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Un’assoluta fedeltà, contro il mercato della nostalgia. Dialogo con Edoardo Nesi su “La mia ombra è tua”

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Edoardo Rialti. Comincerei da Giorgio Caproni: “Enea che in spalla/un passato che crolla tenta invano/di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo/ch’è uno schianto di mura, per la mano/ha ancora così gracile un futuro/da non reggersi ritto.” Anche nel tuo romanzo il nome di Anchise compare esplicitamente e mi è parsa una voluta strizzata d’occhio, come se questo rapporto fondativo del nostro immaginario sia uno dei filoni per leggere “La mia ombra è tua”, fin dal titolo che pure si rifà a Lowry. Il grande tema dell’Eneide è appunto come interpretare il mondo, finché Anchise è vivo spetta a questi leggere gli ambigui segni del divino lungo il viaggio, mentre dopo la discesa agli inferi e un ultimo confronto col padre è Enea stesso a diventare il lettore della realtà.
Nel tuo romanzo mi pare che avvenga un simile passaggio di testimone. Come se il Vezzosi alla fine andasse a sua volta nei Campi Elisi. Quanto lo senti in dialogo con ciò che hai scritto?

Edoardo Nesi: Anzitutto ti ringrazio, per me è un onore anche solo accostarmi a questi nomi. C’è molto di vero questo, ma anche un rapporto padre-figlio che continua a spostarsi. Non volevo raccontare un rapporto meramente intergenerazionale, i padri e i figli, semmai l’impossibilità di fissare rapporti così precisi, e quando Emiliano parte con l’orgoglio di essere un figlio però poi il figlio diventa il Vezzosi stesso, è come si spostasse il ruolo, e poi si rigira ancora. Mi piaceva a giocare con questo stereotipo letterario. Io ho perso mio padre un anno fa e non credo sia una cosa superabile. Alla guida nel romanzo non c’è nessuno. Viaggiano su una macchina a cui progressivamente tolgono tutto, è una sorta di metafora cui – giuro – penso solo in questo momento.

Edoardo Rialti: Al pari di altri personaggi della narrativa degli ultimi anni – penso all’Antonio Michelangelo di Vanni Santoni, sorta di leonardesco uomo universale – il Vezzosi incarna anche una certa lettura del ‘900, almeno nello sguardo del protagonista, una lettura che forse non è neppure reale, e uno dei problemi del tuo libro sono anche le lenti con cui noi valutiamo qualcuno che magari in quell’interpretazione non si riconosce affatto (penso alla lunga filippica iniziale di Emiliano ubriaco contro il maschio alfa cinquantenne eterosessuale bianco) o rispetto alla quale esiste comunque uno scarto.

Edoardo Nesi: volevo lavorare su questo e sull’incomunicabilità di fondo tra la generazione di mio figlio e la mia. È come se in qualche modo la mia generazione si fosse divertita tanto senza sapere di essere in paradiso e la generazione nuova fosse costretta a sorbirsi mille volte quanto si sono divertiti quelli di prima. Volevo fosse un problema il più forte possibile e che non si risolvesse neppure, odiavo l’idea che poi le cose si sistemassero, che avesse ragione l’uno o l’altro. Avrebbe preso troppo posto. Il Vezzosi non risponde, perché sa che in fondo quelle accuse di Emiliano son vere. Non gli dice “Ma voi non vi siete impegnati” che è la solita risposta…

Edoardo Rialti: agli Sdraiati…

Edoardo Nesi: Che è mostruosamente falsa e ipocrita. Era molto più facile a quei vecchi tempi – e io che pure quei tempi e personaggi li amo, ne vedo anche tutti i difetti.

Edoardo Rialti: Altro elemento interessante è come il tuo sia un libro anche contro la vendita della nostalgia, vera e propria merce nel romanzo, e che risulta progressivamente molto diversa dalla malinconia e la tristezza. Il Vezzosi le contrappone persino, “i miei dolori e il mio passato sono con me”. Si oppone al feticismo che già additava Proust, quando mostrava che se gli dèi se ne vanno, abbiamo bisogno degli oggetti. È una dinamica onnipresente.

Nesi: La nostalgia oggi viene appunto prodotta, sono i prodotti di maggior successo.  Ho cominciato a scrivere questo libro per via di Bauman, alla Milanesiana, e lui disse delle cose molte interessanti, e citò questa Svetlana Boym di Harvard che aveva scritto The future of nostalgia, bellissimo: lei stessa indica due nature, la nostalgia riflessiva, personale (del Vezzosi), che è irreparabile, perché quando ti mancano i tuoi 14 anni, o tuo padre, questi non torneranno più. Però questa nostalgia che lei assolve ed è pure positiva ti conferisce un passato,e poi invece c’è quella politica, quella restauratrice, quella dei fascisti e della destra che “si stava meglio prima e bisogna tornare all’età dell’oro”  – senza autocitarsi.

Questo distinguo mi ha cambiato il libro. Io sentivo queste due cose ma non riuscivo a scinderle. A una non si deve cedere e all’altra invece non si può non cedere. Il Casamonti basa il suo successo dalla merce, il ventre molle, su cui dovrei scrivere un altro libro. È vero che a tanti livelli i prodotti oggi sono più scadenti. Le Porsche: metti una di oggi e una degli anni ’90, quella di oggi è tecnicamente mille volte meglio, ma fascino zero. Ma ci sono mille esempi. Le pubblicità sono tutte basate sul rivenderti questa roba. Volevo raccontare gli effetti sulla nostalgia sul mondo di oggi. È un mondo parecchio strano quello in cui per fare una cosa bella bisogna tirare fuori una riedizione d’una cosa bella del passato, c’è qualcosa che non va. Blade RunnerGuerre Stellari… E anche in quello che inizialmente garbava a Emiliano c’è un’operazione nostalgica. Avevo scritto pure capitoli in cui Emiliano scopre i Pink Flyod.

Dischi che sono narrazione pura. E se tu li senti come se non l’avessi mai ascoltati prima, e li racconti, sono stupefacenti. Ma poi l’ho tolto perché non volevo che Emiliano crollasse davanti al Vezzosi neppure davanti alla grandezza letteraria o musicale, che mantenesse una sua forza. Lo farà più avanti, forse, di ascoltarli. Non ha neppure letto il libro dei Vezzosi; un recensore mi ha obiettato “Ma questo ragazzo è uno stronzo!” e la cosa mi ha divertito molto.

Edoardo Rialti: Altra contrapposizione è quella con le narrazioni asfittiche, tanto presenti nei social, l’editoria e la televisione, nella convinzione che invece il mondo lo si salva forse solo con un romanzo. Chaim Potok sosteneva che la depressione è il non sapersi leggere dentro una storia, persino tragica. Nel tuo libro c’è appunto uno scontro tra la brevità devastante di narrazioni effimere e il tentativo di inseguire una più vasta, ombre comprese.

Edoardo Nesi: Come si fa a raccontare una cosa che ha bisogno di spazio? Anche per narrare ci vogliono anni. Volevo appunto raccontare questa presunta riscoperta del Vezzosi anche da parte di chi non ha mai letto il suo libro, solo perché una tipa sui social dice “Io me lo farei”. Non ero tanto sicuro di riuscirci e quella parte l’ho fatta tutta in una tirata. Rozzamente, la pubblicità si basa sul fatto che uno ti dice “Edoardo, compra questa roba”, e tu lo fai. Devi seguire qualcuno se qualcun altro ti dice di farlo. Che è lo stesso meccanismo della sequela della sapienza, se vuoi, ma può esserlo anche della comunicazione del nulla.

Edoardo Rialti: Che è anche la differenza tra follower e iniziati. Sulla banalizzazione e ripetizione ossessiva e isterilita dei percorsi iniziatici nel mondo consumistico il già citato Santoni ha scritto molto. Uno dei passaggi sapienziali nel romanzo è appunto un tatuaggio, persino ridicolo, ma che, echeggiando la O’Connor de La schiena di Parker, esprime ancora una volta la necessità di passare dalla concretezza della carne.

Edoardo Nesi: È una cosa carnale, il Vezzosi, un mondo in carne e ossa contrapposto alla digitalizzazione. Tanto che quando al Vezzosi non gli si rizza deve andare a parlarne con l’altro…

Edoardo Rialti: E anche lì per uscirne bisogna ripassare da una storia, l’altro per spronarlo a tornare dalla sua donna gli regala una storia di desiderio…

Edoardo Nesi: Esatto, un “Senti cosa ti dico io.”

Edoardo Rialti: Direi anche che il tuo racconto non è certamente classificabile come ottimista o pessimista, queste opposizioni così facili, e che ripudia pure un’opzione cui spesso si ricorre che è quella farsa; è una storia che ha anche la volontà di dire che è possibile ricominciare, o quantomeno puntare su l’unico livello che conta, che è amare.

Edoardo Rialti: Esatto. Io non ho mai sopportato l’ironia, mentre mi piace la comicità. Quello che prende per il culo un altro, non l’ho mai sopportato. Quello che invece è comico, sì.  Anche nella grande letteratura se vuoi, l’artista che fa un ritrattino della società che magari lo ha escluso, a me non interessa. L’ho letto, m’è piaciuto, ma adesso non mi piace più. Mi pare che non abbia capito nulla, che sia solo un servo di quello che gli succede. E la farsa è troppo, una scorciatoia. Bisogna impegnarsi senza questi trucchi di essere programmaticamente tragici o grotteschi, quei registri sono troppo facili. Quando vendo un film o una serie che vanno in questa direzione, io non mi fo manipolare, non ci sto più. Io sono ancora convinto che si possa raccontare il mondo. Ci si può provare, ci si può lavorare. Magari ammettendo che tu non ci riesci ma un altro forse sì. Quali sono i messaggi che sono veri per tutti, oggi?

Edoardo Rialti: Ricordi Van Gogh a Theo. “Credo che il mezzo migliore per conoscere dio [qualunque significato gli si attribuisca] sia amare molto…”. È possibile difendere la parte migliore di noi stessi.

Edoardo Nesi, Giusto. Volevo che questo punto decisivo venisse fuori tardi. C’è un grosso lavoro sulla struttura, questione sulla quale sono spesso stato debole, ma stavolta c’è, e sono abbastanza contento al riguardo. Il libro non ha la divisione in atti, è un rilancio continuo. Nemmeno io sapevo dove sarebbero andati. Volevo una storia d’amore potente, una mancanza. Pigi Battista a Roma ha detto “Al Vezzosi non è nostalgico di una assenza, ma di una presenza”. E cerca di fare un atto alla Gatsby, e la storia d’amore doveva essere folle, al tempo stesso rarefatta, eppure capace di ripartire proprio perché uno dei due ha tenuto la fiamma, perché basta uno o una dei due. Basta che ci sia uno innamorato perché la storia continui.

Edoardo Rialti: È la frase di Joan Didion che citi, “Siamo stati insieme tutta la vita. Se conti anche tutto il tempo che abbiamo passato a pensarci”…

Edoardo Nesi: Quando l’ho letta sono rimasto senza fiato. Ti pare di essere solo uno sfigato, invece c’è una salvezza. È come se in una frase riassumesse la vita di tante persone. Il libro è pieno di citazioni, anche se quando sei agli esordi ti dicono sempre “Ma no questa cosa mascherala, dilla te, girala un po’”, il che m’ha sempre fatto schifo, e non funziona.  E quindi le cose più belle ho deciso di citarle direttamente. Anche in omaggio alla letteratura, perché io credo davvero che la letteratura salvi la vita alle persone. Per me è così e credo anche per te. Non solo perché uno si sforza di vivere in quella maniera, ma insomma è una vita migliore quella che trascorri con la letteratura.

Edoardo Rialti: E alla fine stili un lungo catalogo di artisti maciullati dalla vita e dalle loro passioni, dove il successo e l’insuccesso non c’entrano nulla. Tutti quegli sconfitti hanno combattuto la stessa battaglia che invece per il Vezzosi pare avere un finale positivo.

Edoardo Nesi: Esatto. Ci sono anche le vittime, e non c’è una sola risposta.

Edoardo Rialti: E il Vezzosi prende anche tremendamente sul serio l’amore di Emiliano. Quella che tu consideri solo la prima storia d’amore… chi l’ha detto che non sia la decisiva? E quel tatuaggio che Emiliano si fa magari non porterà a nulla, però ci si prova.

Edoardo Nesi: Ed è un atto di grande generosità, se ci pensi. Magari farai la figuraccia di andartene in giro con addosso il nome d’una donna che non t’ha voluto, ma volevo che ci fosse questo eroismo del lottare con un nemico comunque più forte. Non a caso ho chiamato mio figlio Ettore, perché ho sempre amato l’uomo che combatte con un semidio.

Edoardo Rialti: Riprendendo sempre Flannery O’Connor e la schiena del suo Parker, la frase del Vezzosi “Non pensi mica che sarà l’ultimo tatuaggio che ti fai?” mi è parsa un altro passaggio metaletterario, perché anche la scrittura è mossa dal desiderio che le cose incidano e restino.

Edoardo Nesi: E il Vezzosi ha addosso solo frasi, solo letteratura. A volte penso che qui ci siano troppe cose, ma alla fine ogni volta si cerca di dare tutto e il meglio e così si sta meglio anche noi. Alla fine di un libro sono stremato, non riesco a scrivere nemmeno una lettera.

Edoardo Rialti: Ricordi Thomas Mann quando affermava che uno scrittore è una persona per cui scrivere risulta più difficile che per gli altri. La collego sempre all’intuizione di Steiner che negli anni ’90 già sosteneva che la comunicazione sarebbe stata la quarta dimensione del ventunesimo secolo, uno spazio in cui stare e muoversi.  Nel flusso costante di scrittura e lettura nel quale siamo immersi, resta sempre la fame per la qualità, faticosa e cara della comunicazione autentica.

Edoardo Nesi: E l’abbiamo sostituita con l’intensità della comunicazione, con cui ottenere o suscitare subito qualcosa. E pure il Vezzosi manda alla figlia una lettera come quelle che io scrivevo a 18 anni, in cui cerchi di metterci dentro un po’ tutto di te. Io non dico che fosse meglio, affatto, ma voglio raccontarlo. Come in “Storia della mia gente”, dopo che il sistema di Prato è fallito, io volevo che almeno non andasse dimenticato.

Edoardo Rialti: Nominare le cose prima che svaniscano.

È importantissimo. Farsene carico. L’ho scritto per farmene carico. “Storia della mia gente” era nato come trattatello economico e non ha funzionato finché non mi ci sono messo dentro io.

Edoardo Rialti. Nel tuo libro le consegne non avvengono solo dal passato verso il futuro, ma anche al contrario, anche dai più giovani agli anziani. È il caso di “Interstellar”, fatto scoprire al Vezzosi dalla figlia, e il film stesso è in fondo la storia di un passato salvato dal futuro.

Edoardo Nesi: Quel film mi ha commosso e per fortuna ero solo in sala e molto davanti e nessuno m’ha visto. Non ho più avuto il coraggio di rivederlo. È un’altra storia in cui il passato si mischia col presente e non sai più in che tempo sei. Ed è sempre la figlia che parla del Gran Burrone di Tolkien, a sua volta un luogo dove il tempo è così clemente che addirittura rallenta. Anche ne “Il Signore degli Anelli” ci sono cose che mi commuovono molto a vari livelli, racconta a sua volta questa fedeltà assoluta a una persona che devi avere nella vita, sennò ti manca qualcosa.

Edoardo Rialti: Per me ha sempre dialogato con “Il Dottor Zivago”, infatti.

Edoardo Nesi: È la storia di una fedeltà assoluta e non importa neppure tanto se se la persona se la merita.

Edoardo Rialti scrive per “L’Indiscreto” e “Il Foglio”. È traduttore per Mondadori delle opere di R. K. Morgan, G. R. R. Martin, J. Abercrombie. Ha curato opere di Shakespeare, Wilde, C. S. Lewis. È autore delle biografie letterarie di C. Hitchens e J. R. R. Tolkien.
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