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Dice che l’Italia è a rischio default e bisogna intervenire con un nuovo governo subito. Ma forse il problema è un altro.

Riprendiamo un paio di articoli dallo speciale Banche da legare sul sito di Sbilanciamoci.

Perché le banche non fanno il loro mestiere

di Thomas Fazi

La Bce riferisce che i prestiti alle imprese e alle famiglie nell’eurozona, soprattutto nei paesi della periferia, continuano a crollare, registrando il calo più drammatico da più di vent’anni a questa parte, alla faccia della tanto sbandierata ripresa: -2.3% in media rispetto all’anno precedente. Particolarmente critico il dato che si riferisce alle imprese: -3.9%.

I dati per l’Italia sono da bollettino di guerra: Bankitalia parla di un calo dei prestiti alle imprese del 6% (il dato peggiore degli ultimi dieci anni), mentre i mutui concessi alle famiglie hanno fatto registrare una flessione dell’1.2% su base annua. Confindustria aggiunge che la caduta è stata finora del 10.5% dal picco del settembre 2011, pari a 96 miliardi, e che per il 2014 la contrazione sarà di altri otto miliardi. Come se non bastasse, come ha denunciato recentemente la Cgia di Mestre, i pochi finanziamenti erogati vengono concessi solo alle grandi imprese.

Molti si chiedono come sia possibile che nonostante la colossale somma di denaro pubblico messa a disposizione dai governi europei per salvare le banche in seguito alla crisi finanziaria – almeno 4.600 miliardi di euro tra il 2008 e il 2010, secondo i dati della Commissione europea, a cui bisogna sommare i mille miliardi di euro circa di prestiti a bassissimo tasso d’interesse erogati dalla Bce – queste si ostinino a non prestare, o a farlo solo a tassi da usura. Le ragioni sono molteplici. Sono tre le considerazioni da fare. La prima è che la somma di denaro in questione, per quanto enorme – a essa infatti si può ascrivere in buona parte l’aumento del debito pubblico nei paesi della Ue nel triennio 2008-10 e dunque anche la successiva crisi del debito sovrano, in un processo che giustamente è stato definito da molti una «socializzazione del debito privato delle banche», se non un vero e proprio «colpo di stato» – rappresenta poco più di una goccia nell’oceano sommerso della finanza. Considerando le dimensioni del settore bancario europeo (350% del Pil), la sua propensione al gioco d’azzardo (per mezzo di derivati e quant’altro) e la sua capacità di occultare i debiti trasferendoli nel cosiddetto «settore bancario ombra», è naturale presupporre che le perdite sostenute dalle banche in seguito alla crisi del 2008 siano ampiamente superiori a quelle dichiarate, e che i trilioni di euro di aiuti statali abbiano rappresentato poco più di una toppa. Secondo un recente studio, infatti, le banche europee sarebbero ancora sottocapitalizzate di circa mille miliardi di euro. Ma si tratta sempre di stime.

Quello che serve (e che manca) è anzitutto trasparenza. Questo ci porta alla seconda considerazione. Ossia che dal 2008 ad oggi non è stata effettuata nessuna riforma strutturale del sistema per rimettere le banche al servizio dell’economia reale. Infatti apprendiamo che le banche europee hanno ripreso a scommettere sui mutui subprime americani, hanno ricominciato a cartolarizzare i loro mutui a rischio, distribuendo così i rischi nel sistema e continuano a giocare d’azzardo sul mercato dei derivati (che infatti si stima essere cresciuto di valore dal 2007 ad oggi). La terza considerazione è che la cura letale della repressione fiscale promossa dalla troika Ue-Bce-Fmi sotto la pressione di Berlino non ha fatto che acuire la recessione nei paesi della periferia, peggiorando i bilanci delle imprese (che fanno sempre più fatica a ripagare i debiti contratti con le banche) e di conseguenza i bilanci delle banche stesse, rendendole così ancora più restie a prestare soldi (indifferentemente dalle flebo dei governi e della Bce per tenerle in vita). Gli ultimi dati parlano di un aumento del 22.7% dei crediti di difficile riscossione nel 2013, pari all’incirca a 150 miliardi di euro (Bankitalia stima che possano arrivare presto a 300).Complessivamente le sofferenze adesso corrispondono al 10.5% dei prestiti bancari.

In conclusione, risulta evidente che siamo in presenza di un circolo vizioso, e che affidarsi alle banche per uscire da un crisi provocata dalle banche stesse (senza neanche cambiare le regole del sistema finanziario) è un controsenso. In un momento in cui l’economia ha un disperato bisogno di liquidità, è la politica che deve farsi carico di rimettere in circolazione il denaro, per mezzo di politiche fiscali espansive. Ma questo è un altro discorso.

Il signoraggio e la bad bank

di Claudio Gnesutta

Quello che non è riuscito a fare Berlusconi nel 2005 è riuscito a farlo Letta nel 2014. Ci si scandalizza perché in un decreto si sono compresi due interventi (Imu e decreto Bankitalia) altamente eterogeni. Ma non vi è una connessione tra il buco dovuto all’abolizione dell’Imu e l’anticipazione prevista dal decreto Bankitalia di un miliardo (l’imposta sulla rivalutazione del capitale) dalle banche beneficiate a (parziale) copertura di quel buco?

La vicenda Imu ha colpito ancora. Per ottenere un miliardo dalle banche come imposte sulla rivalutazione delle quote, lo Stato impone alla Banca d’Italia di distribuire loro 450 milioni all’anno, che significa attribuire loro un capitale da collocare sul mercato valutabile in parecchi miliardi di euro. Una vicenda che, paludata da una complessa argomentazione tecnica, pone una serie di domande imbarazzanti (www.nonconimieisoldi.org/blog/banca-ditalia-alcune-domande/). In altra parte ho sostenuto (www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Privatizzare-il-signoraggio-22107) che tutta l’operazione consiste nella privatizzazione di un bene pubblico: la fiducia collettiva nella moneta legale che rende possibile la sua circolazione all’interno di un sistema economico. Pertanto i redditi (passati e presenti) generati dalla Banca d’Italia dal 1930 ad oggi sono frutto del “monopolio legale” di cui essa ha goduto dalla sua costituzione in banca d’emissione e gode ancora nel sistema europeo di banche centrali per effetto del diritto ad emettere la carta-moneta. Un monopolio pubblico – ampiamente riconosciuto dall’Istituto stesso – al quale nulla hanno contribuito o possono contribuire le banche private.

È difficile pertanto sostenere credibilmente che l’intera operazione non sia un regalo ad (alcune) banche e che, alla fine, chi sborserà i soldi sarà il Tesoro che vedrà ridursi i redditi provenienti dal signoraggio. Il comunicato della Banca d’Italia non risulta per nulla convincente su questo punto (…), una giustificazione della decisione di beneficiare le banche private a beneficiare di una parte consistente degli utili da signoraggio la si potrebbe rintracciare nelle condizioni in cui versa il nostro sistema bancario e, in particolare, le due grandi banche (Intesa e Unicredit) che sono le maggiori beneficiare dell’operazione. Intervenendo al Forex, il Governatore Visco ha riconosciuto infatti che «la rivalutazione del capitale sociale della Banca d’Italia, pur non potendo essere considerato ai fini dell’esame della qualità degli attivi in corso nell’area dell’euro, contribuirà a sostenere l’offerta di credito». Il significato dell’operazione potrebbe quindi essere chiarito dalla constatazione che «il mercato privato degli attivi deteriorati rimane poco sviluppato (e che) interventi più ambiziosi, da valutare anche nella loro compatibilità con l’ordinamento europeo, non sono da escludere, possono consentire di liberare, a costi contenuti, risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia».

È evidente che il rilancio dell’economia richiede un’espansione del credito a imprese e famiglie, ma che tale prospettiva è frustrata dalle difficoltà delle banche a riassorbire le pesanti perdite finanziarie dovute alla crisi internazionale. Se questo è indubbiamente un problema che la politica economica si trova oggi di fronte, si può dire che la patrimonializzazione ottenuta dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia ha i caratteri di trasparenza e di efficacia che ogni operazione di salvataggio dovrebbe avere? Non solo sulla ripartizione dei costi e dei benefici (la sperequazione dei vantaggi tra le diverse banche sono sconcertanti), ma anche sulle garanzie che i salvati dovrebbero offrire affinchè un’intermediazione sana e prudente sia capace di definire il merito di credito e, con una partecipazione oculata al rischio, sia di sostegno all’economia reale. Non a caso si stanno in questa fase rincorrendo voci dell’istituzione di una bad bank, ovvero lo scorporo dalle banche delle posizioni in perdita per attribuirle a una banca che ne possa gestire la realizzazioni a valori di realizzo ovviamente fortemente scontati (operazione analoga a quella già visto per l’Alitalia). Alla dichiarazione che alcune banche (sostanzialmente le due sopra) stanno pensando a razionalizzare la gestione dei crediti deteriorati attraverso siffatte strutture, il Governatore Visco sottolinea la necessità che esse siano volte ad «aumentare l’efficienza delle procedure e la trasparenza di questi attivi». Questo dovrebbe essere l’impegno di una politica economica che non ricorra a espedienti in cui la sofisticazione tecnica impedisce la comprensione dei fatti sostanziali.

Se è necessario un salvataggio delle banche, il governo lo prospetti in maniera trasparente in modo da comprendere responsabilità individuali e costi collettivi e non proceda, come ha fatto in quest’ultima vicenda, attraverso un marchingegno di privatizzazione surrettizia. Ma forse non si può sperare tanto da un governo che, nella scia segnata dai governi passati, troppo spesso ha dato l’impressione di svendere pezzi di proprietà pubblica per coprire esigenze temporanee di cassa.

Commenti
3 Commenti a “Dice che l’Italia è a rischio default e bisogna intervenire con un nuovo governo subito. Ma forse il problema è un altro.”
  1. LM scrive:

    ” lo Stato impone alla Banca d’Italia di distribuire loro 450 milioni all’anno ”

    Non è così. Nel decreto c’è scritto massimo 6% sul valore del capitale (7,5 miliardi). Prima era massimo il 4% sull’intero ammontare delle riserve (circa 22 miliardi). Dunque prima era potenzialmente di più, ma venivano distribuiti dividendi per molto molto meno (circa 70 milioni).

  2. @Stestenic scrive:

    Le banche prestano meno soldi anche perchè molte aziende hanno ormai chiuso. Non è difficile da capire.

    In primis, le aziende chiudono perchè non vendono e/o non incassano, non certo perchè non possono indebitarsi (ancora) di più.

  3. alfonso scrive:

    lo scollamento istituzioni popolo è sempre maggiore. I politici vivono benissimo, i magistrati anche e il popolo paga tutto. Ovviamente lo squilibrio è inarrestabile e chi vive in posizione egemone non si rende e non vuole rendersene conto. A breve dovrebbe, penso, accadere qualcosa di inaspettato: la definizione trasparente dell’oligarchia esistente. Dico inaspettato solo perchè siamo abituati a fare, a essere scoperti e a non parlare (fare finta di non sapere o parlare secondo i costumi e non secondo la realtà).
    Viviamo un tempo in cui tutto è normale, possibile. Le regole esistono e sono parzialmente applicate: solo per coloro che non sanno o non possono difendersi. L’oligarchia ci sta asfissiando sempre più in modo da tenerci sempre sotto e sempre con più forza in modo da non poter reagire. Le banche sono il braccio dell’oligarchia: se fanno utili pagano il loro personale (manager, amici), se fanno perdite pur pagando il loro personale ce le fanno pagare.
    Aspettiamo altro, speriamo che avvenga presto.
    Alfonso Lombardi

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