquisto di aerei da guerra (e a fare questa scelta, ancora una volta, sono stati gli uomini).

  83. Maurizio scrive:

    Beh, non è che ci sia tutta questa soddisfazione intellettuale nel fare la conta dei cadaveri. I (rigogliosi) territori della matematica, che io amo, sono ovviamente altri e del tutto astratti. Nel caso specifico, potremmo usare la vecchia battuta: è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. Devo essere sincero, proprio non capisco questa idiosincrasia rispetto agli aspetti quantitativi della realtà. Se non comprassimo F35 e destinassimo tutto il nostro impegno esclusivamente a cause nobilissime, anzi dico di più, se abolissimo proprio il denaro e ciascuno di noi si prodigasse al massimo delle sue capacità in modo del tutto gratuito, anche in quel caso avremmo delle priorità da decidere, non essendo infinita la nostra capacità di lavorare. Dovremmo scegliere se indirizzare più sforzi verso la cura dei tumori o la costruzione di parchi giochi per i bimbi, se espandere le nostre conoscenze andando su Marte o invece dedicarci all’assistenza delle persone anziane. Magari dispiegheremmo sforzi immensi in un compito per il quale si finirebbe per scoprire che sarebbe bastato molto meno, trascurando cose che invece avrebbero necessitato di minore impegno. Questo in un mondo ideale. Poi, dato che il nostro mondo ideale non è e ci sono anche signori come Tonello e De Luca e tanti altri che ci vengono a ricordare che esistono anche altri problemi (per loro più urgenti), diventa necessario confrontarsi, misurare. Secondo me, chi ha generato in noi italiani questa insofferenza acuta per tutto ciò che comporta operazioni più difficili di un’addizione ha commesso un crimine. Di cui beneficiano grandemente i politicanti di ogni fazione, che possono venirci a raccontare di voler spazzare via da Roma 20.000 rom (in una città che ne ospita 6.000), che stanno per sbarcare sulle nostre coste 2 milioni e mezzo di profughi mediorientali (non basterebbero 1.000 arche di Noè per trasportarli), che mandando a casa i parlamentari si recupererebbero abbastanza risorse da superare la crisi (Grillo, che non dice che è meno di 2 miliardi il loro costo, mentre è di oltre 2.000 miliardi l’ammontare del debito pubbico). Sono aspetti della realtà poco poetici, lo so. Ma so pure che per salvare vite i poeti non bastano. Non fraintendermi, non ho detto che non servono: altroché se serve, gente capace di toccare cuore e sentimenti delle persone, di mobilitare le nostre emozioni. Ma non bastano: per non farsi prendere in giro, per agire nel modo più corretto, per ottenere il massimo dai nostri sforzi, servono anche i ragionieri. Di certo pure io preferirei, per bermi una birra, la compagnia di un poeta a quella di uno come un contabile; ma non per questo il contabile è meno necessario del poeta. E qui mi impongo silenzio, che siamo ormai finiti su un terreno che più lontano non si potrebbe rispetto allo spirito e ai contenuti del post di Christian Raimo.

  84. LM scrive:

    Mi scusi, signor Maurizo, ha dimenticato di dire dove e quando Tonello e De Luca hanno scritto che ci sono problemi più urgenti. Sa, qui passa gente preparata (e sfaccendata, quella parassita che spreca il proprio tempo a leggere e scrivere i libri invece di fare i benefattori dell’umanità stando in azienda), non vorrei pensassero che lei, invece di produrre dovute scuse, si inventa le cose per ulteriormente denigrare quelli che la pensano diversamente.

  85. Maurizio scrive:

    “[…] ci sono anche signori come Tonello e De Luca e tanti altri che ci vengono a ricordare che esistono anche altri problemi (per loro più urgenti) […]”. Rompo la consegna del silenzio per fare un po’ di analisi logica. Tonello e De Luca sono il soggetto e il verbo è il verbo essere; successivamente ci sono i “tanti altri”, richiamati dal pronome relativo “che” in funzione di soggetto, i quali (i tanti altri) ci ricordano che esistono problemi più urgenti. Tonello e De Luca si limitano ad esserci, non ci ricordano niente. LM: uno dei tanti (sedicenti) cultori della letteratura che non sanno leggere. Preferirà pure le pagine sublimi dei grandi scrittori agli aridi passi che può scrivere un contabile, ma pare che gli serva a poco dal punto di vista didattico. Riassumendo: non sa leggere, ma pretende di scrivere; non legge quello che uno scrive, ma pretende di confutarlo. Con gente così, ci meravigliamo dello stato delle cose in questo Paese?
    Signor LM, ma come mai questa difesa a oltranza di Tonello e De Luca? Sono suoi parenti? Siete stati a banco insieme a scuola? Sono particolarmente belli? E che ha contro il lavoro in azienda? Azzardo: forse è un tantino risentito perché non l’hanno presa? Guardi che di solito richiedono capacità logiche, e lei non sembra brillare in modo particolare su quel versante.
    P.S. può anche non disturbarsi a rispondere, tanto adesso le comunicazioni le chiudo davvero.

  86. LM scrive:

    Signor Maurizio, il suo livore è almeno pari alla sua evidente frustrazione, ma sempre inferiore alla sua mancanza di educazione (che immagino sia il punto qualificante del suo curriculum aziendale). Quello che ha scritto lì sta. E pure quello che ho scritto io.

  87. LM scrive:

    Ah, dimenticavo, se nel suo curriculum ci ha messo competenze grammaticali particolari, le tolga: ” e ci sono anche signori come Tonello e De Luca e tanti altri che ci vengono a ricordare che esistono anche altri problemi ” vuol dire esattamente che ognuno dei tre – Tonello, De Luca e tanti altri – vengono a ricordare che esistono altri problemi. Dunque. o lei riesce a evidenziare dove e quando De Luca e Tonello (che non so chi siano, avendone letto si è no 10 articoli) hanno scritto quello che lei sostiene o è una specie di diffamatore professionale. Anche lei può non rispondere.

  88. Eva scrive:

    Che poi…io non so se una birra in compagnia di un poeta sarebbe davvero più gradevole di una bevuta con un contabile :-)

  89. Giuseppe scrive:

    Si capisce chiaramente che il rapporto tra i due sessi non è esente da pericoli, ma l’eccessiva criminalizzazione e oppressione di uno, fa diminuire drasticamente le occasioni di contatto. I matrimoni si sono dimezzati dal 1970 e tenuti in piedi dai matrimoni misti e tra gli stranieri. L’altra occasione di contatto è il lavoro, dal quale – con questa cultura della criminalizzazione e dell’accusa come instrumentum regni – in molti settori dei servizi e in altri della produzione i maschi sono ridotti a pretesto ed emblema.

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  91. Miriam scrive:

    IL FEMMINICIDIO NASCE DALLA PROSTITUZIONE COLPEVOLE DELLA DISUMANIZZAZIONE DELLA DONNA. A cospetto della meretrice l’uomo può dare libero sfogo alla sua bestialità e trova nella passività della controparte la conferma del suo potere. La donna che mercifica il suo corpo toglie dignità a se stessa e a tutte le altre donne perchè legittima il maschio all’annosa divisione tra “donne perbene” e “donnacce”. Va sradicata per questo, solo così l’universo maschile sarà costretto a rivedere i suoi parametri di riferimento. Non è un caso che quando un uomo usa violenza alla sua compagna non omette di apostrofarla con parolacce che hanno SEMPRE riferimenti specifici: il disprezzo per la prostituta. Io non ho nulla di personale con tutte le povere disgraziate che sono costrette a quella squallida vita, ma dico che una società civile dovrebbe aiutarle a trovare un’occupazione degna di una persona e non di un OGGETTO senza carattere né identità. RIFLETTETE, GENTE, RIFLETTETE! E chi mi dà della bigotta, forse HA SOLO PAURA CHE IO ABBIA RAGIONE!

  92. bello scrive:

    Io oddio tutto quello che potrebbe discriminare la femmina quando vedo un video del genere http://www.megasesso.com/v-22383/una-bella-fichetta-bionda-si-fa-scopare-di-mattina.html mi sento uno schifo a vedere che le donne debbano fare cose del genere per il piacere maschile.

  93. gloria gaetano scrive:

    Sarebbe meglio che gli uomini non scrivessero di femminicidio, ma imparassero ad ascoltare e a leggere le donne.
    Sonodue sensibilità e identità completamente diverse. Troppi secoli, anzi millenni di potere nel pubblico e di patriarcato in privato hanno privato gli uomini della capacità di comunicare con le donne, e di considerarle come meri corpi da vedere e da far esibire in pubblico.: Troppo tempo la capacità di generare , di essere madre ha impedito alla donna di uscire, leggere,studiare, votare, fare attività lavorative e politiche. Tutto per tener sotto controllo i figli di maschi, il nome del padre, la discendenza dal genotori. A casa si controlla meglio. Poi le donne sono brave nella cura, nel donarsi, nella morale religiosa del sacrificio e del senso di colpa. poi c’è la questione degli alimenti familiari se ci si separa. Cose noiose insopportabili, costose. E l’ansia di prestazione, il riconoscimento della propria virilità che viene deprezzata se una donnapreferisce un altro uomo e vuole abbandonare la casa.
    Spesso, ma non sempre, gli uomini si trasformano in esseri aggressivi, stolker, bulli, saccenti e ,purtroppo, omicidi.
    Non è la prima volta che non riesco a leggere e ascoltare discorsi di uomini sul femminicidio.
    Bisogna ascoltare le donne come se fossero delle amiche, come si trattano gli amici, comprendere se e quando soffrono o sono allegre, capire gusti diversi, leggere i loro libri, le loro lettere.
    Solo così si può cominciare a scrivere sui giornali e discutere in tv o altrove di violenza sulle donne. L’ego maschile è spesso edipico, narcisista, ipertrofico. Sì ,lo so, dipende anche dalle mamme che,sin dalla nascita, misurano il tempo della loro vita su quello dei figli. Quasi sempre da sole, curandosi troppo di loro e legandosi a un bel bambino bulletto.
    Ma, per piacere non fate tanti articoli sulle donne e le violenze che subiscono. Imparate prima a rispettarle,ad ascoltarle, a parlare con loro. Non esiste solo il lavoro e gli amici al bar o al club. Non esiste solo il successo.
    Esiste un vissuto, un privato, una collaborazione in casa che rende un nucleo ,o solo una coppia viva ,ricca e stimolante. Oppure ci si separa, civilmente, con rispetto..Purtroppo non esistono più le nonne,cui affidare i figli.
    Guardate le donne come esseri indipendenti, persone, e non tutte casa e lavoro.
    Guardate quanto ci è costato liberarci dal giogo patriarcale, e quanto tempo abbiamo sprecato nelle lotte. Ma non scrivetie più articoli e libri poco meditati sulla violenza sulle donne. Non ne capite niente. Forse i più giovani sapranno curarsi meglio dei figli e rispettare di più non l’oggetto donna, ma la donna capace di fare tante cose. Troppe.

    .

  94. veronica scrive:

    Mi ha interessato molto la discussione sui cosidetti negazionisti. Quando ho il tema del femminicidio è venuto alla ribalta, mi è venuta la curiosità di quantificare il fenomeno andando a cercare tra dati Istat. In effetti dal punto di vista quantitativo non c’è nessuna emergenza. Allora mi sono domandata il perché del dibattito sul femminicidio. D’altra parte non è credibile che le violenze sulle donne siano aumentate rispetto al passato, e i femminicidi sono un dato statistico. Penso che siamo noi, intendo noi come società, ad essere cambiati, e in modo positivo. Se la nostra sensibilità rispetto alla violenza contro le donne è aumentata, è un bene. Se non tolleriamo più che si uccida o si violenti una donna perché è più debole è un bene. Se le denunce di violenza aumentano, questo ci prova che la violenza esiste, ma credo che significhi che molte più donne hanno il coraggio di denunciare i propri violentatori perchè non si vergognano più, non accettano più di subire, potendo contare su un maggiore sostegno da parte della collettività. Non credo che per combattere il femminicidio sia necessario fare forza su un sentimento di urgenza o su fattori numerici inconsistenti. Ho l’impressione che la lotta al femminicidio sia un sintomo di un cambiameno culturale più vasto, la maturità del seme del femminismo in seno a una classe di “deboli”, che lentamente, generazione dopo generazione, aquisisce i propri diritti, e conquista libertà negate per secoli.

  95. Angela scrive:

    Se solo partissimo da noi, sempre. Per un verso, come dice Christian Raimo, per l’altro smettendo di educare le nostre figlie femmine come le mogli o compagne che siamo diventate e i nostri figli maschi come i mariti o compagni che non vorremmo.

  96. Vorrei poter dedicare un commento piú lungo e ragionato a questa discussione, ma vado di istinto, seguendo la mia reazione al commento inquietante in cui una docente dichiara con leggerezza che gli scrittori maschili sono superiori a quelli femminili.

    Soprassedendo al fatto che per una buona parte della storia dell’umanitá alle donne é stato in gran parte proibito l’accesso all’educazione di alto livello, cosí come invece era riservata agli uomini, quello che ha scritto é semplicemente falso. Ed é arrivato il momento di scoprire una cosa: le donne hanno combattuto da sempre per prendersi quello spazio che non potevano avere, in letteratura come in altri aspetti della storia, culturale e non solo. É la societá che pigramente non vuole accettare che le donne ci sono, sono molte e non sono vittime né inferiori.

    In Italia abbiamo diversi Nobel per la letteratura, Carducci e Montale ma anche Grazia Deledda. Io Grazia Deledda a scuola non l’ho mai neanche sentita nominare, me la sono scovata da sola. E a leggerla non ho alcun sospetto: il Nobel se l’é meritato eccome. E mentre indagavo ho trovato anche Paola Drigo, e sono rimasta sconvolta dal suo Maria Zef, che guarda caso parla di violenza sessuale domestica. Chi legge Matilde Serao? A otto anni non sapeva leggere o scrivere, ma si é laureata e ha fondato e diretto Il Mattino. E ha scritto uno dei ritratti piú appassionanti di una cittá e un’epoca, Il Ventre di Napoli. Luce D’Eramo rimasta solo negli scaffali dei robivecchi, fuori catalogo nonostante Deviazione rimanga uno dei pezzi di scrittura piú onesti mai scritti.

    Quello che viene considerato il primo romanzo della storia dell’umanitá é stato scritto da una donna: il Genji monogatari di Murasaki Shikibu. E Jane Austen, nonostante tutti i tentativi fatti per ridurne l’importanza, é un fenomeno letterario di proporzioni colossali, perché che piaccia o no, parla a noi oggi come non fosse passata neanche una generazione da quando ha pubblicato le sue storie.

    Le donne, parlando di statistiche, oggi leggono di piú e scrivono di piú degli uomini. Ma se addirittura J.K. Rowling é stata costretta a nascondere il proprio nome per evitare che fosse immediatamente riconducibile a una donna, quanto spazio viene dato alla produzione femminile?

    Helen Oyeyemi, Elizabeth Gaskell, Margaret Atwood, Ursula K. Le Guin, Chimamanda Ngozi Adichie, Anais Nin. Se questi nomi non sono in prima fila negli scaffali delle librerie italiane, non é perché non siano validi, ma perché vengono ignorati. Dovremmo tutti sederci e ascoltare Amanda Foreman raccontarci in The Ascent of Woman che la cultura femminile é valida quanto quella maschile. E poi leggere uno dei migliori romanzi passati inosservati in Italia: La vita sessuale dei nostri antenati, di Bianca Pitzorno, un’altra grande ignorata. Ignorata ma non silenziosa!

    Buon ascolto e buona lettura :)

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  1. […] Sono un uomo, un maschio voglio dire, ma seguo le questioni di genere. Questo per dire che qualche anno fa ero un lettore costante e allibito di Beatrice Busi quanto teneva una rubrichetta settimanale di spalla su Liberazione: 3000 battute, forse meno, per ri-raccontare gli omicidi di donne avvenuti nei sette giorni precedenti che negli altri giornali erano stati rubricati a cronaca nera, delitti passionali, regolamenti di conti, assassini etnici. Messi uno in fila all’altro, facevano impressione, quelli che allora non si chiamavano ancora placidamente femminicidi. Già: se del resto anche solo l’anno scorso parlare di femminicidio era un discorso per pochi, oggi – per fortuna – il termine è diventato di uso consueto (anche se mentre scrivo mi rendo conto che Word non lo riconosce), e la questione ha finito per l’indossare molte pelli: culturale, sociale, politica. Prima ancora della discussione del decreto legge ad hoc, era un item che aveva conquistato lo spazio mediatico come, per dire, l’argomento più discusso della saggistica di quest’anno dopo Papa Francesco: da Loredana Lipperini & Michela Murgia a Cinzia Tani, da Riccardo Iacona a Serena Dandini fino al blog della 27ora del Corriere, finalmente si è affermato nel senso comune che la violenza domestica è una delle prime cause di omicidio in Italia, e che – ovviamente – oltre le donne ammazzate, ce ne sono migliaia di altre che vengono ogni giorni picchiate e violentate, fisicamente e psicologicamente…. (continua qui) […]

  2. […] segnalo questo articolo di Christian Raimo (che ho letto grazie al blog […]

  3. […] Riceviamo e ripubblichiamo una replica articolata di Monica Pepe, a nome dell’associazione Zeroviolenzadonne.it, all’articolo di Christian Raimo di qualche giorno fa. […]

  4. […] Briciole di introspezione maschile di TK – postato su Maschile Plurale Ho visto condividere questo pezzo su molte bacheche, anche “prestigiose”. Confesso però che, pur avendolo riletto più volte, […]



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