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Diario critico di una scuola a distanza. Fase #2

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(qui la prima parte del Diario)

di Luca Lòtano 

2 marzo 2020 – (prima del lockdown)
via Ostiense 152, Asinitas, scuola di italiano per stranieri, rifugiati e richiedenti asilo

Oggi durante la lezione abbiamo ascoltato un audio e quando le ultime parole sono finite sono rimasto in silenzio. Eravamo seduti intorno al tavolo con una ventina di studenti. Non so perché l’ho fatto. All’inizio, per lasciar risuonare la storia che avevamo appena  ascoltato. Poi quando ho sentito che con il passare dei secondi l’aria diventava più densa, ho capito che sarei rimasto così, in attesa.

Quando quel tempo senza parole ha cominciato a diventare “innaturale”, due studentesse nigeriane che avevano il collo piegato sul telefonino hanno alzato la testa, altre due hanno mosso gli occhi controllando dove fossero i compagni, come se qualcosa si fosse spostato. Qualcuno ha cercato di incrociare il mio sguardo, qualcun’altro ha iniziato a sorridere, una mezza risata ha provato a rompere la tensione che si stava creando. Poi il silenzio ci ha riportato, uno alla volta, anche i più distratti rimasti con la testa in luoghi lontani, nel presente. Cosa stavamo facendo insieme, in quella stanza? Dopo due minuti eravamo tutti lì, a sporgerci, a chiederci cosa stesse succedendo tra noi, quale relazione ci legasse ora che il flusso abituale della lezione si era interrotto e non c’erano più ruoli o nascondigli.

Dopo forse tre minuti di silenzio, quando ormai qualsiasi cosa sarebbe potuta succedere, qualcosa è successo. Uno studente del Bangladesh che non parla mai ha iniziato a raccontare, con le parole che ha, la storia che avevamo ascoltato, poi un altro, poi tutti. In quei secondi ho pensato molto alla relazione teatrale, al far succedere piccole cose che ci costringano a sporgerci e a chiederci dove siamo. Al silenzio e a Samuel Beckett[1]. All’assenza di parole e alla ricerca del ritmo, al battito delle cose.

4 maggio 2020 (dopo un mese e mezzo di lockdown)
Casa. Fase 2

Delle innumerevoli analisi fatte in questi lunghi giorni di quarantena, di scuola mediata dai nostri smartphone, la descrizione più semplice che mi porto dietro è “scuola distante”. Siamo lontani, una lontananza che rendiamo a volte estremamente vicina per quanto possa esserlo dietro uno schermo.

Mi è capitato spesso in queste settimane di precipitare parallelamente nel dibattito teatrale, di parlare dell’impossibilità di un teatro online e solo ora mi sembra di scorgere, in parallelo, che la scuola a distanza possa essere assimilabile più a una TV on demand mentre la scuola che immaginiamo noi trovi nel codice teatrale una sua natura.

La partitura fisica della lezione. La prossemica. La memoria del corpo, quella che Proust chiamava “memoria involontaria delle membra”, «le gambe, le braccia sono pieni di ricordi intorpiditi», sono state in questi mesi un altare al quale tendere, provando a utilizzare i sensi attraverso i laboratori a distanza che abbiamo proposto. Attraverso gli oggetti di casa che abbiamo chiesto di trasformare in elementi di paesaggi del passato, fino alle dita che abbiamo truccato per farle diventare persone e storie con le quali dialogare.

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A rimetterci, in questa “scuola distante”, è l’economia dei mezzi espressivi. Il “log out”, la connessione che salta, il semplice posare il telefonino diventa abbandono reciproco. Si altera la punteggiatura, si perdono le pause, la noia, in una parola: l’indicibile, quello che rimane fuori dallo “scroll” di Whatsapp o dal “mute” di Zoom. Il silenzio in chat è assenza non solo fisica e temporale – insondabile («ci siete? avete capito? ci sei ancora?») – ma relazionale; quei tre minuti di vuoto che in classe, solo due mesi fa, potevano essere ingombranti, generativi, diventano ora assenza. In questo esperimento di scuola il silenzio, l’attesa e lo spazio si disallineano e la ricerca di un “grado zero del linguaggio” si complica. Eppure.

Aprile 2020
Casa. Fase 1

Faccio una videochiamata con A., bangladese, per fargli capire come funziona Zoom e lo vedo nel suo negozio di lavanderia, mi fa vedere la macchina con la quale cuce, mi dice che c’è pochissimo lavoro. A scuola veniva solo una volta a settimana, non sapevo quasi nulla di lui. È riuscito a usare Zoom, aiutato da un paio di amici lì vicino. Non era così difficile allora come pensavo.

M., guineano, richiedente asilo, ci chiede in privato che cosa significa la parola “rigetto”. Iniziamo così un dialogo, oltre la scuola, che porterà M., forse, a fare una scelta importante per il suo futuro di diniegato.

S., venezuelana, a fine mese riprende a lavorare e ci scrive “avete fatto sentire che andare a classe è come stare in casa con gli amici. Mi mancherà”.

T., ucraina, ci scrive che ha partorito, è nato suo figlio. Intanto T., Bangladesh, ci manda messaggi vocali con i suoi figli che cantano le canzoni che proponiamo. In un mese vediamo i figli di molte donne giocare con i nostri giochi.

N., studente partito quest’anno, mi chiama dal Kurdistan per sapere come sta la mia famiglia, come sta la scuola, è preoccupato per noi.

H., libico,comincia a partecipare alle lezioni di italiano da Tripoli, è tornato in Libia poco prima che chiudessero le frontiere. Quando gli chiedo come va lì mi risponde: “Non è perfetto. C’è la guerra come sempre. Ma un po’ lontano. 25 kilometri. La situazione è uguale. Ma ora c’è il corona qua. Otto casi”

P., russo, segue le lezioni dalla stanza nella quale vive in isolamento dopo aver contratto il Covid-19.

Con U., bangladese, facciamo anche qualche lezione personalizzata durante la settimana, perché un giorno mi scrive in privato: “Buongiorno maestro Luca. Dimentico che tutti possono. Io non posso. Mi vergogno. Puoi darmi un suggerimento?”. Il giorno dopo durante una conversazione privata tra me e lui sull’uso degli articoli, mentre esco dalla camera da letto per entrare in salone, mi scrive: “sono felice oggi”.

A., iraqeno, dopo un’ora di lezione mi scrive “Mi ero dimenticato che oggi è lunedì, mi sono appena svegliato”. La scuola ci aiuta a tenere il tempo, a cadenzare questa massa informe di giorni. Poi un giorno smette di seguire le lezioni, quando gli chiedo perché, mi scrive “Ero stanco e ho avuto molti problemi con la mia famiglia in Iraq e la mia testa è occupata”. La sera guardo Isis tomorrow / The Lost Souls of Mosul[2] e non riesco a non pensare ad A.

R., kenyota, mi chiede se “è possibile per trovare un lavoro senza documenti per estate oppure come è il tuo programma per lavorare per stranieri”. Ma io non ho nessun programma, riesco a pensare solo ai ghetti dove sono stato nel sud Italia.

Dopo le lezioni ci vediamo su Zoom con quattro studenti a turno per parlare della scuola. A volte proviamo a mandarci delle email, molti non l’hanno mai fatto prima, ma ora potranno continuare a farlo dopo. Cantiamo nei messaggi whatsapp alle nove e mezza di mattina, Fabiana dall’altra stanza mi sente e ride.

Cosa riusciremo a conservare di questo tempo, oltre le posture sbagliate e la frustrazione?

Riprendo in mano Pedagogia degli oppressi, mi ricorda che siamo educatori/educandi “soggetti che si incontrano per dare un nome al mondo, in vista della sua trasformazione[3]”. Allora propongo agli studenti e agli altri maestri di aprire un blog insieme. Partiamo dal racconto Finestra sulla parola di Eduardo Galeano, nel quale una donna di nome Magda Lemonnier ritaglia le parole dai giornali e le mette in scatole di colori diversi a seconda che siano parole di rabbia, d’amore o magiche; poi, a volte, svuota le scatole e quelle parole le raccontano quanto accadrà in futuro. Decidiamo di costruire anche noi, online, queste scatole da riempire con un vocabolario nostro, fatto di storie. Il blog resterà lì, aperto, per chi di noi vorrà continuare a riempirlo, per chi di noi vorrà qualche volta rovesciarlo e provare a capire quale può essere il futuro che ci aspetta. Dentro o fuori la scuola.

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[1] Sul silenzio e sul teatro, il numero #14 di 93% Materiali per una politica non verbaleSilenzio: Beckett

[2]http://www.zalab.org/projects/isis-tomorrow-the-lost-souls-of-mosul/

[3] Paulo Freire, 1970. Pedagogia degli oppressi. Brasile

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