1yoko

Dichiarazioni d’amore a Yoko Ono

1yoko

Performer a tutto tondo, maestra di irrequietezza e di indipendenza, vituperata musa di uno dei più grandi Geni della storia del rock, per lungo tempo non è stato facile essere Yoko Ono. L’artista giapponese, dal 1968 al fianco di John Lennon, ha vissuto un destino da strega: l’ha riconosciuto lei stessa intitolando due dei suoi album più recenti Yes, I’m A Witch e Yes, I’m A Witch Too.  Matteo B. Bianchi le ha dedicato un libro appena pubblicato nella collana Incendi di add editore, Yoko Ono. Dichiarazioni d’amore per una donna circondata d’odio, nel quale spiega al lettore perché dovrebbe amarla.

Più che una vita, Yoko Ono ha avuto molte vite, giusto?

Innumerevoli. Mentre scrivevo questo libro mi rendevo conto che c’erano elementi sufficienti per diverse biografie. Non ho fatto altro che tagliare. Ironicamente nel testo dico che dovrebbero farne una serie tv, ma lo penso davvero. Verrebbe fuori una bomba, anche solo se raccontasse la sua vita prima di incontrare John Lennon.

È plausibile che quando ha incontrato per la prima volta John Lennon, Yoko Ono non sapeva chi fosse quell’uomo famoso più di Gesù Cristo?

Assolutamente. So che a molti suona impossibile, ma l’episodio va contestualizzato: Yoko Ono all’epoca era un’artista concettuale immersa nella vita della New York underground, frequentava solo musicisti d’avanguardia come John Cale e La Monte Young, si interessava di arte sperimentale, era un’attivista politica e una femminista. Persino al college non aveva mai mostrato interesse per la musica pop e rock che tanto faceva presa sulle sue compagne. Di sicuro aveva sentito parlare dei Beatles, ma che non avesse ben presente le loro facce era possibile.

Comunque sia, quando Yoko Ono e John Lennon si incontrano non sanno niente l’uno dell’altra e il loro rapporto si sviluppa in modo totalmente privo di preconcetti. Che cosa ha fatto scattare la scintilla?

Il loro non è stato affatto un colpo di fulmine. Sono trascorsi due anni fra il primo incontro, alla Indica Gallery dove Yoko Ono teneva la sua prima personale a Londra, e il successivo, a casa di Lennon. Alla mostra John era rimasto colpito da una sua opera (il celebere Ceiling Painting) e lei da come lui fosse riuscito a entrare velocemente in sintonia con la sua filosofia artistica. La scintilla è stata solo un barlume di interesse reciproco, che ha richiesto due anni di lettere, telefonate e incontri mancati per trasformarsi in passione.

Unfinished Music No. 1: Two Virgins. Puoi spiegare la singolarità del primo album firmato da John e Yoko?

Si tratta di un disco unico, per svariati motivi e il fatto che sia abbastanza inascoltabile non ne scalfisce il senso. Non era, e non voleva certo essere, un disco pop. Era pura sperimentazione, creatività in presa diretta. Al di fuori dei Beatles, Lennon in quel periodo si stava interessando a nuove tecniche di composizione: registrava delle melodie poi suonava i nastri al contrario per vedere che effetto producevano, inglobava suoni esterni, frammenti radiofonici, riverberi e altro nelle incisioni… Yoko Ono aveva familiarità con questo approccio perché era quello della musica d’avanguardia che lei ben conosceva, un ambito nel quale persino le pause di silenzio o il respiro del pubblico erano considerati elementi stessi della composizione. La prima notte che i due hanno passato insieme l’hanno trascorsa a incidere musica improvvisata seguendo queste modalità. Quei nastri sono diventati il loro primo album e poiché al termine hanno fatto l’amore per la prima volta, l’hanno definito l’opera di “due vergini”. Da un punto di vista strettamente artistico può essere considerato tanto una provocazione quanto il desiderio (folle, per una star del calibro di Lennon) di condividere subito col mondo quello che stava provando. Non dimentichiamo che erano gli anni Sessanta, che lui era ancora sposato con un’altra donna, lo scandalo fu enorme. Nessuno, prima o dopo di loro due, ha mai fatto qualcosa di simile.

Certamente avvicinarsi alla musica di Yoko con uno dei primi tre album registrati con John (Unfinished Music No. 1, Unfinished Music No. 2 e Wedding Album) non è la cosa migliore da fare per un neofita. Da quale disco inizieresti la (ri)scoperta di Yoko musicista?

Guarda, io sono uno che ascolta roba totalmente pop, tipo i Daft Punk e Lana Del Rey, non uno abituato a musica di nicchia o a Luciano Berio, e ti posso assicurare che ci sono diversi dischi di Yoko che sono assolutamente approcciabili anche per l’ascoltatore medio. Del resto, si può dire che nella sua carriera abbia attraversato quasi lo spettro completo, passando dalle composizioni ostiche dei primi album al rock degli anni ’70, alla new wave degli anni ’80, fino a diventare un’icona della dance in tempi recenti. La cosa più semplice secondo me è partire da Yes, I’m A Witch Too, una raccolta del 2016 nella quale le sue canzoni più celebri sono state riarrangiate da svariati musicisti contemporanei. È come ascoltare un sunto dell’intera produzione Ono con sonorità attuali. Poi da lì l’ascoltatore può partire per risalire ai brani originali.

Prima dello scioglimento dei Beatles, c’era già più di un motivo per cui il pubblico si era convinto che odiare Yoko Ono fosse cosa buona e giusta. C’era l’elemento razziale, c’era il fatto che producesse un’arte incomprensibile ai più. Ma davvero era sufficiente questo negli anni Sessanta del flower power, dell’estate dell’amore e di Woodstock perché un’artista diversa si vedesse affibbiare i più terribili epiteti?

Beh, a quanto pare sì. Ma non dimenticare che i media hanno giocato un ruolo fondamentale in questo. La gente non amava Yoko, ma sui giornali e in tv era presentata in termini tutt’altro che lusinghieri. È stata una vera e propria campagna negativa nei suoi confronti fin dall’inizio.

E la fine dei Beatles ha rappresentato il punto di non ritorno del rapporto di odio tra il mondo e Yoko Ono?

Senza dubbio. Diciamo che è stato l’alibi perfetto per far crescere a dismisura l’astio nei suoi confronti. Se prima la odiavano perché era asiatica, antipatica, brutta e fidanzata con l’uomo che tutte avrebbero voluto sposare, quindi per motivi di invidia o razzismo, attribuirle la colpa dello scioglimento del gruppo dava un motivo reale e concreto al disprezzo. Ora si era macchiata dell’onta peggiore nella storia della musica pop. Che fosse falso o vero non importava a nessuno. È incredibile leggere ancora oggi le cattiverie che scrivono su di lei nei social. La odiano più di Hitler e la sua colpa, in fondo, è stata innamorarsi di un uomo troppo famoso.

Chi è Yoko Ono oggi?

È senza dubbio una donna più serena di quanto lo sia stata per gran parte della sua vita. Oggi è in atto un’ampia rivalutazione della sua opera, tanto in ambito artistico, che musicale. I suoi dischi hanno cominciato a vendere ed entrare in classifica, i critici riconoscono i suoi vecchi album come seminali e i più grandi musei del mondo le dedicano personali e retrospettive. Solo qualche anno fa tutto ciò sarebbe stato impensabile. Yoko ha dovuto superare i 70 anni perché cominciasse a mutare l’atteggiamento nei suoi confronti. Diciamo che la sua tenacia è stata premiata. Altri (credo quasi tutti) al suo posto avrebbero gettato la spugna decenni fa.

Senza Yoko, non ci sarebbe stata Imagine: lo scrivi nel libro ed è senza dubbio così. Ma più in generale, volendo provare a quantificare l’inquantificabile, che contributo in termini di influenza e ispirazione ha dato Yoko Ono alla creatività di John Lennon? Ovvero, quanto sarebbe stata diversa la carriera di lui se non avesse conosciuto lei?

Non sarebbe stata politica, nel senso più profondo del termine. Yoko Ono era una femminista, un’attivista per i diritti dei neri e delle minoranze, un’idealista, una pacifista. L’incontro con la più grande popstar dell’epoca non ha scalfito né il suo atteggiamento, né le sue convinzioni. Forse un’altra donna avrebbe assunto volentieri il ruolo della compagna in ombra del marito divo, lei no. Al contrario, è stata Ono a spiegare a Lennon che poteva sfruttare la sua popolarità per trasmettere messaggi importanti alla gente, che le canzoni potevano veicolare inviti alla pace e all’unità, arrivando là dove tanti discorsi dei politici non sarebbero mai arrivati.
Se Lennon sceglieva di chiamare il suo nuovo gruppo The Plastic Ono Band, se incideva dischi in coppia con la compagna, se sposava le sue idee e la sua ideologia, era perché ne riconosceva l’autenticità e il valore e voleva che anche il pubblico lo facesse. Paradossalmente otteneva il risultato opposto: più spingeva la figura di Yoko, più la metteva al centro della scena e più il pubblico la ignorava o la derideva.  In pochi, quasi nessuno, erano disposti a capire, ad ascoltare. Persino sui giornali più seri all’epoca spesso Lennon veniva descritto come uno che aveva perso la testa per una donna. Assurdo non capire che se un musicista di quel calibro aveva davvero perso la testa per un’artista forse c’era un motivo.

Al contrario, che posto occuperebbe oggi Yoko nella storia dell’arte e della musica se quel giorno del 1966 non avesse conosciuto John?

Difficile dirlo. Forse non avrebbe mai fatto dei dischi, forse sarebbe rimasta un’artista di nicchia, forse avrebbe abbandonato i suoi tentativi di sfondare e si sarebbe ritirata a vita privata o forse poco a poco avrebbe trovato il giusto riconoscimento nel mondo dell’arte… Chi lo sa. Una cosa è certa: sarebbe stata giudicata per le sue opere e non avrebbe mai dovuto sopportare l’enorme carico di pregiudizi che la relazione con Lennon (e quindi la fama planetaria) ha comportato.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
Commenti
Un commento a “Dichiarazioni d’amore a Yoko Ono”
  1. sergio falcone scrive:

    Finalmente un omaggio dovuto e doveroso a una grandissima artista…

Aggiungi un commento