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Diario da Kabul 3/3

Pubblichiamo la terza parte del diario/reportage di Giuliano Battiston, a Kabul durante gli attentati degli ultimi giorni, uscito in forma ridotta sulle pagine del «manifesto» e dell’«Unità». Qui la prima parte e qui la seconda.

Kabul martedì 17 aprile

Dopo quasi 24 ore di esplosioni, battaglie e scontri cruenti, Kabul torna alla normalità. E il quotidiano a prevalere sugli episodi clamorosi di domenica e lunedì. Per le strade, animate dal solito via vai e dallo strombazzare ininterrotto delle automobili, si esercita la nobile arte di arrangiarsi. Nei palazzi del potere e nelle sedi diplomatiche, ci si interroga invece su alcuni avvenimenti recenti, “nascosti” dal fragore delle armi, ma altrettanto significativi degli attacchi dei Taleban (o della rete Haqqani). E che potrebbero segnare una svolta nel burrascoso rapporto che lega Washington e Kabul. Sono mesi che si parla dell’Accordo di partenariato strategico che dovrà sigillare l’amicizia di lunga durata tra gli Stati Uniti e l’Afghanistan. Quell’accordo, assicurano tutti, dovrà essere firmato a ridosso del prossimo summit della Nato, previsto per maggio a Chicago. Finora, le due parti non hanno ancora trovato la quadratura del cerchio.

Due memorandum siglati di recente potrebbero però rendere le cose più facili. Il primo risale al 9 marzo, e prevede che i detenuti rinchiusi nel carcere di Bagram passino sotto la responsabilità afghana, al massimo entro il 9 settembre. Karzai insisteva da tempo sulla questione, rivendicando sovranità. Gli Stati Uniti rispondevano di non fidarsi troppo del modo in cui le autorità afghane trattano i detenuti (ma i rapporti della Commissione indipendente dei diritti umani di Kabul e della missione Unama segnalano abusi e torture anche nelle carceri gestite dagli “stranieri”). A marzo, finalmente, l’accordo. Fortemente voluto da Karzai, oltre che per il significato simbolico, per il ben più prosaico effetto che avrà nel corso dei futuri negoziati con i Talebani. Durante i quali il presidente afghano potrà giocare anche la carta del rilascio dei detenuti.

È di pochi giorni fa, invece, la firma del memorandum di intesa tra il ministro della Difesa afghana Abdul Rahim Wardak e il generale John Allen, a capo delle forze Isaf-Nato. Secondo l’accordo, spetta a Kabul, e non più agli americani, ordinare e condurre operazioni speciali. Il testo è sufficientemente vago da consentire alle forze speciali a stelle e strisce e agli uomini della Cia di continuare i loro “sporchi affari”, nota Kate Clark, ricercatrice dell’Afghanistan Analysts Network, che ha spulciato il testo. E non è chiaro se includa anche i raid aerei. Per Karzai è comunque una piccola vittoria, perché può sbandierare all’opinione pubblica di essere riuscito a mettere fine alle tanto criticate incursioni nelle case degli afghani. Secondo James Cunningham, vice ambasciatore statunitense a Kabul, entrambi i memorandum dovranno servire a facilitare i rapporti con il governo afghano e favorire il processo di pace con i ribelli. Un processo che gli Stati Uniti – ha precisato Cunningham – auspica sia gestito direttamente da Kabul.

Anche da questo punto di vista, gli ultimi giorni segnalano una vittoria, almeno sul breve termine, per Karzai. Dopo diversi mesi di dispute, discussioni infuocate, ripensamenti e silenzi rancorosi, il presidente afghano ha infatti imposto il nuovo leader dell’Alto consiglio di pace, l’organo istituito alla fine del 2010 con il compito di intavolare il negoziato con i movimenti antigovernativi. A prendere il posto di Baranuddin Rabbani, fatto fuori dai ribelli lo scorso settembre, sarà il figlio, il quarantunenne Salahuddin. Con la proverbiale scaltrezza politica che gli alleati gli riconoscono e i nemici gli rinfacciano, Hamid Karzai è riuscito a far digerire la nomina di Salahuddin Rabbani anche ai tanti membri del Consiglio che erano contrari. Tra questi, nomi di spicco del panorama politico nazionale, protagonisti prima delle guerre che hanno insanguinato il paese e, ora, del nuovo ordine legittimato dalla comunità internazionale. In particolare, Sigbatullah Mujadeddi, Pir Sayed Ahmad Gailani e lo stesso capo del potente Consiglio degli Ulema, il mawlawi Qiyamuddin Kashaf. Ufficialmente, considerano Rabbani junior troppo giovane e inesperto per guidare un processo così complicato come i colloqui di pace con i Talebani e gli altri gruppi della variegata galassia guerrigliera. Dietro le quinte – come fa notare l’analista Gran Hewad – temono invece che ancora una volta Karzai punti, più che al progresso del paese, alla sua personale agenda politica. Dove c’è scritto che un consolidamento dei rapporti con il partito Jamiat-e-Islami – di cui Rabbani è leader -, non possa che far bene.

Soprattutto ora, nel bel mezzo della transizione (Inteqal), il processo che prevede il progressivo trasferimento della responsabilità della sicurezza dalle forze straniere a quelle locali, e il ritiro totale (o quasi) delle truppe nel 2014. Se infatti oggi la comunità internazionale pensa a come far le valigie senza darlo troppo a vedere, per non dover ammettere la pesante sconfitta diplomatico-militare, i leader politici afghani pensano già al dopo 2014. Tessendo nuove alleanze, rinverdendo quelle passate e sgomitando con ogni mezzo possibile per “un posto al sole” nel nuovo ordine che verrà, quale che sia.

La nomina di Rabbani a capo dell’Alto consiglio di pace ha dunque scatenato polemiche e alzate di scudi, qui a Kabul. Ma c’è anche chi guarda alla questione con occhio più laico e pragmatico: Idrees Zaman è il direttore di “Cooperation for Peace and Unity”, un centro di ricerca fondato nel 1996, specializzato nei temi del peacebuilding e della giustizia sociale. Quando lo incontro, mi dice che “dopotutto Rabbani non è così male. Perlomeno non gli possono essere attribuite le nefandezze compiute in passato qui in Afghanistan. Proprio per questo ha un pedigree rispettabile, senz’altro più trasparente di quelli che lo criticano. È vero che avrà vita dura, nel gestire un organo che include vecchie volpi– aggiunge Zaman – ma è un uomo colto, preparato, con una formazione accademica di tutto rispetto”. Come pare testimoniare il suo curriculum: oltre ad aver lavorato per l’Onu, per il gigante petrolifero Aramco, e dal 2010 al 2011 come ambasciatore afghano in Turchia, Rabbani junion vanta master in Arabia Saudita, Inghilterra e alla Columbia University. Di sicuro, il suo compito non sarà facile, “anche a causa della frammentazione dei gruppi ribelli – puntualizza Zaman. Se l’Hezb-e-Islami di Hekmatyar sembra disposto al negoziato, la rete di Haqqani non lo è affatto”.

Quanto ai Talebani, alternano segnali di apertura a chiusure più nette. Dopo aver interrotto i colloqui a fine marzo, contestando l’atteggiamento poco coerente e ondivago degli americani, pochi giorni fa sono tornati a farsi sentire con un messaggio. In cui rispondono all’ambasciatore americano a Kabul Crocker, che nei giorni scorsi in un comunicato stampa ha paventato la possibilità che dall’Afghanistan possa partire in futuro un attacco simile all’11 settembre, questa volta in Europa. Pura propaganda, per i seguaci del mullah Omar, che sottolineano la contraddizione degli americani: il capo della Cia, Petraeus, pochi mesi fa aveva detto che in Afghanistan ci sono al massimo un centinaio di qaedisti; l’ambasciatore Crocker invece evoca scenari catastrofici. I turbanti neri definiscono “martire” Bin Laden, ma solo per marcare ancora una volta la distanza con Al Qaeda. Lo fanno tra le righe, ma in modo chiaro, questa volta, precisando che “gli afghani non hanno mai colpito nessuno in passato e non è nelle loro intenzioni o in quelle dell’Emirato islamico d’Afghanistan farlo in futuro”. Lo hanno fatto più volte negli anni passati in modo esplicito. Costante, l’affermazione di non avere responsabilità negli attacchi dell’11 settembre. E la rivendicazione di quella patente di legittimità politica, come gruppo autonomo, che la comunità internazionale stenta a riconoscergli. Il dibattito interno è vivace, le linee politiche articolate. Come le posizioni sul promiscuo rapporto con i servizi pakistani, che garantiscono coperture, ma ritardano l’attribuzione di quella patente, perché troppo ingombranti come partner.

Da parte loro, anche i pakistani ondeggiano, come documenta l’ultimo rapporto sull’Afghanistan dell’International Crisis Group, “Talk about Talks”. Ai gesti collaborativi, come il via libera ai viaggi di alcuni leader Taleb verso il Qatar, dove i turbanti neri dovrebbero aprire un ufficio di rappresentanza, si alternano le pesanti collusioni con alcuni gruppi ribelli. In particolare con la rete Haqqani. Proprio quella su cui ormai tutti puntano il dito per l’offensiva di domenica. Una ragione in più perché, per le strade di Kabul, si pratichi il rituale sport del “dagli al pakistano”.

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
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