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Diario critico di una scuola a distanza

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Photo by Feliphe Schiarolli on Unsplash

di Luca Lòtano

20 marzo 2020

Non sono mai stato molto bravo a riparare le cose, che sia un rubinetto, una camera d’aria o una presa della corrente. E ogni volta che ci provo mi torna in mente la frase di un amico: “non perdere tempo con strumenti sbagliati, cerca prima lo strumento giusto”.

Da quando lunedì 9 marzo siamo stati costretti dall’emergenza a non aprire la scuola di italiano per stranieri, richiedenti asilo e rifugiati di Asinitas[1], ho sentito che in qualche maniera avremmo dovuto continuare a tenere vivo se non quel luogo, almeno quel tempo creato con gli studenti fino ad allora. Ma pensando poi al tipo di scuola che proponiamo e agli studenti che la animano, mi è parso chiaro che saremmo stati costretti ad aggiustare qualcosa che si era rotto, con gli strumenti sbagliati; e quindi che avremmo dovuto perdere tempo, senza riuscire davvero a riparare nulla.

Come avremmo potuto sostituire la relazione educativa in presenza, l’ambiente, il corpo e le mani che apprendono insieme, l’intimità del raccontarsi, con un’offerta digitale? E come affrontare un’offerta scolastica a distanza non facendo i conti con la marginalità digitale di molti studenti che frequentano la scuola?

Risposte non ne avevo. Non ne aveva nessuno, d’altronde, chi di noi ha mai vissuto una pandemia? Eppure, ho conservato l’idea che se avessimo speso quel tempo – perso, «scuro»  – insieme agli studenti, quel tempo di ricerca che non ripara sarebbe stato comunque un tempo in relazione, un tempo di corrispondenza e di attesa di un dopo nel quale ritrovarsi.

In un articolo sul rompere le distanze Franco Lorenzoni scrive “nella tradizione maya i creatori del mondo sono due, non uno. E nel mito dell’origine i due creatori riescono a dare vita ad alberi, stelle, pesci e animali volanti quando si trovano a pensare la stessa cosa nello stesso istante.Trovo particolarmente bella e profonda questa immagine della creatività originaria come incontro, come relazione, come intreccio di due desideri che risuonano in un’intesa sincronica e sottile”.

Forse dobbiamo semplicemente dircelo, che questa relazione digitale a distanza non ripara per nulla la rottura, l’interruzione della scuola; che lo strumento che stiamo provando a usare è uno strumento sbagliato che ci porta ad altro, ma anche che questo altro può in qualche maniera essere generativo se mosso da due desideri – sincronici e sottili – che si incontrano. Si, forse è questo che ci sta spingendo a cercare nuovi modi di interazioni didattiche, nonostante nessuna di queste sostituirà la scuola: il provare a ritrovarci, insegnanti e studenti ognuno nella propria casa, a pensare/a creare la stessa cosa nello stesso istante.

Ho parlato con altri maestri di italiano per stranieri che stanno portando avanti esperimenti online e anche in loro mi è sembrato di percepire lo smarrimento, la fatica e l’emozione di chi stia preparando la sua prima lezione. Questo diario cerca di documentare un tentativo possibile, con le sue opportunità e i suoi fallimenti, e di aprire un dialogo con le altre tracce che si stanno aprendo.

15 marzo 2020

Ormai da una settimana le scuole sono chiuse. Dopo le prime riunioni “d’emergenza” con gli altri insegnanti della classe di livello A2 (la scuola ha tre classi, una di alfabetizzazione, una base e una livello A2) pensiamo che gli strumenti possibili da usare, per darci un appuntamento scolastico e per condividere informazioni su ciò che sta succedendo con i nostri studenti, possano essere tre: la chat di Whatsapp, delle video-lezioni con Zoom cloud meeting – che ora è tanto in voga – o un gruppo su Facebook. Le mail le escludiamo da subito, troppo complesso, e con queste gli strumenti ad esse collegati. Facciamo un primo esperimento, invitiamo quattro studenti a scaricare la app Zoom meeting e proviamo una conversazione. In pochissimi minuti capiamo quali potranno essere i problemi: non tutti hanno una rete wifi o una connessione stabile, non tutti hanno uno smartphone che permetta una comunicazione chiara e, inoltre, non sappiamo ancora quanti studenti ci risponderanno con la voglia di farsi vedere in casa, in un ambiente loro, privato, che non è la scuola.

Decidiamo così di lasciare per ora da parte Zoom e anche Facebook e partire, almeno per l’inizio, da un terreno che già avevamo in comune con gli studenti della nostra classe di livello A2: whatsapp. Dall’inizio dell’anno abbiamo una chat di gruppo che è abbastanza attiva anche in questi giorni di isolamento, ma proporre un’attività didattica con quaranta persone sarebbe dispersivo. Decidiamo allora di usare il gruppo Whatsapp grande come “salone” della scuola, per continuare a mandarci informazioni, saluti e video. Per la sperimentazione didattica dividiamo invece la classe in altri quattro mini-gruppi Whatsapp, ognuno affidato a uno dei maestri della classe – io, Monica, Giulia e Jack – cercando di fare dei gruppi omogenei per livello e misti in quanto a lingue madri e vivacità. Nel gruppo di Monica c’è anche XiaoXiao, una studentessa cinese al secondo anno di scuola, che quest’anno ci da una mano. L’altroieri, mentre sul gruppo dei maestri ci mandavamo, emozionati e divertiti, video sul primo flashmob che ci invitava a uscire in balcone a cantare e suonare, XiaoXiao ci scriveva questo:

Buonasera, scusate, per la salute di tutti vi consiglio è meglio evitare di affacciarsi alla finestra e cantare e gridare perché è pericoloso se qualche vicino ha il coronavirus” e ci postava sulla chat un commento di una ragazza cinese su facebook “In Cina i dottori di Wuhan hanno vietato di cantare e urlare sui balconi”.

Al gruppo insegnanti si aggiunge anche un’altra volontaria, Sara, che darà una mano a Jack. È domenica, fuori c’è il sole e le campane della chiesa del Pigneto suonano. Sono le 17:47 del 15 marzo, abbiamo appena iniziato quest’esperimento che ci porterà nelle prossime tre settimane a scoprirci in una faticosa relazione educativa a distanza. Gli appuntamenti con gli studenti restano – come durante tutto l’anno – il lunedì, il martedì e il mercoledì mattina. Proveremo a tenere almeno il setting dei giorni e dell’orario per conservare un tempo nostro. Partiremo domani, oggi creiamo i gruppi e mandiamo la foto di un foglio con cinque domande: cosa hai mangiato a pranzo?

  1. hai un computer?
  2. hai internet WiFi?
  3. hai una email?
  4. hai un profilo Facebook?

Dopo il primo input la risposta è buona, su trentadue studenti contattati, solo sette, otto ancora non rispondono. Proveremo a capire se per mancanza di connessione internet o di voglia di partecipare. Quando ci arriva la prima foto con le risposte mi emoziono un po’. Si vede il quaderno fotografato e una matita rossa. Nelle altre sbuca un piede, un tavolo, un braccio, una sedia. Eccoci.

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Dalle risposte, scopriamo che meno della metà degli studenti ha un computer e molti non hanno una connessione wifi o illimitata. Dovremo quindi proporre attività adatte agli smartphone. Mandiamo un video collettivo girato da noi insegnanti su zoom e diamo appuntamento a domani mattina.

16 marzo 2020       

Lunedì mattina c’è grande fermento. Giulia, con il suo coinquilino videomaker, Edoardo Bellino,ha preparato un video Cosa faccio a casa, cominciamo da quello. Abbiamo programmato una serie di task che tutti i maestri seguiranno: mandare il video sul proprio gruppo classe, far trascrivere il testo su un foglio e farsi mandare la foto con le risposte – proveremo a mantenere un rapporto diretto, materico con la scrittura –, fare domande di comprensione sul video, cercare i verbi, coniugarli con messaggi vocali. Il programma è serrato, probabilmente troppo; eppure c’è voglia di scuola, nel mio gruppo riusciamo a mantenere una sincronia tra input didattici e risposte di tutti, e mi tornano in mente i maya dell’articolo di Franco Lorenzoni.

Prima di chiudere le due ore di interazioni didattiche a distanza – è l’unico nome che fino ad ora ho trovato – mandiamo un nostro video fatto con lo smartphone su cosa ci piace fare a casa, e chiediamo agli studenti per il giorno dopo di fare lo stesso. Ci manderanno davvero dei loro video?
Finita la lezione ci vediamo con gli altri maestri su zoom; facciamo un primo bilancio, abbiamo coinvolto ventiquattro studenti della classe A2, più o meno lo stesso numero che avrebbe frequentano la scuola.

La sera del 16 marzo ho un momento di crollo. Tutto questo esperimento di creazione online inizia a farsi sentire con un senso di pressione sul petto. Sulle chat di lavoro si infittiscono le richieste di videochiamate sulla piattaforma zoom. A tratti mi sembra che ora che siamo “fermi” il lavoro sia diventato perfino più invasivo di prima. O forse è solo l’effetto dell’ansia che arriva da fuori.

17 marzo  2020

Adesso io sto a casa, io mi preparavo per studiare la lingua bene oggi. Io non ho niente da fare a casa, non c’è altra cosa da fare. Io aspetto loro per fare la lingua. Con il coronavirus non c’è niente che io posso fare. Niente. Niente. Niente a casa”. Il ragazzo che ha mandato il video esce dalla porta della sua stanza del centro di accoglienza, non c’è nessuno in giro, nel corridoio, cammina continuando a guardare fisso in camera finché ritorna nella sua stanza, chiude la porta a chiave e interrompe il video.

Troviamo un senso. Gli studenti mandano i video, chi non ha voglia di mandare un video manda un audio. Le chat stanno diventando un archivio di documenti preziosi, intimi. Le interazioni didattiche sono sui loro video, facciamo domande alle quali tutti rispondono, iniziano anche le domande tra gli studenti. Il gruppo whatsapp, nel suo essere uno strumento totalmente inadatto a ciò che stiamo facendo, nonostante la sua confusione, nella sua difficoltà nel rimanere collegati a un argomento, nella sua frammentazione dei discorsi, ha di buono l’orizzontalità. Tutti interagiscono con tutti.

Didattizzare materiali proposti dagli studenti aiuta molto nel coinvolgimento. Un altro lato positivo è che in un gruppo di sette persone, gli studenti hanno modo di scrivere molto, sempre sul quaderno mandando poi la foto ricevendo dai maestri la trascrizione esatta. In due ore, grazie a cinque sei feedback, si riesce a vedere l’assimilazione di una regola, l’autocorrezione. Gli altri task sono i vocali che mandiamo noi, da trascrivere con carta penna. O i vocali che chiediamo di mandarci per rispondere.Alcuni studenti che a scuola partecipavano di meno con questo setting sembrano quasi partecipare di più. Il secondo giorno di esperimento coinvolgiamo venti studenti.

18 marzo 2020

Oggi abbiamo aperto la lezione cantando sul gruppo grande di whatsapp; ho mandato un audio di “buongiorno” cantato, mi hanno risposto studenti, maestri e figli di studenti. Dopo un’ora di interazioni didattiche su whatsapp chiediamo agli studenti di cercare su internet un’immagine che racconti come si sentono, e di mandarla sul gruppo. Poi mandiamo il link per scaricare zoom, facciamo un azzardo, proviamo a fare una videochiamata in ogni piccolo gruppo di sette, otto studenti per raccontarci perché abbiamo scelto quell’immagine. Una metà degli studenti ci riesce, ci guardiamo, parliamo, entriamo ognuno a casa dell’altro. Ci sono figli piccoli che girano, rumori di cucina. Altri non riescono a entrare, hanno poca rete e ci mandano un vocale per raccontarci l’immagine e come si sentono.
Prima di salutarci ci lasciamo un compito: guardare ogni giorno dieci minuti fuori dalla finestra e scrivere cosa vediamo e cosa pensiamo.

Mi ha fatto bene alzarmi queste tre mattine, lavorare, pensare e preparare qualcosa per qualcuno lì fuori. Noi e gli studenti non ci possiamo muovere, non possiamo cercare lavoro, però possiamo fare qualcosa che ci faccia sentire operativi mi dice Giulia. E’ vero. Con Giulia, Jack, Monica, Sara e Xiao Xiao abbiamo vissuto qualcosa di nuovo, lo sappiamo.

Oggi però inizio a pensare a cosa ci sarà tra venti giorni, ci basterà internet? Come faremo in tanti a pagare l’affitto delle case che abbiamo visto? Chi non ha più un lavoro, e chi ha lavorato in nero fino ad adesso e non sta più lavorando? Chi già non aveva una casa? Cosa succederà nei centri di accoglienza con i primi casi di coronavirus?

L’ultima immagine che ho voglia di scrivere è quella che mi racconta Jack al telefono, in uno degli interminabili scambi per parlare della scuola. Pensa a quando tutto questo sarà finito, pensa alla festa che faremo. Sarà un’unica immensa festa in cui tutti ci abbracceremo, saliremo nelle case di persone che non conosciamo a bere o solo per toccarci.
Pensa.

 

[1]AsinitasOnlus si occupa dal 2005 a Roma di educazione e intervento sociale con la finalità di promuovere attività rivolte alla cura, all’educazione-formazione, all’accoglienza e alla testimonianza di persone minori e adulte, italiane e straniere. All’interno delle sue scuole di italiano per stranieri viene adottata una metodologia di didattica dell’insegnamento della lingua italiana che, influenzata dal movimento di cooperazione educativa, si focalizza sull’autonomia e sulla cooperazione all’interno del gruppo classe, e fa lavorare gli studenti sull’auto narrazione e sul proprio corpo, anche attraverso approcci educativi non formali (giochi, laboratori, canti, danze etc.). L’utenza del centro di Ostiense, al quale questo diario si riferisce limitatamente alla classe di livello A2, è variegata: donne e uomini straniere, con diversi livelli di alfabetizzazione, nazionalità, esperienza migratoria, periodo di soggiorno in Italia.

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Luca Lòtano, nato nel 1984, è giornalista pubblicista e laureato in giurisprudenza con tesi sul giornalismo e sul diritto d’autore nel digitale. Insegnante di italiano per stranieri presso Asinitas Onlus ha lavorato come docente di italiano L2 in centri di accoglienza per richiedenti asilo politico e progetti SPRAR all’interno dei quali ha sviluppato il progetto di sguardo critico e cittadinanza Spettatori Migranti/Attori Sociali; ha collaborato con Radio Tre per il programma Tre Soldi con l’audio-documentario Visioni . Dal 2015 fa parte del progetto Radio Ghetto e sempre dal 2015 è redattore presso la testata online Teatro e Critica.

Commenti
2 Commenti a “Diario critico di una scuola a distanza”
  1. carla scrive:

    à

  2. carla scrive:

    Ciao Luca. Mi chiamo Carla. Avevo appena scritto un lungo commento ma l’ho eliminato. Lo riscrivo. Spero di non fare doppioni. Io insegno al Cpia di Bologna. Faccio parte del MCE e conosco molto bene Asinitas. In questi giorni vi sto pensando molto … Mi ha fatto molto piacere leggerti. E’ ESATTAMENTE COSÌ!!! Avrei potuto scrivere ogni parola, identica. E’ assolutamente così. Alla chiusura delle scuole per me è iniziato il tilt. E’ venuta l’ansia. Poi lo smarrimento. Poi all’attacco: sono io che ho sollecitato Preside e colleghi a darci subito una mossa. Con pronta risposta e carica, devo dire. Ma poi in realtà avevo una sfiducia totale nella didattica a distanza … con i nostri studenti e studentesse? Come ? Impossibile! Se tutto qui è relazione. Come si fa? Senza corpo, senza voce, senza materia. Poi pian piano un po’ di idee. Tentativi. E la sorpresa… funziona! Ritrovarli è stato meraviglioso. Terapeutico direi. Per me e per loro. Il sentimento maggiore di questi giorni per me è il sentirmi troppo fortunata e troppo impotente, completamente inutile mentre il mondo rotola. Eppure ho 40 persone da cui partire. Quindi intanto pensiamo a non far rotolare loro. E questa azione- pensiero mi riempie. E provo a inventare. A volte funziona. Altre no. Vediamo cosa funziona: il diario che ci mandiamo quasi ogni giorno. Loro raccontano una cosa bella che hanno fatto durante la giornata, la condividono aggiungendo una foto, tutti rispondono, se vogliono, io correggo e rimando indietro e ancora. Questo funziona benissimo, è un nostro piccolo diario, vorrei stamparlo per quando (quando?) torneremo a scuola in carne e ossa e darglielo. Ma funziona perché ho un B1. Molti di loro hanno anche un computer. Oltre al diario sul whatsapp io sforno materiali destreggiandomi con G-suite e moduli (mai usati in vita mia): in sé sono banali quiz. Ma di fatto si possono caricare canzoni, video, e inserire testi. Sto inserendo canzoni che mi danno momenti di gioia, e poesie. Ho pensato che, oltre a far circolare informazioni e articoli di giornale didattizzati sul coronavirus e sui decreti, aggiungere un po’ di bellezza non guastasse…. Funziona. E le video lezioni magicamente funzionano, con google Meet. Però non tutto funziona. Con le studentesse e gli studenti del PreA1 sono abbastanza disperata. Proprio i più deboli non riesco a coinvolgerli. Vorrebbero, io lo so, ma non è facile. Stanno funzionando i piccoli video per tenerci in contatto, per parlare un po’ in italiano, per raccontare piccole cose belle che stiamo facendo a casa: una torta, un gioco con i gatti …. O anche brutte: una casa squallida, un viso triste, una strada vuota … Ma è poco. Altre cose non funzionano per niente. E’ tostissima. Alcuni li ho persi. E non li troverò. Ma provo a vedere il bicchiere mezzo pieno: con diversi almeno riusciamo a sentirci e l’interazione funziona. Anche solo scambiarci due chiacchiere. E’ già qualcosa. Ma qualcosa … molto poco. Da vicino digitavamo col dito nella farina, col dito sulla schiena degli altri …. che faccio a distanza….. ? Continuo a pensare. Necessario darsi una disciplina, altrimenti si finisce a lavorare no stop, continuamente. A tratti penso che il fatto che la situazione si allunghi sia una tragedia. Finire la scuola a distanza … un incubo. Dall’altro lato mi dico: vabbè, almeno avremo modo di affinarla e di farci venire sempre più idee che funzionano e scartare quelle che non funzionano. Un grande bo! Un’onda continua di alti e bassi. Io faccio fatica a star dietro a tante cose questi giorni. Vorrei vedere di più cosa fanno gli altri, cosa fa l’MCE, cosa fa Asinitas, cosa fa Asnada, cosa fa questo e quello … e condividere quello che faccio io, ma già è tanto se riesco a fluire nel mio, e prendermi pure quel famoso tempo per fare altre cose – manuali – per non stare davanti a uno schermo tutto il tempo! Siamo in un flusso. Stiamoci. Vediamo dove va. Condividiamo. Grazie per aver iniziato!

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