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Diffidare dell’ecologismo per salvare l’ecologia

Pubblichiamo la recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Lo straniero», su «Non è un cambio di stagione, iperviaggio nell’apocalisse climatica», libro di Martín Caparrós (Verdenero).

Diffidare dell’ecologismo per salvare l’ecologia. È questa, in buona sostanza, la posizione di un autore argentino che ha scritto un libro notevole, nella forma e nelle intenzioni. Si chiama Martín Caparrós, ha poco più di cinquant’anni, è romanziere e saggista, storico di formazione, collaboratore di Internazionale. Il libro si intitola Non è un cambio di stagione, iperviaggio nell’apocalisse climatica, è pubblicato da Verdenero, il marchio di narrativa di Edizioni Ambiente. Sulla quarta di copertina viene paragonato spericolatamente a Capote e Kapucinski: elogi eccessivi, come spesso succede, ma che non sembrano del tutto pretestuosi una volta giunti alla fine di questo libro dallo statuto indecidibile: racconto di viaggio, diario, collezione di reportage, saggio storico-sociologico. Soprattutto salta all’occhio lo stile (della scrittura, del montaggio) di Caparrós: se ne pubblicano tanti, oggi, di reportage narrativi, ma quasi nessuno sembra interessato a (e capace di) confondere così profondamente le ragioni della scrittura e quelle del pensiero. Testo complesso e “completo”, dunque, questo “Iperviaggio” tra Sudamerica, Africa, Australia, Filippine, Stati Uniti muove alla ricerca del retroscena culturale (e degli interessi economico-politici) che ha portato, nel giro di qualche decennio, il mondo intero a preoccuparsi quotidianamente per il cosiddetto global warming.

Caparrós viaggia e discute, studia e ragiona, ragiona molto, meticolosamente. L’andamento dell’inchiesta è oscillatorio: un continuo ripensare il pensato, rivedere i dati, revisionare i giudizi, esporre i pregiudizi. L’ironia è sempre a portata di mano, la scrittura confidenziale, mai pedante. Ma c’è una tesi, netta, che si fa strada tra le molte e divaganti riflessioni: quella del cambiamento climatico è un fatto (sulle cui cause e dinamiche restano comunque molti dubbi) che manifesta soprattutto la propensione apocalittica di un’epoca incapace d’immaginare un futuro diverso dal presente. In questa chiave l’ecologismo contemporaneo si rivela quindi un elemento, a livello d’inconscio sociale, profondamente conservatore (“L’ecologia è il romanticismo di fine XX secolo. Alla fine del XVIII secolo, dopo il progetto rivoluzionario, modernizzatore, che partì dalla Francia e si diffuse in Europa, il romanticismo apparve come un freno basato sulla nostalgia della natura, la tempesta e l’impeto, il sentimento contro la ragione, le vecchie tradizioni, la patria come differenza, il trionfo della restaurazione monarchica. Adesso, i tre quarti della medesima cosa. O i quattro quinti”). Su questa pulsione fobica s’incardinano poi interessi maggiori: potentati economico-industriali interessati a ritardare l’industrializzazione delle potenze emergenti; paesi che mirano a “cambiare il modello energetico globale per modificare alcune relazioni geopolitiche e per ottenere che alcuni attori diventino forti in uno dei maggiori mercati mondiali”; l’incremento del volume di affari del mercato del carbonio (attraverso la produzione e la compravendita di quote verdi da parte di nuovi soggetti economici dal futuro assai roseo – un presunto paladino dell’ecologismo globale come Al Gore, ad esempio, si è intascato milioni di dollari con “imprese attinenti alla sua militanza: energie rinnovabili e crediti di carbonio soprattutto”).

C’è dunque questo livello macro-economico, cui Caparrós non risparmia i colpi più duri: quello di progetti ecologici animati da secondi fini o che hanno già ampiamente superato quel confine oltre cui le dichiarazioni d’intenti sono semplici lasciapassare per operazioni del tutto incapaci di determinare un reale cambiamento (la dialettica del “politicamente corretto” insomma). Ce n’è poi uno più basso e ingenuo, legato sostanzialmente a pratiche e discorsi diffusi e genericamente etichettabili con l’ambiguo prefisso “bio”: si tratta dell’ecologismo più corrente e corrivo, con cui pure lo scrittore non disdegna di fare un po’ di conti. Molti dei più radicati luoghi comuni, i comportamenti più sottilmente auto-assolutori, la cattiva buonafede dei piccoli evangelizzatori ecologisti. Sono molti i bersagli contro cui Caparrós si scaglia, anche solo en passant, tutto sommato abbastanza indulgente e consapevole del fatto che le migliori intenzioni hanno spesso condotto verso mete più che discutibili. Ma quali sono queste mete? E soprattutto, da dove partono molte delle strade che vi conducono? È questo il livello più impalpabile del libro, quello più delicato, che attraversa quasi carsicamente le molte pagine di viaggio e di denuncia. È il nucleo ideologico, per così dire, che si nasconde dietro il continuo sforzo di smascherare quell’ Imbroglio ecologico che già Dario Paccino, in un bel libro degli anni ’70, tentò di portare alla luce, da una prospettiva più tecnica e schiettamente marxista ma con presupposti molto vicini a quelli dell’argentino. Al centro dell’opera di Caparrós c’è dunque una specie irriflessa e molto caratteriale (e ideologicamente discutibile) di progressismo antropocentrico, venato di evoluzionismo, provocatoriamente contrapposto all’eco-centrismo dominante nella vulgata ambientalista.

Se è vero che “da quando si sviluppa il concetto di “cambiamento climatico”, una serie di situazioni prima del tutto indipendenti vengono messe in relazione al fine di trovare un’unica causa: il concetto di crisi globale avanza come principio unificante”; se effettivamente il concetto di cambiamento climatico si configura come una specie di “dio di convenienza: il modo di dare senso al nonsenso, logica al caso.”, così permettendo agli uomini di preoccuparsi superficialmente per un futuro che comunque non dovrà essere troppo diverso dal presente attuale (“l’ecologia tende a ipotizzare un mondo statico dove i procedimenti richiederebbero sempre le stesse risorse naturali. Entra nel panico perché proietta le carenze del futuro sui bisogni attuali: perché tutto quello che immagina sono apocalissi”); a questo bisogno quasi religioso di rifiutare il caso e il cambiamento (caso e cambiamento che si potrebbero manifestare anche, secondo lui, attraverso un mutamento climatico), Caparrós accosta un’altrettanto religiosa considerazione della natura che gli pare informare nel profondo molto del pensiero ecologico: “una relazione forzata e colposa con la natura, in un mondo dove la natura non è parte naturale delle nostre vite”. Caparrós non rifiuta aprioristicamente un approccio strumentale nei confronti della biosfera, non teme preventivamente la tecnologia, denuncia anzi il comportamento di chi, invece di favorire uno sfruttamento intelligente delle risorse naturali, procede inoculando nelle coscienze un’immagine “giudaico-cristiana” di una natura primigenia tinta di colpa:  “sedotta e abbandonata, la natura ci richiede colpevolezza e una certa riverenza”. Ad una simile sacralizzazione del naturale si accompagna secondo lo scrittore uno speculare disprezzo dell’umano: quasi un inconfessato cupio dissolvi dell’individuo occidentale di fronte alla presunta “purezza” di un mondo a lui superiore. Così, ad esempio: “Tutti vogliono arrivare in luoghi incontaminati dall’uomo” e questo “la dice lunga sull’idea che l’umanità si è fatta di se stessa. Scappa, si disgusta e cerca riparo da se stessa nella casa natura.”

Non è un cambio di stagione è un libro che convince nonostante le molte incertezze e l’opinabilità di certi assunti, e forse proprio a causa loro. Si capisce che tra queste pagine si muove un’intuizione importante, qualcosa di duro da riconoscere e difficile da comunicare. Il pensiero di Caparrós è un pensiero dal volto fin troppo umano, vulnerabile, e che oltre a stimolare l’intelligenza cattura la simpatia, anche dove non se ne condividano certe posizioni. Ciò che pensa, questo autore più che dichiararlo lo cerca ostinatamente in una scrittura irrequieta, nei molti viaggi, nelle proprie idiosincrasie anche. I suoi movimenti rimangono perciò poco inquadrabili, e in fondo sostanzialmente “letterari”. Nei suoi giudizi trancianti, non c’è traccia di compiacimento. Quando se la prende con il “bene”, avanza ottime ragioni. Il suo “positivismo” è in fondo più anti-tecnofobo che tecnofilo. E la sua profonda capacità di comprendere l’“Altro” è palpabile nelle interviste, nei frammenti di reportage. Il punto più alto del suo libro non è d’altronde la critica della metafisica occidentale o dell’etica giudaico-cristiana quanto l’invocazione appassionata di un ecologismo critico, capace di spostare l’asse del problema dal fantasma naturalistico-climatico alla redistribuzione globale della ricchezza e ad un ripensamento radicale del nostro modo di vivere e dei nostri orizzonti immaginari. Secondo Caparrós, l’ecologismo deve tornare ad essere un movimento eminentemente, ardentemente politico. E anche se non lo cita mai credo che abbia ben presente il pensiero di André Gorz, il quale più volte ha ribadito, nei suoi testi, che “il movimento [ecologista] non è nato inizialmente da uno scrupolo di «difesa della natura» ma da una resistenza all’appropriazione privata e alla distruzione di quel bene comune per eccellenza che è il mondo vissuto». Tornare alle ragioni di quell’ecologismo è la priorità anche di questo libro.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
3 Commenti a “Diffidare dell’ecologismo per salvare l’ecologia”
  1. Assuntina scrive:

    Mi sembra una tesi un po’ azzardata, ma alcuni passaggi sono molto interessanti.

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