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Diario da Kabul 2/3

Pubblichiamo la seconda parte del diario/reportage di Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». Qui la prima parte.

Kabul, lunedì 16 aprile 2012

Kabul, ancora al buio, viene svegliata dalle esplosioni, dalle raffiche di mitra e dal ronzare minaccioso degli elicotteri. Su una parte della città, quella più vicina ai quartieri di Shar-e-now e Wazir Akhar Khan, tornano a rimbombare, rumorosi e amplificati dal silenzio notturno, i colpi della battaglia. La stessa che qui, nella capitale di un paese in guerra, va avanti a intervalli irregolari da domenica all’ora di pranzo, quando gruppi di ribelli danno il via a un’operazione ambiziosa, che coinvolge le province di Nangarhar, Paktia e Logar. Ma è Kabul, simbolo del potere politico nazionale e internazionale, l’obiettivo principale. Sotto i colpi dei Talebani finiscono il Parlamento, il palazzo presidenziale di Karzai e l’intera area che ospita molte ambasciate straniere. Ed è qui, nel cuore della capitale, nel perimetro che circoscrive idealmente l’evidente presenza degli stranieri – protetti da alte mura di cemento, filo spinato e dalla costante presenza di soldati – che intorno alle tre del mattino inizia uno degli scontri più intensi.

Il risveglio è brutalmente contrassegnato da una prolungata serie di esplosioni e dal bagliore dei colpi che illuminano la notte, interrotti solo dai richiami dei muezzin per la preghiera del mattino. Ci vogliono tre, lunghissime ore, prima che le armi tacciano di nuovo e che i residenti tornino nei loro letti. Al mattino, la polizia e l’esercito afghani presidiano ancora l’edificio in costruzione. Dal giorno prima, armi in pugno, vi si era asserragliato un gruppo di guerriglieri. Di fronte all’edificio – che si trova a due passi dall’entrata laterale dell’ospedale di Emergency -, stazionano, accovacciati, una trentina di afghani, molti curiosi, qualche perditempo, un paio di ragazzini che si propongono come interpreti o “facilitatori” ai cronisti stranieri. A tutti è concessa la macabra occasione di guardare da vicino uno degli assalitori: all’interno di una delle guardiole della polizia, di fronte all’edificio occupato dai guerriglieri, è adagiato, inerme, un ragazzo sui vent’anni. Il volto e le mani insanguinate, le braccia contratte, come richiamate dal corpo già rattrappito, i sandali, neri e impolverati come i riccioli neri, slacciati. C’è chi, gettato uno sguardo, subito si ritrae, impressionato dal volto della morte, che non fa distinzione tra civili innocenti e guerriglieri decisi a immolarsi nella guerra contro gli occupanti. C’è chi, invece, non nasconde la soddisfazione, tornando a casa con una cimiteriale foto souvenir. Dopo aver negoziato con la polizia che controlla l’accesso, entriamo nell’edificio: 6-7 piani, uno scheletro di cemento e, all’interno, oltre a travi di acciaio, ferri, bitume e sabbia, i resti della battaglia. Sui pavimenti, centinaia di bossoli, sulle poche pareti già costruite, i fori dei colpi degli “RPG”. Gli uomini dei servizi segreti e delle forze speciali americane effettuano l’ennesimo controllo, prima di lasciar entrare un gruppo di artificieri con un cane in cerca di esplosivi. Lungo le scale, quasi messi in posa, i corpi di altri due guerriglieri, all’interno di una stanza quello di un loro compagno, la testa quasi esplosa, il sangue sulla parete. Su di loro, i soldati afghani impongono con cinica indifferenza il rituale della foto.

Quelle foto, ci accorgeremo nel corso del pomeriggio raccogliendo interviste in città, dopo poche ore circolano già sui social network. I giovani afghani, assuefatti alla morte, se le scambiano via facebook. “Eccoli i terroristi – mi dice Hamid, poco meno di vent’anni, all’interno di un internet cafè di Shar-e-now -. Si vede benissimo che sono pakistani”, aggiunge convinto. Non è il solo a pensarlo, qui a Kabul, dove la maggior parte della popolazione nutre sentimenti di profonda insofferenza verso il Pakistan, accusato di sostenere i gruppi ribelli. Le parole dei funzionari del ministero dell’Interno e degli Esteri, che nel pomeriggio di ieri hanno alluso più o meno direttamente alla responsabilità dei servizi segreti pakistani, trovano terreno fertile. Che siano i membri della rete Haqqani o altri gruppi antigovernativi, l’obiettivo è comunque lo stesso, ha dichiarato il ministro degli Interni Bismillah Mohammadi: “I terroristi cercano di far deragliare il processo con cui viene trasferita la responsabilità della sicurezza alle forze afghane. Vogliono creare paura tra la gente”. A dispetto delle quattro vittime civili, dei 35 guerriglieri uccisi e degli almeno nove soldati afghani rimasti sul terreno, e nonostante 18 ore di battaglia quasi continua in diverse zone della città, gli abitanti di Kabul non sembrano così preoccupati. Forse perché abituati da troppo tempo a un quotidiano fatto di incertezze. Forse perché hanno altri pensieri per la testa, oltre alla sicurezza. Nel bazar, c’è il solito via vai; allo zoo, le solite poche famigliole che portano i figli ad ammirare animali rinsecchiti dagli occhi tristi e sconsolati; sotto i ponti del quartiere di Kart-e-Se, i soliti drappelli di uomini e ragazzi, schiavi di oppio ed eroina a buon mercato. Nella sala da tè del Pashtunistan Hotel, un albergo sgangherato con una terrazza che si affaccia sul fiume e sul bazar, incontro alcuni commercianti.

Con loro c’è anche Niamatullah, già studente della Islamic Azad University, oggi attivo in una Ong. Niamatullah condanna senza esitazioni gli attacchi e risponde indirettamente alle nuove minacce di uno dei portavoce dei Talebani, che con un comunicato stampa ha tuonato: “L’operazione di questi giorni è un messaggio che prelude all’offensiva di primavera, che non è ancora cominciata. L’offensiva comincerà presto e verrà presentata con il suo nome e con i suoi obiettivi specifici”. “Che la lancino pure la loro offensiva di primavera, replica tra il rassegnato e il rancoroso Niamatullah – ci siamo abituati. E poi Kabul dopotutto rimane un posto sicuro, molto più rispetto ad altre aree. Quel che ci preoccupa non sono tanto i Talebani, o chi per loro, ma ciò che ci aspetta in futuro”. Per ora, si tratta di un futuro incerto: dopo dieci anni, la comunità internazionale non è riuscita ad avviare l’annunciata ricostruzione; le istituzioni statali sono deboli e corrotte; le vittime civili aumentano ogni anno, come denunciano i rapporti della missione Onu e della Commissione indipendente per i diritti umani; gli afghani, sempre più disillusi e frustrati. E sempre più consapevoli che a dispetto delle promesse fatte c’è il rischio che a partire dal 2014 – quando la gran parte dei soldati stranieri verrà ritirata – il paese sarà nuovamente dimenticato, la popolazione lasciata a contare le vittime e a fare i conti con le macerie di dieci anni di occupazione. Per questo, oltre che alle sanguinose vicende di questi giorni, molti guardano ai prossimi mesi. Quando, prima a Chicago nel summit della Nato, poi a Tokyo, a luglio, nel vertice dei donatori, verranno meglio definiti i piani di “disimpegno” della comunità internazionale. Per Niamatullah, “i leader che si incontreranno a Tokyo e Chicago rischiano di fare più danni di quanti ne abbiano fatti oggi i Talebani”.

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
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Un commento a “Diario da Kabul 2/3”
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  1. […] e sandali mal ricuciti (come quelli visti ai piedi di un talebano ucciso dai militari afghani, l’anno scorso qui a Kabul). Eppure non ci stupiamo affatto se a fare comunicazione sono gli eserciti che […]



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