Graffiti rupestri a Papasidero

Diario di viaggio con revenant. Ettore Sottsass Jr. e i maddaleniani

Graffiti rupestri a Papasidero

Questo pezzo è uscito sul n.20, Speciale Estate, di Artribune.

di Michele Dantini

Papasidero, estrema propaggine della provincia di Cosenza, massiccio del Pollino al confine con la Basilicata. 39° 52’ 00” N. 15° 54’ 00” E. Sono circa le dieci. Sono partito da Cosenza all’alba. La giornata è tersa e luminosa. L’aria pungente. Cerco il sentiero per la grotta del Romito: questa la meta. Un insediamento maddaleniano di 11mila anni fa. Incisioni rupestri e sepolture. Attorno a me, strette valli incassate tra alte rocce calcaree, verde ceduo e qualche casolare abbandonato. Le casette nuove sono tutte vicine alla strada. Hanno apparenze spoglie e elementari. Case di contadini giunti al riposo. Case di figli e nipoti. Case di emigrati in Canada o negli Stati Uniti che hanno fatto ritorno.

Per arrivare alla grotta attraverso il minuscolo centro abitato. Una casa cadente sulla destra, in pietra, senza finestre. Una porta in legno dipinta di verde e divisa in due elementi orizzontali, chiusa per metà, all’interno un’unica stanza con pavimento in terra, non rivestito, come nei dipinti di poveri di epoca risorgimentale. Un singolo giaciglio addossato alla parete. Una semplice lampadina che cade dall’alto, al centro. Nessun elettrodomestico. Nessun elemento di modernità industriale: né frigorifero né tv né radio né altro. Nella stanza una signora molto anziana, abiti contadini, in testa, per copricapo, una sporta per la spesa, un semplice sacco di plastica. Sta facendo il pane, mi spiega. Viene alla porta contesa tra curiosità e spavento. Poi ripete la stessa frase innumerevoli volte, toccandosi la testa. Sta facendo il pane.

Poco oltre mi avvicina un secondo anziano, spostandosi per un attimo dal ciglio al centro della strada. Magrissimo, i capelli bianchi bagnati e pettinati in ampie ciocche ritrose schiacciate sulla testa e portate all’indietro. Semplici pantaloni di velluto a coste larghe tenuti altissimi in vita, quasi a altezza di diaframma. Un’accentuata curvatura della colonna. Non parla. Si ritrae al saluto, si stringe al muretto fiancheggiante la strada. Tiene gli occhi bassi, evita di guardare, incontrare o sostenere lo sguardo. Appare smarrito: un bambino giunto a decrepitezza, dalla capigliatura candida.

Scendo per una viuzza alberata e arrivo a un enorme piazzale predisposto a parcheggio. Tavoli per pic-nic in pietra e una costruzione al centro, pure in pietra. Qualche solennità di troppo nell’area di accesso alla grotta paleolitica. Tutto eseguito in stile paleolitico: pietra su pietra. Il piazzale è comunque deserto. Nessun pullman, nessun visitatore. La costruzione al centro, destinata a essere libreria e biglietteria, è chiusa da un pesante portone in legno chiodato. Dove sono? Busso alla porta: nessuno mi invita a entrare. Mi guardo attorno perplesso e insieme divertito. Lontano da tutto con alte e scoscese montagne che si elevano attorno; eppure nel cuore di un progetto turistico e conservativo per cui sono state concepite strutture tanto imponenti e vistose. Controllo orari e giorni di chiusura: in regola. Finalmente un grido.

Qualcuno mi ha avvistato, esiste, mi chiama. Una voce femminile dall’altra parte della vallata. Una giovane donna in lontananza invia gesti e mi chiede di attendere, di darle tempo. È la custode, immagino. La vedo affrettarsi, arrivare per una discesa alberata. Ha modi premurosi, perfino zelanti. Il volto è atteggiato a un’espressione di maturità che non si addice in tutto a una ragazza di soli ventidue o ventitré anni. Porta un pullover fatto a mano, azzurro a maglie larghe di lana spessa. Jeans. Ha grandi occhi azzurro-scuri, spalle e fianchi ampi. Mi introduce nell’edificio con funzioni di biglietteria – una semplice stanza molto vuota con una scrivania, qua e là qualche poster, una scelta di cartoline – stacca il biglietto e mi invita a uscire. Di nuovo nel piazzale. Questa volta però davanti al grande cancello d’entrata, che la giovane donna apre. Scivoliamo verso il fondo di una fenditura naturale. Un sentiero lastricato conduce all’ingresso della grotta. Ai lati massicci passamani in legno, come presso i rifugi o lungo i camminamenti.

Ci sono molte cose da dire su un percorso lungo, molteplice e spezzato come quello di Sottsass. L’architetto, il designer, il beat, l’agitatore culturale, l’artista, l’editore, il performer.

Ma la mia tesi è: le formidabili ville e residenze private che Sottsass progetta negli ultimi anni sono finalmente rivelative di quanto in lui è rimasto a lungo non detto. E cioè la convinzione che l’architettura non sia al servizio degli uomini ma degli dei. Sottsass mi appare oggi come un estremo, paradossale e a tratti insubordinato esponente della tradizione secessionistica e metafisica degli Anni Trenta-Quaranta. Come altro spiegare la sua fedeltà al rito dell’abitare, l’interesse per il vernacolo “mediterraneo” e “balcanico”, l’ambiziosa progettazione unitaria di abitazioni e arredi, l’enfasi (a tratti velleitaria) sul “mito” e il primordio?

La villa zurighese di Bruno Bischofberger, il gallerista della Transavanguardia internazionale, è un manifesto e un ritratto psicologico insieme (1991-1996). È un monolite nero come sono le “case” solo nei quadri di Cucchi. Né accogliente né affabile né semplicemente “umana”, attrae il visitatore mentre lo respinge. Eleva un accigliato monumento al senso di gelosa, esclusiva proprietà. Incurante del kitsch, edifica un’esperienza di iniziazione. Crea celle, ambulacri e muri per un silenzio claustrale. Potremmo mai descrivere tale architettura in chiave “progressista”? Cade meglio l’aggettivo “sumera”, impiegato dallo stesso Sottsass. Il suo rifiuto della società tardo-capitalistica e del consumismo che ne è la ragione sociale ci appare tragico e ambivalente.

I Settanta italiani non sono anni di sottigliezze e distinzioni. Tra 1972 e 1976 Sottsass smette di fatto di progettare per dedicarsi a viaggi remoti e sperimentazioni di un’esistenza pressoché autarchica, condotta al di fuori del “sistema”. In occasione dei viaggi riflette sui fondamentali dell’architettura. Luce, ombra, riposo, desiderio. Installa pochissime cose in luoghi deserti – un palo, una tenda, un pavese. Le installazioni “ambientali” segnano per lui un punto di non ritorno: l’architettura tocca il punto zero dell’ingegnerizzazione, l’apice invece della semplificazione magico-ritualistica, “antropologica”. Nei decenni successivi Sottsass non potrà fare altro che sforzarsi di portare “dentro” il mondo del marketing e della produzione industriale quanto ha scoperto esserne “fuori”, l’abitare inteso in senso nomadico, ricondotto alle origini paleolitiche e alle abitudini migratorie delle comunità di cacciatori-raccoglitori che attraversavano in tempi remoti l’Europa. Sembra essersi chiesto: quanto, dell’“utopia” controculturale, è possibile conservare, e quanto invece, per un architetto, un designer, è inevitabile tradire? Quanto, nella presa di posizione contro la società occidentale, è o è stato posa? Chi sono oggi gli “ultimi”?

Un antico smottamento del fianco calcareo ha aperto la montagna. Più in basso si intravede un’ampia cavità, tra ulivi selvatici, querce, lecci, olmi. Ancora le due tonalità contrastanti che caratterizzano l’intero paesaggio circostante: il tenue verde primaverile; il luminoso grigio-bruno della roccia. Azzurro brillante in alto. Rari instabili cirri in quota. Uccelli. Davanti a me adesso un macigno poggiato a terra, sul fronte della grotta. Sopra sono incisi un grande animale, un bovide; la metà anteriore di uno più piccolo, ancora un bovide; e segni il cui senso è andato perduto. Entriamo nella grotta: formazioni calcaree, acque filtranti, luce come sottomarina con riflessi verde-bruni, diffusa. Sul fondo della grotta, mi spiega la ragazza, una sorta di altare presso cui “i briganti immolavano”.

Esco per tornare all’esedra naturale in cui si trovano incisioni e sepolture. Popolazioni del tardo paleolitico superiore hanno usato la grotta per i loro riti funerari. Forse l’hanno anche abitata. Vi hanno lasciato frammenti di ocra, ossi e corna animali, monili e oggetti d’arte mobiliare; eseguito incisioni lineari in stile “mediterraneo” (quali i confini del mondo da loro conosciuto, mi chiedo, quali le vie di commercio e migrazione? Con quali altri clan o popolazioni avranno stretto alleanze, incoraggiato relazioni di consanguineità in Sicilia, Lazio, Campania, Liguria, Francia meridionale? Foreste di termofile, cavalli e uri liberamente vaganti al tempo, e cervi, daini, lupi, volpi a abbeverarsi presso i corsi d’acqua).

Nella grotta sono stati inumati adulti e adolescenti, sei persone in tutto, in fosse di forma approssimativamente ovale, non molto profonde. Uno scheletro attribuito a un giovane uomo mostra ossa deformi, ipotrofiche: l’adolescente era probabilmente affetto da nanismo. Giace accanto a una donna, sepolto al suo fianco. La madre? La ragazza che mi guida desidera molto parlare, esporre, argomentare. Sembra non le accada spesso di avere visitatori. Poi rivela: la grotta sorge in campagne che erano di suo nonno. Il grande bovide inciso e gli scheletri maddaleniani sono per lei cimeli di famiglia che la accompagnano dall’infanzia. Per di più, intuisco, la proteggono da un eccessivo isolamento. Il nonno, mi racconta, aveva persino preso parte agli scavi, tenutisi a più riprese nel corso degli Anni Sessanta per iniziativa dell’Istituto italiano di storia e protostoria. Aveva conosciuto i “professori”. Mostra la sua competenza non perché intenda sfoggiare, al contrario. È riservata, scrupolosa, modesta. La sua ansiosa eloquenza ha motivazioni più sfumate. Non ha rapporti opportunistici con il “tesoro” locale. È documentata, coinvolta. Il desiderio è quello di avere parte attiva nell’avvincente ricostruzione storica e culturale. Le incisioni rupestri, le sepolture, i “briganti”, la grotta.

Un’interruzione chiarisce molte cose: la suscettibilità della ragazza, lo stato di tensione. Un uomo scalzo in canottiera e calzoni è alla rete di recinzione. Grida, ma non capisco. Usa il dialetto. La giovane donna si fa bianca in volto, poi ha un gesto come di remissione, si volge verso di me e mi spiega. L’uomo è suo marito, infuriato. La visita si è prolungata troppo e vuole che lei torni a casa. Stare da solo l’ha irritato. Non ci troviamo in un giardino privato, è stato pagato un biglietto e la visita si tiene a un’ora ammessa, stabilita. La grotta è posta sotto la tutela della soprintendenza di Reggio Calabria, dunque sotto tutela pubblica. Ma sarebbe inutile protestare: procurerebbe danno alla ragazza. L’uomo urla che non può e non vuole. Che lei non deve. La mia accompagnatrice è a disagio, chiamata a mediare e perciò estremamente imbarazzata. Cerca di giustificare, per quanto la dispensi dal farlo. L’ostilità del marito non è rivolta contro i visitatori, che niente sanno; ma contro l’amministrazione comunale, che intende gestire in proprio l’area archeologica senza tenere conto di precedenti diritti di proprietà. Fin quando non vi saranno garanzie sufficienti, a parere dell’uomo, la grotta deve restare chiusa.

Non è facile afferrare i termini esatti della contesa; nell’attimo forse neppure mi interessa. Le grida dell’uomo sono tali da distanziare. I modi pure. Inizio a risalire. Mi dispiace per la ragazza: il suo tentativo di stabilire per sé, attraverso la grotta e la sua archeologia, un ruolo e un’identità sociale più gratificante sembra infrangersi al momento contro le irose istanze di controllo del marito. Resto in silenzio, impotente. Per di più con la spiacevole sensazione di essere defraudato.

Élites apolidi, spesso velleitarie; culture locali prestatuali. Come se ne esce? Una questione di cultura pubblica, direbbe Martha Nussbaum. Occorrerebbe più “empatia” da parte degli intellettuali radicali; più impegno da parte di tutti per una trasformazione legalitaria. Il “viaggio in Italia” non può che concludersi, oggi come ieri, in modo assai poco esotico: con il riconoscimento dell’incompiutezza del progetto democratico e dell’importanza delle buone istituzioni.

Michele Dantini insegna storia dell’arte contemporanea all’università del Piemonte orientale, collabora con i maggiori musei italiani di arte contemporanea ed è visiting professor presso università o centri di ricerca nazionali e internazionali. Laureatosi in storia della filosofia e perfezionatosi (Ph.D.) in storia dell’arte contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, The Courtauld Institute, Londra, Eberhard Karls Universität, Tubinga, tra 2011 e 2013 ha diretto il Master in Educational Management al Castello di Rivoli Museo di arte contemporanea. Ha appena terminato di scrivere un libro sul tema dell’innovazione cognitiva (Il momento Eureka, CheFare_doppiozero, Milano 2015, in corso di pubblicazione) e coordina un progetto editoriale e di conricerca dedicato all’arte italiana contemporanea degli anni Sessanta e Settanta. E’ interessato alle geopolitiche culturali, ai rapporti tra immagine e testo e al dialogo tra storia dell’arte e scienze cognitive. Tra le sue pubblicazioni recenti Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell’arte e “clandestinità”: Duchamp, Johns, Boetti (Milano 2014); Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012). I suoi libri sono tradotti negli Stati, Uniti, in Francia, Spagna, Polonia e altri paesi. E’ nella redazione di ROARS. Return on Academic Research e nel comitato editoriale di Doppiozero. Ha una rubrica su L’Huffington e Artribune, collabora al Mulino, Scenari, Alfabeta2 e Left.
Commenti
2 Commenti a “Diario di viaggio con revenant. Ettore Sottsass Jr. e i maddaleniani”
  1. S.G.F. scrive:

    Mah, non so. Quanto evidenziato sulla situazione della Grotta del Romito è molto importante, tuttavia mi lascia piuttosto perplesso la descrizione dettagliata dei “tipi umani” e anche quella d’ambiente (e inoltre la frase riferita alle “case di emigrati in Canada o negli Stati Uniti che hanno fatto ritorno” mi sembra quanto meno una semplificazione, perchè, dopo breve ricerca, leggo che a Papasidero l’emigrazione è avvenuta prevalentemente verso il nord Europa e il nord Italia). Mi resta la sensazione d’uno sguardo approssimativo e “sorpreso” che non casualmente si sofferma su alcuni aspetti degli “indigeni” colti dallo sguardo acuto del Viaggiatore.
    Oltre venticinque anni fa ho visitato anch’io la Grotta del Romito, e la situazione relativa al sito archeologico non era migliore di quella descritta oggi, ma quando parlavo di quel viaggio con gli amici non mi giungevano in mente descrizioni, necessarie alla narrazione, di psicologie umane (colte inoltre dall’autore del brano in straordinari e precisi squarci intuitivi, senza alcun dubbio d’errore) da far rilevare, come qui, ad esempio quella del vecchietto incontrato: “Non parla. Si ritrae al saluto, si stringe al muretto fiancheggiante la strada. Tiene gli occhi bassi, evita di guardare, incontrare o sostenere lo sguardo. Appare smarrito: un bambino giunto a decrepitezza, dalla capigliatura candida.” Tutto questo “colore” descrittivo e questa fiducia nella bontà delle proprie percezioni mi lascia, ripeto, perplesso. Non so. Sarà forse che anch’io sono un “indigeno” di zone a un’ora e qualcosa da Papasidero e il mio sguardo probabilmente ha (o ha avuto) un’altra prospettiva d’osservazione.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Qui @minimaetmoralia il mio Diario di viaggio con revenant: Ettore Sottsass jr. e i madaleniani: a suo modo un “viaggio in Italia”. […]



Aggiungi un commento