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Dieci anni da “Il Divo”: quello che funzionava nel cinema di Sorrentino

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di Chiara Babuin e Adriano Ercolani

Se l’uscita di Loro 2 ha coinciso, imprevedibile coup de theatre, con la clamorosa riabilitazione di Silvio Berlusconi, nei giorni scorsi, segnati da un caos politico sfociato a tratti in una crisi istituzionale, sono scoccati esattamente dieci anni dall’uscita de Il Divo. E tutto quello a cui abbiamo assistito ha illuminato ancor di più l’intelligenza dell’opera di Sorrentino.

Innanzitutto, rivelatore è il sottotitolo: la spettacolare vita di Giulio Andreotti.

Qui c’è tutto l’acume di Sorrentino: la vita di Andreotti, esteriormente, è tra le più grigie e monotone ipotizzabili, consumata in un’ascesi quasi monacale, nel ligio adempimento di perenni impegni istituzionali alternati alla quotidianità di una vita matrimoniale solidissima, ritmata da una salda ritualità cattolica.

Eppure, lo sguardo grottescamente visionario del regista napoletano mostra tutta la spericolata fascinazione per il vero tema del film, per alcuni aspetti la più interessante tra le ossessioni dell’autore: la contemplazione, consapevolmente affascinata, del Mistero del Potere.

Dietro la maschera impenetrabile del pio cattolico dagli orari regolari e dalla proverbiale frugalità, Sorrentino svela l’incanto diabolico di un genio della strategia politica, di  “un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti. Senza un momento di pietà umana”, come nella lapidaria sentenza sancita dallo spettro di Aldo Moro, ossessione che ritorna come lo spettro di Banquo per tutto il film, unico tormento della coscienza andreottiana.

Immediato il confronto con Loro 1 e 2: se nella rappresentazione eccessiva del chiacchieratissimo e vanesio Berlusconi Sorrentino ha fallito (per mancato equilibrio tra distanza critica e seduzione), nel caso di Andreotti l’ardito gioco di trasfigurazione visionaria è riuscito in maniera impeccabile.

Rispetto a Loro, Il Divo ha un impianto narrativo completamente differente: la parte recitata del film consiste per un buon 70% di monologhi e racconti in prima persona di Andreotti, tratti dai suoi stessi appunti e diari.  E non a caso la prima inquadratura del politico italiano è una carrellata rigorosa che culmina su un capo chino su uno scrittoio, infilzato dagli spilli dell’agopuntura, che piano si leva, portando lo sguardo in camera, e seguita a parlare di emicrania. Andreotti è la sua testa: dolente, sola, immersa nelle tenebre (se non fosse per quel lumicino da scrivania) e che parla in prima persona. È poi davvero apprezzabile la raffinatezza nell’utilizzare la figura retorica della sineddoche (una parte per il tutto) nel definire l’essenza del personaggio: il mistero di Andreotti il suo mondo, la soluzione al suo enigma, la verità politica di quegli anni stanno dentro il suo cervello.

Questa costruzione dell’immagine, questa trovata iconica sono gli espedienti d’espressione che fanno di Sorrentino un grande regista; peccato che in Loro se ne sia dimenticato.

Ne Il Divo, l’amore per il personaggio (il film è sorretto da un lavoro di documentazione maestoso, che emerge in eleganti sfumature) non conduce a un monumento smaccato (nel Bene e nel Male). Del resto è proprio il carattere di indecifrabile mistero del gigante della Prima Repubblica, rispetto al dominatore eccessivo della Seconda, a rendere necessariamente l’adesione mimetica più misurata e meno volgare. Anche la regia è espressione di ciò: ha un rigore formale, geometrico, preciso, senza sbavature: esattamente com’era Giulio Andreotti. E non è cosa ardita attribuire questo tipo di regia a Elio Petri (altro grande maestro di Sorrentino): i movimenti di macchina sono decisi e diretti, non c’è alcun compiacimento nell’immagine, quindi ogni inquadratura e ogni piano sequenza durano pochi secondi: il tempo necessario a far svolgere al personaggio la sua azione. Forma e contenuto sono perfettamente bilanciati e, solo per questo, il livello estetico è davvero elevato. È una regia che è veramente l’espressione di uno stato di grazia formale. Il dover raccontare la vita, sì, “spettacolare”, ma sostanzialmente abitudinaria di uno dei più grandi (al di là del Bene e nel Male) politici italiani, ha tenuto a bada l’ariosità registica di Sorrentino, ispirata a Fellini, alla quale ci ha abituato sconsideratamente nelle sue ultime opere.

Ma ciò che sorprende, ancora una volta, ne Il Divo è che in questa regia che trasuda Petri a ogni inquadratura, il ritmo non è solo dato dall’intervallarsi di molteplici piani visivi (campo medio, figura intera, mezzo busto, primissimo piano, dettaglio) ma da un lavoro quasi maniacale sul suono e sulla musica, mai usati come commento, ma sempre come agenti narranti. Grande, in questo, è la professionalità e la sensibilità di Theo TeardoIl Divo in questo senso è un miracolo: è un film che quasi non presenta silenzi, continuamente “suonato”, ma, proprio per la loro componente narrativa, musiche e suoni diventano necessari in quanto parti integranti del linguaggio registico. Basti pensare alla celebre scena della visione da parte dei coniugi Andreotti del concerto di Renato Zero, dopo l’aver ricevuto la notizia dell’imminente processo per mafia: la musica è diegetica e accompagnando il testo del cantautore romano agli sguardi interrogativi, tra il disperato e l’amorevole, della moglie del politico, si crea qualcosa che va ben oltre le parole che potevano essere proferite in un dialogo tra marito e moglie. Una raffinatezza che Sorrentino non è riuscito a bissare in Loro,  tra Silvio e Veronica: le loro discussioni appaiono dialetticamente potenti ma troppo didascaliche nel esplicare “il messaggio dell’autore”.

Misurati sono anche i personaggi eccessivi: un perfetto Sbardella dipinto in pochi tocchi da un fenomenale Massimo Popolizio, il sempre formidabile Flavio Bucci nel sornione Franco Evangelisti, soprattutto il Pomicino di Carlo Buccirosso, còlto nella convivenza tra la mondanità ribalda e l’irrefrenabile vivacità della sua intelligenza strategica (“Sentite il ragionamento come è semplice, lucido e scientifico?”): personaggi che per potenza e dignità, pur nella loro discutibile morale, sono tutto il contrario del patetico e vile Santino Recchia (incrocio parodistico tra Formigoni e Bondi) che Bentivoglio interpreta in Loro.

Servillo trova una delle sue interpretazioni migliori, non solo nella sprezzatura con cui lascia cadere le memorabili sentenze andreottiane, ma anche nella fisicità da Nosferatu inquietante (più volte si defila dai vari ambienti, quasi sempre in notturna o al chiuso, con un rapido passo indietro, inghiottito dall’ombra) sospeso in una sovrana ambiguità, “cinico e indecifrabile” anche per la moglie (notevole Anna Bonaiuto) proprio mentre quest’ultima dichiara “io so chi sei”. Anche il celebre dialogo con Scalfari (del tutto inventato), a metà tra j’accuse e discussione filosofica, rende il perfetto calibro delle due diverse intelligenze, l’appassionato elenco di evidenze e argomentazioni dell’opinionista e la dialettica invincibile della Sfinge del Potere.

In Loro ci siamo soffermati parecchio nella resa del femminile di Sorrentino. Qui, poiché l’attenzione è rivolta esclusivamente all’enigma indecifrabile di Andreotti, il problema non si pone, perché non c’è: non era necessario presentare la sensualità.

Le uniche donne presenti ne Il Divo sono la moglie, l’adultera francese e la segretaria. Le ballerine scosciate che ballano sui tavoli della festa nella villa di Pomicino sono tenute a distanza (come è giusto e coerente che sia), come mere figure d’ambientazione. Tutto ciò che non è colpito dall’occhio di Andreotti, non è degno d’attenzione.

La moglie è ovviamente intesa come la compagna di una vita, con cui ha un rapporto profondo, ma che è stata protetta dall’abisso plutonico e saturnino della mente del marito (che infatti l’ha chiesta in sposa al cimitero del Verano). Per la moglie Andreotti non è una figura di potere, non è il burattinaio maledetto delle stragi di stato: “Giulio,”, dice Livia, “ tu hai un po’ di erudizione, la battuta pronta, perseveranza, capacità di concentrazione e resistenza. Basta, tutto qua. Ti dipingono furbo, colto, intelligentissimo: io dico che non è così”.

Per l’adultera francese, Andreotti è tutto ciò che non è per la moglie: un enigma, il Potere, l’unica persona che può influenzare una sua scelta muovendo un filo. O le dita. Ovviamente, nonostante il personaggio sia stato dato in mano a Fanny Ardant, la donna non risulta seducente. O meglio, la sua sensualità è creata più dal mistero (stiamo pur sempre parlando dell’attrice de La signora della porta accanto), dalla sfrontatezza (e dalla possibilità di parlare a quattr’occhi con uno dei politici più temuti di sempre) di questo personaggio.

La segretaria (una credibilissima Piera Degli Esposti) è quasi una figura materna: servizievole, devota, protettiva. Un personaggio che ne ha viste tante, ma che è in qualche modo sicura dell’innocenza o della necessità dei metodi andreottiani per il bene del popolo.

Quasi tutte riuscite risultano essere anche quelle che in futuro verranno appellate “sorrentinate”: scene spettacolari, apparentemente insensate, fondate su una sorta di straniamento barocco in grado di mostrare per paradosso il senso più profondo del film.

Una sorta di correlativo oggettivo surrealista, di epifania sospesa tra sguardo grottesco e slancio poetico.

Se la scena della pecora stecchita all’inizio di Loro 1 sembra uscita dalla pagina Generatore casuale di immagini di Sorrentino, la scena de Il Divo in cui Andreotti che procede spedito verso l’incarico di governo si ferma davanti “all’indifferenza scostante” di un gatto (direbbe Guccini) è piena di suggestioni interessanti (lo specchio enigmatico negli occhi felini, l’ingranaggio della Natura ingovernabile dal potere umano); se in Loro 1 la scena del tir dell’immondizia che si rivolta sui Fori Imperiali è oscena per didascalismo (Fellini for dummies fatto male), qui l’intuizione dello skateboard che interrompe le vorticose concertazioni per le elezioni del Presidente della Repubblica e diviene l’esplosione al rallenty della strage di Capaci rende bene la sospensione del tempo che quell’evento atroce segnò nella coscienza collettiva; se la scena in Loro 2 in cui Silvio chiama una signora a casa vendendogli una casa inesistente è una potente rappresentazione dello spirito gigione del grande venditore, il monologo-confessione di Andreotti (che durante la visione privata del film per la prima volta nella sua vita lo fece scomporre, a conferma della centratura perfetta della sua Ombra) è davvero un brano memorabile, per recitazione (memore di Carmelo Bene), definitiva perfezione del testo e regia semplice ma stentorea; allo stesso modo le scene di Andreotti che passeggia nervoso nella sua dimora rendono infinitamente più la solitudine del Potere rispetto alla telefonata noia di Berlusconi davanti al pietoso spettacolo del Bunga Bunga.

Se Loro risulta essere didascalico in maniera mortificante, Il Divo porta con sé un’anima didattica, ma non didascalica, poiché, nonostante il glossario iniziale, in cui vengono date le definizioni dei protagonisti degli anni ’70 italiani a livello politico, ogni evento è presentato in quanto tale: un’azione che irrompe (purtroppo in questo caso sempre tragicamente) nella realtà, modificandola per sempre.

A Sorrentino, per dare il quadro della complessissima situazione degli Anni di Piombo,  basta alternare le compassate massime colme di sapiente arguzia del rispettabile onorevole a tutti gli atti violenti che si sono verificati in contemporanea: dalle esecuzioni per strada, all’esplosione della strage di Capaci: il tutto corredato, alla maniera di Rosi (altro grande padre putativo di Sorrentino), da delle semplici didascalie, che esplicano data e soggetto. Forse, l’unica caduta di stile è la presentazione “alla Tarantino” della corrente andreottiana come una galleria di gangster.

Nemmeno tanto paradossalmente, l’ipocrisia paludata della Prima Repubblica, con i suoi solenni valori smentiti dalla inesorabile crudeltà della prassi, è un terreno molto più fertile per l’immaginazione guascona di Sorrentino rispetto alla pornografica sovraesposizione berlusconiana.

Ne Il Divo, il protagonista viene costruito attraverso un progressivo e cauto disvelamento, che pur conserva l’abissale rispetto del mistero; in Loro 1 e 2, assistiamo a una rappresentazione sguaiata, che inverte l’evoluzione della storia della recitazione: dal lieto rigore della riforma goldoniana, accostabile alla misura della mimesi andreottiana, regredisce alla consumata decadenza dell’ultima Commedia dell’Arte, senza averne la genuina esuberanza.

Una commedia volgare che non fa più ridere: lo specchio fedele e  impietoso dei tempi.

Commenti
4 Commenti a “Dieci anni da “Il Divo”: quello che funzionava nel cinema di Sorrentino”
  1. Sergio Falcone scrive:

    Certamente, tutto quello che le pare. Analisi colte ed extracolte sul Potere e sulle sue malefatte, che si traducono in spettacolo e in un sostanziale senso di impotenza. Arrivo subito alla conclusione: per l’ennesima volta hanno fatto un governo ma, alla povera gente, non pensa nessuno.

  2. adriano ercolani scrive:

    Grazie del commento molto pertinente e prezioso. Buona giornata.

  3. Eliana scrive:

    Scritto in modo che mi sembra di aver visto i film anche se così non è , non li ho visti purtroppo ma rimedierò .
    Grazie a Chiara Babuin e grazie Adriano Ercolani 💡

  4. Chiara Babuin scrive:

    Grazie a te, Eliana, per averci letto. Spero ci farai sapere la tua opinione, quando vedrai le pellicole.

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