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Diario dello smarrimento

di Ilaria Palomba

Diario dello smarrimento di Andrea di Consoli (InSchibboleth edizioni, 2019, pp. 167, euro15) infrange la scolastica distinzione tra i generi: narrativa, saggistica e poesia, li contiene tutti; è un affresco neorealistico del presente, nato come raccolta di post su Facebook, dove non mancano ritratti umani di uomini noti e non, ricchi e poverissimi, contemporanei e ricordi d’infanzia, uniti tra loro da meditazioni di carattere filosofico e intimo.

Lo smarrimento è una condizione inequivocabile del tempo in cui viviamo, si tratta di uno smarrimento fisico, ci si perde nelle città, Roma, Milano, Napoli, così come nelle radici: la Lucania tratteggiata attraverso la rievocazione di un mitologico Sud senza passato e senza futuro; ma ci si perde anche in nessun luogo, all’interno di un io che riflette così a fondo da lasciarsi irretire dal vortice dei suoi stessi pensieri.

Talvolta compare un io impersonale, un Di Consoli alter ego che guardandosi esteriormente forse vede più a fondo in sé di quanto non faccia scrivendo in prima persona, così come in una serie di sogni è mostrata l’assenza di punti di riferimento, in uno di questi c’è uno specchio che non riflette alcun volto e ci fa pensare al Savinio del Signor Munster. Ma lo smarrimento è anche lo smarrimento dell’uomo di fronte alla perdita del senso del sacro, con il tracollo del cattolicesimo l’uomo si è definitivamente secolarizzato e in questa secolarizzazione ha perso il senso del sacro che era anche un punto di riferimento interno e del Sé rispetto al mondo; la cultura cattolica era il collante delle piccole comunità, in particolare di quelle del Sud, il perno dei riti e delle tradizioni. Della civiltà si può dire che solo le rovine siano testimonianza mentre le macerie ne rappresentano il crollo senza possibilità di memoria.

La morte di Dio dunque genera non già un oltreuomo ma un uomo minimo, perduto tra le derive dell’io, egocentrico, narcisista, fragilissimo, quindi la brama di popolarità diventa l’unico imperativo, soprattutto a Roma, come in tutte le grandi metropoli, s’incontra questo genere di esseri umani il cui unico ideale è la fama, ideale che viene il più delle volte smentito dalla violenta portata della vita che ridimensiona i nostri sogni e addomestica i nostri ideali. «Roma è la città più infelice d’Italia perché Roma è la città dove, in tempi di crisi economica e culturale, i sogni s’infrangono con più durezza. Chi viene a vivere a Roma in un modo o nell’altro lo fa per realizzare un sogno – un sogno di successo. Offrendo ormai pochissimo, Roma trasforma gli artisti e i talentuosi in precari, gli ambiziosi in frustrati, gli entusiasti in disillusi. Non ho ben capito quale sia il male oscuro di Roma. È come se non sapesse più sognare e far sognare. Vedo in giro solo gente affaticata, stremata, provata, esasperata. Gente che vive vite provvisorie, stanche, preoccupate, in attesa di qualcosa. È diventata troppo dura, Roma. Qui ormai le cose si ottengono solo strappandole coi denti. Poche le pause, poche le oasi. Tutto è improvvisato. Tutto è affidato al caso – e spesso il caso ha la faccia di un pescecane. La gente è disillusa, non crede più a nessuno, è diventata arida e cinica. La vita culturale è ridotta al lumicino. Tutto è caro in maniera ridicola. E devi dire grazie per ogni cosa solo perché vivi nella città del Colosseo e di San Pietro. Roma è ormai la città degli ereditieri e degli squali, e di una massa informe e grigia che sogna, senza poterlo fare, di andare via».

I luoghi di cui parla Di Consoli sono luoghi metafisici, anche le descrizioni della Basilicata, in particolare di Fratta e di Rotonda, dove ha vissuto da bambino, sono più luoghi dell’anima che reali, sono ricordi, sembrano antiche fotografie, dove le tradizioni permangono e si resta intorno al camino ad ascoltare e raccontare storie. Particolarmente evocativa è la storia di nonna Anna che porta in braccio il figlioletto morto da Matera a Stigliano, ci appare qui simile a un personaggio del Vangelo pasoliniano così come molti altri ritratti di personaggi incontrati per le strade della Lucania, della Campania e della periferia romana. Gli stessi concetti di centro e periferia si sono sgretolati, interiorizzandoli non li collochiamo più nello spazio ma nella visione interna che abbiamo della nostra vita.

Uno dei topos di Di Consoli, l’elemento, si diceva, centrale è il rifiuto della freddezza, talvolta imposta dall’educazione patriarcale, in favore del ritrovamento di un calore, il calore è sangue, il calore è un modo per colmare il vuoto lasciato dal frantumarsi del sacro. Proprio quel calore umano caratteristico di un Sud mitico è ciò che Andrea ripropone come ideale di convivenza, quel calore che si perde nelle città vuote degli uomini minimi, egoriferiti e perduti. Questa crisi epocale, non già economica quanto religiosa, questa scristianizzazione produce uomini in serie, uomini-merce e bisogna essere tanto maturi e ponderati per non cadere nel delirio di considerarsi Napoleone o Cristo non appena si ha un po’ di successo. Quel che si è perso è il senso di subalternità dell’uomo nei confronti della natura, chi preserva l’appartenenza al mondo contadino lo sa e rispetta tale subalternità, sa di non meritare una vita migliore, mantiene un legame con il destino. Nel legame con la propria subalternità alla natura e con il proprio destino si genera la possibilità di abbracciare l’altro in quanto altro. In un brano del libro avviene un incontro con un uomo disperato nei pressi della stazione Termini, che Andrea ama molto, l’uomo erompe in lacrime lamentando la morte imminente a causa di un brutto male, e invece che un allontanamento, come sarebbe logico pensare, avviene un avvicinamento, un abbraccio, che è l’abbraccio tra due sofferenze; solo se si conosce il dolore si può abbracciare la sofferenza nell’altro.

Un altro nodo speculativo del Diario è l’amore, sentimento ambivalente e violento: «Non posso vivere né con te né senza di te» scriveva Ovidio, sembra essere questo il significato ultimo dell’atto di amare, la disperazione di non poter mai possedere l’oggetto amato poiché nel possesso lo si distruggerebbe e verrebbe a mancare quella stessa spinta che dà significato all’esistenza.

Se l’amore, la fraternità, il calore, il sangue, le radici sono i punti cardine in cui si muove il pensiero di Andrea Di Consoli, non si pensi che questo giustifichi l’umano, solo ciò che è umano è disumano e anzi la parola disumano non ha mai un reale significato, non esistono persone cattive, solo persone che hanno sofferto ma questa sofferenza inequivocabilmente e tragicamente determinerà altra sofferenza, si può solo sperare, come Andrea fa, di incontrare la poesia, il pensiero e la letteratura, difatti tra le pagine di questo diario un posto di riguardo è riservato agli incontri letterari, quegli incontri che sono avvenuti solo attraverso le pagine lette, senza le quali la vita stessa sarebbe priva di senso.

«La Roma che avrei voluto vivere io: quella di Ercole Patti, di Giancarlo Fusco, di Vincenzo Talarico, di Sandro de Feo, di Ennio Flaiano. Quella dei geni irregolari. Dei talenti sprecati, delle notti a chiacchierare, dei falliti di lusso».

In ultimo, la comprensione del mondo passa attraverso la filosofia che rappresenta: «il bisogno di tornare a casa ma prima bisogna smarrirsi».

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Un commento a “Diario dello smarrimento”
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