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Diario di un editore di fumetti #2

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Pubblichiamo la seconda parte di una serie a cura di Maurizio Cotrona: la testimonianza personale di un progetto che intende produrre editoria a fumetti a Taranto. Un viaggio tra ambizioni e difficoltà. Qui la prima parte.

5 agosto 2020

Mi muovo da casa verso le 16:30 e guido molto lentamente, perché, sulla via di San Donato, mi è apparso lo spettro di un incidente stradale che mi impediva di partecipare alla riunione.

Arrivo puntuale, Gian Marco già mi aspetta mentre Antonio è in ritardo. Mi ha portato una copia di “Primo”, il mio terzo romanzo, da firmare con dedica. Prendo tempo, metto le mani avanti raccontandogli aneddoti sui libri rovinati dalla mie dediche (tanto che alcuni ho dovuto sostituirli), mi rigiro il romanzo tra le dita, cerco di non trovare una penna, la trovo. Lui mi viene in soccorso quando mi dice che oggi, sulla scelta del logo dell’editore, ha intenzione di giocarsi la sua “golden share”.

Ecco un’idea. Controllo lo spelling di “golden share” sul cellulare e scrivo, nel carattere stampatello piccolo che mi ha insegnato il professore di tecnica in seconda media: “Io mi sono giocato la mia golden share quando ti ho portato in Ottocervo”. Rileggo, cerco da capire se ci sono modi di interpretare la dedica in un modo che non sia affettuoso (mi rendo conto solo adesso, che i modi ci sono), firmo e, qui, casca l’asino. Scrivo lo sgorbio del nome e ho già tracciato la “C” del cognome, quando mi rendo conto che non è opportuno firmare col cognome, considerato il rapporto di intimità che stiamo, non senza fatica, cercando di costruire.

Che fare? Non ho copie intonse con cui sostituire quella. Lascio la C accanto al nome, come fosse un serpentello passato lì per caso, e gli restituisco il libro, chiuso, provando a distrarlo con una dimostrazione pratica di quanto patetica sia la mia calligrafia se abbandono l’espediente dello stampatello piccolo, messa in scena su un foglio che trovo abbandonato sul tavolo che ci divide, foglio su cui disegno le prime lettere dell’alfabeto, le quali hanno la sfrontatezza di venir fuori meno brutte di quanto avrei voluto.

Sono le 17:15quando Antonio arriva a salvarmi. C’è uno scambio di battute ben riuscite tra me è Gian Marco sul suo ritardo (sono passate 24 ore e già non me lo ricordo).

Ci sediamo attorno a un tavolo a penisola (in un impeto di coraggio, Gian Marco prova a chiederne uno più grande), sistemato in una parte adeguatamente riservata della libreria. Mi colpisce molto ritrovare, nella parte estrema della penisola, un fumetto, abbandonato nella stesso identica posizione in cui l’avevo lasciato un mese fa. Neanche nel mio Ministero le cose sono tanto statiche.

Ordine del giorno della riunione:

  • approvazione del logo dell’editore (realizzazione affidato a Gian Marco);
  • fare la conoscenza di Alessia, persona di fiducia di Antonio che seguirà la comunicazione dell’editore;
  • prima condivisione della campagna di comunicazione di Ottocervo, che ho concepito io;
  • approvazione della struttura del sito web.

Obiettivi  personali:

  • non essere costretto a ingoiare rospi;
  • fare qualche passo avanti nella comprensione del DNA di Ottocervo,(questione che, al momento, sembra preoccupare me più degli altri).

Perseguo il primo obiettivo incrociando le dita, il secondo infilando, qui e lì, frasi ispirate sull’amore che nutro verso i fumetti (amore su cui dovrò tornare, Ω3).

Antonio è del 1979. È un tipo ordinario, castano, con qualche chilo di troppo addosso. Ogni volta che lo vedo mi pare dimagrito o ingrassato, mai uguale a quella  precedente. Gian Marco è del 1975. È un tipo ordinario, castano, lineamenti più sottili dell’altro. Io sono un tipo ordinario, classe 1973, castano, con un naso importante. Mi piacerebbe molto essere del 1979, almeno del 1975,  e questo è un desiderio inedito per me.

Gian Marco ci mostra dei fogli con lo studio dei loghi, decine e decine di ipotesi, eccone qualcuno:

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Ha fatto un lavoro generoso e ispirato. Ha esplorato diverse possibilità, senza mai allontanarsi dalla via maestra dell’essenzialità e dell’eleganza delle linee. Il più brutto dei loghi che ci mostra è interessante ma, devo ammetterlo, nessuna fa scattare la scintilla. Allunghiamo l’orecchio di qua lo tiriamo di là, schiacciamo il muso, lo incurviamo e ci accorgiamo che questo cerbiatto è così stilizzato che ci mette un attimo a diventare un cane o un lupo o un vitello, la differenza tra un animale e l’altro è più nella testa di chi guarda che sulla carta.

Dopo una mezz’ora passata a pendolare tra il polo del realismo naturalistico e quello della sintesi, ci stiamo orientando, grazie ai consigli di Gian Marco, su questo modello qui:

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che ha il pregio della leggibilità e della riconoscibilità, senza sacrificare l’estetica. Ed è a questo punto che io tiro fuori la parola “patacca” e mi metto a esporre una questione di principio per cui questo logo potrebbe risultare “invadente” su un certo tipo di copertine e che, tra le qualità che un logo deve avere, c’è anche quella di sapersi fare da parte, di essere discreto. Perché noi siamo “Ottocervo” e siccome siamo “Ottocervo” amiamo i fumetti e, chi ama sul serio qualcosa,sa mettersi in ombra pur di metterla il luce.

Gian Marco e Antonio riescono a non mandarmi affanculo, io riuscirò a cambiare idea da solo.

Secondo punto all’ordine del giorno.

Ci ha raggiunto Alessia. Lei segue la comunicazione per la saga Fantasy che Antonio sta lanciando per conto suo e seguirà anche la comunicazione di Ottocervo.

Bruna, affilata, venticinque anni?, ha una aspetto apache e ci guarda con aria severa. Le mie battute (dico qualcosa tipo “se mi guardi così, mi fai paura”) non la smuovono troppo.

Se c’è una cosa che mi fa paura sul serio di Alessia è questa: che lei, come molti altri profili junior di talento, possa mostrare troppo zelo nel fare le cose giuste nel modo giusto, finendo per soffocare nella professionalità la comunicazione di “Ottocervo”, comunicazione che io immagino spontanea e fuori dagli schemi. Il mio è un pregiudizio puro e semplice, il secondo presentato in questo diario.

La questione della comunicazione viene liquidata affidando ad Alessia la predisposizione di alcuni layout, da realizzare a partire dalle mie proposte, ma con libertà. Lei dice una di quelle cose da “professionisti col pilota automatico”, parla di bot che dovrebbero produrre falsi profili per far incrementare i numeri della nostra, nascitura, pagina instagram.

Ingoio il rospo. È un girino, più che altro. Il rospo vero arriva, quando si tratta di prendere questa decisione: dove la sistemiamo la campagna di lancio di Ottocervo se Ottocervo ancora non esiste? La soluzione più facile sarebbe lanciare Ottocervo sul sito e sulle pagine social di “Antonio Mandese Editore” ma, qui, il rospo è grosso e mi oppongo. La cosa creerebbe confusione e io non voglio mescolare Ottocervo con Antonio Mandese Editore. Gian Marco e Antonio sono persone graziose e mi assecondano. Arriviamo a una soluzione farraginosa, tipo creare una pagina facebook fake, con un nome generico, che ospiti il conto alla rovescia nei giorni che precedono il lancio del marchio, per poi cambiare il nome della pagina in “Ottocervo” il giorno stesso del vero e proprio natale di Ottocervo.

Questo dell’indipendenza di Ottocervo, fin dall’inizio dell’avventura, è stato l’unico punto su cui ho voluto mettere le cose ben in chiaro: Ottocervo non è una collana di Antonio Mandese Editore. Nasce in seno ad Antonio Mandese Editore, ma si presenterà come un brand autonomo. Sono convinto che, nel mondo del fumetto più che in altri ambiti culturali, sia necessario coltivare una relazione stretta con i propri lettori, piantando semi che, nel migliore dei casi, finiranno per sbocciare in un rapporto di identificazione simile a quello del tifoso con una squadra di calcio. “Io sono un lettore Marvel”, “io sono un lettore Bao”, “io sono un Bonelliano”, sono frasi comuni nel mondo del fumetto. Meno spesso ho sentito affermare “io sono un lettore Rizzoli”, per dire. Ebbene, credo che sia più facile coltivare questo tipo di relazione a partire da un nome non identificato con una persona, soprattutto se è una persona che pubblica già altre cose. Nei miei sogni erotici più sfrenati, posso immaginare che qualcuno, fra 4000 anni, arriverà ad affermare “io sono un lettore Ottocervo”. Non riesco neppure a sognare che qualcuno possa sostenere “io sono un lettore Maurizio Cotrona Editore”.

Esiste anche un’altra ragione, segreta, per questa mia impuntatura. Io avrò un pezzo di controllo su quello che pubblicherà Ottocervo, ma non posso averlo su quello che pubblica Antonio. Lo stimo e, tra di noi, c’è un bel rapporto di fiducia reciproca, ma io, questo controllo, non sono disposto a cederlo. Ottocervo dovrà venire al mondo senza aver perso l’odore di una cosa pura in quanto nuova  e nuova in quanto pura.

“Vogliamo fare fumetti così belli da accettare il rischio di non farne affatto”, è uno degli slogan che ho proposto per la compagna di comunicazione (che adesso è nelle mani micidiali di Alessia, che lo starà facendo sminuzzare da un esercito di bot nordcoreani).  Ed è uno slogan in cui credo.

Maurizio Cotrona è nato a Taranto nel 1973. Esordisce nel 2006 con il romanzo “Ho sognato che qualcuno mi amava” (Palomar). Nel 2011 pubblica “Malafede” (Lantana, Premio Puglialibre come miglior romanzo) e nel 2015 “Primo2 (Gallucci HD, vincitore del premio del gruppo GEMS “Io Scrittore”). Il suo ultimo romanzo è Il figlio di Persefone (Elliot edizioni, 2019). Co-direttore editoriale di “Ottocervo edizioni”, è maestro della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri”.
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