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Diego Maradona: un romanzo mondiale

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Mattino, che ringraziamo. Marco Ciriello è l’autore di Maradona è amico mio, in libreria per 66thand2nd. (fonte immagine)

di Marco Ciriello

Ama, prega, festeggia, svieni, risorgi. Le montagne russe maradoniane. Tra spiritualità e ribellione, ascensione e cadute, in palio la salute, quella di El Diego, portata ancora una volta al limite, per passione. Suonala ancora e ancora e ancora. Il re dello sperpero: del genio e del sé. Argentina contro Nigeria, ma c’è più spettacolo sugli spalti che in campo. Sotto: una brutta Selecciòn, dove Lionel Messi diventa finalmente adulto, facendo la formazione e segnando; sopra – e dove sennò? – lo spettacolo di arte varia maradoniana.

Prima, ha incrociato le braccia sul petto, una divinità Inca, per il gol di Messi, ringraziando Dio e lasciandosi incorniciare da un raggio di luce russa; poi le ha allargate da Cristo di Rio in vacanza a San Pietroburgo: e si è preso la scena, il campo, e di nuovo il mondiale. Una opera da Ermitage. Dopo si è accasciato e disperato per il gol della Nigeria, infine si è ripreso e scatenato come se fosse Eminem, dimenticando protocollo e disciplina, in mezzo c’era un rigore inesistente assegnato alla Nigeria che stava buttando fuori dal mondiale la Selecciòn, e lui, c’ha visto un disegno della Fifa. Si è girato il film, e poi l’ha promosso, a modo suo.

È Maradona, il vecchio, nuovo, Maradona, che incrocia Caravaggio e The Mask, la luce lo aiuta, il resto è corte, la solita: amici, bodyguard, ragazze, tifosi, andando ancora una volta oltre l’espressione mimica di Jim Carrey. Una pala d’altare disegnata dalla Marvel.

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Interpretando le partite in trance, come gli uomini dediti all’uso del peyote raccontati da Carlos Castañeda, e i tarantolati di Ernesto de Martino. Esagerando. Lucidando il proprio monumento, ballando con una ragazza nigeriana, saltando come se fosse alla Bombonera, dove c’è Maradona c’è Boca, e quindi casa. Dove c’è Maradona c’è spettacolo, e di conseguenza epica. In questi anni è stato tutto, dentro e fuori dal campo. In equilibro sopra la follia. È stato Simon Bolivar a Città del Messico nel 1986, testa alta, tanto orgoglio e gol, e guida verso la Coppa, portata a casa. Come da promessa a se stesso, ai genitori, al Pais. La mano e il piede de Dios.

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A Roma nel 1990 tornò bambino e pianse riassumendo Charles Dickens a centrocampo e il Gladiatore – anticipando Russell Crowe –; all’inizio della partita aveva fatto il frontman punk, sentendosi Joe Strummer, rispondendo a degli stupidi fischi che l’Olimpico riservava all’inno argentino – la colpevolezza era quella di aver eliminato l’Italia –, e lui, inquadrato in mondovisione, c’appoggiò la risposta: Hijos de puta. Tre volte. Palla a centro. Giusto, sbagliato, no: Yo Soy el Diego. Poi a Usa ’94, quando nessuno più si aspettava che tornasse, quando tutti lo davano per finito, caduto, perduto, non solo si rimise in sesto, dimagrì, ma in un flipper di scambi piazzò il pallone all’incrocio dei pali nella porta della Grecia e schizzò verso la telecamera, annodando “L’urlo” di Munch e Marilyn Manson. Está vivo. È vivo. Come Me nessuno mai. Appunto. Via, fuori, non ci servi più, positivo all’efedrina, e giù lacrime. Ha pianto più di Meryl Streep, troppo, tu fallo ridere, certo, in panca con l’Argentina.

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Poi il Sudafrica, nel 2010, e la qualificazione al Monumental col gol finale al Perù di Martin Palermo col quale si tuffa in una pozzanghera, quando ormai i posti sembravano assegnati, perdonato, ancora un volta, mi sono fermato a divertirmi; e poi la giacca, il rosario, il rito e la Germania che lo caccia, lui che si dimette e torna a fare quello che deve fare: godersi la vita. La giusta condizione maradoniana. Ambasciatore a Dubai, allenatore per gioco, opinionista.

Under pouring rain, Argentina's coach Diego Maradona celebrates at the end of a 2010 World Cup qualifying soccer match against Peru in Buenos Aires, Saturday, Oct. 10, 2009. Argentina won 2-1. (AP Photo/Rodrigo Nespolo, La Nacion) ARGENTINA OUT - NO USAR EN ARGENTINA

C’è il tempo per baciare l’ormai anziano nemico Pelé e per seppellire tutto il rancore, al sorteggio mondiale, con Putin che fa il ragazzo fortunato tra i due campioni. Dove l’Argentina arriva da ritardataria, e accompagnata dalle critiche di Maradona al CT Sampaoli che mai è riuscito a convincere come quando allenava il Cile apparecchiatogli da Marcelo Bielsa. Tra liti, e gol presi, rischio eliminazione, si stende il corpaccione di Diego e le sue opinioni: un po’ sferza, un po’ patriarcheggia invocando riunioni con vecchi campioni – da Burruchaga a Valdano – assistito dalla voce che ne narrò le gesta mentre costruiva il gol più bello di sempre, quella di Victor Hugo Morales.

Un film senza fine, bello. Con Maradona che come e più di Fellini trasfigura la realtà con leggerezza, inventa navi e città, con pazzi, artisti e criminali, tutti intorno, mentre consuma fino all’ultimo respiro la vita, le strappa a morsi le occasioni, che tutti ancora gli invidiano, quelli che non si vedono moltiplicati dalle sue alzate e cadute, quelli che non hanno mai pregato, nemmeno una volta.

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