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Di nuovo selvaggi: il fascino estremo dell’essenziale

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chilo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.

“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.

Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tessonsa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo.

“Per desiderare una capanna al centro di una radura”, scrive Tesson, ”bisogna prima aver sofferto di indigestione nel cuore delle città moderne. Dopo essere rimasti paralizzati dal grasso del conformismo e invischiati nello strutto delle comodità, si è maturi per il richiamo della foresta”. Thoreau era meno ironico di Tesson, ma il concetto era lo stesso: “Datemi verità, invece che amore, denaro, fama”. Una ricerca di verità che talvolta è quasi religiosa, anche se con la religione istituzionale non ha nulla a che vedere, ma contiene piuttosto – almeno negli esiti letterari migliori – un ritorno ai valori essenziali e una protesta implicita verso la società.

“Quando ti senti parte della natura è come una specie di religione: è accettare che ci sia qualcosa di illimitato, qualcosa di molto più importante del tuo ego”, ha detto Erling Kagge a “Pagina99”, uno dei più famosi esploratori viventi autore di Filosofia per esploratori polari (Add Editore). “E poi la bellezza di fare le spedizioni al Polo è proprio questa: è imparare l’arte di mangiare a piccoli bocconi; sentire di avere tutto ciò di cui si ha bisogno e ricordarsi di cosa è importante nella vita”. Allo stesso modo c’è qualcosa religioso nella storia di Cheryl Strayed, autrice del best seller Wild (Piemme) che, partita da sola per un trekking estremo, ad ogni tappa è costretta a bruciare le pagine del libro che si porta appresso nell’enorme zaino: un vero piccolo, magico rituale.

Avventure estreme, solitarie, che come ha insegnato,una volta per tutte, il giovane McCandless di Into the wild, hanno senso solo se condivise. Questi racconti che siano ambientati al polo sud, nel deserto o in altri luoghi sperduti della terra, sono sempre incredibilmente popolati di esseri umani, quasi sempre uomini, o donne, con esistenze al limite, ma proprio per questo indimenticabili. “I sentieri sono luoghi d’incontro, di conversazione di convivialità… era nelle mie intenzioni scrivere libri densamente popolati, di vivi e di morti”, dice Robert MacFarlane a “Pagina99”.

Robert MacFarlane è l’autore di una trilogia sulla natura composta da Montagne della mente, Luoghi selvaggi e Le antiche vie (Einaudi), e già considerata un classico del nature writing contemporaneo.“Nei miei anni di vagabondaggio ho navigato sotto la luce di Giove attraverso un’antica sea road in Nord Atlantico, circumnavigato una montagna sacra di 7000 mila metri nella Cina occidentale, in inverno, ed esplorato il martoriato deserto palestinese della West Bank. In tutti questi posti ho incontrato persone per le quali camminare e seguire i sentieri è stato fondamentale nella comprensione di sé e del loro posto nel mondo”, continua MacFarlane che ha di recente pubblicato un libro illustrato, Holloway (Faber&Faber), sulle strade incavate del Dorset, ed è impegnato nella scrittura di Underland, un libro che racconta “di mondi sotterranei e perduti che si trovano sotto le nostre campagne e città”.

Presentato con successo lo scorso settembre  al Toronto Film Festival, il film tratto da Wild, sceneggiato da Nick Hornby e dalla stessa Cheryl Strayed, diretto da Jean-Marc Vallée, (Dallas Buyers Club) e interpretato da Reese Witherspoon, esce il 5 dicembre in USA e il prossimo febbraio in Italia. Il film, fedelissimo al libro omonimo, racconta di quando Strayed all’età di 26 anni, nel 1995, sola e senza alcuna preparazione, partiva per il Pacific Crest Trail, il più lungo sentiero di montagna degli Stati Uniti che collega il British Columbia con la California. Incapace di far fronte al dolore della morte – quella della madre, scomparsa giovanissima di cancro– entra in un negozio sportivo e vede per caso una guida della Pacific Crest Trail. Senza soldi, stanca di girare a vuoto, e con un problema di dipendenza dall’eroina, decide di partire. Dei quattromila chilometri del sentiero, Cheryl ne percorrerà “solo” milleseicento, con varie difficoltà tipo temperature polari, animali selvatici, piedi feriti dagli scarponi, fame, sete, mentre lo zaino pesantissimo le spezza la schiena. È una lunga lotta contro il proprio dolore.

“Ne è valsa la pena”, dice vent’anni dopo la Strayed. Millesettecento miglia – quasi le stesse percorse da Cheryl Strayed – sono quelle fatte da Robyn Davidson che attraversò a piedi le immense solitudini del deserto australiano, in compagnia di un cane e quattro cammelli. Era il 1977. Ci sono voluti ben 37 anni perché un regista portasse sullo schermo la storiaraccontata nel libro autobiografico Orme (Feltrinelli) che, riletto oggi, non ha perso fascino, ne ha forse acquistato. (Tracks diretto da John Curran e interpretato da Mia Wasikowska, è uscito lo scorso anno nelle sale).

A breve diventerà film anche Revenant, un romanzo dal respiro epico, che narra una delle avventure più famose del West, quella di Hugh Glass. Figura leggendaria, Glass era un trapper ovvero un esploratore e cacciatore di pellicce. Assalito da un grizzly, viene abbandonato dai compagni che gli rubano armi e cavallo; ma Glassnon è morto,è gravemente ferito e, nell’estate del 1823, si rimette in viaggio attraverso i territori selvaggi di Dakota, Montana, Wyoming e Nebraska – tremila miglia di pura wilderness – con solo uno scopo: vendicarsi.

Scritto da Michael Punke nel 2003 e solo oggi in traduzione italiana, Revenant (Einaudi)è un’opera di fiction e, anche se, come se ammette l’autore, “l’era del commercio di pellicce è inestricabilmente intrecciata alla leggenda” – la storia è dalla parte di Hugh Glass e della sua impresa, documentata da varie fonti. La forza epica di un personaggio come Glass – che avrà il volto di Leonardo di Caprio nel film diretto da Alejandro González Iñárritu – ha di nuovo a che fare con la religiosità della natura selvaggia: “E se Glass credeva in un dio, per lui abitava in quell’immensa distesa occidentale. Non una presenza fisica, ma un’idea, qualcosa che andava oltre la comprensione umana, qualcosa di più grande”.

***

Nella lingua inglese “wild” è un aggettivo dai molteplici significati e anche un sostantivo che significa “natura incontaminata, popolata di animali selvaggi”, e può quindi riferirsi tanto al bosco quanto all’oceano o al deserto. The Call of the Wild era il titolo originale del Richiamo della foresta di Jack London: oggi nessuno tradurre “wild” con “foresta”, ma in quel caso era corretto. Oggi basta accendere la tv e sarete sommersi da trasmissioni dedicate all’estremo: c’è Wild-Oltrenatura, la serie condotta da Fiammetta Cicogna arrivata alla decima edizione (su Italia 1); Nanuk-Prove d’avventura, con Caterina Guzzanti e Davide De Michelis (su Rai tre, dal 21 gennaio); solo sul canale tematico NatGeo Wild di Sky c’è Wild Real tv, Sfide selvagge e Destination Wild Italia. Dal 27 ottobre partirà anche Survive the tribe su National Geographic Channel (Sky) dove il biologo Hazen Audel si cimenterà in battute di caccia nella foresta amazzonica e nella costruzione di igloo con gli Inuit. Più wild di così.

E in libreria sono ormai tanti, e spesso anche buoni, i libri che raccontano storie d’immersione nella natura. Se la casa editrice Corbaccio pubblica da sempre storie favolose, come La grande avventura di Stefano Ardito – il racconto fresco di stampa Filippo De Filippi il «grande sconosciuto» della storia dell’esplorazione italiana e del suo straordinario viaggio in Asia nel 1913 – oggi si uniscono anche l’ottima casa editrice Nutrimenti, la collana “Frontiere” di Einaudi (con le edizioni di Robert MacFarlane, Richard Mabey e molti altri) e la neonata serie “Wild”di Fabbri. Esce in questi giorni L’ultima spedizione (Nutrimenti) di Robert F. Scott, il diario del famoso esploratore e della sua avventura al Polo Sud nel 1913, un libro notevole.

La frontiera invisibile (Fabbri, 2014), scritto dallo skyrunner Kilian Jornet, ha un sottotitolo che la dice tutta: “Sull’Himalaya. In inverno. Senza corde. Bisogna correre o morire”. Sempre da Fabbri è uscito di recente Lasciateli giocare con gli orsi (Fabbri, 2014) di Peter B. Hoffmeister, una guida originale per insegnare ai genitori come far vivere i bambini nelle natura selvaggia. Una vicenda non tanto conosciuta in Italia ma dotata di una certa freschezza narrativa benché scritto parecchi anni fa è Indian Creek. 
Un inverno da solo sulle Montagne Rocciose di Pete Fromm (Keller, 2013), la storia di giovane studente svogliato che riceve la proposta di trascorrere sette mesi da solo per proteggere la schiusa di 2 milioni di uova di salmone.

La casa editrice EDT pubblica, per la prima volta in Italia, le opere di Roger Deakin, ecologista e documentarista, autore di vari libri tra cui Nel cuore della foresta. Un viaggio attraverso gli alberi e Diario d’acqua, dove si racconta il suo viaggio a nuoto attraversato la Gran Bretagna, con indosso una muta fatta confezionare apposta per le acque più gelate.

Infine il piccolo editore Gingko compie una vera e propria operazione “natura selvaggia” ripubblicando da una parte classici come Disobbedienza civile di Thoreau, Al polo nord di Emilio Salgari o Sud di Ernest Shackleton, e dall’altra titoli nuovi come PolarDream di Helen Thayer, best seller in Usa nel 2002 o Il silenzio dell’acqua di Mirna Fornasier: due viaggi in solitaria tra i ghiacci, compiuti da due donne. Per i ragazzi, e non solo, è appena uscito un libro illustrato da disegni strepitosi, L’incredibile viaggio di Shackleton di William Grill (ISBN Edizioni), il racconto della mitica spedizione dell’Endurance: 28 uomini e 69 cani alla conquista del PoloSud.

Valentina Pigmei, nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici. Ha scritto per La Stampa, Panorama, Elle, Grazia, Rolling Stone, GQ, D-Repubblica delle Donne, Messaggero. Oggi vive in Umbria e collabora con Flair, Myself, Vogue e Pagina99.
Commenti
5 Commenti a “Di nuovo selvaggi: il fascino estremo dell’essenziale”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Credo che i veri selvaggi siano gli “occidentali” di oggi, completamente disarmonici nei confronti della natura e, soprattutto e peggio, di se stessi in quanto (supposti) esseri umani.
    Il recupero dell’essenzialità è, viceversa, una raffinata ed efficace cura per organismi ad alto tasso di consapevolezza, salute e anticonformismo.

  2. flyout scrive:

    Siamo lontani, troppo lontani.
    Solo parole, buoni intenti e sogni.

    Nessuno saprebbe più gestire l’essenza del vive nella natura.
    Siamo piccoli e detestabili.

    Lasciamo madre natura nella sua povera dimensione di “sfruttata”,
    non sappiamo far altro che usarla.
    Ma non stupiamoci del conto.

  3. Giovanni Costabile scrive:

    “Chilo” ha fatto cosa?
    “Oggi nessuno tradurre wild con foresta”
    Augh grande capo! 😛

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  1. […] “Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura. Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chi lo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura. “Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano. Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tesson sa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo. LEGGI TUTTO… […]



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