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Diciotto anni senza Fabrizio De André

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(fonte immagine)

Diciotto anni fa Fabrizio De André ha attraversato “l’ultimo vecchio ponte”. Ormai, siamo orfani maggiorenni della sua presenza schiva eppure prepotente, “ostinata e contraria”, irriverente eppure a suo modo spirituale.

Per ricordare il grande cantautore ho parlato con chi lo conosceva bene, Doriano Fasoli (un intellettuale in grado di scrivere un libro con Elémire Zolla e tenere testa a Carmelo Bene oltre che allo stesso Faber), del quale Alpes ha ristampato recentemente Fabrizio De André. Passaggi di Tempo, uno studio rigoroso a cui collaborò lo stesso artista genovese. Il libro è tuttora un punto di riferimento ineludibile per chi voglia approfondire l’opera di De André, impreziosito da una lunghissima conversazione con il cantautore e dai contributi di Mauro Pagani, Dori Ghezzi, Fernanda Pivano, Paolo Villaggio e Francesco De Gregori.

Come defineresti in breve Fabrizio De André?

Lo definirei in primo luogo un caro amico, che nella prima adolescenza mi ha spalancato un mondo. Il primo vinile lo ascoltai attorno ai 13 anni grazie al mio primo fratello. Fu una scoperta non solo musicale, ma soprattutto di citazioni, di riferimenti, di nomi, di artisti. Si potrebbe pensare all’impatto dei suoi testi, chiaramente. Ma ciò che mi impressionò subito, al di là dei testi, fu la voce. Prima di approfondire il significato dei testi, fui magnetizzato dalla voce. Come diceva un altro caro amico, Carmelo Bene: “Poesia è la voce, il testo la sua eco”. De André era anche un intellettuale, ma credo non volesse essere definito poeta: era un cantautore a tutti gli effetti; che poi sia stato osannato come “il più grande poeta del dopoguerra italiano” mi sembra chiaramente un’esagerazione, e riconoscere tale esagerazione non contraddice l’apprezzamento delle sue opere. Lui stesso diceva: “se avessi voluto scrivere poesie, avrei fatto il poeta”. Era un cantautore, eccelleva nell’accompagnare il testo con la voce. Ha realizzato bellissime canzoni, ma soprattutto lodo la sua capacità di reinventarsi, poiché avrebbe potuto benissimo riposare sugli allori, invece attorno ai 40 anni se n’è uscito con un disco particolare come Creuza de Mà che ha rappresentato una svolta epocale, non solo nella sua carriera.

Se non erro Paul Simon lo definì uno dei dischi più importanti degli anni ’80. Di sicuro, uscì due anni prima di Graceland e quattro prima di Passion di Peter Gabriel, i capolavori più noti della cosiddetta della world music.

Certo, Sia Le Nuvole che Anime Salve sono dischi di grande maturità, ma Creuza de Mà rappresentò un momento cruciale. Del resto, con lui è difficile trovare un incisione non importante, a parte forse Nuvole Barocche, in cui la sua creatività ancora doveva trovare un itinerario preciso, si rifaceva per sua stessa ammissione anche a Modugno.

Il suo storico collaboratore Pagani disse che proprio in Creuza de Mà si liberò di quel birignao che si portava appresso dagli anni ’60, anche nei brani più di protesta.

Questo è vero. Del resto, De André era una persona dalla grande curiosità, un grande lettore, una figura anche bizzarra, per certi aspetti oserei dire pericolosa. Aveva sbalzi d’umore molto forti. Aveva, soprattutto, battute folgoranti. Una volta gli chiesi un commento su Eugenio Scalfari e mi rispose: “Da quando ha scritto Razza Padrona è finito col diventare un padrone di razza”.

Non posso non chiederti qualche aneddoto della vostra amicizia e collaborazione…

Tra i tanti, ricordo questo: lo intervistai per i 500 anni della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. In quanto illustre genovese, lo intervistai all’epoca per un allegato de Il Manifesto. Gli mandai le domande via fax in Sardegna, pregandogli di leggerle per avere le risposte già pronte per un’intervista telefonica la sera stessa, poiché il pezzo doveva andare in stampa per il giorno successivo. La sera lo chiamo e lui mi risponde candidamente: “Non ho fatto un cazzo.”. Mentre io mi disperavo già, lui scoppia a ridere: “Ma no! Ti ho preso per il culo!”. Aveva fatto il compito, perfetto. Quando sta per iniziare la lettura, gli dico: “Vai pure veloce Fabrizio, sto registrando…”. Al che, lui si ferma e dice: “Come stai registrando?! Io mi sono fatto il culo, ora te lo fai pure tu!”. Quindi mi ha obbligato a fingere di seguire il suo dettato. Ha dettato lentamente ogni parola e ogni segno di interpunzione.Ovviamente, io stavo registrando, ma stavo al gioco, ci stavamo fregando l’un l’altro. Alla fine, lui mi fa: “Me lo rileggi per piacere?”, ed io: Mi spiace, Fabrizio, ho stenografato!” e lui insisteva “Va bene, richiamami anche stanotte e leggimelo, devo verificare delle cose!”. Ovviamente, non lo chiamai e pubblicai il pezzo e, ovviamente, non ci fu nessun problema.

Ci sono aneddoti irresistibili di Paolo Villaggio, ospite anche con una testimonianza nel libro, che narrano del giovane De André folle e goliarda, campione di scommesse estreme e disgustose. Tutto l’opposto del poeta introverso.

In gioventù ne ha fatte di cotte e di crude, da adulto si è dato un contegno, sai, è entrato in contatto con figure internazionali come Álvaro Mutis. Perfino con me, s’incazzò perché il libro…andò in classifica! Siccome nel libro parla male dei tedeschi e bene degli algerini, temeva che qualcuno potesse prendersela. Mi chiamò furioso dicendomi: “Non hai fatto editing! Mi hai estorto l’intervista mentre ero ubriaco!”. Gli risposi: “Ma se facevo editing ti saresti incazzato ancor di più!”. In seguito, fu generosissimo, mi concesse gratis la pubblicazione di tutti i testi, fu il primo libro a pubblicare integralmente le sue liriche. Il libro ebbe un grande successo, per tanti anni fu una fonte a cui attinsero moltissimi studiosi di De André. Dal 1984 ad oggi ha avuto quattro edizioni, con titoli diversi, e numerose ristampe.

In una nostra conversazione precedente  mi hai detto che dedicasti una copia a Carmelo Bene e che Faber lo apprezzava…

Si, De André espresse stima. Bene non si espresse, nicchiò, si meravigliò, come a dire: “Perché scrivi su di me e poi fai un libro con un personaggio che c’entra così poco”. Mi chiese: “Ah, per la voce?”  e io risposi: “Si, Carmelo, ma anche  per i testi”. De André era più generoso, mi parlò spesso bene di altri artisti, come di Battiato e Pino Daniele, mentre invece di Paolo Conte apprezzava i testi ma non molto le musiche. Con Janacci c’era un po’ di freddezza per una vecchia accusa di plagio sulla melodia di Via del Campo, ma poi fecero pace. Andava d’accordissimo con Guccini. Invece, quando volevo intervistare Lucio Dalla per il libro, freddamente mi disse: “Se vuoi intervistare i miei nemici…”. Anche se poi Dalla cantò Don Raffaè in suo omaggio dopo la morte.

De Gregori, suo antico collaboratore, disse in un’intervista, sulla quale non mancarono polemiche sciocche, una cosa secondo me corretta: De André era un grande autore, ma aveva sempre avuto bisogno di un altro autore accanto per realizzare le sue cose più belle.

Che avesse bisogno di una collaborazione (che poi in generale finiva male) è pacifico. Pensiamo a Bubola, o Fossati, che si defilò dalla paternità di Anime Salve, in realtà lo composero insieme. Fossati appare come coautore e canta se non erro in un paio di pezzi. Memorabile è Â cúmba . Con De Gregori, che io sappia, c’era sempre grande rispetto. Ha scritto anche un contributo molto spontaneo e generoso per il libro. Gli proposi un libro anche su di lui e mi disse:”No, è presto. Su Fabrizio, si, fallo. Fabrizio è una mosca bianca”. Recentemente l’ha fatto col mio vecchio amico Antonio Gnoli, persona di grande cultura.

Domanda impossibile, lo so: qual è per te il disco migliore di De André?

Sono legato più a canzoni, che a dischi. A parte le più famose, direi La Ballata del Miché e La Guerra di Piero, per me furono fondamentali. Ma anche La Ballata degli Impiccati, da Tutti morimmo a stento, Se ti tagliassero a pezzetti, Coda di Lupo, Ho visto Nina Volare, Le acciughe fanno il Pallone, soprattutto Amore che vieni, Amore che vai.

Lui si rispecchiava in Bocca di Rosa, se non sbaglio…

Si, più volte l’ha ribadito, ha vissuto Genova in quelle atmosfere, quelle della Citta Vecchia.

Mi parlasti in passato della sua “voce da sciamano”…

Lui lo disse! Fabrizio Zampa diceva che con quella voce ti affascinava pure se leggeva le Pagine Gialle. Lui parlò di voce da sciamano, di una voce che guarisce. Era proprio la sua voce. Bene lavorò sulla sua voce, l’ha perfezionata, “non avendo una voce, me la sono inventata”, disse. De André l’aveva naturalmente.

Tornando al discorso di De Gregori, certo soprattutto all’inizio si è appoggiato molto all’esempio dei suoi maestri, come i cantautori francesi. Ma anche in seguito, da Edgar Lee Masters a Dylan, ancor di più a Cohen…

Il primo idolo era Brassens, non lo volle mai conoscere, aveva timore di rimanere deluso. Poi certo spese grandi lodi per Jacques Brel, Leonard Cohen e, certo, anche Dylan. Li omaggiò con grandi traduzioni, pensiamo a Via della Povertà/Desolation Row.

A me piace molto più come traduce quelle di Cohen, forse la voce simile e una certa poetica affine. Da folle filologo dylaniano, mi piace la versione in napoletano di Romance in Durango, ma non tanto quella, realizzata con De Gregori, di Desolation Row: fanno un po’ una traduzione surrealistica, vanno per associazioni di idee, cambiano il testo fino capovolgere il senso del finale.

Questo è vero. Vero anche che aveva grande rispetto per Dylan, ma gli autori privilegiati erano Cohen e Brassens..

Ti aveva parlato di progetti rimasti poi incompiuti?

Certamente. Aveva questo progetto straordinario, che ormai si conosce, ispirato al concetto di cupio dissolvi: i riferimenti dovevano essere Lucrezio, Cèline e Camus, immagina! Aveva pensato a un disco molto cupo, da intitolare Notturni o qualcosa del genere, con dei musicisti eccezionali, coinvolgendo pure Luciano Berio. Quando gli chiesero come avrebbe messo insieme spunti così diversi, rispose: “la mia voce farà da collante”. Ne sono rimasti solo pochi appunti. So che realizzò una versione di Tutti morimmo a stento in inglese, ma rimase nel cassetto. So che voleva incidere un album, in portoghese, di cover di cantautori brasiliani.

Domanda retorica: intravedi eredi?

Assolutamente no. Persone come lui sono ineguagliabili, per voce, carisma, per l’alone della loro figura.  Mi colpiva la sua immagine, era schivo, con quella strana scriminatura a destra: mi disse che era un vezzo, una forma di solidarietà nei confronti degli omosessuali. Poi quell’occhio abbassato, conseguenza di un principio di polio, che lui chiamava “occhio alla zuava”. Ma in generale, era un carattere troppo particolare. De André non rispettava le regole discografiche, pubblicava quando voleva, si prendeva i tempi che gli necessitavano. Studiava, faceva ricerche, cambiava progetto all’improvviso. Non si è mai spinto in tournéé all’estero, se non per pochi concerti in Austria. Aveva la fobia, inizialmente, di esibirsi dal vivo… Nulla di paragonabile al successo che hanno Battiato o Paolo Conte in Francia. Semplicemente, non gliene fregava niente. Non ne conosco altri di artisti così.

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