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Di qua dal paradiso

Il 26 marzo 1920 Francis Scott Fitzgerald pubblicava il suo primo romanzo, «Di qua dal paradiso». Noi oggi ricordiamo Fitzgerald (e la sua musa e moglie e amante: Zelda) in tre diversi modi. Pubblicando un’intervista inedita in Italia, in cui Scott e Zelda parlano vicendevolmente l’uno dell’altra, e per la quale ringraziamo Tiziana Lo Porto, la mamma di Superzelda che l’ha scovata e l’ha tradotta appositamente per noi. 
Mettendo on line le prime pagine di «Di qua dal paradiso» nella nuova traduzione di Veronica Raimo. Con infine il resoconto del dietro le quinte di «Superzelda», attraverso il quale Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta raccontano come hanno realizzato la loro graphic novel.

Di qua dal Paradiso

1. AMORY, FIGLIO DI BEATRICE
di Francis Scott Fitzgerald

Amory Blaine ereditò da sua madre tutti i tratti, tranne quei pochi, sparuti e indefinibili che lo rendevano interessante. Il padre, un uomo inconcludente e incapace di esprimersi, con una predilezione per Byron e l’abitudine di appisolarsi sull’Enciclopedia Britannica, divenne ricco all’età di trent’anni grazie alla morte dei due fratelli maggiori, broker di successo a Chicago, e non appena ebbe la sensazione che il mondo fosse ai suoi piedi, andò a Bar Harbor dove conobbe Beatrice O’Hara. Di conseguenza, Stephen Blaine tramandò ai posteri il suo metro e ottanta di altezza e la tendenza a esitare nei momenti cruciali, caratteristiche che riapparvero in suo figlio Amory. Per molti anni non fu altro che una figura sfumata sullo sfondo della vita familiare, un uomo timido col volto mezzo nascosto dietro ai capelli lisci e sbiaditi, sempre occupato a «prendersi cura» di sua moglie, sempre angosciato dall’idea di non capirla e di non riuscire a capirla.
Ma Beatrice Blaine! Che donna! Le fotografie di quando era giovane, scattate nella tenuta di suo padre a Lake Geneva, in Wisconsin, o a Roma, nel Convento del Sacro Cuore – una scuola di lusso riservata all’epoca solo alle figlie di gente estremamente facoltosa – rivelavano la straordinaria delicatezza dei suoi lineamenti, la sobrietà e la raffinata eleganza dei suoi abiti. Eccezionale la sua educazione: trascorse la giovinezza tra fasti rinascimentali, erudita sugli ultimi pettegolezzi riguardo le più antiche famiglie romane, nota come una ricchissima ragazza americana al cardinal Vittori e alla regina Margherita, nonché ad altri personaggi più distinti, che solo gente di una certa cultura poteva aver sentito nominare. In Inghilterra scoprì di preferire il whisky e soda rispetto al vino, mentre durante un inverno trascorso a Vienna perfezionò la sua arte salottiera. Nel complesso, Beatrice O’Hara assorbì un’educazione che oramai non sarebbe più possibile, un’istruzione che si misurava sul numero di cose e di persone di cui saper parlare con disprezzo o con entusiasmo, una cultura fatta di arte e tradizione, totalmente priva di idee, sullo scorcio di un’epoca in cui il grande giardiniere recideva le rose inferiori per far germogliare un unico bocciolo perfetto.
Nel periodo meno significativo della sua vita, Beatrice tornò in America, incontrò Stephen Blaine e lo sposò, il tutto quasi esclusivamente perché si sentiva un po’ stanca e un po’ triste. Il suo unico figlio, dopo una stagione lunga ed estenuante, venne alla luce un giorno di primavera del 1896.
All’età di cinque anni, Amory era già diventato, per lei, un delizioso compagno. Aveva capelli biondo ramato, occhi grandi e incantevoli a cui crescendo sarebbe diventato più adatto, una fervida immaginazione e un certo gusto per gli abiti eleganti. Dai quattro ai dieci anni si fece il paese in lungo e largo insieme a sua madre, sul vagone privato del padre, da Coronado – dove sua madre si annoiò talmente tanto da avere un collasso nervoso in un albergo alla moda – fino a Città del Messico, dove si ammalò in forma lieve di una tubercolosi quasi epidemica. Un malessere che non le dispiaceva affatto e che, in seguito, trasformò in un elemento intrinseco alla propria aura, specialmente dopo un buon numero di eccellenti bicchierini. Così, mentre ragazzini ricchi, più o meno fortunati, disubbidivano alle loro governanti sulla spiaggia di Newport, venivano sculacciati, consegnati agli istitutori o costretti a sorbirsi letture di Do and Dare o Frank on the Lower Mississippi, Amory maltrattava i solerti fattorini del Waldorf, sviluppava un innato disprezzo per la musica da camera e le sinfonie, e riceveva da sua madre un’educazione altamente specializzata.
«Amory».
«Sì, Beatrice». (Un nome bizzarro per una madre, ma a lei piaceva farsi chiamare così.)
«Caro, non pensarci proprio ad alzarti già dal letto. Ho sempre avuto il sospetto che le levatacce nei primi anni di vita rendano nervosi. Clothilde ti farà portar su la colazione».
«Va bene».
«Mi sento molto vecchia oggi, Amory», sospirava, il volto un prezioso cammeo carico di pathos, la voce straordinariamente modulata e le mani agili come quelle della Bernhardt. «Ho i nervi a pezzi, a pezzi. Domani dobbiamo andarcene da questo posto tremendo e cercare un po’ di sole».
Gli occhi verdi e penetranti di Amory guardavano sua madre attraverso un groviglio di capelli. Persino a quell’età non si faceva più illusioni su di lei.
«Amory».
«Oh, ».
«Voglio che ti faccia un bagno bollente, più caldo che puoi, per distendere i nervi. Puoi leggere nella vasca se ti va».
Prima dei dieci anni gli fece leggere delle parti delle Fêtes Galantes, e verso gli undici anni Amory poteva disquisire con scioltezza, sebbene un po’ artificiosamente, di Brahms, Mozart e Beethoven. Un pomeriggio che si trovava da solo in un albergo di Hot Springs, assaggiò il liquore all’albicocca di sua madre e lo trovò nient’affatto male, tanto da prendersi una leggera sbronza. Una cosa divertente fino a quando, nell’esaltazione del momento, decise di provare una sigaretta, che gli scatenò una volgare reazione plebea. Per quanto Beatrice si dicesse inorridita dall’episodio sotto sotto ne fu anche divertita, e divenne parte di ciò che la generazione successiva avrebbe definito il suo «cavallo di battaglia».
«Questo mio ragazzo», Amory la sentì dire un giorno rivolta a un pubblico di donne piene di stupore e ammirazione, «è così sofisticato e affascinante… ma è anche delicato… siamo tutti delicati qui, capite». La sua mano si stagliava luminosa contro il bellissimo seno, poi abbassando la voce fino a un sussurro raccontò la storia del liquore all’albicocca. Le donne si divertirono perché Beatrice era un’ottima narratrice, ma quella notte furono in molte a serrare a chiave gli armadietti in vista di eventuali defezioni dei piccoli Bobby o delle piccole Barbara…
Questi pellegrinaggi per gli Stati Uniti avvenivano sempre in pompa magna, con due cameriere al seguito, il vagone privato, o il signor Blaine se era disponibile, e spesso anche un medico. Quando Amory si prese la pertosse c’erano quattro specialisti chini intorno al suo letto che si scrutavano l’un l’altro indignati; quando si ammalò di scarlattina il numero di persone che si prendevano cura di lui, compresi medici e infermiere, salì a quattordici. Comunque, visto che il sangue non è brodo, Amory se la cavò.
I Blaine non erano legati a nessuna città in particolare. Erano «i Blaine di Lake Geneva», avevano parenti a sufficienza da non aver bisogno di amici, e una reputazione invidiabile che andava da Pasadena a Cape Cod. Ma Beatrice diventava sempre più incline a prediligere solo le nuove conoscenze, perché c’erano certe storie, come quella della sua costituzione con i vari emendamenti, o certi ricordi del suo passato all’estero, che aveva bisogno di raccontare a intervalli regolari. Erano storie che andavano esorcizzate, proprio come i sogni freudiani, altrimenti avrebbero assalito e assediato il suo sistema nervoso.
Beatrice era critica nei confronti delle donne americane, specialmente della fluttuante popolazione di quelle che venivano dall’Ovest.
«Hanno un accento, mio caro», disse ad Amory, «che non è l’accento del Sud, o quello di Boston, non è di nessun posto in particolare, è un accento e basta». Poi, con l’aria trasognata: «Sono andate a ripescare quel vecchio accento londinese consunto che non ha più nessun fascino ma che qualcuno deve pur usare. Parlano come potrebbe parlare un maggiordomo inglese dopo anni passati in una compagnia operistica di Chicago». E al limite dell’incoerenza concludeva: «Immagina che nella vita di tutte le donne dell’Ovest arrivi questo momento… ecco… pensano che siccome loro marito è tanto ricco, si devono permettere un accento… e vorrebbero impressionare proprio me, caro».
Per quanto Beatrice considerasse il proprio corpo un groviglio di fragilità, riteneva che la sua anima fosse altrettanto malata e proprio per questo di vitale importanza. Un tempo era stata cattolica, ma quando scoprì che i preti si interessavano a lei molto di più nei periodi in cui era in procinto di abbandonare o di riconquistare la fede nella Chiesa, decise di conservare un atteggiamento deliziosamente volubile. Deprecava spesso l’impronta borghese del clero cattolico americano ed era abbastanza convinta che, se fosse vissuta all’ombra delle grandi cattedrali europee, la sua anima sarebbe arsa come una fiammella sull’imponente altare di Roma. Ma comunque, insieme ai dottori, i preti erano il suo passatempo preferito.
«Ah, vescovo Wiston», esclamava, «non ho proprio voglia di parlare di me stessa. Me le immagino le orde di donne isteriche che assediano la sua porta, scongiurandola di essere comprensivo» – poi, dopo l’intermezzo del sacerdote – «ma il mio stato d’animo… è… curiosamente diverso».
Solo a sacerdoti di rango non inferiore a quello di un vescovo confidava la sua storia d’amore clericale. La prima volta che era ritornata nel suo paese aveva incontrato ad Asheville questo giovane pagano, appassionato di Swinburne, e si era presa una cotta per i suoi baci appassionati e i suoi discorsi poco sentimentali. Insieme avevano affrontato i pro e i contro della faccenda con un romanticismo intellettuale privo di smancerie. Alla fine lei aveva deciso di sposarsi per decoro e il giovane pagano di Asheville aveva avuto una crisi mistica, si era avvicinato alla Chiesa cattolica ed era attualmente monsignor Darcy.
«Infatti, signora Blaine, è ancora una compagnia deliziosa… si può dire il braccio destro del cardinale».
«Amory un giorno andrà a trovarlo, lo so», sospirava la bella donna, «e monsignor Darcy lo capirà, esattamente come ha capito me».
All’età di tredici anni Amory era diventato alto e slanciato, più che mai somigliante alla madre celtica. Aveva preso, di tanto in tanto, qualche lezione privata, con l’idea di «rimettersi in pari» ogni volta «ricominciando dal punto dove era rimasto». Ma dal momento che nessun insegnante era mai riuscito a capire dov’è che fosse rimasto, la sua mente era ancora in ottima forma. Se Amory fosse andato avanti così per altri anni, è problematico dire cosa sarebbe successo. Ad ogni modo, dopo quattro ore di navigazione, mentre era diretto insieme a Beatrice verso l’Italia, gli scoppiò l’appendice, probabilmente per i troppi pasti consumati a letto. Dopo una frenetica serie di telegrammi tra Europa e America, e tra lo stupore dei passeggeri, il grande bastimento fece inversione di rotta per ritornare verso il porto di New York e depositare il ragazzo sul molo. Dovete ammettere che se non era vita quella, era comunque una cosa fantastica.
Dopo l’operazione, a Beatrice venne un collasso nervoso che aveva sospette analogie con un delirium tremens, e Amory fu lasciato a Minneapolis per i due anni successivi, sotto la custodia dei suoi zii. Ed è qui che per la prima volta venne colto – si può dire «con le braghe calate» – dalla rozzezza e dalla volgarità della civiltà occidentale.

 

Un bacio per Amory

Amory increspò le labbra mentre leggeva.

Darò una festa in slittino – c’era scritto – giovedì, 17 dicembre alle 17.00, e mi farebbe molto piacere se potessi venire.
Cordialmente,
R.S.V.P.
Myra St. Claire

Era da due mesi a Minneapolis e il suo maggior cruccio consisteva nel cercare di nascondere agli altri «tizi di scuola» quanto si sentisse superiore a loro, benché fosse una convinzione priva di qualsiasi fondamento. Una volta si era messo in mostra durante l’ora di francese (Amory era all’ultimo anno di francese), ridicolizzando con disprezzo l’accento del professor Reardon e mettendolo in grande imbarazzo per la gioia di tutta la classe. Il professor Reardon, che aveva trascorso varie settimane a Parigi dieci anni prima, si prese la sua rivalsa interrogandolo sui verbi, senza staccare però gli occhi dal libro. Ma un’altra volta Amory tentò di mettersi in mostra durante l’ora di storia con esiti disastrosi, perché qui i compagni erano suoi coetanei, e per la settimana successiva non fecero che mandarsi frecciatine scimmiottando il suo accento:
«Oh, sapete cavi, io cvedo che la Vivoluzione Amevicana sia stata essenzialmente un affaire della bourgeoisie».
«Washington veniva da un’ottima famiglia, vevamente ottima, vitengo».
Amory si sforzò ingegnosamente di riscattarsi commettendo errori di proposito. Due anni prima aveva iniziato a scrivere una storia degli Stati Uniti, e anche se si era fermato alle guerre coloniali, era stata giudicata dalla madre assolutamente incantevole. L’atletica rappresentava il suo tallone d’Achille, ma quando il ragazzo si rese conto che era proprio quella la chiave di volta per il prestigio e la popolarità scolastica, cominciò a fare sforzi tenaci e furibondi per eccellere negli sport invernali e, con le caviglie doloranti e cedevoli nonostante l’impegno, pattinò coraggiosamente tutti i pomeriggi sulla pista di Lorelei, chiedendosi quanto ci avrebbe messo a impugnare una mazza da hockey senza che gli andasse inspiegabilmente a finire tra i pattini.
La lettera d’invito alla festa in slittino della signorina Myra St. Claire passò la mattinata nella tasca del cappotto, dove stabilì un intenso rapporto fisico con un polveroso pezzetto di croccante alle noccioline. Nel pomeriggio Amory la riportò alla luce con un sospiro, e dopo un po’ di riflessioni e una prima bozza scritta sul retro del manuale di latino di Collar e Daniels, formulò la sua risposta:

Cara signorina St. Claire,
il tuo invito davero adorabile per la serata di giovedì sera è stato davero piacevole da ricevere questa mattina. Sarei dunque lieto e onorato di porgiere i miei omagi il prossimo giovedì sera.

Distinti saluti,
Amory Blaine

Quel giovedì, quindi, s’incamminò pensieroso tra i marciapiedi scivolosi della città, dove la neve era stata appena spalata, fino a giungere di fronte a casa di Myra alle cinque e mezza, un ritardo che secondo lui sua madre avrebbe apprezzato. Restò qualche istante sui gradini d’ingresso con gli occhi incurantemente socchiusi e architettò con precisione la sua entrata. Avrebbe attraversato la sala, senza troppa fretta, in direzione della signora St. Claire, e detto, esattamente con la giusta modulazione di voce:
«Cara signora St. Claire, sono terribilmente spiacente di essere in ritardo, ma la cameriera…», e qui si fermò rendendosi conto che aveva sbagliato a citare, «ma lo zio ed io dovevamo vedere un tale… sì, ho conosciuto la sua incantevole figlia a scuola di ballo».
Poi, con il suo leggero inchino, un po’ da forestiero, avrebbe stretto la mano a tutte quelle ragazzine inamidate, e fatto un cenno col capo ai ragazzini sparsi per la sala, paralizzati in rigidi gruppetti per darsi reciproca protezione.
Il maggiordomo (uno dei tre in tutta Minneapolis) spalancò la porta, Amory entrò e si tolse cappello e cappotto. Era un po’ stupito di non sentir giungere dalla stanza a fianco l’eco stridula di qualche conversazione e pensò che doveva trattarsi di una festa piuttosto formale. Gli andava bene, così come non aveva nulla da ridire sul maggiordomo.
«La signorina Myra», disse Amory.
Con suo vivo stupore il maggiordomo fece una specie di ghigno.
«Oh, sì certo», rispose, «è qui». Non si rendeva conto che la sua incapacità di essere un vero cockney ne intaccava la posizione. Amory lo guardò con freddezza.
«Ma», continuò il maggiordomo con un tono di voce inutilmente alto, «c’è solo lei. La festa è finita».
Amory trasalì con orrore.
«Cosa?»
«Stava aspettando Amory Blaine. È lei, giusto? La madre della signorina ha detto che se fosse arrivato entro le cinque e mezza, voi due avreste dovuto seguirla con la Packard».
La disperazione di Amory rimase cristallizzata all’apparire di Myra in persona, imbacuccata in un cappotto sportivo, il viso contrariato, la voce che si sforzava di essere gentile.
«Salve, Amory».
«Salve, Myra». Amory tradiva a pieno la sua vivacità.
«Be’… sei arrivato, alla fine».
«Ehm, sì. Temo che tu non abbia saputo dell’incidente d’auto», inventò.
Myra spalancò gli occhi.
«Chi ha avuto l’incidente?»
«Be’», continuò ad arrabattarsi lui, «io e gli zii».
«È morto qualcuno?»
Amory fece una pausa e fece cenno di sì con la testa.
«Tuo zio?», chiese lei in tono allarmato.
«Oh, no… solo un cavallo… una specie di cavallo grigio».
Il maggiordomo irlandese ridacchiò.
«Probabilmente ha fatto fuori il motore», suggerì.
Amory lo avrebbe mandato volentieri al patibolo.
«Be’, ora andiamo», disse Myra con freddezza. «Sai, Amory, le slitte erano state prenotate per le cinque, ed erano già tutti qui… quindi non abbiamo potuto aspettare».
«Be’, non è stata colpa mia».
«Mia mamma ha detto di aspettarti fino alle cinque e mezza. Faremo in tempo a raggiungere le slitte prima che arrivino al Minnehaha Club».
Amory non si sentiva più così tanto sicuro di sé. Immaginò l’allegra combriccola che scampanellava lungo le strade innevate, poi l’arrivo in limousine, la scena terrificante in cui lui e Myra sarebbero scesi dalla macchina sotto lo sguardo indignato di trenta persone, e lui costretto a fare pubblica ammenda, stavolta per davvero. Amory tirò un sospiro profondo.
«Cosa c’è?», chiese Myra.
«Niente, stavo solo sbadigliando. Siamo sicuri che facciamo in tempo a raggiungerli?» In cuor suo stava carezzando la remota speranza che riuscissero invece a intrufolarsi al Minnehaha Club prima degli altri, in modo da incontrarli direttamente lì, e farsi trovare, loro due da soli, in atteggiamento blasé di fronte al fuoco, cosa che gli avrebbe fatto riconquistare il contegno perduto.
«Ma sì che ce la facciamo a raggiungerli. Forza, sbrighiamoci».
Amory avvertì una fitta allo stomaco. Una volta in macchina si affrettò a dare una spolveratina di diplomazia sul rudimentale piano che aveva architettato. Prese ispirazione dalle smancerie che aveva imparato alla scuola di ballo, dove risultava che Amory fosse «terribilmente affascinante e british, per così dire».
«Myra», disse, quasi bisbigliando e scegliendo con cura le parole, «ti chiedo mille volte scusa. Potrai mai perdonarmi?»
Lei lo scrutò con sguardo severo, fissò quegli occhi verdi così intensi e quella bocca che, per una tredicenne con un debole per l’uomo elegante in camicia Arrow, erano la quintessenza del romanticismo. Ma sì, Myra non ci avrebbe messo molto a perdonarlo.
«Be’… sì… certo».
Lui tornò a guardarla, e poi abbassò lo sguardo. Aveva delle ciglia lunghissime.
«Sono tremendo», disse in tono malinconico. «Sono diverso. Non so perché faccio questi faux pas. Sarà perché non me ne importa nulla». Poi, con una certa sfacciataggine, aggiunse: «Ho fumato troppo. Ho le palpitazioni».
Myra immaginò una nottata dissoluta piena di fumo, un Amory pallido e vacillante per effetto della nicotina nei polmoni. Trattenne il fiato.
«Oh, Amory, non fumare. Fa male alla crescita».
«Che m’importa», continuò lui sempre più cupo. «Ormai ho il vizio. Ho fatto tante di quelle cose che se i miei lo sapessero…», esitò per un momento, lasciandole il tempo di immaginare le più tetre abiezioni, «sono stato a uno spettacolo di burlesque la settimana scorsa».
Myra era sconvolta. Lui la guardò di nuovo con i suoi occhi verdi.
«Tu sei la sola ragazza in città che mi piaccia davvero», esclamò in uno slancio sentimentale. «Sei jolie».
Myra non era così sicura, ma le sembrava un complimento raffinato anche se forse un po’ inappropriato.
Fuori era calato un denso crepuscolo, la limousine fece una svolta improvvisa tanto che lei si ritrovò sospinta verso Amory e le loro mani si sfiorarono.
«Amory, non dovresti fumare», bisbigliò lei. «Lo sai?»
Lui scosse la testa.
«Non importa a nessuno».
Myra esitò un momento.
«Importa a me».
Qualcosa si agitò dentro Amory.
«Oh certo, come no! Lo sanno tutti che ti sei presa una cotta per Froggy Parker».
«Non è vero», disse lei scandendo le parole.
Poi il silenzio. Amory era in fibrillazione. C’era qualcosa di affascinante in Myra, chiusa nell’accogliente abitacolo, al riparo dal freddo e dall’oscurità. Myra, un fagottino di vestiti, con quei riccioli biondi che le spuntavano fuori dal berretto da pattinaggio.
«Perché anch’io mi sono preso una cotta…» Amory si fermò un attimo, poiché aveva sentito in lontananza le risate dei ragazzi, e dando un’occhiata dal finestrino ghiacciato verso la strada illuminata dai lampioni, distinse le sagome scure del gruppetto in slitta. Doveva agire in fretta. Con uno scatto brusco e violento si sporse in avanti per afferrare la mano di Myra, o il pollice per essere più esatti.
«Digli di andare direttamente al Minnehaha», mormorò. «Voglio parlarti… devo parlarti».
Myra riconobbe il gruppo davanti a loro, ebbe una fugace visione di sua madre, e poi, infischiandosene delle convenzioni, tornò a guardare gli occhi accanto a lei.
«Svolta qui, Richard, e vai direttamente al Minnehaha Club!», urlò dall’interfono all’autista. Amory sprofondò tra i cuscini risollevato.
«Potrei baciarla», pensò. «Ci scommetto, ci scommetto!»
Il cielo sopra le loro teste era metà cristallino, metà nebbioso, e l’oscurità della notte li avvolgeva fredda e vibrante, carica di tensione. Dai gradini del country club i sentieri si dipanavano come grinze nere su una coperta bianca, lungo i lati si ergevano grossi cumuli di neve simili a tane di talpe gigantesche. I due indugiarono per qualche istante osservando la bianca luna invernale.
«Una luna così pallida», Amory fece un gesto vago, «…rende le persone piene di mistero. Tu sembri una giovane strega senza cappello e coi capelli un po’ arruffati». Myra si toccò immediatamente i capelli. «Oh, lasciali così, stanno bene».
I due salirono gli scalini e Myra fece strada verso il salottino da lui tanto agognato, dove ardeva un bel fuocherello di fronte a un grosso e soffice divano. Qualche anno dopo questo sarebbe diventato un grande palcoscenico per Amory, la culla di parecchie crisi emotive. Parlarono un po’ delle feste in slitta.
«Ci sono sempre dei ragazzini timidi», commentò lui, «che si acquattano in fondo alla slitta e stanno lì, per conto loro, a parlottare e darsi spintoni. E poi non manca mai qualche ragazza stramba con gli occhi storti» – Amory fece un’imitazione perfetta – «che parla a raffica con lo chaperon».
«Certo sei un tipo buffo», disse Myra perplessa.
«In che senso?» Amory mostrò subito interesse, finalmente giocava in casa.
«Oh… parli sempre di cose assurde. Perché non vieni a sciare con me e Marylyn domani?»
«Non mi piacciono le ragazze durante il giorno», disse lui bruscamente, e poi, rendendosi conto della scortesia, aggiunse: «Ma tu sì». Si schiarì la gola. «Ti metto al primo posto. E anche al secondo e al terzo».
Lo sguardo di Myra si fece sognante. Che storia da raccontare a Marylyn! Seduta lì sul divano con quel ragazzo affascinante… il fuoco… la sensazione di essere soli in quell’immenso edificio…
Myra era cotta, l’atmosfera non poteva essere più propizia.
«E io ti metto ai primi venticinque posti», confessò con la voce tremolante, «e Froggy Parker è al ventiseiesimo».
Froggy era sceso di venticinque posizioni nel giro di un’ora. E non se ne era ancora accorto. Ma Amory, nel posto giusto al momento giusto, si sporse rapidamente verso Myra e la baciò sulla guancia. Non aveva mai baciato una ragazza prima di allora, e assaporò con curiosità il gusto che gli era rimasto sulle labbra, come se avesse assaggiato un frutto nuovo. Poi le loro labbra si sfiorarono come fiorellini selvatici mossi dal vento.
«Siamo terribili», si vantò Myra con dolcezza. Fece scivolare la mano dentro quella di lui appoggiandosi con il capo sulla sua spalla. Amory fu colto da un improvviso senso di repulsione, di nausea e di disgusto per quello che era appena successo. Desiderava ardentemente fuggir via di lì, non rivedere mai più Myra e non baciare mai più nessuno. Acquistò consapevolezza del proprio volto, e di quello di Myra, delle loro mani intrecciate insieme, avrebbe voluto abbandonare il suo corpo e rifugiarsi in qualche luogo sicuro, invisibile, in un recesso della sua mente.
«Baciami ancora». La voce di lei affiorava da un profondo vuoto.
«Non mi va», furono le parole che Amory si sentì uscire di bocca. Poi ci fu un altro momento di silenzio.
«Non mi va!», ripeté con più enfasi.
Myra balzò in piedi, le guance arrossate per la vanità ferita e il grosso fiocco appuntato sulla sua nuca che tremava insieme a lei.
«Ti odio», gridò. «Non osare mai più rivolgermi la parola!»
«Cosa?», balbettò Amory.
«Adesso dico alla mamma che mi hai baciato. Guarda che lo faccio! Lo faccio! E lei non mi permetterà più di giocare con te!»
Amory si alzò e la guardò disarmato, come se si trovasse di fronte a un animale nuovo di cui non sospettava minimamente l’esistenza.
All’improvviso si aprì la porta e apparve la madre di Myra che armeggiava con i suoi lorgnette.
«Be’», disse sistemandosi per bene gli occhialini, «il portiere mi ha detto che voi due eravate quassù… Piacere di conoscerti, Amory».
Amory guardò Myra in attesa che sbottasse, ma lei non lo fece. Non aveva più il broncio e anche il rossore sulle guance era svanito. La voce della ragazza era calma e placida come un lago in estate, quando rispose a sua madre.
«Oh, eravamo così in ritardo, mamma, che ho pensato che tanto valeva…»
Amory sentì arrivare dal piano di sotto l’eco stridulo delle risate e un odore insipido di cioccolato caldo e dolcetti da tè, mentre in silenzio seguiva madre e figlia lungo le scale. Il suono del grammofono si mescolava alle voci delle ragazze che intonavano un motivetto, e Amory si ritrovò immerso in una luce soffusa.

Casey-Jones – mounted to the cab-un
Casey-Jones – ’th his orders in his hand.
Casey-Jones – mounted to the cab-un
Took his farewell journey to the prom-ised land.

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2 Commenti a “Di qua dal paradiso
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  1. […] & moralia un blog culturale di minimum fax « Dietro le quinte di Superzelda Di qua dal paradiso […]

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