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Di documentari, di Harlem e di buoni maestri

Questo articolo è uscito sulla versione online di Orwell

Questa storia comincia così

Albert Maysles è il più bravo documentarista del mondo e in Italia pochi sanno chi è. Lo incontro in un cinema lo scorso maggio. Sono a New York da un paio di settimane e starò ancora un paio di mesi. Una sera vado all’IFC, un cinema downtown, a vedere un suo documentario, uno dei suoi più belli e che non ho mai visto, è del ’68, si chiama Salesman. È la storia di quattro venditori di bibbie porta a porta.

I due fratelli Maysles (Albert e David) li seguirono nel New England e in Florida e trasformarono quelle giornate on the road in un film di culto. All’epoca dell’uscita il New York Times  lo celebrò definendolo “uno degli esempi migliori di quello che viene chiamato cinema vérité”. A guardarlo quasi mezzo secolo dopo verrebbe da dire lo stesso. Dopo la proiezione c’è il dibattito, in ogni suo momento all’altezza del film. Dopo il dibattito ci sono io che avvicino Maysles, gli dico che amo questo e gli altri suoi film, gli dico che starò a New York un paio di mesi e che voglio intervistarlo. Lui sorride, mi dà il suo biglietto da visita e mi dice call me tomorrow. Questa storia comincia così.

Albert e David Maysles

Albert Maysles ha iniziato a fare documentari nel 1960, coinvolgendo presto il fratello David (scomparso nel 1987). David si occupava del suono, Albert faceva le riprese, entrambi firmavano la regia. A loro non interessava intervistare la gente, preferivano riprendere quello che accadeva nel frattempo. Niente sceneggiature e set e nessuna struttura narrativa, solo su una costante e rigorosa ricerca di un giusto equilibrio tra realtà soggettiva e verità oggettiva. Praticamente, la giusta distanza tra te e il mondo. I fratelli Maysles realizzarono così l’equivalente americano del francesissimo e contemporaneo cinema vérité passando alla storia come pionieri del “direct cinema”. I loro film, e quelli di Albert dalla scomparsa del fratello, sono tutti belli. I più famosi, insieme a Salesman, sono Gimme Shelter (l’infamous tour dei Rolling Stones che culminò con l’omicidio di Altamont, 1970) e Grey Gardens (l’incantevole, magnifica storia delle due Edie Bouvier Beales, madre e figlia, nella loro decaduta casa negli Hamptons, 1976). Meno famosi ma mai minori decine di altri documentari su artisti (cinque solo su Christo e Jeanne-Claude), musicisti (dal primo tour dei Beatles in America del 1964 al recentissimo su Paul McCartney e il concerto in memoria dell’11 settembre, The Love We Make), attori (Meet Marlon Brando, 1965), scrittori (From Truman With Love, su Truman Capote, 1966), sportivi (Muhammad and Larry, sull’incontro Muhammad Ali vs. Larry Holmes, 1980). Gente famosa (non solo ma soprattutto) di cui hanno raccontato la possibilità di essere gente comune, smontando frame dopo frame il concetto di celebrità nella sua accezione più stereotipata, e trasformando anche la più venerata delle pop star o delle star hollywoodiane in uno di noi.

A proposito della celebrità

Per capire il cinema dei fratelli Maysles basta prendere uno dei loro film e guardarlo. The Beatles. The Firts U.S. Visit, per esempio. Nel 1964 la Granada Television chiama al telefono Albert e gli chiede se lui e il fratello possono fare le riprese dei Beatles durante il loro primo tour americano. Senza riagganciare Albert si gira verso David e gli chiede: “Chi sono i Beatles? Sono bravi?” David dice che sì, li conosce, sono bravi, e in quella stessa telefonata accettano il lavoro. I Beatles arrivano, loro li seguono per tutto il tour usando apparecchiature talmente silenziose da diventare quasi invisibili, in pochi giorni sono amici. Non li intervistano, semplicemente riprendono. E la logica che guida il tutto e trasforma un qualunque documentario su una band famosa in un’opera d’arte la capisci quando i Beatles vanno ospiti all’Ed Sullivan Show e ai fratelli Maysles non viene permesso di entrare in studio. È un momento fondamentale per il tour e per il documentario, milioni di americani saranno inchiodati alla tv a guardarli, ma loro non possono essere lì insieme ai Beatles. Cosa fanno i Maysles? Entrano in una casa qualunque e seguono l’Ed Sullivan Show riprendendo due ragazzine e la loro famiglia e lo schermo della tv con sopra le immagini dei Beatles. In pochi minuti e senza alcuna premeditazione di quel tour, dei Beatles e dell’America hanno detto tutto. “Era molto più interessante dal nostro punto di vista che non starcene attaccati a un treppiede in una perfetta ma non realistica situazione di vita”, dirà quasi cinquant’anni dopo Albert. Che è un po’ come quando John Lennon diceva che la vita è quello che succede mentre tu stai facendo altro.

Ad Harlem la gente è più gentile

L’intervista la faccio a Harlem, nella palazzina che è società di produzione, cinema e scuola. Si chiama tutto Maysles. Prima di trasferirsi ad Harlem e creare ogni cosa, Albert Maysles abitava al Dakota Building con la moglie, la psicoterapeuta Gillian Walker. Otto anni fa hanno deciso di vendere l’appartamento al Dakota e comprare una palazzina ad Harlem. È il 2005 e lì Albert apre un cinema (fondato insieme al figlio Philip e in cui vengono proiettati esclusivamente documentari) e una scuola (sempre di documentari, per adulti e ragazzi di Harlem, gratuita e che ha come unico requisito di ammissione l’avere una buona storia e l’urgenza di raccontarla). Arrivo lì una mattina di maggio, e il qui e ora mi sembra talmente bello che guardo Albert Maysles e gli dico: se ti va parliamo del futuro, che del passato sappiamo già tutto. Albert mi sorride e comincia a raccontare. Mi spiega Harlem, e come la gente lì sia più gentile. Mi racconta di una volta che faceva freddo e una signora per strada lo ha fermato per tirargli su il cappuccio della felpa. Sorride. E basta questa storia del cappuccio (me la racconterà ancora una volta un paio di mesi dopo, quasi a non volermene fare dimenticare) perché l’immagine si fissi nella mia mente alla voce “poetica della gentilezza”.

Una ricerca poetica

Parlare con quest’uomo è una sorta di costante ricerca poetica. Prima di venire qua avevo visto molti dei suoi film ma di lui ignoravo tutto. Lo conosco adesso sentendolo parlare e ragionando intorno a quel che dice. Lo conosco guardando le persone che lavorano in questo posto da mattina a sera perché la gente di Harlem impari a raccontare da sé la realtà e perché abbia un cinema che sia un po’ come una casa e in cui potersi riconoscere (il cinema ospita ogni anno, oltre a decine di film sulla black culture, rassegne sul cinema delle Black Panthers, del South Africa o dei Caraibi). Guardo ogni oggetto che c’è in questa stanza, e ogni manifesto, e ogni singolo libro. E nel frattempo cerco domande che alimentino un discorso poetico. Nella conversazione si inseriscono Kay Dilday e Jessica Green, entrambe lavorano lì, mi spiegano progetti passati e futuri, più tardi mi faranno visitare gli spazi, e oggi e nei giorni a venire mi presenteranno gli altri che lavorano al cinema o alla scuola. Man mano che il quadro si allarga capisco perché Albert ha iniziato a spiegarmi il lavoro del Maysles Institute dicendo: “questa è una comunità”. C’è una coerenza di fondo, nelle intenzioni e nelle azioni di tutta questa gente, che li accomuna e che quotidianamente trasforma un modo di fare cinema in uno spazio reale. Che è un po’ come restituire la verità alla realtà. O come costruire il mondo in cui abitare e lavorare decidendo quali siano le priorità. Per esempio, avere a cuore la gente e circondarsi di gente che abbia a cuore noi. Tenere viva una costante ricerca poetica. Perché poetica è la vita. E talvolta può essere anche gentile.

Che cos’è un buon documentario

Maysles dice che un buon documentario è “un’ode alla realtà”. Poi fa una lista di sei cose necessarie a fare un buon documentario: 1. prendi distanza da un punto di vista; 2. ama il tuo soggetto; 3. riprendi eventi, scene, sequenze; evita interviste, narrazione, conduttori; 4. lavora col meglio del talento che hai; 5. fanne un’esperienza, e filma l’esperienza in modo diretto, senza messa in scena né controllo; 6. c’è un legame tra realtà e verità: resta fedele a entrambe. Nei suoi film, e in quelli girati insieme al fratello, c’è tutto questo. Soprattutto c’è molto stupore. Come se oltre a catturare le immagini e i suoni, sia possibile catturare lo stupore e l’incanto di chi riprende per trasmetterlo, intatto e potente, allo spettatore. Dice Albert Maysles che i documentari sono potenti, che “hanno il potere di far capire le cose alla gente, e di cambiare le cose”. Dice che la gente è felice quando li guarda, “perché i protagonisti sono gente comune, e non attori. Sono esattamente come loro”. E infine, sul documentario oggi: “Stiamo vivendo una vera Renaissance del documentario come genere cinematografico. Ma solo perché è la gente a sceglierli, a preferirli alla fiction”.

Una scuola ad Harlem

La filosofia della scuola fondata da Maysles ad Harlem sta nell’insegnare “impegnandosi a riprendere con fede nella realtà e dovere nei confronti della verità”. Ed è a metà strada tra verità e realtà che si colloca di fatto il cinema documentario dei fratelli Maysles, in quella costante ricerca di una giusta distanza tra verità soggettiva e realtà oggettiva. O a dirla con Werner Herzog, “la linea che separa ciò che puoi dimostrare vero da ciò che è poeticamente possibile”. Un’altra delle cose che mi dice Albert è che il suo vero mestiere è insegnare. Dice: “Io insegno”. Rimane un po’ in silenzio e poi mi spiega che il suo primo mestiere è stato “insegnare psicologia all’università”. Un giorno ha pensato che fare un documentario su un ospedale psichiatrico in Russia potesse essere una buona idea, è partito con una 16 mm e ha girato il suo primo film (era l’estate del 1955 e il film era Psychiatry in Russia). “Sono stato lì un mese, solo con un visto turistico. Mi sono presentato all’ospedale e loro mi hanno commissionato il film”. Aggiunge: “Una cosa che in America non potrebbe succedere mai con tutte le regole sul rispetto della privacy”. Poi mi parla dei film realizzati dagli studenti della sua scuola, del come certe volte vengano comprati e trasmessi da HBO o presentati a festival importanti come il Tribeca. Mi racconta di questi giovanissimi neo-registi di Harlem che alle anteprime dei loro stessi film sgranano gli occhi ed esclamano: “questo l’ho fatto io!”

L’America ad Harlem

L’America ho cominciato a capirla lavorando al cinema di Maysles. A fine intervista sono andata dalla direttrice del cinema, Jessica Green, e le ho chiesto se potevo tornare a dare una mano. Nei due mesi successivi sono andata lì due o tre volte a settimana, a volte anche di più. Davo una mano a Nick Daniele, l’house manager del cinema, e ai ragazzi (prevalentemente studenti di cinema) che vanno lì a fare volontariato e a imparare. Certi giorni il mio aiuto non serviva e restavo solo a guardare i film, altri giorni stavo alla cassa o davo una mano al piano di sotto, nella sala dove prima o dopo ogni proiezione registi e spettatori vengono invitati a bere un bicchiere di vino e chiacchierare. Si parla del film che si è appena visto, o del perché si sia lì in quel momento, ci si scambiano numeri, si fa amicizia. “Fare documentari è un modo per fare amicizia con la gente”, mi dice Albert un giorno alla fine di una proiezione. Io gli dico che anche frequentare un cinema di documentari aiuta, e che da quando ho cominciato a frequentare il Maysles Cinema ho quasi più amici ad Harlem che a Roma. Lui sorride e ha capito cosa voglio dire.

Link & video

Sul sito del Maysles Institute è possibile trovare tutte le informazioni sulla scuola e il cinema, mentre sul sito della Maysles Films ci sono maggiori informazioni su Albert Maysles e i suoi film.

Qui il trailer originale di Salesman, quello di Grey Gardens, alcuni minuti di outtakes di The Beatles: The First U.S. Visit e il trailer di Muhammad and Larry.

Tra i tanti video su youtube c’è un breve documentario su Albert Maysles, diverse interviste tra cui una di Regina Weinreich e un paio di minuti della Harlem intorno al Maysles Institute.

Tra i film di Albert Maysles in produzione sono già online i primi minuti di In transit e di un documentario su Iris Apfel.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
4 Commenti a “Di documentari, di Harlem e di buoni maestri”
  1. sergio l. duma scrive:

    Articolo interessantissimo! Complimenti!
    In passato ho avuto modo di vedere solo ‘Gimme Shelter’ che mi colpì molto.
    Ho una curiosità: il Dakota Building citato è lo stesso condominio in cui Polansky girò ‘Rosamary’s Baby’ e in cui anni dopo andò a vivere John Lennon?

  2. tiziana scrive:

    sì, il dakota building è quel condominio lì

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  4. Grazie, molto interessante… mi piacerebbe vedere i suoi documentari… :)

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