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Dietro le quinte di Superzelda

Il 26 marzo 1920 Francis Scott Fitzgerald pubblicava il suo primo romanzo, «Di qua dal paradiso». Noi oggi ricordiamo Fitzgerald (e la sua musa e moglie e amante: Zelda) in tre diversi modi. Pubblicando un’intervista inedita in Italia, in cui Scott e Zelda parlano vicendevolmente l’uno dell’altra, e per la quale ringraziamo Tiziana Lo Porto, la mamma di Superzelda che l’ha scovata e l’ha tradotta appositamente per noi. 
Mettendo on line le prime pagine di «Di qua dal paradiso» nella nuova traduzione di Veronica Raimo. Con infine il resoconto del dietro le quinte di «Superzelda», attraverso il quale Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta raccontano come hanno realizzato la loro graphic novel.

Dietro le quinte di Superzelda

di Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

1. Disegnare Zelda
Da subito è stato evidente che qualunque tentativo di ridurre Zelda a un’immagine, a una figura, sarebbe stato vano. Zelda si è fatta inseguire e mai raggiungere veramente anche nel tratto, sempre mutevole come tutti noi, con solo pochi cenni costanti: la bocca minima, il portamento forte, il viso rotondo e gli occhi di falco.
Zelda, anche visivamente, ha attraversato gli anni ruggenti lontana dai cliché, padrona di un’immagine realmente libera, forte, intensamente umana e personale.
Scott, al contrario, probabilmente era un disegno anche nella vita. Non c’è praticamente immagine che lo ritragga senza un completo, con gilet e cravatta, capelli impomatati con riga nel mezzo e qualche ciuffo volante sulla nuca. Disegnare Scott è stata la chiave che ci ha dischiuso i tratti di Zelda.
Disegnare Superzelda è stato un percorso di sintesi ma senza economie, una ricerca meticolosa dell’atmosfera, di luoghi, gesti, materiali e oggetti. Della luce.
In questi tre anni di lavoro con Scott e Zelda Fitzgerald, spesso ci siamo trovati senza terra alle spalle né in vista, ma questo è sempre il luogo dove accadono le cose più significative.


2. Raccontare Zelda
L’idea di raccontare a fumetti la vita di Zelda Fitzgerald è nata a più riprese. Alla base una fascinazione per il modo in cui il marito Scott la racconta, per tutte le eroine dei suoi romanzi (dalla Rosalind di Di qua dal paradiso alla Nicole di Tenera è la notte) costruite intorno a Zelda che con la loro presenza definiscono l’identità dei protagonisti (Gatsby non sarebbe Gatsby senza Daisy, ed è Gloria a rendere Antony “bello e dannato” quanto lei), per l’epoca (l’età del jazz, gli anni ruggenti, la Parigi della generazione perduta in cui, ammettiamolo, siamo in tanti a volere essere vissuti) che Scott e Zelda hanno abitato e incarnato.
Tutti elementi in sé sufficienti a farci decidere di dedicare a Zelda tre anni di lavoro e un libro intero. E tuttavia, a volere elencare le ragioni per cui raccontare Zelda, si rischia di cominciare un elenco senza alcuna certezza di finirlo. Di Zelda infatti è costellata la nostra storia, laddove quello che siamo (come autori, ma anche come persone) è definito dai libri letti, i concerti visti, i film amati e in generale l’universo culturale che ci ha formati. Non stupisce affatto trovarla in Manhattan di Woody Allen e più di recente nel suo Midnight in Paris, in una pièce teatrale di Tennessee Williams (Clothes for a Summer Hotel), in Being Boring dei Pet Shop Boys, nell’autobiografia di Patti Smith che leggendo la sua vita da ragazzina la prese a modello di vita e ribellione, o nella borsetta di Janis Joplin che nel suo ultimo tour pare non si separasse mai dalla biografia di Zelda scritta da Nancy Milford. A Zelda si è ispirato (se non altro nella scelta del nome) Shigeru Miyamoto per il suo videogioco The Legend of Zelda, di lei scrive in quasi tutti i suoi libri lo scrittore americano, fondatore della scena punk musulmana, Michael Muhammad Knight, e un suo ritratto è in un libro di disegni pubblicato di recente dal regista e designer Mike Mills.

In Superzelda la nostra eroina è raccontata a fumetti, e non per fare di lei qualcosa di diverso dalla ragazza irriverente e brillante che era nella realtà. L’abbiamo disegnata per rendere le sue avventure più autentiche di quelle delle eroine del romanzo del marito. Autentici sono gli ambienti (alberghi, cliniche psichiatriche o automobili che siano) in cui si muovono i nostri personaggi. Autentico è il suo essere talvolta bella e talvolta no, come accade alle persone vere. C’è una scena del film Stand by me (diretto da Rob Reiner dal racconto di Stephen King) in cui uno dei ragazzini, Vern, chiede all’amico Teddy: “Per te Braccio di Ferro può battere Superman?” E Teddy risponde: “Ma tu sei pazzo?” Vern insiste: “Perché no? Una volta l’ho visto sollevare cinque elefanti con una mano sola”. Teddy: “Aah, tu non capisci niente. Quello è un cartone animato. Superman è un uomo vero. Un cartone animato non può battere un uomo vero”. E in questo siamo d’accordo con lui: Superzelda è una donna vera. E non c’è eroina di romanzo che possa batterla.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
4 Commenti a “Dietro le quinte di Superzelda
  1. cembaloscrivano scrive:

    Finalmente un approfondimento completo su Francis Scott Fitzgerald, anche nella virtualità di un blog. Complimenti!

  2. cembaloscrivano scrive:

    condiviso sul mio blog

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