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Dieci Chris Cornell in uno

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Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

Il talento

L’inizio è pieno di stereotipi e dà quasi una connotazione sospesa, fiabesca, alla parabola di Cornell. Genitori alcolizzati e assenti, isolamento a scuola, depressione, esperienze premature con le droghe. Ma la fiaba rock vuole anche che da privazione e sofferenza nasca il talento. E così è. Cornell prova il piano, la chitarra, la batteria; poi, a 21 anni, capisce di avere in gola un demone tonitruante. È il 1985, il grunge ancora non è nemmeno nei piani. I Soundgarden pubblicano i primi due EP – Screaming Life (1987) e Fopp (1988) –  in cerca del vero Giardino del Suono. Pure Chris si sta ancora cercando, ma forse ha già intuito, sotto la coltre di una timidezza quasi tattile, di poter diventare il Robert Plant della sua generazione.

Il pioniere

A fine anni ’80 la scena di Seattle comincia a prendere forma, band dopo band. I Mudhoney sono l’anima punk, i Mother Love Bone lo spirito glam, i Soundgarden l’afflato metal. Ultramega OK (1988), debutto full-length di Cornell e compagni, nonché primo grande disco grunge “da canone”, fonde con costrutto l’ariosità Zeppelin e il gabbione metallico Sabbath. I Soundgarden anticipano il debutto dei Nirvana di un anno, quello degli Alice in Chains di due e i Pearl Jam di tre. Le regole del gioco le dettano la voce apocalittica diCornell, il chitarrista lisergico Kim Thayil, il bassista smitragliante Hiro Yamamoto (poi Ben Sheperd) e il metronomo umano Matt Cameron. Gli altri inseguono: Cobain in primis, che è fan e imitatore numero uno del frontman dei Soundgarden.

L’amico

Esiste una versione apocrifa del Vangelo grunge che vede Andy Wood, e non Kurt Cobain, come super-mega-iperstar del Seattle-sound. Wood, frontman dei Mother Love Bone, pubblica con la band il primo promettentissimo disco Apple nel 1990. Poi, col secondo full-length Loud Children (1991), porta l’hard rock ammiccante dal retrogusto glam dei MLB nell’Iperuranio grunge, vendendo 35 milioni di copie e diventando icona immarcescibile della generazione x. Non è andata così: Wood muore, 24enne, di overdose nel 1990, un paio di mesi prima della pubblicazione postuma di Apple e appena agli albori della propria già vorticante fama. Cornell, a quel punto, si spezza in due. Migliore amico di Wood, scrive il memorabile Temple of the Dog, disco solista (con la partecipazione degli ex-membri dei Mother Love Bone, che di lì a poco andranno a formare i Pearl Jam arruolando Eddie Vedder) integralmente dedicato alla scomparsa del partner in crime. È un rito pagano che prova a trovare uno sfogo catartico al lutto: finisce con Cornell che, alla propria personalità già sfaccettata, va a sommare l’istrionismo e l’irrequietezza di Wood, lasciando che l’amico gli trascolori dentro.

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Il Grunger

Louderthan Love (1989) e Badmotorfinger (1991) sono i due dischi propriamente grunge dei Soundgarden, sempre che un disco si possa definire propriamente grunge. La band ha trovato la quadra e fa leva su capacità tecniche e compositive che nessun altro gruppo della scena, tranne forse gli Alice in Chains, ha in faretra. Cornell è al massimo dei propri poteri: 25 anni, chioma ferina, torso sempre nudo, voce che dà al latrato di Plant una dimensione più marcia e sensoriale. I Nirvana li hanno superati in fama, ma i Soundgarden restano l’incarnazione dello spirito seattleiano più puro e incontaminato. I brani Hands All Over, Rusty Cage, Outshined e Jesus Christ Pose non fanno prigionieri. Cornell e soci, neanche trentenni, sono i santoni del Seattle-sound.

La Rockstar

Il loro successone interplanetario, Superunknown (1994), lo piazzano anche i Soundgarden. E la cosa sembra quasi stonare, all’interno di una carriera lontana da compromessi e ruffianerie di sorta. Stavolta è Cornell che va al traino di Cobain e di Vedder. Il grunge è diventato un affaire internazionale, con Nevermind dei Nirvana (1991) e Ten dei Pearl Jam (1991). Chris e compagni sfornano un disco quadrato, granitico, con la sola asperità curvilinea di Black Hole Sun, la ballad-psichedelica che li condannerà allo status di “ah sì, sono quelli di Black Hole Sun” presso i non edotti sulla fenomenologia rock-grunge. I Soundgarden vanno in tour con Guns’n’Roses, Metallica e Red Hot Chili Peppers, tra gli altri. Cornell, prima con riluttanza e poi con consapevolezza, si fa personificazione della rockstar nineties, droga e vezzi da primadonna inclusi. Quasi come se lo dovesse ad Andy Wood.

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Il tossico

Down on the Upside (1996) è l’ultimo disco dei Soundgardenpre-scioglimento, un disco in cui il senso di disfattismo, di autoannichilimento, di melanconia, è fortissimo sin dalla prima nota. Cornell sta perdendo limpidità vocale e coordinate valoriali e riprende, dopo un periodo di lucidità, a fare uso continuativo e totalizzante di droghe. Non solo: è in rotta coi compagni di band, è in astinenza da ispirazione compositiva e arranca nella vita di tutti i giorni. Chris si ritira nel deserto della solitudine, dove non fa altro che lasciare campo libero al Demone che lo sta divorando da dentro. Dal 1996 al 1999 esce quasi definitivamente dalla scena rock. Lo salvano gli Audioslave: con loro torna schiavo della musica, chiudendo con la schiavitù da stupefacenti.

Il Tamarro

Capelli corti, sguardo spiritato, look più cool e sprezzante. Il nuovo Cornell è una prosecuzione adulta di quello vecchio, il Chris dell’ultimo periodo Soundgarden. Con gli Audioslave, Cornell batte le strade rassicuranti dell’hard rock classico libero da contaminazioni. Nell’omonimo debut album della band (2002) si va dritti al punto, senza fronzoli psichedelici soundgardeniani. Il focus è di nuovo sul sesso, sulla gioia, sulla sofferenza, sulla morte. Sui grandi temi massimalisti coniati da Who, Zeppelin, Deep Purple. Cornell ci sguazza, canta di fronte a folle oceaniche con la fida canotta sempre inforcata. Gli Audioslave, a dire il vero, gli regalano una nuova dimensione politica. Ex membri dei marxisti Rage Against the Machine, gli altri tre componenti della band non rinunciano alle proprie battaglie. Chris, così, si trova a salmodiare a Cuba davanti a 70.000 persone. Gli Audioslave sono il primo gruppo musicale statunitense a infrangere il blocco castrista dal 1959.

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L’eremita

Ormai ci siamo, la corsa contro il tempo di Chris non è lontana dalla fine. Il solenne distacco nei confronti degli affari della vita è già iniziato, forse per converso dopo un periodo di materialità troppo spinta. Non si spiegherebbe altrimenti la decisione di collaborare – per l’album solista Scream (2009) – con nientepopodimeno che Timbaland, produttore hip hop lontano miliardi di anni luce dalle galassie sonore di Soundgarden, Temple of the Dog e Audioslave. Basta guardare il video (o leggere il terrificante testo) del singolo Part of Me: Chris, calato in una sorta di bordello softcore-country, osserva con principesco disinteresse le movenze sculettanti di ballerine e ballerini che stillano materialismo becero da tutti i pori. È ancora una star, ma sembra brillare di luce riflessa. La propria.

Il Profeta

L’ultimissimo Cornell, soprattutto live, è connotato da una dimensione quasi trascendente; sicuramente spirituale. Dopo anni di autolesionismo alle corde vocali – fatto di grida, abuso di alcol e droghe – la voce di Chris si lancia più spesso in sussurri, bisbigli, crooning, cantati rauchi. I capelli selvaggi e la barba incolta gli danno il tono del profeta. E la profezia di questo Cornell nuovamente introverso è tanto laconica quanto inoppugnabile. La nenia della morte è nell’aria. Il passo da San Giovanni Battista a Gesù brevissimo.

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Il compianto

Resta solo l’oblio. Oblio che, in realtà, non sarà mai possibile fino a quando i fan continueranno, ascolto dopo ascolto, a perpetrare l’arte di Cornell. Non lasciamo che il Sole torni nero, ora che già il decesso di Chris si allontana e il ricordo sbiadisce. Non facciamo morire il Giardino del Suono.

Commenti
Un commento a “Dieci Chris Cornell in uno”
  1. LucianObi scrive:

    Interessante: una parabola in tutti i sensi…

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